La Pasqua è il cuore dell’anno liturgico cristiano, il punto culminante del cammino di ogni credente: Cristo risorto ha vinto la morte, aprendo all’umanità una possibilità di vita nuova. In questa luce, la famiglia cristiana recupera le radici di ogni speranza.
È nell’annuncio pasquale che troviamo la forza di essere segni vivi, anche se imperfetti, di resurrezione. Rileggere alla luce pasquale la propria fragilità, permette agli sposi di custodire i legami familiari facendo delle proprie case luoghi in cui l’amore vince le “piccole morti” della vita quotidiana: incomprensioni, fatiche, silenzi, paure.
«Cristo è risorto»: la speranza entra nella casa
Cristo è risorto! Cristo è veramente risorto! Celebriamo oggi, con più chiarezza del solito, l’evento decisivo e sempre attuale della Risurrezione, mistero centrale e fondante la nostra fede cristiana. “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo”.
La luce di Cristo, la luce che è Cristo, simboleggiata dal cero pasquale, acceso e splendente, illumina l’umanità, vincendo per sempre le tenebre del peccato e della morte. Da quell’alba radiosa, queste parole non cessano di risuonare nella Chiesa e, con la Chiesa, nel mondo intero quale annuncio di gioia e di speranza che attraversa i secoli della storia segnati dalle ferite causate dalle iniquità umane e dalle ingiustizie degli uomini e dei popoli.
“Non è qui”. Il Figlio di Dio non è restato nel sepolcro, non poteva rimanere prigioniero della morte, la tomba non poteva trattenere “il Vivente” (Ap 1,18). “Non è qui”. Non può trovarsi nella tomba colui che è la vita stessa e la sorgente inesauribile della vita.
Il Signore ha infatti vinto la morte e, per un atto di puro amore, ha talmente spalancato la terra al cielo da cambiare decisamente la destinazione della vicenda umana. Questa era diretta verso la morte, da allora conosce un’altra direzione, un’altra meta: la vita eterna e la pienezza dell’amore di Dio Trinità.
La risurrezione del Capo è partecipata, con abbondanza di grazia, alle membra tutte del corpo che è la Chiesa. Oggi, anche oggi, in questo tempo segnato da inquietudine e incertezza, riviviamo l’evento che ha cambiato la storia dell’umanità, il fatto che ha radicalmente mutato il volto e la direzione della nostra esistenza.

Il Risorto entra nelle relazioni familiari
Il Vangelo ci racconta che Gesù risorto appare ai suoi e ne accoglie e consola i turbamenti attraverso la potenza dei gesti familiari: spezza il pane, chiama per nome, mostra le ferite. Sono segni che parlano la lingua dell’amore concreto, dell’intimità, del quotidiano.
Le famiglie li conoscono e ne sanno la forza dirompente anche se non sempre è facile metterli in atto. Eppure, Dio sogna in grande e per la famiglia, piccola Chiesa domestica, ha immaginato la possibilità di vivere questi stessi gesti: accogliersi, ascoltarsi, perdonarsi, condividere.
Pasqua nella famiglia significa allora riscoprire che una vita da “risorti” comincia da relazioni rinnovate, che la gioia vera nasce dal donarsi e dal ritrovarsi. Ogni gesto di pace, ogni parola gentile, ogni tavola condivisa può essere annuncio pasquale.
Come i discepoli nel cenacolo, anche le famiglie hanno paura, faticano a credere, portano ferite. Ma è proprio lì che il Risorto entra e dice: Pace a voi (Gv 20,19).
La fatica non sparirà come per magia, ma la fede potrà darle un senso, trasfigurarla, e così ci educhiamo ed educhiamo i nostri figli alla speranza che la vita può sempre ricominciare, che il perdono è possibile, che l’amore non fallisce. Così la luce entra nelle stanze di casa. È Cristo che risorge dentro le nostre relazioni.
La pace del Risorto nelle case
«Abbiamo visto il Signore!» (Gv 20,25). È l’esclamazione gioiosa che abbiamo udito dalle labbra degli apostoli nella proclamazione del vangelo di questa Domenica II di Pasqua. È questo che i discepoli comunicano subito a Tommaso, che non era con loro in quella esperienza tanto bella, tanto gioiosa.
C’era stato il dono della pace: per ben due volte il Risorto aveva detto loro: «Pace a voi!». La pace biblica è il dono dell’armonia, della riconciliazione, della ricomposizione in forma corretta e benevola delle relazioni… Di tutte le relazioni.
La famiglia cristiana è chiamata a ricevere questa pace e a renderla concreta nelle relazioni quotidiane. La pace pasquale non è soltanto assenza di conflitto, ma dono dell’armonia e della riconciliazione.
Gesù è risorto e ci dona la pace; perché lui stesso è la pace. “Non abbiate paura! … Non è qui. E’ risuscitato” (Mt 28, 5 - 6).
Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» (Gv 20,19). La fede, quasi spenta, si riaccese. Facciamo nostra la professione di fede di Tommaso. “Mio Signore e mio Dio!”(Gv 20,27 - 28).
Vedere con gli occhi del cuore
Beati noi che il Vangelo ci racconta questa scena che ci descrive ciò che videro gli apostoli e che ci descrive come guardare. Paolo, nella lettera agli Efesini, parla degli «occhi del cuore» (Ef 1,18).
Come guardiamo le cose? Come guardiamo il mondo? Come guardiamo agli eventi della nostra vita e come cerchiamo di abituarci a lasciare che la Parola di Dio, e in particolare la parola di Gesù, faccia luce sugli eventi che viviamo?
Si tratta dunque di imparare a leggere gli eventi alla luce della Sacra Scrittura, alla luce della Parola di Dio. Fratelli e sorelle, dobbiamo prenderci del tempo per meditare sulle Sacre Scritture, cominciando dai Vangeli.
La Parola di Dio aiuta anche la famiglia a riconoscere la presenza del Risorto dentro ciò che vive: nelle gioie e nelle prove, nelle decisioni e nelle attese, nei conflitti e nei momenti di riconciliazione.
La famiglia come piccola Chiesa domestica
La Chiesa, venendo a sapere che la Samaria ha accolto la Parola di Dio, inviano gli apostoli: Pietro e Giovanni. Il richiamo agli Apostoli, la necessità che vengano a visitare la comunità, la loro presenza come veicolo dello Spirito santo ci ricorda l’importanza dell’essere comunità e del vivere la comunità cristiana come comunione.
E’ il secondo elemento che accompagna la prima comunità cristiana: l’esperienza di una vera fraternità. Gente capace di vivere da fratello e sorella, o almeno in cammino, convinti che quella sia la vera comunità, il modo di vivere e stare insieme agli altri.
La società civile, le famiglie, gli ambienti del lavoro, le nostre relazioni stanno pian piano avviandosi alla riapertura, alla ripresa. Mi sembra utile il motto: “ci si salva insieme”, cioè sperimentiamo che il bene di chi ci sta accanto dipende anche da noi e dal nostro comportamento.
Si riprende… camminando insieme, camminando in un aiuto reciproco, camminando capaci di accoglienza. Anche la famiglia cristiana cresce quando ciascuno si sente responsabile del bene dell’altro e quando la casa diventa uno spazio di fraternità concreta.
La crescita della comunità (Atti) e la comunione nella casa del Padre (Vangelo) sono solo apparentemente temi distanti. In verità, ambedue hanno come punto d’appoggio la fede in Cristo Gesù, la via che conduce alla comunione piena.
Ascoltare, parlare, perdonare
Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono Giovanni 10,27. Si parla di voce e di ascolto, e quindi si viene a celebrare indirettamente l’importanza del silenzio.
Senza silenzio non ci può essere ascolto. Ascoltare non significa infatti semplicemente udire, ma avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro.
Come è possibile ascoltarla se si è immersi in un mondo di rumore che obbliga a vivere nella dimensione dell’esteriorità, assenti cioè a sé stessi e agli altri? La voce di cui parla il Vangelo comunica il battito del cuore di Gesù.
In famiglia, ascoltare significa fare spazio alla persona dell’altro, riconoscere ciò che vive e custodire le sue parole senza giudicarle immediatamente. Una casa pasquale è una casa in cui la voce dell’altro non viene soffocata dalla fretta, dal risentimento o dall’indifferenza.
Gesù dice poi che egli conosce le sue pecore. Il verbo “conoscere” nel linguaggio biblico esprime un rapporto di intimità e condivisione.
La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna sé stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore.
Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.
La casa del Padre e l’amore familiare
«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Non un luogo lontano, ma una casa dove c’è posto per molti. “Dimora” richiama il verbo “rimanere”, così caro a Giovanni.
La casa del Padre, mèta del viaggio, si presenta, dunque, come pienezza di comunione con Dio e Gesù, con la sua partenza, è il prodromos, colui che apre la strada.
«Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente un cammino da seguire, ma afferma che la strada è Lui stesso.
La via è la strada che conduce alla meta; la verità è la rivelazione che fa conoscere Dio; la vita è il dono ultimo a cui tutto tende. In Gesù queste tre realtà coincidono.
La casa cristiana diventa segno di questa dimora quando custodisce la comunione, accoglie chi è fragile, apre le porte al perdono e riconosce che ogni persona ha un posto nel cuore di Dio.
Il cuore trova una stabilità nuova, perché scopre di non essere più solo: la strada esiste, la casa del Padre è aperta, e la via per arrivarci ha il volto di Gesù.
Le ferite che hanno bisogno di guarigione
In Gesù Cristo, Dio si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita: “Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1 Pt 2, 24). Quelle piaghe non sono un ostacolo alla fede, certamente sono il segno di un fallimento vissuto per amore, e della sconfitta che perciò è solamente momentanea ed apparente.
Quante ferite, quanto dolore nel mondo! Attraverso le piaghe di Cristo risorto possiamo vedere i mali che affliggono l’umanità con occhi di speranza.
Alla prepotenza della cattiveria egli ha opposto l’onnipotenza del suo amore. Alla violenza dei cuori il Crocifisso ha proposto il perdono che del cielo anticipa la gioia.
Le famiglie portano spesso ferite nascoste: incomprensioni, parole che hanno fatto male, distanze, solitudini, paure e fallimenti. La Pasqua non nega queste ferite, ma permette di guardarle alla luce delle ferite glorificate di Cristo.
Rileggere alla luce pasquale la propria fragilità, permette agli sposi di custodire i legami familiari facendo delle proprie case luoghi in cui l’amore vince le “piccole morti” della vita quotidiana: incomprensioni, fatiche, silenzi, paure.
Il perdono che riapre il futuro
Di questa vita nuova possiamo farne esperienza tutti decidendo - resi forti dalla grazia di Dio - di far trionfare l’amore e non l’odio; la compassione e la solidarietà e non l’indifferenza; il perdono concesso a tutti quelli che ci hanno offeso e non la vendetta e il rancore che distruggono il cuore e le relazioni.
Carissimi, dobbiamo davvero rischiare di vivere la novità della Pasqua inaugurata da Gesù, dobbiamo davvero rischiare di morire d’amore come Gesù, per scoprire cosa significa risorgere a vita nuova.
Non arrendiamoci al male che spesso insidia il nostro cuore e, qualche volta, anche lo occupa; arrendiamoci all’amore e diffondiamolo il più possibile, così godremo la vita di risorti e aiuteremo anche gli altri a godere il sole di questo nuovo giorno inaugurato da Gesù Cristo.
Il perdono familiare non cancella automaticamente il dolore, ma impedisce al male di avere l’ultima parola. Quando una persona chiede perdono, quando l’altro accoglie, quando si ricomincia a parlarsi, la Pasqua diventa concreta nella casa.
La Parola e la vita quotidiana
Siamo invitati a scoprire un primo elemento decisivo per la ripresa: la parola e soprattutto la Parola di Dio. Non dimenticarti della Parola, non dimenticarti di quello che è stato seminato, non smettere di ascoltare la Parola di Dio, la voce di Dio nella tua vita.
Ma non dobbiamo solo “ascoltare”; dobbiamo anche vivere, mettere in pratica. E ci possiamo chiedere se questa Parola e anche l’esperienza vissuta ha cambiato qualcosa della nostra vita.
La ripresa avrà pieno successo, avrà pienezza di vita anche da come vivremo, da cosa racconteremo con le nostre parole, le nostre scelte, i nostri gesti, i nostri sguardi.
La famiglia è il primo luogo in cui la Parola può diventare gesto: una parola paziente, una scelta di servizio, una disponibilità verso chi è stanco, una rinuncia all’egoismo, una preghiera condivisa.
Si tratterà di avere quella novità di vita di cui ci parla la seconda lettura: “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Chiamati a riprendere, portatori di speranza, capaci di guardare a grandi orizzonti.
Educare i figli alla speranza
La fatica non sparirà come per magia, ma la fede potrà darle un senso, trasfigurarla, e così ci educhiamo ed educhiamo i nostri figli alla speranza che la vita può sempre ricominciare, che il perdono è possibile, che l’amore non fallisce.
La fede familiare non consiste nel nascondere ai figli la fragilità, il dolore o le difficoltà, ma nell’insegnare loro a viverli senza perdere la fiducia. La Pasqua annuncia che nessuna notte è definitiva e che Dio può aprire strade nuove anche quando sembra che tutto sia chiuso.
Il mondo non vede Gesù risorto. Noi non vediamo Gesù risorto, ma il mondo vede i cristiani. Proprio come Gesù grida a Filippo: "Ma Filippo, che vede me, vede il Padre." (Gv 14,9), se viviamo veramente di Cristo risorto, se nella nostra povertà cerchiamo di ricevere tutto da Cristo, allora forse potremo dire: ma il mio fratello, che vede me, vede Gesù.
Questa è la grazia che Dio vuole darci per il mondo. Se sono qui questa mattina è perché il Signore mi ha chiamato, mi ha costituito e mi ha inviato in missione perché porti frutto, facendo del bene per mezzo di Lui, con Lui e in Lui.
La missione della famiglia cristiana
L’apostolo predica il vangelo annunciandolo e vivendolo. La ripresa avrà pieno successo, avrà pienezza di vita anche da come vivremo, da cosa racconteremo con le nostre parole, le nostre scelte, i nostri gesti, i nostri sguardi.
Affermare la nostra fede nella risurrezione di Gesù significa decidere di vivere con Gesù vivente. Per fare cosa? Ce lo ha detto Pietro nella prima lettura, riassumendo in poche parole la vita di Gesù: “Ovunque andasse, faceva del bene.”
Cosa si aspetta Dio da noi? Che ovunque andiamo, facciamo del bene. Non è difficile da ricordare. Non ditemi che la vita cristiana è complicata da capire! Ovunque io vada, sono chiamato a fare del bene, per mezzo di Gesù, con Lui e in Lui.
La famiglia cristiana annuncia il Risorto non soltanto con le parole, ma attraverso il modo in cui vive: accogliendo, servendo, condividendo, prendendosi cura dei poveri, sostenendo chi è solo e riconciliandosi dopo le divisioni.
Si tratta di riprendere i nostri spazi di vita… con uno sguardo e un cuore abitato dalla Parola di Dio che ci ha toccato e con una testimonianza della carità, di quell’amore di cui parla il vangelo, che potrà essere l’inaspettata eredità della esperienza di queste settimane.
La forza dello Spirito Santo
Un ultimo elemento è il dono dello Spirito Santo. Ne parlano le tre letture. In particolare nella pagina degli Atti è il dono che gli apostoli portano alla comunità che ha accolto la Parola: “Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito santo”.
Nelle parole di Gesù, nel vangelo, è il dono da lui promesso: “io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità”.
Notiamo che lo Spirito è dono atteso, dono sperato, dunque un dono da chiedere. Occorre la preghiera per invocare sulla comunità che inizia a vivere e inizia la missione il dono dello Spirito.
Anche noi, nel nostro riprendere il cammino siamo invitati a pregare e invocare il dono dello Spirito santo. Si tratta di chiedere che sia il Signore a guidarci, a indicarci la strada giusta per vivere e costruire la comunità.
La famiglia ha bisogno dello Spirito della verità per parlare con sincerità, dello Spirito della pace per affrontare i conflitti, dello Spirito della carità per servire senza calcoli e dello Spirito della speranza per ricominciare.
Riprendere con maggiore consapevolezza e desiderio della presenza di Dio nella nostra vita e nelle nostre relazioni e comunità. Riprendere sentendo che Lui, il Signore, è presenza che porta vita e che guida.
Amare con Cristo, in Cristo e per Cristo
Non confidando nelle mie forze, nella mia pazienza, nella mia dolcezza, ma chiedendo costantemente a Cristo Risorto che è con noi di donarmi la sua dolcezza, di donarmi la sua pazienza, di donarmi la sua carità, di donarmi la sua pace, di donarmi la sua gioia, di donarmi la sua misericordia, perché io possa viverle e così trasmetterle.
Gesù nutre un amore così incomprensibile che desidera che partecipiamo alla salvezza delle anime. Non vuole fare nulla senza di noi. E allora non aspettiamo inutilmente che Dio faccia le cose per noi, che Gesù faccia per noi quello che noi non facciamo, ma facciamolo insieme a Lui.
Lui non vuole fare nulla senza di noi, perché ci chiama a non fare nulla senza di lui. Senza di me, disse Gesù, non puoi fare nulla (Gv 15,5).
Questa verità riguarda anche la vita familiare: Cristo non sostituisce la responsabilità degli sposi, dei genitori e dei figli, ma li chiama a collaborare con la sua grazia. L’amore ricevuto da Lui diventa amore offerto agli altri.
La nostra vita, ci ricorda dunque questa pagina di Vangelo, è qualcosa di immenso per il cuore di Dio da cui siamo usciti e a cui facciamo ritorno.
Buona Pasqua, buon passaggio a tutti.