Xaverians: pagine bibliche su Matteo 20,19-30

Matteo 20,19-30 presenta il terzo annuncio della passione, la richiesta della madre dei figli di Zebedeo e l’insegnamento di Gesù sul vero significato della grandezza nel Regno: «chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore».

Il brano conduce i discepoli da una logica di potere, prestigio e primi posti alla logica del servizio, modellata sul Figlio dell’uomo, venuto «non per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il contesto di Matteo 20

Il testo evangelico di questa domenica è costituito da una parabola presente solamente nel primo vangelo e che urta la nostra sensibilità e per certi aspetti si presenta come irricevibile. La reazione che chiunque sente nascere spontaneamente in sé alla lettura di questa parabola è: “No, non è giusto”.

La parabola è così incorniciata tra le due frasi che parlano degli ultimi che diventano primi e dei primi che diventano ultimi (19,30 e 20,16): questa dinamica vale anche all’interno della comunità cristiana. Ci sono alcuni che ritengono di avere dei diritti di prelazione e di poter godere di una maggiore vicinanza con Gesù e di un onore maggiore di altri, c’è chi pretende di avere un posto privilegiato, e c’è una domanda sul senso del gesto di radicalità cristiana di abbandonare tutto e mettersi a seguire Gesù.

Un confronto con il vangelo di Marco mostra che questa parabola è un materiale proprio di Matteo inserito a questo punto, spezzando la continuità della trama di Marco, come si trattasse di una ermeneutica matteana degli eventi di cui si parla in quei capitoli.

E gli eventi sono la domanda di Pietro che chiede a Gesù che cosa guadagneranno i discepoli dall’aver lasciato tutto e seguito Gesù: (Mt 19,27). C’è una richiesta di ricompensa. Questo il testo che precede la nostra parabola e a cui la parabola è strettamente connessa dal gàr, “infatti”, iniziale, in Mt 20,1.

Poi, a seguito del terzo annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù, c’è la richiesta di due discepoli, attraverso la loro madre, di godere dei posti d’onore nel regno di Gesù stesso (Mt 20,20-23). C’è una rivendicazione di merito, o meglio,una pretesa di primo posto.

Questa pretesa dei due fratelli, i figli di Zebedeo, che insieme a Pietro e Andrea sono i primi chiamati nel vangelo secondo Matteo (Mt 4,18-22), suscita il malcontento e la protesta degli altri membri della comunità che si sdegnano con loro e litigano (Mt 20,24-28).

La pagina biblica di Matteo 20,19-30

Il terzo annuncio della passione

«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19 e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

«Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: 18«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

Gesù rivela di nuovo la sorte che Lo attende a Gerusalemme. «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme: Non fu una sorpresa per i discepoli. Sebbene Gesù non lo avesse detto esplicitamente, era chiaro dai loro spostamenti verso sud dalla Galilea in prossimità della festa di Pasqua che Gesù e i discepoli sarebbero stati a Gerusalemme in occasione della Pasqua.

Gesù parlò di nuovo ai Suoi discepoli di ciò che Lo attendeva a Gerusalemme, ma non si fa accenno alla reazione dei discepoli. Ci si sarebbe potuta aspettare una reazione, soprattutto quando Gesù disse che sarebbe stato dato in mano (tradito, NKJV) dei capi dei sacerdoti e degli scribi.

Il cammino verso Gerusalemme è quindi il cammino verso la passione, la morte e la risurrezione. Il Figlio dell’uomo sarà consegnato, condannato, deriso, flagellato e crocifisso, ma il terzo giorno risorgerà.

La domanda della madre dei figli di Zebedeo

«Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: “Che cosa vuoi?”. Gli rispose: “Di' che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”.»

La domanda nasce immediatamente dopo l’annuncio della passione. Gesù parla della consegna, della morte e della risurrezione; la madre dei figli di Zebedeo chiede invece i posti d’onore.

«Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21Egli le disse: “Che cosa vuoi?”. Gli rispose: “Di' che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”.»

La richiesta manifesta una concezione del Regno ancora legata alla gerarchia, al riconoscimento pubblico e alla vicinanza privilegiata al sovrano. I due discepoli desiderano essere collocati ai lati di Gesù, nei posti più prestigiosi.

La domanda rivela anche l’incomprensione del cammino di Gesù. I discepoli ascoltano l’annuncio della passione, ma continuano a pensare al Regno secondo i criteri della gloria umana.

Il calice che Gesù deve bere

«Rispose Gesù: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?”. Gli dicono: “Lo possiamo”.»

Il calice indica la partecipazione alla sofferenza e alla passione di Gesù. «Bere il calice di Gesù: condividerne le sofferenze.»

Gesù non risponde alla richiesta con una semplice promessa di onore. Egli riporta l’attenzione sul cammino concreto che conduce al Regno: il servizio, la fedeltà e la disponibilità a condividere la sua sorte.

«Ed egli disse loro: “Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato”.»

La partecipazione al calice di Gesù non costituisce un titolo per rivendicare privilegi. Anche la sofferenza vissuta nel discepolato non diventa motivo di superiorità sugli altri.

L’indignazione degli altri dieci

«Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli.»

La reazione degli altri discepoli sembra indicare una protesta contro la richiesta dei due fratelli, ma non necessariamente una conversione già compiuta. Anche gli altri dieci possono essere irritati perché i due hanno tentato di assicurarsi i primi posti prima di loro.

La pretesa di grandezza non riguarda soltanto due persone: essa rischia di entrare nella comunità intera. La rivalità può assumere forme diverse, anche quando si presenta come indignazione contro l’ambizione altrui.

La risposta di Gesù sulla vera grandezza

«Ma Gesù li chiamò a sé e disse: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo”.»

Gesù contrappone due modelli di autorità. Da una parte ci sono i governanti delle nazioni, che dominano e opprimono; dall’altra c’è la comunità dei discepoli, nella quale la grandezza deve assumere la forma del servizio.

«I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. 26Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, 27e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo.»

«Tra voi non sarà così» è il centro dell’insegnamento. La comunità cristiana non può riprodurre le strutture di dominio presenti nella società quando organizza i propri rapporti interni.

Nel Regno, il primo non è colui che occupa il posto più elevato, ma colui che si mette a disposizione degli altri. La grandezza non coincide con il potere esercitato sugli altri, bensì con la capacità di servire.

Il Figlio dell’uomo come modello

«Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Gesù non propone soltanto una regola morale. Egli presenta se stesso come il modello del discepolo: «il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire».

«Il vostro atteggiamento deve essere come il mio, perché io, il Messia, non sono venuto per essere servito, ma per servire e per dare la mia vita in riscatto degli altri».

Il servizio di Gesù non è un gesto marginale, ma il senso della sua missione. Egli dà la propria vita e trasforma la sofferenza in dono.

«Proprio come il Figlio dell’uomo è venuto non per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come riscatto in cambio di molti».

“Molti” sta per “moltitudine” e dà rilievo a un unico Salvatore nei confronti di tutti i salvati (vedi 26,28;1Tm 2,6; Rm 5,6-21).

La croce rivela così la forma dell’autorità cristiana: non il dominio, non la ricerca di riconoscimento, non la pretesa del primo posto, ma il servizio che arriva fino al dono della vita.

Gesù insegna il servizio ai discepoli

La parabola degli operai e la logica del Regno

La parabola degli operai della vigna aiuta a comprendere la discussione sui primi posti. Essa è divisa in due parti, una che inizia all’alba, al mattino presto (vv. 1-7), la seconda che inizia una volta venuta la sera (vv. 8-15).

Nella prima parte, alle diverse ore del giorno, partendo dalle sei del mattino fino alle 17 (l’ora undicesima), il padrone di casa esce a prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna, probabilmente per la vendemmia.

Con i primi si accorda per un denaro al giorno. Ad altri che chiama più tardi dice che darà loro ciò che è giusto. E il lettore comincia a pensare a cosa potrà essere questo “giusto”.

Momento della giornataSituazione dei lavoratoriParola del padrone
All’albaIl padrone prende a giornata i primi lavoratoriUn denaro al giorno
Verso le noveAltri lavoratori sono disoccupati in piazza“Quello che è giusto ve lo darò”
Verso mezzogiorno e verso le treIl padrone continua a chiamare lavoratori“Andate anche voi nella vigna”
Verso le cinqueAltri sono ancora senza lavoro“Andate anche voi nella vigna”
Alla seraAvviene il pagamentoSi comincia dagli ultimi fino ai primi

Colpisce nella parabola il comportamento del padrone della vigna che continua a cercare operai anche quando ormai il lavoro della giornata sta terminando.

Anche alla fine del pomeriggio, quando è insensato ingaggiare ancora operai (che senso ha ingaggiare qualcuno che lavorerà a mala pena un’ora?), egli dà un lavoro a chi non ne ha: “Perché state qui tutto il giorno senza far niente?” (20,7).

Questo padrone in cerca di operai è immagine di un Dio che desidera l’incontro con gli uomini, che va in cerca degli uomini e si coinvolge con loro.

La motivazione di questa ricerca non è in urgenze lavorative che il testo non dice, ma solo e unicamente nella volontà del padrone.

Il pagamento degli operai

Se dunque la prima parte della parabola è incentrata sull’arruolamento di chi dovrà andare a lavorare, la seconda parte (vv. 8-15) riguarda il momento del pagamento.

Dice il Deuteronomio: “Darai all’operaio il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole” (Dt 24,15). Il pagamento inizia dagli ultimi, ed è questo che consente che i primi diano vita alla loro contestazione.

Che il pagamento inizi dagli ultimi - fatto non spiegato nel testo - è forse un’allusione alla scelta preferenziale degli ultimi che caratterizza il Dio biblico? Non sappiamo.

Sappiamo però che così i primi vedono il pagamento accordato agli ultimi. Vedono e vengono a sapere.

Il vedere che agli ultimi è data la paga promessa a loro, suscita un’aspettativa nel cuore dei primi: noi avremo un salario maggiore.

A cui segue la delusione perché viene data loro la stessa paga che agli ultimi. Hanno cambiato l’attesa del cuore: non si attendono più di ricevere ciò che hanno pattuito, ma si attendono di ricevere più degli altri che hanno lavorato meno.

E mormorano. Il padrone allora mostra la sua giustizia: egli è irreprensibile dal punto di vista del diritto, perché ha rispettato il contratto di pagamento con i primi, e perché diritto inalienabile del padrone è di dare agli ultimi una misura analoga a quella dei primi.

Giustizia e gratuità

Il diritto non è stato offeso. “Amico, io non ti faccio torto”. Ma forse il problema è un altro: “Sei tu invidioso perché io sono buono?”.

Il testo greco gioca con l’espressione occhio cattivo (poneròs) che contrasta con l’essere buono (agathòs) del padrone.

Ciò che risulta insopportabile ai primi è l’uguaglianza dei salari, anzi in profondità, delle persone: loro avevano tutti i diritti, secondo la loro logica, di aspettarsi di più.

Ma tu, rimproverano al padrone, “li hai fatti uguali a noi” (fecisti illos pares nobis; cioè, li hai trattati come noi).

Ciò che la parabola ha di mira è la degenerazione del diritto in privilegio, in pretesa.

Il gesto del padrone è sentito come scandaloso, anomalo, ingiusto, contrario agli usi, inammissibile, irricevibile.

E qui emerge il proprio di questa parabola che intravede la fuoriuscita dalle logiche ferree di corrispondenza tra lavoro e paga, prestazione e retribuzione, e lascia scorgere un mondo segnato da gratuità, liberalità, generosità, da rapporti segnati non solo dal diritto, ma anche dalla grazia, dalla gratuità; non solo dal rigore del dovuto, ma anche dall’inatteso del gratuito.

In cui non il merito è l’elemento che deve decidere della gerarchia delle persone, ma la bontà di Dio.

La punta della parabola è evidentemente in quella rivelazione: “Io sono buono”. E poiché in Mt 19,17, pochi versetti prima, si diceva che “uno solo è buono”, in riferimento a Dio, è evidente l’allusione teologica della nostra parabola.

La grazia e la ricompensa

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa: Come molte delle parabole di Gesù, questa storia racconta di un datore di lavoro e di coloro che lavorano per lui.

Gesù usa questa storia per rispondere alla domanda di Matteo 19:27: Ecco, noi abbiamo abbandonato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?

La Sua risposta arriva per gradi.

  • Prima di tutto, c’è una promessa di ricompensa (Matteo 19:28).
  • Successivamente, avverte che il modo in cui Dio distribuisce la ricompensa non è necessariamente il modo degli uomini (molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi, Matteo 19:30).
  • Infine, abbiamo questa parabola che illustra il principio secondo cui il modo che Dio ha di ricompensare non rispecchia il modo in cui l’uomo conferisce le ricompense.

Il padrone di casa mantenne esattamente la parola data, ma la loro supposizione di ricevere di più di quanto promesso fu delusa.

Gli uomini assunti per primi presentarono il proprio reclamo al padrone. Erano offesi che il padrone di casa avesse trattato gli uomini che avevano lavorato di meno come noi che abbiamo sopportato il peso e il caldo della giornata.

Il padrone di casa ricordò loro di averli trattati con totale correttezza. Non aveva fatto loro alcun torno né aveva infranto nessuna promessa.

Il padrone non fece nulla per spiegare perché l’avesse fatto, se non dire: “Io voglio”. Le ragioni alla base della generosità del padrone di casa dipendevano completamente dal padrone stesso e non da quelli che ricevevano.

Il padrone li riprese per la loro invidia e per essersi risentiti della sua generosità verso gli altri. Affermò anche con forza il proprio diritto di fare ciò che voleva con quello che gli apparteneva.

Questa è l’essenza della grazia di Dio, quando Egli ricompensa e benedice l’uomo secondo la Sua volontà e il Suo desiderio, non necessariamente secondo ciò che gli uomini si meritano.

Il sistema della legge è facile da capire: avrai quello che ti meriti. Il sistema della grazia ci è invece estraneo: Dio ci tratta secondo chi è Lui, non secondo chi siamo noi.

È importante notare che il padrone di casa non trattò nessuno ingiustamente, sebbene sia stato più generoso verso alcuni e meno verso altri.

Possiamo stare certi che Dio, mai e poi mai, sarà ingiusto nei nostri confronti, benché Egli possa - in accordo al Suo proposito e desiderio - conferire maggiore benedizione a qualcun altro che sembra meno meritevole.

Il punto non è che tutti avranno la stessa ricompensa, anche se tutto il popolo di Dio andrà nello stesso cielo (dove ognuno verrà ricompensato in misura diversa).

Il punto è che Dio dà la ricompensa secondo il principio della grazia e per questo dovremmo aspettarci delle sorprese.

Egli non sarà mai meno che giusto, ma si riserva il diritto di essere più che giusto a Suo piacimento. La grazia di Dio opera sempre con giustizia.

Il servizio a Dio e la competizione

Il testo ci interpella su ciò che è al cuore della nostra vita con Dio: la relazione o la prestazione?

Concepire il proprio servizio a Dio come prestazione conduce a misurarlo e a confrontarlo con il servizio degli altri entrando in un rapporto di competizione.

Se invece c’è la relazione con il Signore allora anche il peso della giornata di lavoro è “giogo soave e leggero” (cf. Mt 11,30) e la bontà del Signore verso tutti è motivo di ringraziamento, non di contestazione.

E nemmeno di invidia. Gli operai della prima ora sono smascherati come invidiosi.

E l’invidia è definita come avere “l’occhio cattivo” (Mt 20,15). L’etimologia è illuminante: in-videre, significa “vedere contro”, ed esprime lo sguardo torvo di chi si chiede: “perché lui sì e io no?”; “perché a lui come a me che meritavo di più?”.

L’invidia ci acceca. Se essa è l’insofferenza verso i propri limiti che ci impediscono di raggiungere quello status che vediamo realizzato in altri da noi, essa chiede di essere corretta imparando a desiderare il possibile.

Nell’invidia non solo non si vede più il Dio misericordioso, ma non si vedono neppure più i fratelli e si esce dalla solidarietà con gli altri, uguali a noi.

La comunità cristiana secondo Matteo 20

Insomma una lettura legittima è quella di vedere nella parabola un richiamo che Gesù fa alla sua comunità e alle logiche che devono vivificarla mettendo in guardia dalle dinamiche che sono distruttive.

La comunità cristiana è chiamata a non trasformare il servizio in una gara per ottenere riconoscimenti. Chi segue Gesù non può misurare il proprio valore dalla posizione occupata, dalla durata dell’impegno o dalla visibilità del compito.

I discepoli devono aspettarsi di essere ricompensati; non devono però rimanere sorpresi se, al momento della distribuzione delle ricompense, Dio premierà altri in modi inaspettati.

La grazia dovrebbe manifestarsi soprattutto nel nostro servizio, che è basato sulla grazia, non sulle opere.

  • Tutto il nostro servizio è già dovuto a Dio; appartiene a Lui.
  • La capacità di servire Dio è un dono della Sua grazia.
  • La chiamata a servire Dio è un dono della Sua grazia.
  • Ogni opportunità di servire è un dono della Sua grazia.
  • Avere lo stato d’animo giusto per compiere l’opera del Signore è un dono della Sua grazia.
  • Il successo nel servizio a Dio è un dono della Sua grazia.

A imitazione di Dio, i "primi" sono invitati a guardare agli "ultimi" con bontà e non con cuore cattivo.

L'amore di Dio raggiunge tutti gli uomini e non fa differenze. Il salario è sempre lo stesso e non può essere diviso perché il premio della vita è Gesù Cristo.

Il cieco e la vera capacità di vedere

Il capitolo si conclude con l’episodio dei due ciechi di Gerico, che offre una chiave ulteriore per leggere il tema della vista e della cecità spirituale.

«Mentre uscivano da Gerico, una grande folla lo seguì. Ed ecco, due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava Gesù, gridarono dicendo: “Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!”.»

«La folla li rimproverava perché tacessero; ma essi gridavano ancora più forte: “Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!”. Gesù si fermò, li chiamò e disse: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Signore, che i nostri occhi si aprano!”.»

«Gesù ebbe compassione, toccò loro gli occhi ed essi all'istante ricuperarono la vista e lo seguirono.»

La folla vede fisicamente Gesù, ma cerca di impedire ai ciechi di avvicinarsi. I ciechi, invece, riconoscono in lui il Signore e il Figlio di Davide, insistono nella loro invocazione e chiedono di poter vedere.

Il racconto richiama l’“occhio cattivo” degli operai della prima ora. L’invidia impedisce di vedere il bene ricevuto dagli altri; la misericordia di Gesù apre gli occhi e conduce alla sequela.

La guarigione non termina con il recupero della vista: «lo seguirono». Vedere veramente significa riconoscere Gesù e mettersi dietro di lui lungo la strada.

Gesù guarisce i ciechi a Gerico

Una comunità senza primi posti

I due detti di Gesù: "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi" (Mt 19,30) e "così gli ultimi saranno primi e i primi gli ultimi" (Mt 20,16) servono come inclusione della parabola degli operai della vigna.

Il messaggio è questo: rinunciare ad essere grandi per diventare piccoli, accettare che l'ultimo riceva quanto il primo.

Il Regno è un dono gratuito, una grazia da accogliere.

Spontaneamente siamo tentati anche noi di mormorare contro il Signore della vigna, perché il suo modo di agire mette a soqquadro i nostri criteri di valutazione, di retribuzione equa, di giustizia sociale, di merito.

Ma trasferendo le nostre misure sul piano della salvezza, noi poniamo il problema in modo sbagliato: essere ingaggiati nella vigna del Signore, essere chiamati al Regno è una grazia, un onore, una gioia, una fortuna.

E se Dio chiama tutti e a tutte le ore e accorda il medesimo dono straordinario e gratuito che è la salvezza, ciò deve farci straordinariamente felici, anche perché, erroneamente, tutti riteniamo di essere operai della prima ora che reclamano la salvezza come un diritto, mentre in realtà ci viene concessa come dono.

Dio si riserva la libertà dalla scelta per grazia, che abbatte la presunzione umana.

La comunità dei discepoli è chiamata a lasciarsi trasformare dalla logica del Regno: non una competizione per il primo posto, ma una fraternità nella quale il bene dell’uno non diminuisce il valore dell’altro.

«La mia ultima parola per i figli di Dio è questa: che importa, dopotutto, se siamo i primi o se siamo gli ultimi? Non fossilizziamoci troppo su questo, perché tutti noi partecipiamo all’onore dato a ciascuno.»

«Quando ci convertiamo, diventiamo membra del corpo vivente di Cristo; crescendo nella grazia e comprendendo il vero spirito che permea quel corpo, diremo, quando un suo membro sarà onorato: “Questo onore è per noi”.»

«Se un fratello sarà grandemente onorato da Dio, mi sentirò onorato in suo onore. Se Dio benedirà tuo fratello e lo renderà dieci volte più utile di te, allora sappi che starà benedicendo te - benedicendo non lui solo, ma anche te.»

«Se la mia mano sorregge qualcosa, il mio piede non dice: “Ah, ma a me non è stato dato nulla!”. No, perché se la mia mano ha qualcosa, lo ha anche il mio piede; appartiene a tutto il mio corpo.»

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