Lectio divina sulla vocazione di Isaia

La vocazione di Isaia nasce dall’incontro con il Dio tre volte santo, prosegue nella purificazione del profeta e giunge alla disponibilità per la missione: «Eccomi, manda me!». Il racconto di Is 6,1-13 mostra che Dio non chiama persone già perfette, ma purifica, perdona e rende capaci di annunciare la sua parola.

La chiamata di Isaia invita a riconoscere il primato di Dio, ad affrontare con umiltà la propria fragilità e a lasciarsi trasformare dalla grazia. La missione non è un’iniziativa individuale, ma la risposta a una parola ascoltata nel cuore della storia, dentro le sue crisi, le sue paure e le sue contraddizioni.

Il testo biblico: Is 6,1-13

Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali.

Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria». Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo.

E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti».

Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato».

Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

Egli disse: «Va’ e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito».

Io dissi: «Fino a quando, Signore?». Egli rispose: «Finché non siano devastate le città, senza abitanti, le case senza uomini, e la campagna resti deserta e desolata». Il Signore scaccerà la gente e grande sarà l’abbandono nel paese. Ne rimarrà una decima parte, ma di nuovo sarà preda della distruzione come una quercia e come un terebinto, di cui alla caduta resta il ceppo. Progenie santa sarà il suo ceppo.

La collocazione del racconto nel libro di Isaia

Il libro di Isaia presenta nel titolo generale il profeta come colui che riceve una visione su Giuda e su Gerusalemme al tempo dei re di Giuda Ozia, Iotam, Acaz ed Ezechia. L’attività profetica di Isaia si estende per una quarantina d’anni, nel contesto internazionale dell’espansione assira, iniziata nel 745 a.C. con l’ascesa al trono di Tiglatpileser III.

La vocazione di Isaia avviene nel tempio di Gerusalemme. Qualcuno sostiene perciò che fosse un sacerdote; è senz’altro dell’alta società, anche intellettualmente: utilizza uno stile poetico talmente ricco e immaginifico da essere considerato l’espressione linguistica più alta di tutta la Bibbia ebraica.

Il racconto della vocazione non si trova all’inizio del libro, ma al capitolo 6, come cerniera tra gli oracoli dei primi cinque capitoli, nei quali è presentato il giudizio cui Dio sottopone il popolo attraverso l’Assiria, e gli oracoli successivi, nei quali si parla della salvezza del resto d’Israele.

Nel libro di Isaia, il capitolo 6 appartiene al blocco 6,1-9,6. Questo blocco è circondato da testi che hanno stretti rapporti fra loro: da una parte Is 5,1-30 e dall’altra Is 9,7-10,4. I compositori del libro sembrano aver voluto costruire una struttura di tipo A - cap. 5 -, B - 6,1-9,6 -, A′ - 9,7-10,4.

Conseguentemente, nell’interpretazione del capitolo 6, il contesto immediato più importante è costituito dai testi che seguono, soprattutto Is 7,1-9,6. La vocazione di Isaia prepara infatti il tema della fiducia, del resto santo e delle promesse messianiche.

Struttura della vocazione di Isaia

Due verbi di percezione in prima persona sembrano suggerire la divisione primaria del capitolo: «io vidi» nel versetto 1 e «io udii» nel versetto 8. La prima parte, Is 6,1-7, racconta la visione del Signore tre volte santo e la purificazione del profeta; la seconda parte, Is 6,8-13, presenta la missione di Isaia.

ParteVersettiContenuto
Visione6,1-4Il Signore sul trono, i serafini e l’acclamazione della santità divina
Reazione del profeta6,5Isaia riconosce la propria impurità e quella del popolo
Purificazione6,6-7Il carbone ardente tocca le labbra del profeta e cancella la sua colpa
Missione6,8-10Dio invia Isaia ad annunciare la sua parola
Domanda del profeta6,11aIsaia chiede: «Fino a quando, Signore?»
Risposta divina6,11b-13Il giudizio, il resto e il ceppo della progenie santa

Le due parti seguono uno schema comune composto da tre elementi: descrizione, reazione di Isaia e risposta divina alla sua reazione.

Il contesto storico: la morte del re Ozia

«Nell’anno in cui morì il re Ozia» è un’indicazione storica, ma anche una chiave teologica. Ozia aveva regnato per 52 anni, in un periodo di stabilità e prosperità, anche se non privo di compromessi e idolatria.

Ozia iniziò il suo regno quando aveva solo 16 anni, e regnò per 52 anni. Nel complesso, fu un buon re, e 2 Re 15,3 dice: «Egli fece ciò che è giusto agli occhi del Signore, interamente come aveva fatto suo padre Amasia».

Ozia guidò anche Israele in vittorie militari sui Filistei e altre nazioni vicine, e fu un re forte. Ozia fu un costruttore, pianificatore e generale energico.

Ma la vita di Ozia finì tragicamente. Quando divenne forte, il suo cuore si inorgoglì fino a corrompersi, ed entrò nel tempio del Signore per bruciare incenso sull’altare dei profumi. In risposta, Dio lo colpì con la lebbra, ed egli rimase un lebbroso isolato fino alla sua morte.

Dire «nell’anno della morte del re Ozia» significa dunque ricordare la morte di un re grande e saggio, ma anche la fine tragica di un sovrano che aveva oltrepassato i limiti della propria condizione.

Il trono era vuoto, il futuro incerto e le nazioni minacciavano l’esistenza di Giuda. Il popolo doveva sentirsi momentaneamente smarrito, chiedendosi se sarebbe andato tutto bene.

La grande potenza che dominava l’epoca in cui vive Isaia era l’impero assiro. Isaia iniziò l’attività profetica prima degli sviluppi che sfociarono nella guerra siro-efraimita, mentre nel popolo già si avvertiva la paura dell’invasione assira da parte di Tiglat-Pileser III.

In quel momento di transizione, Isaia fu scosso da una realtà più grande: vide il Signore seduto sul suo trono, alto ed elevato, il trono che non cambia mai.

«Io vidi il Signore»: la visione del Re

Il racconto si apre con l’immagine del Signore seduto su un trono alto ed elevato. Dio compare come un re intronizzato di dimensioni straordinarie. Il profeta insiste sull’altezza del trono e sulla descrizione di un manto di grande ampiezza.

Il titolo «re» occorre esplicitamente nel versetto 5 nella bocca di Isaia, ma l’immagine è chiara dall’inizio: il Signore è immensamente grande, seduto in trono e circondato dai suoi servi, i serafini.

Dov’era il Signore nell’anno della morte di Ozia? Il Signore era seduto sopra un trono. Dio era ancora intronizzato in cielo ed era ancora al comando di tutta la creazione.

C’è un trono in cielo, e il Signore Dio vi siede sopra come sovrano dell’universo. Isaia poteva essere depresso o scoraggiato perché un grande leader di Giuda non era più sul trono. Dio in cielo ora mostra a Isaia: «Non preoccuparti, Isaia. Ozia potrebbe non essere sul suo trono, ma Io sono sul Mio trono».

Il trono era esaltato e maestoso. Il trono poneva il suo Occupante in una posizione superiore.

I lembi del suo mantello riempivano il tempio. Gli abiti regali dell’epoca non avevano realmente uno strascico; questo elemento serve ad accentuare la maestà divina. Isaia non vede il volto di Dio, ma soltanto i lembi del suo manto.

Dio è così onorato, così importante, così dignitoso, che i lembi del suo mantello riempivano il tempio.

Isaia nel tempio davanti al trono

La santità di Dio

I serafini proclamano: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti; tutta la terra è piena della sua gloria». La triplice acclamazione sottolinea la santità di Dio al grado più alto possibile.

Applicato al Signore, il concetto di santità ha due aspetti: quello ontologico, cioè l’alterità di Dio di fronte a ogni altro essere e la sua trascendenza, e quello etico, cioè la santità morale, opposta a ogni imperfezione.

La santità, alla sua radice, ha l’idea di separazione. Descrive qualcuno o qualcosa che è separato da altre persone o cose. Una persona è santa se è separata per la volontà e lo scopo di Dio.

Il Signore è separato dalla creazione, nel senso che non è una creatura ed esiste al di fuori di tutta la creazione. È separato dall’umanità, nel senso che la sua natura o essenza è divina, non umana.

Dio non è un super-uomo o l’uomo ultimo. Dio non è semplicemente più intelligente di qualsiasi uomo, più forte di qualsiasi uomo, più vecchio di qualsiasi uomo o migliore di qualsiasi uomo. Non si può misurare Dio sulla scala dell’uomo. Egli è divino e noi siamo umani.

La santità di Dio è parte di tutto ciò che egli è e fa. Il potere di Dio è un potere santo. L’amore di Dio è un amore santo. La sapienza di Dio è una sapienza santa.

La santità non è un aspetto della personalità di Dio; è una caratteristica del suo intero essere.

Quando ci sembra di averlo capito, afferrato, non abbiamo ancora capito nulla.

Isaia resta abbagliato dalla maestà di Dio, ma non ce lo descrive e questa è la migliore testimonianza della veridicità del suo vissuto perché, lo dice tutta la Bibbia, Dio non si può vedere.

Il fumo, la nube, il terremoto e gli stipiti che tremano richiamano le teofanie del Sinai con Mosè. La nube o il fumo indicano qualcosa che, se da una parte vela una certa realtà, dall’altra sottolinea qualcosa di molto importante. Gli stipiti che tremano sono simbolo di un Dio che irrompe sulla terra.

Il fumo che riempie il tempio è quello dell’offerta dell’incenso: siamo quindi nel corso della liturgia. Il fumo cela il volto divino e, nello stesso tempo, è nella celebrazione che l’uomo può «vedere» quel poco che del tre volte Santo si rende accessibile.

Egli è quindi, al tempo stesso, vicino e lontano. Si rende presente, segnando una distanza indicata anche dal canto dei serafini.

«Santo» significa alla lettera «separato», dal male certamente, ma in ogni caso trascendente, altro dalla realtà umana e oltre essa. Dio si rivela al suo popolo e al profeta, ma si nasconde nel momento stesso in cui si rivela.

I serafini e il canto liturgico

Attorno al trono di Dio ci sono angeli qui conosciuti come serafini. Questo è l’unico capitolo della Bibbia nel quale queste creature sono chiamate serafini.

Il nome «serafini» significa «brucianti» o «ardenti». Sono esseri incandescenti che bruciano al fuoco stesso di Dio.

Il testo li presenta come esseri alati, con sei ali ciascuno, ma anche con tratti umani: proclamano a gran voce la santità di Dio e hanno mani, come mostra il versetto 6.

I serafini creano un’atmosfera di maestà e soprattutto di santità intorno al Signore. La loro presenza mostra anche quanto Isaia sia piccolo e impuro nella presenza di Dio.

Con due ali si coprono la faccia, con due si coprono i piedi e con due volano. Le quattro ali usate per coprirsi esprimono umiltà, mentre le due ali usate per volare esprimono la volontà e la capacità di servire Dio.

Il giusto equilibrio è quello tra adorazione e servizio: la venerazione deve precedere l’attività e il servizio deve nascere dalla consapevolezza della presenza di Dio.

Il loro canto è così potente che gli stipiti della porta vengono scossi. Eppure questi esseri maestosi hanno un’occupazione: la loro esistenza è dedicata alla lode, all’adorazione e all’onore del Signore Dio intronizzato in cielo.

Il canto del «Santo» che proclamiamo o cantiamo ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia viene proprio dal racconto della vocazione di Isaia. Entrato nell’uso liturgico della sinagoga nel contesto di una benedizione, è poi passato anche nella liturgia cristiana.

«Ohimè! Io sono perduto»: la reazione di Isaia

Davanti al Dio tre volte santo, Isaia vede la propria finitezza. Grida: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito».

La reazione di Isaia di fronte alla visione maestosa del Signore inizia con un verbo ebraico che può essere tradotto in due modi: «sono perduto», cioè sono in pericolo di morte, oppure «devo stare zitto», cioè la mia impurità non mi consente di aprire bocca e associarmi al canto dei serafini.

Quando Isaia vide gli angeli nella loro santa umiltà, obbedienza e lode a Dio, si rese conto di essere diverso dal Signore, ma anche diverso dagli angeli. Essi potevano gridare: «Santo, santo, santo», mentre lui non poteva, perché era un uomo dalle labbra impure.

Quando Isaia vide il Signore, seppe che tipo di uomo era. Più chiaramente vedeva il Signore, più chiaramente vedeva quanto fosse cattivo il suo stato.

Il profondo senso di indegnità di Isaia è coerente con l’esperienza di altri uomini pii nella presenza del Signore: Giobbe, Daniele, Pietro e Giovanni ebbero esperienze simili.

«Io sono perduto» non è un brutto posto in cui trovarsi. Dio non farà mai nulla con noi finché non ci avrà prima disfatti.

Le labbra impure e la solidarietà con il popolo

Isaia riconosce la propria impurità e quella del popolo. La sua colpa non è presentata come un problema esclusivamente individuale: «In mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito».

Il testo insiste sulla sua impurità, non solo rituale ma anche morale, un’impurità che lo associa con il suo popolo. Isaia vive una solidarietà nella colpa.

Il testo non specifica la natura della colpevolezza di Isaia. Centrale è invece l’iniziativa del Dio santo, che manda uno dei serafini a purificare le labbra del profeta con un carbone ardente.

Isaia vede la propria peccaminosità principalmente in termini di discorso peccaminoso. Per natura, le nostre labbra sono piene di adulazione e falsa intenzione, mentono, sono orgogliose, ingannano, sono violente e possono portare morte agli altri.

Isaia non pensò per un momento che l’impurità delle labbra fosse il suo unico peccato, ma vide in essa un esempio della grande e incurabile malattia del peccato in lui e nel suo popolo.

La coscienza della propria impurità non deve condurre alla disperazione. Davanti alla santità di Dio, Isaia vede di essere perduto, ma proprio nella sua perdizione scopre l’inizio della speranza.

La presenza del peccato non è un peso destinato a paralizzare e portare alla morte, ma può diventare l’occasione per manifestare la volontà di Dio di comunicare la sua santità alle sue creature.

La purificazione: il carbone ardente dell’altare

Uno dei serafini vola verso Isaia con un carbone ardente preso dall’altare. Lo tocca sulla bocca e dichiara: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato».

Isaia ha bisogno di essere purificato perché possa assumere la missione ricevuta da Dio. La purificazione delle labbra è particolarmente adatta a un profeta che dovrà comunicare le parole del Dio santo.

La scena ha il fuoco come elemento dominante: il serafino, il carbone ardente e la parola divina, che nei testi profetici è spesso assimilata al fuoco.

Il fuoco è simbolo della santità. La colpevolezza non deve rimanere un peso che paralizza, ma può diventare il luogo nel quale si manifesta la volontà di Dio di comunicare la propria santità.

Normalmente, secondo la legge di Dio, quando qualcuno toccava una persona impura diventava a sua volta impuro. Qui accade il contrario: il carbone santo non diventa impuro, ma rende puro ciò che era impuro.

L’impurità è sostituita dalla purezza e la morte è sostituita dalla vita. La purificazione di Isaia è un atto misericordioso di Dio, non il risultato di una conquista personale.

La purificazione prepara la missione. Prima di annunciare la parola, Isaia deve lasciarsi raggiungere dalla parola; prima di parlare della santità di Dio, deve riconoscere la propria impurità; prima di essere inviato, deve ricevere il perdono.

La presenza e il perdono di Gesù nella nostra vita ci fanno cogliere la bellezza e la fecondità della nostra vocazione cristiana.

La domanda di Dio: «Chi manderò?»

Dopo la purificazione, Isaia ode la voce del Signore: «Chi manderò e chi andrà per noi?». La chiamata nasce dall’iniziativa di Dio.

Il plurale «chi andrà per noi?» probabilmente implica uno scenario di corte celeste, nel quale il sovrano Dio, circondato dai suoi ministri, li associa alle sue decisioni.

Nei testi biblici il Signore è il capo incontestato dell’assemblea celeste. Gli altri membri possono essere descritti come figli degli dèi, figli dell’Altissimo, serafini o esercito del cielo.

Essi svolgono varie funzioni subordinate: dare consiglio o aiutare nell’esecuzione delle decisioni di Dio, lodarlo e glorificarlo, aiutare gli esseri umani poveri e oppressi.

In un certo numero di testi emerge l’idea che un profeta vero abbia accesso alla corte celeste, dove ascolta le decisioni di Dio e riceve la sua missione.

Isaia si offre volontario per una missione che verrà subito precisata. La sua risposta è breve, pronta e totale: «Eccomi, manda me!».

La risposta del profeta non è un’autocandidatura. Le chiamate sono sempre indirette e devono essere colte all’interno delle esperienze che si fanno nella vita.

Esistono esperienze quotidiane e usuali, così come esperienze forti, rare e speciali. Il fatto che tutto questo avvenga nell’ambito liturgico mostra che il confine tra esperienze feriali e peculiari non è facile da stabilire.

Il culto è una dimensione della vita alla quale si partecipa normalmente, ma non è sempre facile coglierne le valenze mistiche e rivelatrici.

La vocazione come passaggio da contemplazione a missione

La vocazione di Isaia segue un movimento preciso: visione, turbamento, confessione, purificazione, ascolto e invio.

MomentoParola o gestoSignificato spirituale
Contemplazione«Io vidi il Signore»Riconoscere il primato e la santità di Dio
Turbamento«Ohimè! Io sono perduto»Prendere coscienza della propria fragilità e del peccato
Confessione«Un uomo dalle labbra impure io sono»Riconoscere la propria responsabilità e la solidarietà con il popolo
PurificazioneIl carbone sulle labbraAccogliere il perdono e la trasformazione operata da Dio
Ascolto«Chi manderò?»Lasciarsi interpellare dalla volontà divina
Disponibilità«Eccomi, manda me!»Rispondere con libertà alla missione

La grazia non finisce con il perdono, ma conduce alla missione. Lo stesso Dio che ha scosso Isaia e gli ha mostrato il suo peccato è il Dio che lo purifica e lo invia.

La chiamata di Dio invita ad annunciare a tutti gli uomini la sua santità e la sua gloria. Attraverso la testimonianza della nostra vita possiamo proclamare che solo Dio è l’unico Bene e solo lui è Santo.

Una missione difficile: annunciare a un popolo indurito

La missione affidata a Isaia è singolare e quasi contraddittoria. Egli deve annunciare al popolo che, per quanto ascolti, non capirà e che, per quanto veda, non conoscerà.

Il messaggio di Dio attraverso la predicazione di Isaia avrebbe indurito i cuori, chiuso le orecchie e accecato gli occhi. A differenza di Isaia, che aveva visto il proprio bisogno di purificazione, la maggior parte delle persone non avrebbe visto il proprio bisogno di conversione.

Dio prende le distanze dal popolo, che non è individuato da alcun aggettivo possessivo, ma da un freddo «questo popolo». Si tratta di un giudizio e di una correzione che sono però aperti sul futuro.

Il profeta non viene mandato con parole rassicuranti, ma con parole di giudizio per un popolo perduto. La sua predicazione avrebbe messo in luce la sordità, la cecità e l’indurimento di coloro che non volevano convertirsi.

Il compito di Isaia non consiste nel garantire il successo immediato della predicazione. Egli è chiamato alla fedeltà, non al controllo dei risultati.

Come l’autista che rifiuta le indicazioni stradali, gli abitanti di Giuda continuano con sicurezza per la propria strada, anche se essa conduce alla distruzione.

Isaia si presenta davanti a loro con un segnale di avvertimento: «Pericolo in vista!». Ma la maggior parte continua per la propria strada, perduta, anche se questa porta alla distruzione.

Il profeta deve accettare che la parola possa essere rifiutata. Il rifiuto non annulla la missione e non rende inutile l’annuncio.

«Fino a quando, Signore?»

Isaia non chiede «perché?», ma «fino a quando?». La domanda non è una fuga dalla missione, ma l’espressione di una fede che vuole comprendere la durata della prova.

Isaia chiede solo «fino a quando» durerà la grande prova: ed è qui che si vede come essa sia aperta su un punto di speranza. La prova avrà fine e non sarà definitiva per il destino del popolo.

La risposta divina parla di città devastate, case senza abitanti, campagna deserta e popolo allontanato. Il giudizio sarebbe durato fino a quando l’esilio non avesse spazzato via ogni falsa sicurezza.

La salvezza non si compie scavalcando i guai, le incertezze, le sventure e i cataclismi di cui gli uomini fanno esperienza. La salvezza viene passando attraverso quei riscontri disastrosi dei quali non si può più nascondere l’evidenza.

La storia della salvezza non funziona evitando la condizione fallimentare dell’uomo. La salvezza, opera di Dio nella storia umana, si compie attraversando l’inquinamento, l’indurimento e l’inasprimento del cuore umano.

La salvezza non si manifesta perché la catastrofe viene esclusa per un caso fortunato, ma proprio passando attraverso la catastrofe.

Il ceppo e la progenie santa

Alla fine del giudizio resta un ceppo: «Progenie santa sarà il suo ceppo». Il popolo viene ridotto quasi a nulla, ma la promessa non viene cancellata.

Questa immagine sta come un sommario anticipativo della teologia di Isaia. Dopo che il popolo è stato eroso, sgretolato e sbriciolato, resta il ceppo, e il ceppo è progenie santa.

Gli Assiri seguivano una prassi politica nella quale, dopo aver conquistato un paese, deportavano la classe dirigente e gli abitanti, lasciandone una parte minima sul proprio suolo e spostandovi altre popolazioni.

Il «resto» era quel decimo che rimaneva. All’origine, dunque, è una nozione politica: una parte minima della popolazione dalla quale non ci si può aspettare nulla.

Isaia trasforma questa nozione in una realtà teologica: sarà un «resto santo», purificato e convertito, capace di garantire una rinascita.

Il «resto» è ciò che viene reciso, separato, e questo ha a che fare con il concetto di santità. «Santo» indica ciò che viene separato, trascendente.

Nel Proto-Isaia è solo un resto che si salva, e ciò comporta castigo e decimazione, morte e resurrezione.

La speranza non nasce dalla forza apparente del popolo, ma dalla fedeltà di Dio che conserva un seme anche quando tutto sembra distrutto.

Ceppo secco con germoglio verde

La teologia della santità in Isaia

Nella vocazione di Isaia troviamo l’invocazione liturgica del Trisagion: «Santo, santo, santo». Nel libro di Isaia Dio è spesso chiamato «il Santo d’Israele».

Questa espressione unisce la trascendenza di Dio con il suo coinvolgimento nel popolo d’Israele. La santità di Dio è un tratto specifico della visione teologica di Isaia.

La santità di Dio è in rapporto con la santità del resto e con la salvezza. Essa è costitutiva della vocazione di Isaia e della sua identità di profeta: anch’egli è un «messo a parte».

La santità non è estraneità alla storia. Il canto dei serafini afferma infatti: «Tutta la terra è piena della sua gloria».

La gloria è il peso sociale e l’influenza che una persona ha e può esercitare. Dio non è estraneo alla storia degli uomini, sulla quale ha una reale signoria che raggiunge ogni angolo della terra.

Il Dio d’Israele è un Dio con un suo corteggio, pieno di maestà, la cui giurisdizione raggiunge tutta la terra e le schiere celesti. È una realtà storica e cosmica.

La vocazione nel contesto della storia

Isaia non riceve la chiamata fuori dalla storia. La visione avviene nell’anno della morte di Ozia, mentre il regno di Giuda vive una fase di incertezza e l’impero assiro si prepara a espandersi.

Il culto al quale Isaia partecipa nel tempio non è un vezzo estetico per amanti delle belle cerimonie. È il momento che celebra il mistero della presenza instancabile di Dio negli avvenimenti umani.

Il Dio dell’alleanza ha chiamato, guidato e sostenuto il suo popolo. Egli interviene ancora per conseguire gli obiettivi corrispondenti alle sue misteriose, ma dichiarate, intenzioni d’amore.

Isaia è coinvolto nella celebrazione del culto e vede la gloria, cioè la presenza operosa di Dio nella vicenda umana.

Il Dio santo avanza nella storia, ma questa avanzata coincide con l’esperienza intensa e drammatica della mancata corrispondenza dell’uomo.

La santità del Dio vivente avanza nonostante tutto: spinge, preme, si infiltra e provoca conseguenze sempre più coinvolgenti che, all’apparenza immediata, assumono la fisionomia di eventi catastrofici.

La distanza tra la condizione umana e l’iniziativa del Dio vivente è tristissima, amarissima e dolorosissima. Dio vuole coinvolgere la creatura umana nella comunione con la sua irrevocabile e incrollabile volontà d’amore.

La storia del popolo di Dio è esemplare per l’interpretazione di tutta la storia umana. Il cuore umano non è pronto a corrispondere all’iniziativa del Dio vivente.

Il rapporto tra vocazione e missione

La liturgia della quinta domenica del tempo ordinario propone come tema centrale il binomio vocazione-missione. Nella prima lettura il profeta Isaia vede la gloria di Dio prima ancora di essere inviato a una missione.

Nella seconda lettura san Paolo riconosce di essere chiamato da Dio, ma solo per grazia. Il Vangelo presenta Pietro, che percorre un cammino di incertezze e dubbi, ma anche di grande fiducia verso il Signore Gesù.

La presenza e il perdono di Gesù nella nostra vita ci fanno cogliere la bellezza e la fecondità della vocazione cristiana.

La chiamata di Dio invita ad annunciare a tutti gli uomini la sua santità e la sua gloria.

Pietro e Isaia: due vocazioni davanti alla santità di Dio

Il Vangelo secondo Luca presenta Gesù presso il lago di Gennèsaret, mentre la folla gli fa ressa attorno per ascoltare la parola di Dio. Gesù sale sulla barca di Simone e insegna alle folle.

Quando ebbe finito di parlare, dice a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone risponde: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

Pietro decide di fidarsi e scommette su quella parola del Maestro. È questo il suo primo atto di fede in Gesù.

Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Al vedere questo, Simon Pietro si getta alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».

Come Isaia davanti alla visione del Signore, Pietro riconosce la propria indegnità davanti alla grandezza e alla generosità di Gesù.

Isaia dice: «Un uomo dalle labbra impure io sono». Pietro dice: «Sono un peccatore». Entrambi riconoscono la propria povertà non davanti a una condanna astratta, ma davanti a una manifestazione della grandezza e della misericordia di Dio.

Gesù dice a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Come a Pietro, Gesù dice a noi oggi: «Non temere, abbi il coraggio di osare nel credere, rischia con l’amore verso ogni tuo fratello».

«Sulla tua parola getterò le reti»

La fiducia nella parola di Gesù permette a Pietro di vedere in profondità. Egli comincia a vedere con gli occhi di Dio.

Come Pietro, lo sconforto e la mancanza di fiducia ci assalgono in alcuni momenti della vita. Ma l’ascolto e l’obbedienza alla parola di Gesù riportano la pace e donano la libertà interiore per rispondere alla chiamata con prontezza.

La missione cristiana non nasce dalla sicurezza nelle proprie capacità, ma dalla fiducia nella parola del Signore.

La nostra intelligenza, i nostri progetti, le diverse capacità e le virtù non ci salvano. Solo la fede in Cristo e l’umiltà di riconoscere che solo lui compie prodigi nella nostra storia, nelle nostre comunità e nelle nostre famiglie aprono alla fecondità della missione.

«Pescatore di uomini»: la missione come dono di vita

Nella cultura ebraica il mare era simbolo del caos, della morte e del pericolo. Era considerato il luogo nel quale abitavano le forze contrapposte a Dio.

La missione di Pietro sarà proprio quella di prendere uomini vivi: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini». Il significato è salvare gli uomini, raccogliere ogni uomo per donargli la vera vita, la vita in Cristo.

I discepoli sono introdotti nel mistero di Dio e diventano partecipi della sua opera salvifica.

Siamo chiamati anche noi a essere portatori del Vangelo, a ridonare Cristo a tutti.

La vocazione cristiana non è un privilegio destinato a pochi. È una chiamata a testimoniare con la parola e con le opere che Dio è l’unico Santo e il vero Signore della storia.

Paolo: la missione come grazia

Nella seconda lettura Paolo ricorda alla comunità dei Corinzi il contenuto del Vangelo che ha ricevuto e custodito con fedeltà.

Paolo riconosce la sua piccolezza: «Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio».

Subito aggiunge: «Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana».

Paolo si considera un uomo povero che ha come unica fortezza e ricchezza Cristo. Il fatto che egli sia apostolo è solo grazia.

Tutte le volte che lasciamo agire Dio in noi, la sua grazia ci avvolge e noi risplendiamo della sua luce.

La vocazione apostolica non è una ricompensa per una perfezione già raggiunta. È il frutto della grazia che trasforma un peccatore e lo rende testimone.

Paolo non attribuisce a sé il risultato della missione: «Non io però, ma la grazia di Dio che è con me».

La misericordia che libera dal peccato

Chi vive nel timore di Dio può sentirsi bloccato tra il peccato e il pentimento. Molte persone aspirano alla virtù e sono pentite del proprio peccato, ma la debolezza le obbliga a fare i conti con le cadute.

La misericordia di Dio è ben più vasta di quanto si possa concepire. Egli attende senza sosta il più piccolo segno di pentimento di colui che si è lasciato sottrarre una parte di giustizia nella lotta contro le passioni e il peccato.

La scoperta della nostra povertà, dei nostri limiti e dei nostri peccati può diventare esperienza del perdono di Dio e condurre a vivere in ogni momento in costante rapporto d’amore con lui.

La misericordia non nega la gravità del peccato, ma impedisce che il peccato abbia l’ultima parola.

La risposta francescana alla chiamata

La tradizione francescana esorta ad ascoltare con il cuore la voce del Figlio di Dio, a osservare i suoi precetti e ad adempiere i suoi consigli.

Il Signore manda nel mondo intero i suoi discepoli affinché rendano testimonianza alla sua voce con la parola e con le opere e facciano conoscere a tutti che non c’è nessuno Onnipotente eccetto lui.

Perseverare nella disciplina e nella santa obbedienza significa assumere con proposito buono e fermo le responsabilità ricevute.

Il Signore Dio si offre a noi come a figli.

Per la meditazione personale

1. Davanti a quale trono vivo?

Il racconto comincia nell’anno della morte di un re. Il trono umano appare fragile e transitorio, mentre il Signore rimane intronizzato.

Quali poteri, paure o sicurezze occupano il centro della mia vita? Riesco a riconoscere che il Signore è ancora al comando anche quando le mie certezze crollano?

2. Quale volto della santità di Dio riconosco?

La santità di Dio è trascendenza, purezza e alterità, ma anche presenza operosa nella storia. «Tutta la terra è piena della sua gloria».

La mia preghiera mi conduce all’adorazione o pretende soltanto risposte immediate? Riesco a riconoscere la gloria di Dio nelle vicende concrete della mia vita?

3. Quali sono le mie «labbra impure»?

Isaia non nasconde la propria fragilità. Egli riconosce di appartenere a un popolo dalle labbra impure.

Quali parole, atteggiamenti o silenzi rivelano la mia difficoltà a vivere nella verità? In quali ambiti ho bisogno di chiedere perdono?

4. Mi lascio purificare?

Isaia non si purifica da solo. La purificazione viene da Dio e prepara il profeta alla missione.

Accetto che la grazia preceda ogni mia risposta? Vivo il perdono come una realtà che mi libera o continuo a definirmi soltanto attraverso le mie colpe?

5. Riesco ad ascoltare la domanda di Dio?

«Chi manderò e chi andrà per noi?» è una domanda rivolta a Isaia dopo la visione e la purificazione.

In quali situazioni concrete percepisco che Dio mi sta chiedendo disponibilità? Quali resistenze mi impediscono di rispondere?

6. Che cosa significa per me «Eccomi»?

«Eccomi» è una risposta breve, ma contiene la disponibilità della persona intera. Isaia non conosce ancora tutti i dettagli della missione, ma si consegna alla parola di Dio.

La mia disponibilità dipende dalla conoscenza di ogni particolare o nasce dalla fiducia nel Signore?

7. Come vivo la missione quando non vedo risultati?

Isaia viene inviato a un popolo che ascolta senza comprendere e guarda senza conoscere. La sua missione non è accompagnata da un successo immediato.

So rimanere fedele anche quando la mia parola viene rifiutata? Riesco a distinguere la fedeltà alla chiamata dal bisogno di ottenere approvazione?

8. Dove riconosco il ceppo?

Quando tutto sembra distrutto, resta il ceppo della progenie santa. La speranza non coincide con l’assenza di crisi, ma con la presenza di un seme che Dio conserva.

Quali segni di vita, fede e speranza riconosco nelle situazioni che sembrano più compromesse?

Una preghiera sulla vocazione di Isaia

Signore Dio, tu sei il Santo, il Re intronizzato, colui la cui gloria riempie tutta la terra. Apri i nostri occhi perché possiamo riconoscere la tua presenza nella storia e nel cuore della nostra vita.

Fa’ che, come Isaia, sappiamo confessare la nostra fragilità senza lasciarci schiacciare dal senso di colpa. Purifica le nostre labbra e il nostro cuore, perché possiamo ascoltare la tua parola e parlare con verità, misericordia e coraggio.

Quando ci domandi: «Chi manderò?», donaci la libertà di rispondere: «Eccomi, manda me!». Rendici fedeli anche nelle difficoltà, capaci di annunciare il Vangelo e di testimoniare la tua santità con la parola e con le opere.

Signore Gesù, accresci in noi la fede. Fortifica la nostra libertà e volontà perché possiamo rispondere alla tua chiamata. Permettici di incontrare il tuo perdono affinché amiamo e doniamo te a tutti i nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore. Amen.

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