Il commento di Papa Francesco al Vangelo di Luca 10,38-42: Marta, Maria e il primato dell’ascolto

Nel Vangelo di Luca 10,38-42, Papa Francesco presenta Marta e Maria come due sorelle che accolgono Gesù in modi diversi: Maria si mette ai piedi del Signore e ascolta la sua parola, mentre Marta è assorbita dai molti servizi. Il problema non è il servizio in sé, ma il rischio di lasciarsi dominare dall’affanno fino a dimenticare la presenza di Gesù.

La “parte migliore” scelta da Maria è l’ascolto della parola del Signore, che deve precedere e accompagnare ogni attività cristiana. Contemplazione e servizio non sono atteggiamenti contrapposti: sono due aspetti essenziali della vita cristiana, da vivere in profonda unità e armonia.

Il testo del Vangelo di Luca 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.

Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Gesù con Marta e Maria a Betania

La scena di Betania: accogliere Gesù nella propria casa

Nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù trova ospitalità presso una famiglia: due sorelle, Marta e Maria, e il fratello Lazzaro, a Betania, nei pressi della la città santa, lo accolgono in casa offrendogli cibo e alloggio. Questo succederà spesso, in particolare nella settimana prima della passione di Gesù (cf. Mc 11,11; Mt 21,17; Gv 12,1-11).

Il vangelo di Giovanni ci dà molte notizie su questi tre amici di Gesù, da lui molto amati (cf. soprattutto Gv 11,1-43). Dunque Gesù, che è stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,51-55), trova una casa che lo accoglie, che gli permette di gustare l’intimità dell’amicizia, di riposare, di avere tempo per pensare alla sua missione.

San Luca racconta che una donna, chiamata Marta, ricevette Gesù nella sua casa. “Lo accolse come si è soliti ricevere i pellegrini - commenta sant’Agostino -. Anche se in realtà la serva ricevette il suo Signore, la malata il suo Salvatore, la creatura il suo Creatore”.

Il racconto ci dice che questa donna aveva una sorella chiamata Maria. Marta, però, è nominata per prima probabilmente perché era la padrona della casa. Comunque, ben presto Marta si sentirà sovraccarica di lavoro e preoccupata di preparare tutto ciò che le sembra necessario per servire Gesù.

La visita di Gesù, al quale volevano bene, era la loro festa. Un giorno, però, Marta imparò che il lavoro dell’ospitalità, pur importante, non è tutto, ma che ascoltare il Signore, come faceva Maria, era la cosa veramente essenziale, la “parte migliore” del tempo.

Marta e Maria: due atteggiamenti davanti a Gesù

Entrato in casa, è accolto da Marta, una donna attiva, intraprendente, che si sente impegnata a preparargli il cibo e una tavola degna di un rabbi, di un amico. Maria, l’altra sorella, appare invece una donna più contemplativa, che durante la sosta di Gesù in casa ama innanzitutto ascoltarlo, mettersi ai piedi del maestro e profeta per ricevere il suo insegnamento.

Alla presenza di Gesù, Maria assume così la postura classica del discepolo (cf. Lc 8,35; At 22,3). Gesù era seduto, parlando delle cose di Dio, perciò, Maria era seduta ai suoi piedi, ascoltando ogni sua parola.

La frase “seduta ai piedi di Gesù” era usata al tempo della Bibbia per descrivere un discepolo che ascoltava attentamente gli insegnamenti del maestro. La mente di Maria era concentrata su ogni parola che Gesù diceva.

Maria considerava essere un grande privilegio il poter ascoltare gli insegnamenti di Gesù. Lei capiva che non c’era nulla nel mondo più importante che stare vicino a Gesù ed ascoltare quando Egli insegnava. Si potrebbe dire che Maria pendeva dalle sue labbra.

Frattanto Maria gode della conversazione “non solo seduta vicino a Gesù - precisa san Giovanni Crisostomo -, ma ai suoi piedi; per manifestare la sollecitudine, l’assiduità, il desiderio di ascoltarlo e il grande rispetto che voleva dimostrare al Signore”.

Quindi, vediamo un contrasto qui fra Marta e Maria. Marta si impegnava a servire Gesù, ovvero, a “fare” per Lui, mentre Maria si impegnava a “ricevere” da Gesù quello che Egli stava facendo per lei, insegnandole le verità di Dio.

Il significato dell’ascolto di Maria

Maria, sedendosi ai piedi di Cristo e ascoltando il suo insegnamento come un discepolo qualsiasi, compie un’azione molto audace per quei tempi, perché la tradizione vietava espressamente di insegnare alle donne la legge di Dio.

La tradizione rabbinica affermava: «La tua casa sia un luogo di riunione per i sapienti; attaccati alla polvere dei loro piedi e bevi assetato le loro parole» (Mishnà, Avot I,4), ma questo compito era riservato agli uomini, non certo alle donne.

Ciò sarebbe stato non solo inusuale, ma anche scandaloso, come si legge sempre nella Mishnà: «Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche» (Sotah 3,4).

Al punto che un adagio della Mishnà (termine che designa l’insieme della Torah orale e il suo studio) redarguiva: «Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche». Tanto poco si considerava la donna, che si credeva che il contatto con lei deturpasse persino la più alta forma di sapienza.

Maria compie pertanto un gesto coraggioso, audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza: si fa discepola, sicura che Gesù non la respingerà, ma eserciterà il suo ministero rivolgendosi a una donna come agli uomini, accetterà di avere una discepola e non solo dei discepoli.

Dunque Maria, sottolinea Bianchi, «compie un gesto coraggioso, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza»: è una delle tante donne che, nel corso dei secoli, oseranno alzare il capo contro le tradizioni di una società fortemente maschilista, sfidando la mentalità corrente in nome di una dignità che, purtroppo ancora oggi, non riesce a trovare pieno rispetto.

Maria insegna alle giovani di oggi che apprendere è sempre un bene, che studiare con impegno apre orizzonti e libera dalle catene, che valorizzare i talenti naturali dell’intelligenza e del cuore è ciò che veramente distingue le donne libere e gli uomini liberi da chi, libero solo in apparenza, è in realtà schiavo della mediocrità dei sogni e dei pensieri.

Il rimprovero di Gesù a Marta

Marta stava facendo una buona opera, un’opera importante, perché Gesù e i suoi discepoli avevano bisogno di mangiare. Eppure, nonostante che Marta stesse servendo Gesù, preparando una cena che serviva, Marta stava peccando.

Gesù non contesta all’operosità di Marta il valore di accoglienza riguardo alla sua persona ma mette in guardia la donna dai rischi in cui può incorrere: l’affanno e l’agitazione.

Gesù, quindi, non biasima il servizio di Marta ma l’ansia con cui lo compie. Poco prima Gesù aveva spiegato nella parabola del seminatore che il seme caduto tra le spine evoca la situazione di coloro che ascoltano la Parola, ma si lasciano prendere dalle preoccupazioni (Lc 8,14).

Nel suo affaccendarsi e darsi da fare, Marta rischia di dimenticare - e questo è il problema - la cosa più importante, cioè la presenza dell’ospite, che era Gesù in questo caso. Si dimentica della presenza dell’ospite.

«Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno». Gesù risponde a Marta con un tono affettuoso: è questo il senso della ripetizione del nome «Marta, Marta».

Il problema non è il servizio, ma l’affanno

Certamente, era importante preparare una cena per Gesù. Quello che Marta stava facendo era una cosa buona in sé. Però, il suo cuore non era giusto, perché era tutta presa per ciò che doveva fare.

Il cuore di Marta era fissato su quello che stava facendo per Gesù, anziché su Gesù stesso. Lei stava facendo per Gesù, che in sé era buono ed importante. Però, il suo cuore era focalizzato sull’opera che stava facendo. Non era focalizzato su Gesù.

Il problema non era assolutamente QUELLO che Marta faceva. Il problema era il suo cuore nel farlo, ovvero, il problema era su cosa focalizzava il suo cuore.

Il fatto che gli impegni di Marta la portavano ad essere preoccupata ed inquieta, rivela che era troppo focalizzata sui suoi impegni. Dobbiamo capire questo.

Marta aveva tanti pensieri per la testa, non solo gli impegni, che in sé andrebbe bene, ma questi pensieri erano talmente vivi al punto che erano diventati delle preoccupazioni che le pesavano.

Gesù le ricorda che lei è preoccupata per «molte cose», mentre in realtà c’è bisogno di «una soltanto». La correzione riguarda dunque la dispersione interiore, non la generosità dell’accoglienza.

Quando il fare prende il posto della relazione

Marta era tutta presa dalle molte faccende, e questo era un peccato. E perciò, di conseguenza lei ha parlato bruscamente con Gesù, dicendo: “Signore, non t’importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.

Dovremmo essere scioccati di sentire Marta parlare così con Dio. In realtà, sta riprendendo Gesù! Riprende Gesù perché non è dalla sua parte.

Inoltre, Marta Gli comanda come doveva agire, dicendo che Gesù avrebbe dovuto dire a Maria di aiutarla. Quanto grave è il peccato di Marta!

Alla fine, infastidita da ciò che considera uno sgarbo della sorella e forse una certa indifferenza da parte di Gesù, Marta apostrofa il Signore con grande confidenza perché sia Lui a chiedere a Maria di collaborare.

Marta si preoccupava e si inquietava per tante cose. Anche noi ci preoccupiamo e ci inquietiamo per tante cose. Queste cose tolgono i nostri occhi da Cristo.

Spesso, come nel caso di Marta, sono tutte cose in sé buone, cose necessarie, che però, se ci fanno togliere gli occhi da Cristo, diventano occasione di peccato e dimostrano che il nostro cuore non è giusto.

La “parte migliore” scelta da Maria

Nella vita cristiana, nel nostro cammino verso il cielo, in realtà, una cosa sola è necessaria. Una cosa sola serve, un credente dovrebbe avere una cosa sola al cuore.

Maria ha scelto la parte migliore. Maria ha scelta la parte che ognuno di noi dovrebbe scegliere. Maria ha scelto quello che è il fulcro della vita cristiana.

Maria ha scelto di fissare il suo cuore e i suoi pensieri su Cristo, e su ogni parola che procede dalla sua bocca. La gioia di Maria era di stare con Gesù, e di ascoltare le sue parole.

Gesù fa capire che l’ascolto attento ai suoi piedi deve essere preferito e anteposto se vogliamo compiere veramente il suo comandamento d’amore.

Gesù non vuole cancellare il fare di Maria, ma vuole che esso si purifichi nella contemplazione, che ritrovi cioè il proprio punto focale.

Ecco perché Gesù afferma anche che “la parte migliore” di Maria non le sarà tolta, alludendo al fatto che invece la parte di Marta si può perdere.

Contemplazione e servizio non sono opposti

Nel corso della storia della Chiesa questa scena è stata molto meditata e interpretata dai Padri e dai santi. Spesso Marta è stata vista come simbolo dell’azione e del lavoro in questo mondo, mentre Maria come un simbolo della contemplazione e di ciò che sarà la visione beatifica di Dio.

In realtà, il vero contrasto è fra ascolto e non ascolto della parola di Gesù: se non c’è ascolto, non c’è vera vita cristiana; se c’è ascolto, ci può essere sequela anche nel frastuono di una città.

“Che cosa vuole dire Gesù? - si domandava Papa Francesco - Qual è questa cosa sola di cui abbiamo bisogno? Anzitutto è importante capire che non si tratta della contrapposizione tra due atteggiamenti: l’ascolto della parola del Signore, la contemplazione, e il servizio concreto al prossimo.

Non sono due atteggiamenti contrapposti, ma, al contrario, sono due aspetti entrambi essenziali per la nostra vita cristiana; aspetti che non vanno mai separati, ma vissuti in profonda unità e armonia.

In un cristiano, le opere di servizio e di carità non sono mai staccate dalla fonte principale di ogni nostra azione: cioè l’ascolto della Parola del Signore, lo stare - come Maria - ai piedi di Gesù, nell’atteggiamento del discepolo.

La contemplazione non è inattività. È dalla relazione con il Signore che nasce il servizio autenticamente cristiano.

“Ora et labora”: pregare e lavorare

Maria: il suo - chiarisce Francesco - non è un “dolce far niente”. Lei “guardava il Signore perché il Signore toccava il cuore e da lì, dall’ispirazione del Signore, è da dove viene il lavoro che si deve svolgere dopo”.

È la regola di San Benedetto, “Ora et labora”, che incarnano monaci e monache di clausura, i quali di certo - sottolinea il Papa - non “stanno tutta la giornata guardando il cielo. Pregano e lavorano”.

San Josemaría spiegava così questa realtà: “Maria ha scelto la parte migliore, si legge nel santo Vangelo. Se ne sta lì, a bere le parole del Maestro. In apparente inattività, prega e ama. Poi, accompagna Gesù nelle sue predicazioni per città e villaggi. Senza orazione, come è difficile accompagnarlo!”.

“Lavoriamo, e lavoriamo molto e bene, senza dimenticare che la nostra arma migliore è l’orazione. Pertanto, non mi stanco di ripetere che dobbiamo essere anime contemplative in mezzo al mondo, che cercano di trasformare il loro lavoro in orazione”.

In altre parole, senza la contemplazione, che dà senso ed efficacia al lavoro che si fa per Dio, prima o poi si finirà con l’abbandonare anche questo.

L’ascolto della Parola precede il servizio

La preghiera sgorga dall’ascolto di Gesù, dalla lettura del Vangelo. Non dimenticatevi, tutti i giorni leggere un passo del Vangelo.

La preghiera sgorga dalla confidenza con la Parola di Dio. C’è questa confidenza nella nostra famiglia? Abbiamo in casa il Vangelo? Lo apriamo qualche volta per leggerlo assieme? Lo meditiamo recitando il Rosario?

Il Vangelo letto e meditato in famiglia è come un pane buono che nutre il cuore di tutti. E alla mattina e alla sera, e quando ci mettiamo a tavola, impariamo a dire assieme una preghiera, con molta semplicità.

Luca è particolarmente attento a legare l’ascolto della Parola alla relazione con il Signore. Non si tratta di dividere la giornata in tempi da dedicare alla preghiera e altri al servizio, ma l’attenzione alla Parola precede e accompagna il servizio.

Questa attitudine non significa evasione dai propri compiti o responsabilità quotidiane, ma soltanto la consapevolezza che l’ascolto della Parola precede ogni servizio, attività.

Il desiderio di ascoltare Dio non può essere supplito da altre attività: bisogna dedicare un certo tempo e spazio a cercare il Signore.

L’impegno per coltivare l’ascolto della Parola nasce dall’attenzione a Dio: tutto può contribuire, l’ambiente il luogo, il tempo. Tuttavia il desiderio di incontrare Dio deve nascere dentro il proprio cuore.

Il commento di Papa Francesco: ascoltare l’ospite

Nel Vangelo odierno l’evangelista Luca racconta di Gesù che, mentre è in cammino verso Gerusalemme, entra in un villaggio ed è accolto a casa di due sorelle: Marta e Maria (cfr Lc 10,38-42).

Entrambe offrono accoglienza al Signore, ma lo fanno in modi diversi. Maria si mette seduta ai piedi di Gesù e ascolta la sua parola (cfr v. 39), invece Marta è tutta presa dalle cose da preparare.

Nel suo affaccendarsi e darsi da fare, Marta rischia di dimenticare - e questo è il problema - la cosa più importante, cioè la presenza dell’ospite, che era Gesù in questo caso.

E l’ospite non va semplicemente servito, nutrito, accudito in ogni maniera. Occorre soprattutto che sia ascoltato.

Ricordate bene questa parola: ascoltare! Perché l’ospite va accolto come persona, con la sua storia, il suo cuore ricco di sentimenti e di pensieri, così che possa sentirsi veramente in famiglia.

Ma se tu accogli un ospite a casa tua e continui a fare le cose, lo fai sedere lì, muto lui e muto tu, è come se fosse di pietra: l’ospite di pietra. No. L’ospite va ascoltato.

Non dobbiamo dimenticare che nella casa di Marta e Maria, Gesù, prima di essere Signore e Maestro, è pellegrino e ospite.

La sua risposta ha questo primo e più immediato significato: “Marta, Marta, perché ti dai tanto da fare per l’ospite fino a dimenticare la sua presenza? - L’ospite di pietra! - Per accoglierlo non sono necessarie molte cose; anzi, necessaria è una cosa sola: ascoltarlo - ecco la parola: ascoltarlo -, dimostrargli un atteggiamento fraterno, in modo che si accorga di essere in famiglia, e non in un ricovero provvisorio”.

Ascoltare Gesù nella preghiera

Certo, la risposta che Gesù dà a Marta - quando le dice che una sola è la cosa di cui c’è bisogno - trova il suo pieno significato in riferimento all’ascolto della parola di Gesù stesso, quella parola che illumina e sostiene tutto ciò siamo e che facciamo.

Se noi andiamo a pregare - per esempio - davanti al Crocifisso, e parliamo, parliamo, parliamo e poi ce ne andiamo, non ascoltiamo Gesù! Non lasciamo parlare Lui al nostro cuore.

Ascoltare: questa è la parola-chiave. Non dimenticatevi!

La preghiera non è soltanto una moltiplicazione di parole, ma è una relazione nella quale il credente rimane davanti al Signore e gli permette di parlare al cuore.

Non esistono tecniche che automaticamente ti portano a incontrare Dio. È un problema di amore: bisogna ascoltare Gesù, stare con Lui, e allora il dono viene comunicato, e inizia l’innamoramento.

La famiglia come luogo di ascolto e preghiera

“Il tempo della famiglia, lo sappiamo bene, è un tempo complicato e affollato, occupato e preoccupato. È sempre poco, non basta mai, ci sono tante cose da fare.

Chi ha una famiglia impara presto a risolvere un’equazione che neppure i grandi matematici sanno risolvere: dentro le ventiquattro ore ce ne fa stare il doppio!

Ci sono mamme e papà che potrebbero vincere il Nobel, per questo. Di 24 ore ne fanno 48: non so come fanno ma si muovono e lo fanno! C’è tanto lavoro in famiglia!

Lo spirito della preghiera riconsegna il tempo a Dio, esce dalla ossessione di una vita alla quale manca sempre il tempo, ritrova la pace delle cose necessarie, e scopre la gioia di doni inaspettati.

Una cosa che ho molto a cuore e che ho visto nelle città: ci sono bambini che non hanno imparato a fare il segno della croce!

Ma tu mamma, papà, insegna al bambino a pregare, a fare il segno della croce: questo è un compito bello delle mamme e dei papà!

E alla mattina e alla sera, e quando ci mettiamo a tavola, impariamo a dire assieme una preghiera, con molta semplicità: è Gesù che viene tra noi, come andava nella famiglia di Marta, Maria e Lazzaro.

Ascoltare le persone che ci sono affidate

Così intesa, l’ospitalità, che è una delle opere di misericordia, appare veramente come una virtù umana e cristiana, una virtù che nel mondo di oggi rischia di essere trascurata.

Infatti, si moltiplicano le case di ricovero e gli ospizi, ma non sempre in questi ambienti si pratica una reale ospitalità.

Si dà vita a varie istituzioni che provvedono a molte forme di malattia, di solitudine, di emarginazione, ma diminuisce la probabilità per chi è straniero, emarginato, escluso di trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo: perché è straniero, profugo, migrante, ascoltare quella dolorosa storia.

Persino nella propria casa, tra i propri familiari, può capitare di trovare più facilmente servizi e cure di vario genere che ascolto e accoglienza.

Oggi siamo talmente presi, con frenesia, da tanti problemi - alcuni dei quali non importanti - che manchiamo della capacità di ascolto. Siamo indaffarati continuamente e così non abbiamo tempo per ascoltare.

E io vorrei domandare a voi, farvi una domanda, ognuno risponda nel proprio cuore: tu, marito, hai tempo per ascoltare tua moglie? E tu, donna, hai tempo per ascoltare tuo marito?

Voi genitori, avete tempo, tempo da “perdere”, per ascoltare i vostri figli? o i vostri nonni, gli anziani? - “Ma i nonni dicono sempre le stesse cose, sono noiosi…” - Ma hanno bisogno di essere ascoltati!

Ascoltare. Vi chiedo di imparare ad ascoltare e di dedicarvi più tempo. Nella capacità di ascolto c’è la radice della pace.

Il lavoro come servizio

Contemplazione e servizio: questa è la strada nostra della vita.

La parola chiave per non sbagliare nella vita nostra di cristiani è l’essere “innamorati” del Signore e da Lui prendere ispirazione per le nostre azioni.

“Sono due sorelle che, con il loro modo di agire”, spiega Francesco nell’omelia della Messa, “ci insegnano come deve andare avanti la vita del cristiano”.

“Maria ascoltava il Signore”, mentre Marta era “distolta” perché “occupata nei servizi”.

Ci sono tanti cristiani che vanno, sì, la domenica a Messa, ma poi sono indaffarati, sempre. Non hanno tempo né per i figli, neppure per giocare con i figli: è brutto, questo.

“Ho tanto da fare, sono indaffarato …”. E alla fine diventano cultori di quella religione che è l’indaffaratismo: sono del gruppo degli indaffaratisti, che sempre stanno facendo … ma fermati, guarda il Signore, prendi il Vangelo, ascolta la Parola del Signore, apri il tuo cuore …

No: sempre il linguaggio delle mani, sempre … E fanno del bene, ma non del bene cristiano: un bene umano. A questi manca la contemplazione. A Marta mancava quello.

Il lavoro cristiano non è misurato soltanto dalla quantità delle attività svolte, ma dalla relazione dalla quale quelle attività nascono.

Ognuno di noi pensi: quanto tempo al giorno do a contemplare il mistero di Gesù? E poi: come lavoro? Lavoro tanto che sembra un’alienazione, o lavoro coerente alla mia fede, lavoro come un servizio che viene dal Vangelo?

Il rischio dell’agitazione e delle preoccupazioni

Quello che capita spesso anche nella nostra vita, è avere moltissime cose da fare ma non riuscire più a fare la differenza tra ciò che è urgente e ciò che è essenziale.

Viviamo inseguendo le urgenze, e ci perdiamo ciò per cui vale la pena vivere.

I contemplativi non sono quelli che non fanno niente, ma sono quelli che tentano di difendere con tutte le loro forze il primato di ciò che è essenziale contro tutte le pressanti richieste delle urgenze della vita che vorrebbero tirarci sempre a destra e a manca.

In questo senso un po’ più di contemplazione cambierebbe il mondo.

Il fatto che Marta fosse preoccupata ci fa capire che il suo cuore non andava bene. Quando il nostro cuore è fissato su Cristo, e quello che stiamo facendo per Lui non va bene, quella circostanza non ci peserà, proprio perché il nostro cuore non è fissato su quello che facciamo, ma su Cristo.

Quando invece il nostro cuore è fissato su quello che stiamo facendo, anziché su Cristo, se quello che stiamo facendo non va bene, se gli altri ci ostacolano dal compiere quello che ci siamo prefissati, saremo turbati ed agitati, preoccupati ed inquieti, proprio come vediamo nell’esempio di Marta.

Inoltre, quando il nostro cuore è focalizzato su quello che stiamo facendo per Cristo, in realtà, quella cosa ci diventa più importante di Cristo.

Stiamo focalizzando su quello che stiamo facendo, più che su Cristo. Siamo focalizzati su quello che NOI stiamo facendo PER Cristo, non su Cristo, e su quello che Egli fa per noi.

Il servizio purificato dalla comunione con Cristo

Quando viviamo così, pur essendo molto impegnati nel servire Dio, in realtà il nostro cuore è pieno di una forma di orgoglio.

Infatti, il fatto di impegnarsi molto per Dio non vuol dire, in sé, che uno ha un cuore per Dio. E più di qualsiasi altra cosa, Dio vuole il nostro cuore!

Quel giorno, il cuore di Marta non era focalizzato su Cristo. Per questo, Marta si vedeva più giusta di Maria.

Voleva che Gesù rimproverasse Maria. Marta considerava il suo servizio per Cristo come un qualcosa che le faceva avere valore agli occhi di Dio. Lei credeva di avere qualche merito, per tutto quello che faceva.

Gesù ha rimproverato Marta per questo suo peccato. E come va con te? Tu hai veramente un cuore per Cristo, oppure, il tuo cuore è focalizzato su quello che stai facendo per Cristo?

Come dicevo, un modo per valutare il nostro cuore è di riconoscere che quando ci turbiamo quando le cose non vanno bene, questa inquietudine ci mostra che siamo focalizzati sulla cosa sbagliata.

Inoltre, se gli altri ci turbano, o ci danno fastidio, la nostra agitazione dimostra il peccato nel nostro cuore.

Marta si è lamentata con Gesù. Spesso anche noi ci lamentiamo con Dio, non necessariamente in modo diretto, ma indirettamente, perché ogni lamento è sempre contro la provvidenza di Dio.

Rimanere ai piedi di Gesù

La cosa più importante non è ciò che noi possiamo fare per Cristo, ma è voler ricevere tutto ciò che Cristo ha per noi.

Ovvero, la cosa più grande e che onora Cristo è riconoscere il nostro bisogno di Cristo, e restare ai suoi piedi.

Maria ha scelto di fissare il suo cuore e i suoi pensieri su Cristo, e su ogni parola che procede dalla sua bocca.

Similmente, quel giorno in casa di Marta, nonostante che ci fosse bisogno di preparare il pasto per Gesù e per i suoi discepoli, Maria era focalizzata sulle parole di Gesù.

Finché Gesù insegnava, lei voleva stare seduta ai suoi piedi. Maria era focalizzata su Gesù Cristo.

La preghiera non è un’evasione dalle responsabilità, ma il luogo nel quale il credente riceve dal Signore luce, pace e orientamento per viverle.

Infatti, quando non si trascura l’orazione, prima o poi ogni cosa si trasforma in luogo d’incontro con Dio, di dialogo amoroso con Lui.

Una domanda per la vita cristiana

Noi, per sapere da quale parte stiamo, se esageriamo perché andiamo in una contemplazione troppo astratta, anche gnostica, o se siamo troppo indaffarati, dobbiamo farci la domanda: “Sono innamorato del Signore?

Sono sicuro, sono sicura che Lui mi ha scelto, mi ha scelta? O vivo il mio cristianesimo così, facendo delle cose … sì, faccio questo, faccio, faccio ma guarda, il cuore? Contempla?”.

È come quando un marito torna a casa dal lavoro e trova sua moglie ad accoglierlo: quella che è veramente innamorata non lo fa accomodare e poi continua a sbrigare le faccende di casa, ma “prende il tempo per stare con lui”.

Ecco allora, anche noi prendiamo il tempo per il Signore al servizio degli altri.

La presenza di Gesù trasforma la vita

Nella casa di Betania è entrato qualcuno da cui è possibile lasciarsi amare e con cui si può imparare ad essere, finalmente, semplicemente se stessi.

Accade a tutti, con estrema facilità di scoprirsi più assorbiti dall’esigenza di esibire il volto migliore che non dalla libertà di poter essere semplicemente noi stessi davanti agli occhi degli altri.

Questo modo di vivere, anzi di non vivere, tutto condizionato dalle aspettative presto o tardi non può che trasformarsi in un forte risentimento che non riusciamo a tacere.

Marta è così sfacciata da non prendersela direttamente con Maria, ma con il Signore stesso, che in realtà sembra approvare questa ingiusta distribuzione dei ruoli.

Così, mentre Marta comanda a Gesù di cambiare le cose, Gesù non si preoccupa minimamente né di tranquillizzare Marta, né di esortare Maria a darsi maggiormente da fare, con due frasi che non chiedono e non ricevono alcuna replica, il Signore trasforma una brutta figura in una bella notizia.

Marta non viene né rimproverata né messa in ridicolo per il suo inutile affanno, le viene annunciato un vangelo di cui in qualche modo non si è ancora accorta.

Come ha fatto l’Apostolo anche Marta può dunque mettersi da parte, è quello che anche noi possiamo imparare a fare se vogliamo finalmente smettere di meritare la vita e l’amicizia di Cristo.

Dalla Parola alla maturità della fede

L’equilibrio tra ascolto e servizio coinvolge tutti i credenti: sia nella vita familiare che professionale e sociale.

Educarsi all’ascolto della Parola di Dio. È la via più difficile ma sicura per arrivare alla maturità di fede.

Il desiderio di ascoltare Dio non può essere supplito da altre attività: bisogna dedicare un certo tempo e spazio a cercare il Signore.

Ti limiti solo ad ascoltare la Parola in chiesa, oppure, mi dedico a un ascolto personale e profondo cercando spazi e luoghi idonei?

Ti limiti a un consumo privato della Parola o diventi annunciatore di essa per diventare luce per gli altri e non solo lampada che illumina la propria vita privata?

Angelus MARTA E MARIA, Papa Francesco 17 luglio 2022

tags: #comento #di #papa #francesco #al #vangelo