Il caso Bibbiano secondo Il Fatto Quotidiano: accuse, processo e sentenze

Il cosiddetto “caso Bibbiano” sul presunto sistema di affidi illeciti nella Val d'Enza, nel Reggiano, venne alla ribalta nel 2019. L’inchiesta “Angeli e demoni” diventò uno dei temi principali di contesa nella campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna, con leader politici che si alternarono a fare comizi nel piccolo centro della bassa emiliana e indossarono magliette a tema in Parlamento, con polemiche a non finire, strumentalizzazioni e scambio di querele.

Il processo che ha fatto crollare le accuse si è concluso con tre condanne, tutte con pena sospesa, e con 11 assoluzioni o proscioglimenti per prescrizione. Nelle 1.650 pagine di motivazioni depositate dal tribunale di Reggio Emilia, i giudici hanno definito debole l’impianto accusatorio e hanno richiamato l’impatto devastante del clamore mediatico su imputati, testimoni e famiglie coinvolte.

Che cosa accadde a Bibbiano nel 2019

Il piccolo centro di Bibbiano è un paese di circa 10mila abitanti, non lontano da Reggio Emilia. L'inchiesta era partita nel 2018 a seguito di una anomala escalation di denunce alla magistratura da parte dei servizi sociali coinvolti che avevano segnalato casi di abusi sessuali e violenze a danni di minori commessi da parte dei genitori.

A fine giugno del 2019 più di venti persone vennero indagate e 16 di loro sottoposte a misure cautelari. Si trattava di amministratori locali, tra cui il sindaco del paese, assistenti sociali, educatori e psicoterapeuti. Vennero accusati di aver redatto o agevolato relazioni false per allontanare dei bambini dalle loro famiglie e darli in affido, in alcuni casi, ad amici e conoscenti.

Secondo le accuse della procura di Reggio Emilia queste false relazioni venivano scritte dopo sedute di psicoterapia che avevano suggestionato i minori, alterandone i ricordi fino a indurli, in qualche caso, ad accusare ingiustamente i genitori di molestie sessuali.

Il presunto “sistema” della Val d’Enza

Funzionari pubblici, assistenti sociali, medici e psicologi erano tutti gravitanti attorno ai servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, un consorzio di sette comuni nel Reggiano. Secondo le accuse avevano manipolato le testimonianze dei bambini e cercato sistematicamente di sottrarre i piccoli a famiglie in difficoltà per affidarli, in cambio di soldi, ad amici o conoscenti.

Vennero diffusi dettagli relativi alle presunte pratiche ideate allo scopo di creare prove da utilizzare poi contro i genitori naturali: l’uso di una “macchinetta della verità” a impulsi elettromagnetici per indurre nei piccoli falsi ricordi, i disegni modificati a sfondo sessuale.

Nel primo caso, è poi emerso, si trattava in realtà di un apparecchio utilizzato in psicoterapia per mandare ai pazienti stimoli acustici e tattili e non di una macchina per l’elettroshock come inizialmente circolato anche sui media.

La onlus Hansel e Gretel e Claudio Foti

Le sedute dei minori, secondo l’ipotesi degli inquirenti, avvenivano in una struttura gestita dalla onlus Hansel e Gretel. Questo centro privato specializzato in abusi su minori era gestito da Claudio Foti e dalla sua moglie dell’epoca, Nadia Bolognini, entrambi psicoterapeuti.

La onlus, secondo le accuse, avrebbe ricevuto dal Comune compensi di circa 135 euro per ogni seduta di psicoterapia “a fronte della media di 60-70 euro e nonostante il fatto che l’Asl potesse farsi carico gratuitamente del servizio”.

Foti aveva scelto di essere giudicato col rito abbreviato. Nel 2021 è stato condannato in primo grado per abuso d’ufficio e lesioni dolose gravi, ma poi è stato assolto in appello nel 2023 e poi in via definitiva dalla Cassazione.

Claudio Foti era stato accusato di aver manipolato una ragazza convincendola di aver subito abusi sessuali, causandole un disturbo borderline, perizia contestata da ben 200 psicoterapeuti e psicologi.

I giudici d’Appello hanno assolto Claudio Foti perché il fatto non costituisce reato e lo hanno assolto anche dall’accusa di abuso d’ufficio, ovvero per un affidamento senza bando pubblico perché il fatto non sussiste.

La Cassazione conferma l’assoluzione per Claudio Foti: “Finalmente liberato da un peso enorme”.

La difesa di Foti ha sostenuto che “la macelleria mediatica e giudiziaria che si è scatenata a Bibbiano” aveva trasformato in un criminale chi difendeva soggetti deboli e bambini. “Questa assurdità è stata sconfessata”.

La posizione di Nadia Bolognini

L’ex moglie, Nadia Bolognini, per cui erano stati chiesti otto anni dalla pm Valentina Salvi, ha concluso il processo di primo grado nel 2025 senza alcun addebito.

Sono 23, invece, le contestazioni che erano state avanzate per Nadia Bolognini, psicoterapeuta della onlus Hansel&Gretel ed ex moglie di Claudio Foti, principale indagato dell’inchiesta, processato e assolto separatamente.

Anche Bolognini è stata assolta da tutte le accuse perché il fatto non sussiste. La stessa formula è stata usata per quasi tutte le assoluzioni degli altri imputati.

I giudici affrontano infine il tema dell’utilizzo del dispositivo Neurotek, la cosiddetta “macchinetta dei ricordi”, al centro delle contestazioni nei confronti della psicoterapeuta Nadia Bolognini, poi assolta.

La sentenza esclude che dall’uso del dispositivo siano derivati rischi per i minori. Secondo il tribunale, il consenso al trattamento era legittimamente espresso dai servizi sociali, poiché i genitori naturali erano stati sospesi dalla responsabilità genitoriale.

Inoltre, non è emerso alcun elemento che dimostri la pericolosità del dispositivo: le vibrazioni e i segnali elettrici sono paragonabili, per intensità, a quelli di una normale cuffia audio, e non vi sono prove che il macchinario sia stato utilizzato in modo improprio.

L’ex sindaco Andrea Carletti

Un altro simbolo di questa vicenda è stato l'ex sindaco di Bibbiano Andrea Carletti, del Pd, finito inizialmente agli arresti domiciliari quando scattarono le misure cautelari dei carabinieri. Carletti venne sospeso dalle sue funzioni dal prefetto e si era comunque autosospeso dal Pd.

Secondo le accuse avrebbe disposto “lo stabile insediamento di tre terapeuti privati della onlus Hansel e Gretel nei locali della struttura pubblica ‘La Cura’, della cui istituzione si era personalmente occupato anche attraverso pubblici convegni in cui era relatore e ai quali venivano invitati a partecipare, retribuiti, gli operatori” e non avrebbe seguito “la procedura” corretta di affidamento dei servizi ai terapeuti.

Era accusato di falso ideologico, da cui era stato prosciolto, e abuso d’ufficio, da cui è stato assolto a ottobre 2024 perché il capo d’accusa non è più reato dopo la riforma Nordio.

Prima della sentenza del processo principale, il caso Bibbiano aveva portato all’assoluzione in via definitiva dello psicoterapeuta Foti e anche all’uscita di scena di Andrea Carletti, ex sindaco di Bibbiano, prosciolto con la formula perché il fatto non è previsto come reato, in seguito all’abrogazione dell’abuso d’ufficio.

Il processo “Angeli e Demoni”

Il 9 luglio 2025 è arrivata la sentenza di primo grado del processo “Angeli e Demoni”, sul presunto sistema di affidi illeciti. I giudici del tribunale collegiale di Reggio Emilia hanno comminato tre condanne, con pena sospesa: due anni a Federica Anghinolfi, per due capi di imputazione, ex responsabile dei Servizi sociali della Val d'Enza, un anno e otto mesi all'assistente sociale Francesco Monopoli, cinque mesi a Flaviana Murru, neuropsichiatra.

Per il resto, i giudici hanno pronunciato assoluzioni per gli altri 11 imputati con alcuni proscioglimenti per prescrizione. L’inchiesta ribattezzata “Angeli e Demoni” della procura di Reggio Emilia aveva provocato grande clamore, perché ipotizzava un sistema di affidi illeciti di bambini.

ImputatoPosizione processualeContestazione rilevante
Federica AnghinolfiDue anni, pena sospesaDue episodi di falso in atto pubblico
Francesco MonopoliUn anno e otto mesi, pena sospesaFalso in atto pubblico
Flaviana MurruCinque mesi, pena sospesaRivelazione di segreto
Nadia BologniniAssoltaIl fatto non sussiste
Claudio FotiAssolto in via definitivaLesioni e abuso d’ufficio
Andrea CarlettiProscioltoAbuso d’ufficio non più previsto come reato

Le accuse rimaste in piedi

La Procura di Reggio Emilia aveva chiesto condanne fino a 15 anni per oltre 100 capi di imputazione ma le uniche pene decise dal tribunale collegiale riguardano tre distinti episodi di falso in atto pubblico, due contestati a Federica Anghinolfi, uno a Francesco Monopoli, e un'accusa di rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale, per la neuropsichiatra Floriana Murru.

In particolare per Anghinolfi, ex responsabile dei Servizi sociali dell’Unione Val d’Enza e considerata dalla Procura reggiana la figura chiave del “sistema”, i falsi erano su una causale relativa a un rimborso e un altro sulle spese di bilancio, mentre per Monopoli, assistente sociale, su una relazione chiesta dal tribunale civile per decisioni da prendere su un minore.

I due capi d’imputazione per i quali è stata condannata Anghinolfi riguardano due fattispecie di falso in atto pubblico: in un caso per una questione di rimborsi di rette, nell’altro per una vicenda inerente l’approvazione del bilancio dell’unione dei comuni della Val d’Enza.

Anghinolfi è stata assolta per 48 capi d’imputazione con la formula perché il fatto non sussiste, in due casi per non aver commesso il fatto, in tre casi perché i fatti contestati non costituiscono reato. Relativamente a otto capi d’imputazione le giudici Sarah Iusto, Michela Caputo e Francesca Piergallini hanno decretato il non doversi procedere perché è scattata la prescrizione.

Di questa decisione ha beneficiato anche l’assistente sociale Francesco Monopoli, braccio destro di Anghinolfi: per lui la procura aveva chiesto una condanna a undici anni e sei mesi. È stato condannato solo a un anno e otto mesi per un’altra contestazione di falso in atto pubblico: è accusato di aver stilato una relazione non veritiera in merito alle condizioni di una minore.

Monopoli è stato assolto invece per 26 capi d’imputazione. Cinque mesi è invece la pena decisa dalle giudici per la neuropsichiatra Flaviana Murru: è accusata di rivelazione di segreto per aver riferito ad altri indagati alcune domande che le erano state poste dagli inquirenti durante il suo interrogatorio.

Le motivazioni dei giudici

L’inchiesta sugli affidi nella Val d’Enza, nota come caso “Angeli e Demoni” o “caso Bibbiano”, si chiude con un’altra sentenza che smonta in larga parte l’impianto accusatorio della Procura di Reggio Emilia e richiama esplicitamente l’impatto devastante che il clamore mediatico ha avuto su imputati, testimoni e famiglie coinvolte.

Nelle 1.650 pagine di motivazioni depositate dal tribunale di Reggio Emilia, i giudici sottolineano come, dal 27 giugno 2019, giorno delle misure cautelari, la vicenda abbia generato un’attenzione mediatica tale da “travolgere non solo le sorti dei bambini e dei loro familiari, ma anche, con conseguenze non calcolabili, le vite degli imputati e degli stessi testimoni”.

I giudici hanno descritto l’impianto accusatorio come intrinsecamente debole, fondato su premesse fragili, opinabili e poco ancorate ai fatti. Il processo penale deve invece basarsi sui fatti dimostrati nel contraddittorio.

La posizione di Federica Anghinolfi

Per quanto riguarda Anghinolfi, figura centrale dell’inchiesta secondo l’accusa, il tribunale ha evidenziato come le contestazioni si siano fondate su “argomenti generici e suggestivi”, legati soprattutto al suo ruolo dirigenziale.

I giudici sottolineano che l’accusa non è riuscita a dimostrare la consapevolezza della dirigente circa la presunta falsità delle relazioni, rilevando come alcune imputazioni riguardassero documenti che Anghinolfi non aveva nemmeno firmato.

“Oggi sappiamo che non esistono demoni contrapposti agli angeli, che la nostra assistita non è una ‘ladra di bambini’ e che non ha mai agito per interessi diversi da quello superiore della tutela dei minori. Questa verità giudiziale ci ripaga degli sforzi compiuti, ma non cancella la distruzione mediatica dell’immagine della nostra assistita né i danni irreparabili e incalcolabili provocati al sistema della tutela dei minori”, hanno commentato a caldo i suoi difensori, gli avvocati Oliviero Mazza e Rossella Ognibene.

Il ruolo dei servizi sociali

Un passaggio chiave della sentenza riguarda il lavoro dei servizi sociali, che secondo il tribunale non avevano alcuna intenzione di ingannare i giudici minorili.

L’istruttoria ha dimostrato come operatori dei servizi “abbiano sempre agito su specifico mandato del Tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione, come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari, oppure nell’ambito di quanto dallo stesso Tribunale loro delegato, come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti”.

“A ciò si aggiunga che, nel farlo, gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’Autorità giudiziaria”, cioè i giudici minorili che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni.

“Sebbene molte di queste siano state tacciate di falsità, non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta”.

Dunque, sia le decisioni che l’operato del Servizio sociale, “non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano”.

Il collegio evidenzia inoltre come le decisioni e le valutazioni dei servizi sociali fossero di natura tecnico-professionale e che non sia stata provata né l’abnormità, né l’erroneità di tali valutazioni, né la falsità dei dati di fatto su cui si basavano.

Proprio l’aver concentrato le accuse di falso su aspetti valutativi, anziché su dati oggettivamente falsi, viene indicato come uno degli elementi che ha rivelato “l’intrinseca debolezza dell’intero impianto accusatorio”.

Le consulenze tecniche e la teoria dei falsi ricordi

Particolarmente severo è il giudizio sulle consulenze tecniche della Procura. La sentenza sottolinea la “debolezza scientifica e metodologica” degli elaborati delle consulenti del pubblico ministero, che si erano basate anche sulla teoria dei “falsi ricordi”, ritenuta non unanimemente condivisa dalla comunità scientifica e comunque inidonea a fondare un accertamento penale oltre ogni ragionevole dubbio.

Secondo l’accusa, tali condotte sarebbero state finalizzate a “plasmare” la psiche dei minori inducendo falsi ricordi di abusi mai avvenuti, ipotesi che il tribunale non ha ritenuto provata.

La caduta delle accuse principali

I capi d’accusa sono quindi crollati in tribunale dopo tre anni di udienze e battaglie infuocate in aula tra Procura e difensori. Le imputazioni andavano dalla frode processuale al depistaggio, fino a maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione e peculato d'uso.

L'accusa sosteneva che in Val d'Enza ci fosse un business sugli affidi dei minorenni, con relazioni che ingannavano i magistrati minorili, ma il tribunale collegiale non lo ha riconosciuto.

Cadono quasi tutte le accuse al processo sul caso Bibbiano. La sentenza dei giudici del tribunale ridimensiona largamente il quadro, confutando quasi totalmente l’atto d’accusa della procura: sono, infatti, solo tre le condanne emesse con ben 11 tra assoluzioni e proscioglimenti per prescrizione.

Molto bassa anche l’entità delle condanne, tutte con pena sospesa, soprattutto se paragonate alle richieste dei pm: due anni per due capi di imputazione all’ex responsabile dei Servizi sociali della Val d’Enza, Federica Anghinolfi, che gli inquirenti consideravano come una delle figure centrali nell’inchiesta.

Per lei la pm Valentina Salvi aveva chiesto 11 anni e sei mesi, più altri tre anni e sei mesi per reati non connessi: quindici anni di richiesta, appena due quelli della condanna.

Il clamore mediatico e la “gogna”

La vicenda giudiziaria fu accompagnata da una forte esposizione pubblica degli indagati. Gli imputati vennero presentati come colpevoli prima della conclusione dei procedimenti, mentre il nome di Bibbiano diventò uno slogan politico e giornalistico.

Sono trascorsi quattro anni ma, ricordo ancora, la feroce gogna mediatica sugli indagati, sbattuti come mostri in prima pagina, esposti anche su aspetti della loro vita privata: relazioni e liti famigliari che nulla avevano a che fare con la vicenda processuale ma presentate in cronaca come prova di colpevolezza.

Ricordo le fake news sugli elettroshock inflitti ai bambini per manipolare la loro memoria e quelle sui milionari giri di denaro; ricordo anche i pellegrinaggi di decine di persone che deponevano scarpette bianche davanti al Municipio di Bibbiano come se in quel piccolo paese fosse avvenuta la strage degli innocenti.

L’inchiesta aveva provocato una feroce reazione politica e mediatica, con accuse generalizzate rivolte al Partito democratico e alla comunità di Bibbiano, anche se le contestazioni giudiziarie riguardavano singole condotte e singoli imputati.

La strumentalizzazione politica

All’epoca, la vicenda diventò anche un caso politico. Il centrodestra, e più tardi anche il M5s, accusò il Pd in una campagna dai toni molto violenti.

Meloni e Salvini andarono a Bibbiano accusando esplicitamente i dem per le responsabilità dei fatti. La giunta regionale guidata da Stefano Bonaccini venne attaccata duramente, anche perché l’anno successivo si tenevano le elezioni in Regione.

Si avvicinavano le elezioni regionali del 2020 e chi voleva espugnare la regione “rossa” fece lievitare quel pantano mediatico che distorse persino la realtà della stessa inchiesta.

All’epoca, Luigi Di Maio e Salvini crearono lo slogan “parlateci di Bibbiano”. I politici non devono strumentalizzare le vicende processuali e noi giornalisti dobbiamo ricordarci che il demonio non è il demonio ma un povero disgraziato che stiamo calunniando.

“Claudio Foti era già il mostro, lo era già nel titolo dell’inchiesta Angeli e Demoni. Se gli Angeli erano i bambini, i Demoni dovevano essere gli indagati”, ha commentato Goffredo Buccini del Corriere della Sera.

Le reazioni politiche successive

“Forse abbiamo esagerato nel generalizzare fatti specifici attribuendoli a tutto il Pd”. Circa un anno dopo la rivelazione dell’inchiesta sui presunti affidi illeciti della Val d’Enza, a parlare del caso Bibbiano e della gestione politica delle reazioni è stato il capo politico del M5s Vito Crimi.

La frase, dichiarata in un’intervista al Corriere della Sera, si riferiva alla campagna dell’ex capo politico Luigi Di Maio: proprio il ministro degli Esteri a luglio scorso, in un video, si era scagliato contro il Partito democratico dicendo che il M5s non sarebbe mai andato “con il partito di Bibbiano”.

Poi quelle stesse accuse furono portate avanti dal centrodestra, Lega in primis, ma quando Pd e M5s si trovarono insieme al governo e il dialogo divenne sempre più consolidato, le due parti sembrarono intenzionate a sciogliere anche questo nodo.

La sezione Pd di Bibbiano aveva però replicato che il riconoscimento non bastava: “La dignità non è per noi un valore negoziabile”.

“Mai vorremmo che si giungesse a questo accordo prima che una delle parti in gioco avesse pubblicamente riconosciuto di avere esagerato nell’esprimere alcune affermazioni e dietro presentazione di formali scuse alla nostra comunità ferita”, era il messaggio firmato dal segretario Stefano Marazzi.

“Quanto affermato nella sua intervista al Corriere dal responsabile politico del M5S Vito Crimi non solo non basta ma tralascia la parte più importante ossia la presa d’atto che non si possa, pur nella legittima e aspra battaglia politica, spandere odio gratuito nei confronti di comunità che neppure si conoscono al solo fine di ottenere qualche punto di consenso”.

“La campagna di offese e denigrazione contro la comunità democratica di Bibbiano è stata una pagina di brutta politica che abbiamo contrastato e condannato”, aveva dichiarato il capogruppo dem Graziano Delrio.

“Riconoscere che è stato un errore, come fa oggi l’onorevole Crimi, non può che essere considerato solo un primo passo se si vuole chiudere una fase che ha ferito profondamente la comunità di Bibbiano e dei democratici tutti”.

Il dibattito sulla stampa e sull’informazione

Se vogliamo parlare di Bibbiano, davvero, dobbiamo parlare di una pagina oscena della politica e dell’informazione.

La seconda questione riguarda il modo in cui la stampa ha gonfiato, inventando fake news di ogni tipo, un caso che avrebbe dovuto essere studiato e spiegato ai lettori sulla base di una informazione corretta.

La terza riguarda gli esponenti più in vista della politica italiana, divisi in due schieramenti: quello degli avvoltoi e quello dei Ponzio Pilato.

Il caso sollevò anche una discussione sul rapporto tra cronaca giudiziaria, presunzione di innocenza e responsabilità dei mezzi di informazione nel raccontare indagini ancora prive di una verifica processuale definitiva.

Claudio Foti era già il mostro, lo era già nel titolo dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. La rappresentazione pubblica degli indagati precedette così l’accertamento giudiziario e contribuì a fissare nella memoria collettiva un’immagine che le successive sentenze hanno ridimensionato.

Il confronto tra psicologia giuridica e psicologia del trauma

Lo psichiatra Luigi Cancrini ha individuato tre questioni centrali nella vicenda. La prima riguarda il merito scientifico delle motivazioni con cui si è arrivati a condannare Claudio Foti in primo grado.

Affermare che un terapeuta possa, con delle sedute di psicoterapia, determinare un disturbo borderline di personalità è un po’ come affermare, in termini di buon senso, che una formica può, arrabbiandosi, determinare un terremoto ma anche, in termini più tecnici, che i tumori sono causati dai farmaci antitumorali.

La seconda questione riguarda il modo in cui la stampa ha gonfiato, inventando fake news di ogni tipo, un caso che avrebbe dovuto essere studiato e spiegato ai lettori sulla base di una informazione corretta.

Cancrini, paragonando il caso Foti a quello Braibanti, si chiede “se l’odio veicolato dalla vera e propria campagna di disinformazione non dipenda soprattutto dal modo laico e coraggioso in cui tanti servizi e psicoterapeuti hanno cominciato ad affrontare, in questi ultimi 30 anni, il tema dei maltrattamenti e degli abusi”.

La vicenda è stata interpretata anche come una possibile resa dei conti tra la psicologia giuridica e la psicologia del trauma, oltre che come uno scontro tra i difensori della famiglia e i difensori dei diritti dei bambini.

Il confronto ha riguardato coloro che pensano che i legami tra genitori e figli vadano conservati ad ogni costo e coloro che pensano che quando c’è violenza, abuso e sopruso, quei legami vadano allentati o spezzati.

La Carta di Noto e il valore delle linee guida

Nei giorni degli arresti e del linciaggio mediatico, gli esponenti della psicologia giuridica plaudivano all’inchiesta Angeli e Demoni.

Si trattava di professionisti che sventolavano la Carta di Noto come fosse il verbo, anche se la Cassazione, in ben due ordinanze, ha stabilito che non ha alcun valore vincolante e non costituisce, di per sé, causa di inutilizzabilità della testimonianza o nullità della sentenza.

L’inosservanza della Carta di Noto non determina di per sé l’inattendibilità delle dichiarazioni raccolte.

Le storie dei minori e gli elementi emersi in aula

Le storie dei minori coinvolti erano vere e tristi. Ma ai paladini della verità cristallizzata nelle stanze della procura non è mai interessato scavare a fondo.

In nessun caso sono stati i servizi sociali o gli psicologi a parlare di abusi. Erano le madri, i medici, la scuola, persino i carabinieri.

Gli affidi sotto indagine non sono aumentati, ma sono addirittura diminuiti. Sono diminuiti anche gli invii agli psicoterapeuti coinvolti, così come le segnalazioni di abuso.

I testimoni dell’accusa, chiamati a rinforzare l’impianto accusatorio, hanno praticamente smontato la trama. Al punto che le difese hanno rinunciato ai propri testimoni, per non appesantire ulteriormente un processo già fragile.

Questi elementi sono stati richiamati nel dibattito successivo alla sentenza da chi ha ritenuto che i dati emersi in aula non confermassero l’idea di un sistema organizzato di affidi illeciti.

Le conseguenze sulle persone coinvolte

La sentenza ha ridimensionato il quadro accusatorio sul piano giudiziario, ma non ha cancellato automaticamente le conseguenze prodotte dagli anni di esposizione pubblica.

“Grande soddisfazione. Oggi tramonta la leggenda di Bibbiano. Sei anni di persecuzione e gogna, una caccia alle streghe contro la scienza e contro la cultura della cura dei soggetti deboli. Oggi è stata fatta giustizia. Ci aspettiamo le scuse di chi in questi anni ha urlato e incitato all’odio”, ha detto il legale di Nadia Bolognini, l’avvocato Luca Bauccio.

“Oggi sappiamo che non esistono demoni contrapposti agli angeli, che la nostra assistita non è una ‘ladra di bambini’ e che non ha mai agito per interessi diversi da quello superiore della tutela dei minori”, hanno dichiarato i difensori di Anghinolfi.

La verità giudiziale ha ridimensionato le accuse, ma non ha cancellato la distruzione mediatica dell’immagine degli imputati né i danni provocati al sistema della tutela dei minori.

“Questa sentenza è la sconfitta dei garantisti a giorni alterni”, ha detto Luca Bauccio, difensore di Claudio Foti.

Il significato giudiziario della sentenza

La sentenza non ha stabilito che ogni episodio segnalato fosse inesistente, ma ha escluso che fosse stata dimostrata l’esistenza del sistema criminoso descritto dall’accusa.

Il tribunale ha riconosciuto soltanto responsabilità circoscritte, relative a tre condanne per specifici fatti di falso e rivelazione di segreto, mentre le accuse più gravi e generali non hanno trovato conferma oltre ogni ragionevole dubbio.

Le valutazioni professionali dei servizi sociali non sono state ritenute automaticamente false solo perché discutibili o contestate. Secondo i giudici, l’accusa avrebbe dovuto dimostrare la falsità di dati oggettivi, l’errore o l’abnormità delle valutazioni e la consapevolezza degli imputati.

Le motivazioni sottolineano inoltre che l’impatto mediatico della vicenda ha avuto conseguenze non calcolabili sulle vite degli imputati e degli stessi testimoni.

La vicenda di Bibbiano è così diventata un caso emblematico non soltanto per il suo contenuto processuale, ma anche per il rapporto tra giustizia, informazione, scienza, tutela dei minori e uso politico delle indagini.

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