Eremo di San Pietro alle Stinche: storia, spiritualità e comunità nel Chianti

L’Eremo di San Pietro alle Stinche sorge sulle colline del Chianti fiorentino, nei pressi di Panzano, a metà strada tra Firenze e Siena, immerso tra vigneti, oliveti, boschi, cipressi e antiche pievi romaniche. È un luogo di preghiera, lavoro, studio, ospitalità e dialogo, nato nel 1967 per iniziativa di frate Giovanni M. Vannucci, dei Servi di Maria.

La fraternità dell’eremo propone una forma di vita semplice e comunitaria, aperta a quanti cercano uno spazio di silenzio e di riflessione, ma anche alla conoscenza e al dialogo con persone e tradizioni religiose diverse. L’eremo non coincide con una realtà di clausura: la sua spiritualità unisce solitudine, accoglienza, lavoro manuale, studio e partecipazione alla vita del territorio.

Eremo di San Pietro alle Stinche nel Chianti

Dove si trova l’Eremo di San Pietro alle Stinche

Nei pressi di Panzano (FI), sorge l’eremo di San Pietro a Le Stinche. Un luogo appartato - infatti la parola eremo significa luogo solitario - situato sulle colline del Chianti fiorentino, circondato da vigneti, oliveti e boschi.

A soli tre chilometri e mezzo dal centro di Panzano in Chianti, situato sul borro che segna il confine tra le province di Firenze e Siena, fra Chianti fiorentino e senese, sorge l’Eremo di San Pietro alle Stinche, immerso nel folto del bosco ed avvolto da una grande spiritualità.

Perduto in mezzo alle colline del Chianti, tra vigne e lecceti, olivi e cipressi, pievi romaniche e castelli medievali, al termine di una strada sterrata sul crinale tra verdi valli sotto un cielo nitido, l’eremo delle Stinche.

Lasciato Panzano e passando per la Pieve di San Leolino, si arriva dopo una quarantina di minuti di cammino all’Eremo di San Pietro alle Stinche.

Il paesaggio e il confine tra Firenze e Siena

La chiesa di San Pietro alle Stinche prende il nome dal vicino castello del quale pochi resti, riconoscibili a mala pena in una casa colonica ora abbandonata, testimoniano l’antica ubicazione, poche centinaia di metri a monte, su una costa delle colline che dividono le valli dei fiumi Pesa e Greve.

È proprio l’orografia del luogo che sembra stare all’origine del toponimo. Il territorio fiorentino venne organizzato in leghe alla metà del XIII secolo, il borro delle Stinche costituì, in questi pressi, il naturale confine tra la Lega del Chianti e la Lega di Val di Greve, rientrando il castello nella prima e la chiesa nella seconda.

Oggi il borro costituisce il confine tra le provincie di Firenze e di Siena.

Due grandi alberi, una querce ed un castagno, accolgono il visitatore all’esterno insieme al cinguettio degli uccelli. All’interno un ambiente spartano, fatto di pochi oggetti, ci ricorda che è possibile vivere anche con poco.

Le origini medievali del castello delle Stinche

La prima notizia documentata del castello, che apparteneva alla famiglia fiorentina dei Cavalcanti, sembra essere, per il momento, quella riguardante la sua distruzione.

Nel quadro degli sconvolgimenti politici che caratterizzarono la vita fiorentina tra la fine del XIII secolo e il principio del XIV, che dopo gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella portarono all’inizio delle lotte tra le due fazione guelfe dei Bianchi e dei Neri, sono da collocare i gravi disordini che raggiunsero un momento di particolare tensione nel giugno del 1304.

Dopo diversi conflitti, il comune di Firenze decise di stroncare le velleità dei fuoriusciti bianchi e ghibellini, cominciando dal castello dei Cavalcanti delle Stinche, verso il quale mosse l’esercito cittadino col podestà, il conte Ruggero di Dovadola.

Tuttavia, o il castello non fu distrutto o venne successivamente ricostruito se nel 1452 gli Aragonesi, durante la loro prima invasione del Chianti, assediarono e presero “la fortezza delle Stinche e fra pochi giorni l’arsono”.

Questa volta la distruzione del fortilizio fu definitiva e sistematica e ben pochi resti testimoniano oggi delle antiche strutture del castello medievale dei Cavalcanti in una colonica abbandonata, denominata “Stinche alte”.

La prigione fiorentina delle Stinche

Il castello - prosegue Alessandra nella sua spiegazione - fu espugnato e distrutto nel 1304 per volere della Repubblica fiorentina, che in un periodo di espansione verso il contado cercava di eliminare tutti i feudatari che potessero minacciarne il potere.

Tutti gli abitanti del castello e del borgo castellare furono catturati e portati nella prigione fiorentina che prese proprio il nome di prigione delle Stinche, nella zona dell’odierno Teatro Verdi.

Qui rimasero quindi solo la casa-torre e la chiesetta vicina, che nel tempo fu abbandonata ed andò in rovina.

La chiesa di San Pietro alle Stinche

La chiesa di San Pietro alle Stinche è ricordata la prima volta nel Libro di Montaperti, del 1260, dove figura come suffraganea della pieve di San Leolino a Panzano.

Il popolo a essa facente capo in quella occasione manda a Firenze sei staia di grano e risulta aggregato al Sesto cittadino di San Piero Scheraggio.

L’architettura della chiesa e degli edifici annessi non è di aiuto per individuare qualche momento particolare nella vita delle Stinche. Nessun elemento formale o strutturale, infatti, denuncia un’epoca precisa: così come si presenta la piccola chiesetta, a unica navatella, potrebbe essere trecentesca o anche più tarda.

Non appaiono tracce di filaretto che possano indicare una costituzione di epoca romanica. Nell’attuale parete terminale della chiesa sono visibili, all’interno, poche tracce di un arco che poteva dare accesso a un’abside semicircolare, ma anche a una scarsella quadrilatera, vittima in ogni caso del terreno cedevole verso il sottostante borro.

Un’antica casa del 1400, con una chiesetta divenuta parrocchia nel 1800 e poi abbandonata, restaurata 50 anni fa da Giovanni Vannucci, che vi si era ritirato per dar vita a un’esperienza di solitudine, preghiera, lavoro, studio, ospitalità.

Dall’abbandono alla rinascita dell’eremo

L’esodo della popolazione rurale che ha caratterizzato l’ultimo dopoguerra ha colpito in pieno il popolo delle Stinche, ridotto ormai a poche famiglie e, intorno al 1960, anche il casolare annesso alla chiesa risultava abbandonato.

Nel 1966 i beni appartenenti alla soppressa chiesa parrocchiale di San Pietro alla Stinche furono acquistati dall’Associazione “Amici dell’Annunziata”, nell’intento di sperimentarvi nuove forme di vita monastica.

Una cinquantina di anni fa - continua Alessandra - padre Giovanni Vannucci, dell’ordine dei Servi di Maria della Santissima Annunziata e Monte Senario, teologo e scrittore, decise di venire in questo luogo abbandonato per dare vita, insieme ad altri frati, ad un’esperienza spirituale diversa. E, per questo, spesso osteggiato.

Sulle antiche rovine i frati costruirono l’Eremo odierno. Dove oggi, dopo la morte del fondatore nel 1984, vivono due frati: uno di questi è padre Lorenzo, che mi ha accolta con estrema gentilezza e mi ha fatto sentire a casa in un luogo dove la spiritualità aleggia dappertutto. E ti senti accettato, qualunque sia il tuo pensiero.

Giovanni M. Vannucci, fondatore dell’esperienza comunitaria

Nato a Pistoia il 26 dicembre 1913, entrò nel convento fiorentino dei Sette Santi Fondatori. Iniziò il noviziato a Monte Senario il 22 luglio 1929 e fece la Professione semplice il 29 luglio 1930.

A Firenze, alla ss.ma Annunziata, frequentò il biennio filosofico; a Roma, al Collegio Internazionale S. Alessio Falconieri, compì il quadriennio teologico.

Il 13 ottobre 1936 pronunciò i voti solenni e il 22 maggio 1937 fu ordinato sacerdote. Rientrato l’8 luglio del 1937 in Provincia, nel 1938 ricoprì per4 un anno l’ufficio di Maestro dei Professi teologi alla ss.ma Annunziata.

Nel 1940, tornato a Roma in attesa di partire per la missione in Swaziland, invitato dal Priore Generale Fr. Alfonso M. Benetti a dedicarsi all’insegnamento dell’esegesi biblica e della lingua ebraica nel Collegio internazionale St. Alessio, vi rimase per dieci anni.

Nel frattempo frequentò il Pontificio Istituto Biblico, conseguendovi la Licenza in S. Scrittura. Nel 1948 ottenne la Licenza in teologia presso l’Ateneo pontificio “Angelicum”.

La ricerca di una nuova vita comunitaria

Da tempo desideroso di avviare nell’Ordine un’esperienza comunitaria che privilegiasse i valori monastici della vita dei Servi, non gliene fu consentita l’attuazione.

Nei primi mesi del 1951, con alcuni confratelli, si associò alla nascente e contestata comunità cristiana creata a Nomadelfia (Grosseto) da Don Zeno Saltini.

Fu soltanto una parentesi, e nel 1951 ritornò in Provincia. Per un anno fu di comunità a San Sepolcro, dove s’interessò vivamente ai problemi dei più poveri ed emarginati.

Questo periodo fu da lui stesso definito molto importante per la sua vita. Nel 1952 ritornò al convento della ss.ma Annunziata di Firenze, dove fu incaricato dell’insegnamento del greco ai nostri studenti.

Dal 1954, insieme con Fr. David M. Turoldo, fu l’animatore de iniziative culturali e caritative che suscitarono un forte risveglio religioso nella città di Firenze: la “Messa della carità” giunse ad assistere oltre seicento famiglie bisognose.

Nel 1962 lasciò Firenze e passò al convento di Pistoia, dove poté riprendere il suo sogno, sino allora inattuato, di avviare una nuova forma di vita comunitaria che, nel mutato clima ecclesiale postconciliare, con il sostegno dei Superiori, iniziò il 27 giugno 1967 all’Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel Chianti, regione già testimone dell’esperienza degli Eremiti di Monte Senario.

MomentoAvvenimento
1260La chiesa di San Pietro alle Stinche compare nel Libro di Montaperti.
1304Il comune di Firenze muove contro il castello dei Cavalcanti delle Stinche.
1452Gli Aragonesi assediano e incendiano la fortezza delle Stinche.
1960 circaIl casolare annesso alla chiesa risulta abbandonato.
1966I beni della soppressa chiesa parrocchiale vengono acquistati dall’Associazione “Amici dell’Annunziata”.
27 giugno 1967Inizia la nuova forma di vita comunitaria promossa da Giovanni Vannucci.
1984Muore Giovanni Vannucci.

La fraternità dell’eremo

Il 24 giugno 1967 su ispirazione di fra Giovanni M. Vannucci (1913-1984), frate dell’Ordine dei Servi di santa Maria - un Ordine mendicante nato a Firenze a metà del XIII secolo - prende avvio la fraternità dell’eremo di san Pietro a Le Stinche.

Una forma di vita che risponde al cammino innovativo dell’Ordine suscitato dal Concilio Vaticano II. Lo scopo principale è quello di vivere una vita semplice, povera, segnata dal lavoro e dalla preghiera, dall’accoglienza a quanti cercano uno spazio di silenzio utile alla ricerca interiore, aperto alla conoscenza e al dialogo con ogni tradizione religiosa.

Attualmente nell’eremo vivono tre frati Servi di santa Maria. In questo sito trovate il programma delle nostre iniziative spirituali e culturali.

Oggi la piccola comunità è legata a quella di Montesenario, come naturale prolungamento, a continuazione dell’esperienza dei primi Sette Santi Fondatori dei Servi di Maria.

Preghiera, lavoro, studio e ospitalità

Una nuova comunità dedita alla preghiera, al lavoro e all’accoglienza.

Il suo programma per l’Eremo era: trovare la comunione lavorando all’attuazione di una vita di lavoro, studio, ospitalità, povertà, solitudine, preghiera.

Comunità dove a ciascuno sia concesso di portare a maturazione i propri doni e servire ogni essere umano con essi.

Quando giunsi per la prima volte alle Stinche capii che era questo il posto che cercavo, non un’evasione ma l’avverarsi di un sogno: rivivere nella semplicità le grandi linee del monachesimo: il silenzio, il lavoro, l’ospitalità, la comunione col visibile e l’invisibile.

In questo piccolo spazio vorrei che ogni uomo si sentisse a casa sua…

Il significato del silenzio

Noi abbiamo spazi silenzio - scriveva Vannucci - ma cerchiamo di essere uomini del silenzio, riordinando tutto il caos dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, il caos dell’automa dell’uomo d’oggi…

Per silenzio noi intendiamo la metànoia totale di noi stessi, perché non è la parola che interrompe il silenzio, ma è la parola carica di superficialità che interrompe il silenzio.

Il silenzio è per noi tenere ordinate le vigne, l’orto, il pollaio ecc., preparare un buon piatto o un dolce: questo è per noi il significato concreto di silenzio.

Cioè l’ordine, la casa, la cucina, tutto scaturisce da un uomo del silenzio.

Il lavoro quotidiano e l’autonomia dell’eremo

Infatti, quasi tutto quello che mangiamo viene dall’orto, per esempio il sugo di pomodoro nella pasta che mi accoglie al mio arrivo, nel primo pomeriggio, “fatto con i nostri pomodori”, ci tiene a precisare fra Lorenzo.

“Invece la vigna non ce l’abbiamo più, e adesso il vino lo procuriamo al di fuori dall’eremo”, mi annuncia frate Lorenzo, dopi avermi chiesto da quanto tempo non venivo.

Se qualcuno volesse immaginare i frati con le tuniche, non è questo il caso: pantaloni e maglioni o cardigan blu, ma anche pantaloni alzati sulle ginocchia per un salto nell’orto o nel campo intorno all’eremo.

Una signora mi chiede se i frati vanno a fare la spesa, “come si procurano da mangiare?”, perché forse pensa che non abbiano né un automobile né un orto, né la voglia di impastare e infornare il pane, come invece fa fra Renzo, proprio in quei giorni che c’ero io.

Un eremo aperto, non una clausura

In breve, come mi disse poi Mirella Muià, eremita di rito bizantino a Gerace, “molta gente confonde l’eremo con la clausura”.

Da quando ho cominciato ad abitare in un Eremo in Calabria, quasi un anno fa, ho riscontrato “anomalie” dell’immaginario rispetto alla vita negli eremi: qualcuno mi ha chiesto se potevo uscire, per andare al cinema, per esempio, ma io uscivo quando volevo, così come altri che stavano con me, perché don Giovanni, che ci ospitava nel suo eremo, tra le altre cose, esce anche lui, sia per dire le messe che per incontri culturali, per presentare i suoi libri e per tenere conferenze!

Fr. Giovanni solo lasciava l’Eremo di Le Stinche per tenere conferenze o esercizi spirituali, o per l’insegnamento, ma amava il silenzio e la pace intensa e laboriosa dell’eremo, sebbene continuamente cercato per colloqui con persone provenienti dalle esperienze religiose e umane più svariate.

Luogo di dialogo dove si incontrano l’imam e il rabbino di Firenze, dove le persone di convinzioni più diverse trovano lo spazio per rientrare in se stesse.

Il dialogo tra tradizioni religiose e culture

L’eremo è anche un centro culturale, in cui si trovano riviste e libri di Carlo Molari e Arturo Paoli.

È un Eremo che è anche un centro culturale, in cui si trovano riviste e libri di Carlo Molari e Arturo Paoli. Sono questi altri “fari” o “briciole” lungo la strada, che possono guidarci nella ricerca di senso, con uno stile da “credenti laicamente nel mondo”, come suggerisce il titolo di un libro di Carlo Molari.

Io aggiungo che ci sono eremi, come quello delle Stinche, in cui si trovano libri e riviste che rimandano a tradizione spirituali orientali, buddismo zen e altro ancora.

Solo i libri non mancano: sono quelli della libreria di padre Giovanni Vannucci, che raccontano la storia del cristianesimo, ma anche la storia di altre religioni e filosofie.

All’interno dell’Eremo è possibile apprezzare opere di maestri importanti, donate ai frati nel corso degli anni.

Le opere d’arte conservate nell’eremo

Ci sono infatti - ci spiega Alessandra - opere in legno dello scultore Giorgio Piccini di Casole d’Elsa, che realizzò per l’Eremo un San Francesco.

E il portatore di luce, ovvero Giovanni Battista, con in mano una candela.

Poi - conclude - una significativa opera moderna che ritrae i sette santi fondatori dell’ordine dei servi di Maria, insieme ad un ottavo personaggio che è appunto Giovanni Vannucci, fondatore dell’Eremo.

E tante altre opere originali, di vari periodi artistici.

La spiritualità di Giovanni Vannucci

Giovanni Vannucci, uno dei profeti toscani del secondo Novecento, amico di Turoldo, Milani, Barsotti…

P. Giovanni ha lasciato alcune pubblicazioni alle quali affidò anche la sua profonda conoscenza del pensiero cristiano orientale e dei valori essenziali delle grandi religioni asiatiche.

Durante questa tappa della sua esistenza, iniziata da solo per l’abbandono di alcuni frati che lasciarono il proposito di vivere con lui, lavorò alla preparazione della sezione “Vita Comune” del nuovo testo delle Costituzioni dei Servi di Maria.

Con lui venne ad abitare Fr. Raffaello M. Taucci, ormai molto anziano, ma vivacemente aperto a ogni iniziativa di rinnovamento spirituale.

Negli ultimi anni, i confratelli lo chiamavano amabilmente “il patriarca”, per la sua figura austera e distaccata, per la sua sobria saggezza, per la suggestione del suo linguaggio misurato.

La sensibilità anticipatrice del p. Giovanni, la sua lucida analisi dei problemi eccelsi ali ed ecumenici, il rigore morale e l’avversione innata per ogni forma di compromesso, furono forse all’origine di molte incomprensioni, che accettò con silenzioso riserbo.

La coscienza, la conoscenza e la libertà

Giovanni ci ha insegnato a vivere con senso, con serietà e libertà le relazioni, ad essere in relazione con tutto ciò che vive.

Mi diceva spesso: se vuoi mantenere viva la coscienza studia non tanto per accumulare nozioni, ma soprattutto per dedicarti alla ricerca appassionata del vero, del bello e del buono.

Grande è la gioia derivante dalla riscoperta di frammenti di luce e di novità.

Ricordati che la coscienza è data dalla conoscenza ed è proprio la conoscenza ad aprire il cuore e illuminare la mente.

La conoscenza rende l’uomo lucido intellettualmente ed emotivamente, inoltre lo rende attento e sapiente, gli apre orizzonti sconfinati di sempre nuove possibilità e fa passare dal particolare all’universale.

Sappi che la coscienza dell’uomo è sacra. Essa rende l’uomo consapevole e responsabile del proprio agire, porta alla luce le motivazioni del suo operare.

E’ immorale agire contro la propria coscienza.

Infatti è diventata mia convinzione che la coscienza illuminata dalla Parola del Signore e dallo Spirito mi fa vedere chiaramente le tante potenzialità ed energie sepolte che attendono di essere risvegliate e liberate.

Anche se incatenato, perseguitato, oppresso, nessuno può incatenare la mia coscienza.

So ancora che la coscienza si muove tra due sponde: la conoscenza e la libertà, ambedue illuminate per il credente dalla logica del Vangelo e guidate dalla forza dello Spirito che sostiene il cammino faticoso verso una coscienza sempre più chiara, viva e saggia, dove vive Dio e si alimenta il desiderio di essere simili a Lui.

II nostro Dio non vuole servi, ma figli, uomini e donne liberi e responsabili.

Preghiera e ricerca interiore

Il suo programma per l’Eremo era: trovare la comunione lavorando all’attuazione di una vita di lavoro, studio, ospitalità, povertà, solitudine, preghiera.

Quando digiunate È un richiamo a rivisitare la relazione con noi stessi. Siamo invitati a fare silenzio e a digiunare dalla presunzione, dalla sfiducia per poter fare verità in noi stessi, unificando emotività e razionalità, perché non ci siano in noi lacerazioni e divisioni.

P. Giovanni diceva: “senza la guarigione psichica non ci può essere pace e progresso spirituale”.

Se in noi non c’è pace non daremo pace. Pratichiamo dunque questo digiuno interiore per diventare persone pacificate e pacificanti

Quando dunque fai l’elemosina È un richiamo a rivisitare la relazione con gli altri.

Il nostro impegno è comunicare lo spirito, a dare lo spirito che è dentro di noi.

Quando pregate, È un richiamo a rivisitare la relazione con il Signore.

A verificare se la nostra preghiera è una preghiera di lode di ringraziamento, se sappiamo fare silenzio per ascoltare e dialogare.

La preghiera è il virgulto della mitezza e della libertà dall’ira, è il frutto della gioia e della gratitudine.

La preghiera è la medicina che cura la tristezza e lo scoramento.

Non domandare, nella preghiera, che le cose vadano come vuoi tu, non sempre il tuo desiderio è in accordo col volere divino.

La preghiera migliore, come ti è stato insegnato, è “la tua volontà sia fatta “in me…

Visitare l’Eremo di San Pietro alle Stinche

L’Eremo è sempre visitabile, come è scritto sul sito web, ma e sempre bene chiamare prima di andare per essere sicuri di essere accolti.

L’eremo ospita per tutto l’anno persone (4-5) per vivere esperienza di fraternità in modo sobrio.

Per l’ospitalità non esiste una quota fissa, è gradita un’offerta nella misura delle proprie possibilità.

La visita può essere inserita in un’escursione a piedi da Panzano, passando dalla Pieve di San Leolino e attraversando il paesaggio collinare del Chianti.

Orari della preghiera

  • Ore 7.00: preghiera del mattino
  • Ore 12.30: preghiera di mezzogiorno
  • Ore 19.00: preghiera della sera
  • La messa viene celebrata solo la domenica alle ore 18.00

Incontri e attività spirituali

In Avvento riprende la lectio divina (ore 18.00) sui testi biblici domenicali.

INCONTRI BIBLICI: a cura di Giancarlo Bruni - Orario: 10.00-17.00

Giancarlo Bruni, con la sua bella barba bianca, pare un patriarca. Un “uomo del silenzio”, come voleva Vannucci, disponibile per aiutare comunità e persone a discendere nelle profondità per cogliervi ciò che veramente vale e resta.

La memoria di Giovanni Vannucci

Alle 17,40 di lunedì 18 giugno 1984, presso l’ospedale della ss.ma Annunziata di Bagno a Ripoli, nei pressi di Firenze, moriva per infarto miocardico e la salma riposa nel cimitero di San Martino a Monte Senario.

È qui, nel cuore del Chianti fiorentino, che alla fine degli anni Sessanta Giovanni Vannucci dette vita a una realtà che ha tanto ispirato il nostro cammino di Fraternità.

Un incontro speciale con una comunità importante per le radici e il cammino di Romena: l’eremo delle Stinche.

Una realtà che abbiamo raccontato nel libro “Giovanni Vannucci custode della luce” di Massimo Orlandi.

Il nostro Paolo Costa e Alessandro Bartolini sono andati alle Stinche per incontrare i frati che continuano quell’esperienza, nel solco di padre Giovanni.

Oggi voglio ringraziare il Signore che mi ha fatto incontrare p. Giovanni che con il suo silenzio e la sua parola mi ha risvegliato la coscienza.

P. Giovanni ha affrontato nel silenzio lotte e incomprensioni, sempre con coraggio e con una coscienza illuminata.

Ho voluto comunicarvi solo un piccolo frammento della sua grande eredità e statura spirituale che ha inciso in modo determinante nella mia vita di uomo, di cristiano e di frate.

3 - I giorni dello stupore: Giovanni Vannucci e “La notte in cui nasce Dio”

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