Veleno e il caso Bibbiano: cronaca, processi e responsabilità nel sistema di tutela dei minori

Il rapporto tra Veleno e il caso di Bibbiano nasce dalle numerose analogie tra due vicende giudiziarie emiliane: entrambe riguardano minori allontanati dalle famiglie sulla base di accuse di abuso, il ruolo di assistenti sociali e psicologi, il coinvolgimento della onlus Hansel e Gretel e una forte attenzione mediatica.

Le due storie, però, non sono identiche: Veleno riguarda i fatti della Bassa Modenese tra il 1997 e il 1998, mentre l’inchiesta Angeli e Demoni riguarda presunti affidi illeciti nell’Unione val d’Enza, con Bibbiano al centro dell’attenzione. I procedimenti hanno avuto esiti differenti e devono essere distinti dalle ricostruzioni giornalistiche e dal processo mediatico.

Che cos’è Veleno

Tra il 1997 e il 1998, in provincia di Modena, sedici bambini tra i comuni di Massa Finalese e Mirandola furono allontanati per sempre dalle loro famiglie, accusate di far parte di una setta di satanisti pedofili. Quei figli non sono mai più tornati dalle loro famiglie. Alcuni processi si sono conclusi con delle condanne, altri con assoluzioni.

L’inchiesta in sette puntate è di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, con la collaborazione di Gipo Gurrado, Marco Boarino e Debora Campanella. Si tratta della rivisitazione di cinque processi conosciuti come “I diavoli della Bassa Modenese”, conclusi con tre gradi di giudizio, l’assoluzione di alcuni imputati e ben 14 condanne passate in giudicato per abusi e maltrattamenti su bambini.

Ma è tutto vero quello che hanno raccontato i bimbi vittime dei presunti abusi? Secondo una sua lettura personale, Pablo Trincia ritiene che si trattò di persecuzione di innocenti fondata su ricordi indotti nei bambini.

La sua tesi ha riscosso molto successo ed è diventata una sorta di Bibbia per un movimento innocentista, nonostante la Corte d’Appello di Ancona nel 2020 e la Corte di Cassazione nel 2022 abbiano respinto la richiesta di revisione del processo avanzata da un genitore condannato a 11 anni.

mappa Bassa Modenese Massa Finalese Mirandola

Perché Veleno è stato accostato a Bibbiano

La prima pagina dei giornali di oggi racconta una storia tanto terrificante quanto incomprensibile. I dettagli dell’inchiesta “Angeli e Demoni” della Procura di Reggio Emilia riportati da tutti i quotidiani, se confermati, sono infatti da film dell’orrore: bambini a cui veniva falsificata la diagnosi di abuso - anche tramite l’uso di impulsi elettrici sui loro corpi - così da essere collocati in strutture specializzate, o dati in affido a famiglie conosciute, a fronte del pagamento di rette e percorsi di recupero.

I professionisti coinvolti sembrano essere decine, e tra questi spicca la onlus Hansel e Gretel di Moncalieri, considerata un fiore all’occhiello per il trattamento di minori con disturbi post traumatici da abuso. Per chi segue la storia rivelata da Pablo Trincia nel podcast Veleno nel 2017, l’indagine sembra aver messo in luce la prosecuzione di quella vicenda, tanto che l’autore, sulla sua pagina Facebook, ieri ha scritto: “La Procura di Reggio Emilia avrebbe appena sventato un secondo ‘caso Veleno’”.

Molte sono infatti le attinenze: una vicenda che si svolge in un piccolo centro dell’Emilia Romagna, l’apparente coinvolgimento, in entrambi i casi, della stessa onlus Hansel e Gretel, una connivenza tra esponenti di diversi gradi della Pubblica Amministrazione, tra i quali assistenti sociali, psicologi, politici, educatori.

Le due vicende hanno anche un altro dato in comune: sono entrambe, ad oggi, in attesa di un giudizio della magistratura. Nel caso di “Angeli e demoni” perché l’indagine ha portato oggi soltanto ai primi arresti e al sequestro di possibile materiale probatorio, in quello di “Veleno” perché è di aprile di quest’anno l’apertura di un processo di revisione, sulla base anche di quanto raccolto nel corso dell’indagine giornalistica dell’ex Iena.

Le differenze tra Veleno e Angeli e Demoni

Tra tante attinenze, però, anche le differenze tra la vicenda di “Veleno” e quella di “Angeli e demoni” esistono e appaiono evidenti.

Nel primo caso, infatti, è possibile parlare di una vera e propria psicosi sociale, quella per le messe nere e la pedofilia, che avrebbe trascinato i protagonisti della vicenda in un circolo vizioso autoalimentato. Anche l’autore dello scoop, Pablo Trincia, chiude il podcast offrendo questa lettura - quella della psicosi sociale scappata di mano - come prioritaria rispetto all’eventuale tornaconto personale di alcuni dei protagonisti.

La storia di Bibbiano, invece, per come viene raccontata oggi dai giornali, sembrerebbe essere un’azione lucida di un vasto gruppo criminale, che si sarebbe mosso in nome del proprio tornaconto economico.

Stiamo quindi commentando due storie che smuovono le paure più profonde, e che coinvolgono in maniera diretta e violenta decine di minori e le loro famiglie, ma che ad oggi non hanno ancora raggiunto il primo grado di giudizio per nessuno dei professionisti coinvolti.

L’origine dell’inchiesta di Bibbiano

Prima di tutto il luogo: Bibbiano è un centro con poco più di 10mila abitanti a 15 chilometri da Reggio Emilia nella val d’Enza. Poi il tempo. Era il 26 giugno del 2019 quando ventiquattro persone furono messe sotto indagine e sedici di loro furono sottoposte a misure cautelari.

Fra questi ci sono amministratori locali, assistenti sociali e psicoterapeuti. La tesi della procura di Reggio Emilia parte da presunte false relazioni compilate dopo sedute di psicoterapia nelle quali sarebbero stati suggestionati minori.

I ricordi dei bambini, secondo l’accusa, sarebbero stati alterati per arrivare in alcuni casi anche a indurli ad accusare ingiustamente i genitori di molestie sessuali. Sotto inchiesta era finito il metodo utilizzato dagli psicologi e dai servizi sociali.

Le sedute avvenivano in una struttura gestita dalla onlus Hansel e Gretel. Il responsabile era lo psicoterapeuta Claudio Foti, che è stato al centro dell’indagine, ma ha scelto il rito abbreviato.

Le accuse e la posizione della difesa

Gli accusati hanno parlato di un ingiusto processo alla scienza. Luca Bauccio, difensore della psicoterapeuta Nadia Bolognini, ha dichiarato: «Crediamo nella giustizia, questo processo è un processo alla scienza. Abbiamo dimostrato che tutto l’apparato probatorio si fonda sulla pretesa di giudicare la psicoterapia del trauma e la libertà di cura.

Questo processo segnerà uno spartiacque e dopo la sentenza sapremo se è ancora lecito in Italia curare chi ha subito un trauma».

Il processo a Foti è stato anche il processo alla psicologia del trauma tanto avversata da quei consulenti tecnici d’ufficio sostenitori della teoria pseudoscientifica dell’alienazione parentale.

“Durante il processo di appello - scrive Bauccio - mi sono chiesto tante volte se condannare Claudio Foti non abbia rappresentato l’occasione per riaccreditare la denigrazione genitoriale come causa di disturbi della personalità, un modo per far entrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta principale.

Non nominando la PAS, per la scienza: una chimera senza fondamento scientifico, si era riusciti a dare alla causa un ruolo, una dignità giudiziaria. Senza mai nominare la PAS, se ne era accreditata la causa. Abbastanza per i malconci sostenitori della PAS. Abbastanza per non dirsi vinti”.

Il procedimento contro Claudio Foti

Claudio Foti, nel 2021, è stato condannato in primo grado a quattro anni per abuso d’ufficio e lesioni dolose gravi. In appello nel 2023 è stato assolto. Sentenza confermata in Cassazione.

L’accostamento tra il caso Bibbiano e Veleno ha riguardato anche la figura di Foti e la sua posizione critica nei confronti dell’inchiesta di Pablo Trincia. Nel 2019, il Gip nell’ordinanza di custodia cautelare citò Veleno: “Foti risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso di potenziale criminalità… ciò si desume dalla saccente presunzione, priva di qualsiasi deviazione dal dubbio incrollabile di essere dalla parte della ragione con la quale commenta durissimamente l’inchiesta giornalistica nota col titolo di Veleno”.

Lo psicoterapeuta fu anche colpevole, quindi, di criticare gli 8 podcast Veleno? I processi si fanno nelle aule dei tribunali, non sui giornali.

La sentenza nel processo di Bibbiano

Sono state assolte in primo grado undici delle quattordici persone imputate. Per loro l’accusa era di aver redatto o creato agevolazioni relazioni false per allontanare bambini dalle loro famiglie e darli in affido.

Per tutti la pm Valentina Salvi aveva chiesto condanne per oltre 70 anni in totale. Per la responsabile dei servizi sociali nella zona di Bibbiano, Federica Anghinolfi, la procura aveva chiesto 11 anni e 6 mesi, più tre anni e sei mesi per altri reati non connessi con un totale di 85 capi di imputazione; 11 anni invece la richiesta erano stati chiesti per Francesco Monopoli.

Assolte da ogni accusa Nadia Bolognini, le psicologhe dell’Ausl Imelda Bonaretti e Federica Alfieri, le assistenti sociali Annalisa Scalabrini e Sara Gibertini, Marietta Veltri, coordinatrice dei servizi sociali, Maria Vittoria Masdea, Katia Guidetti, educatrici della Creative srl, Valentina Ucchino, neuropsichiatra dell’Ausl, Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, due affidatarie.

Tre sono state condannate per altri reati. La responsabile dei servizi sociali nella zona di Bibbiano, Federica Anghinolfi, è stata condannata a due anni di carcere per due capi di falso in atto pubblico relativi alla rendicontazione di altrettanti bilanci.

Un anno e otto mesi per falso in atto pubblico in una relazione sulle condizioni psicologiche di una bambina per il coordinatore tecnico del servizio, Francesco Monopoli. La neuropsichiatra Flaviana Murru è stata condannata a cinque mesi per rivelazione di segreto, per aver parlato con altri indagati delle domande che le erano state poste in un interrogatorio.

Persona o gruppoEsito riportato
Claudio FotiCondannato in primo grado nel 2021; assolto in appello nel 2023; sentenza confermata in Cassazione
Undici imputatiAssolti in primo grado da quelle accuse
Federica AnghinolfiCondannata a due anni per due capi di falso in atto pubblico
Francesco MonopoliCondannato a un anno e otto mesi per falso in atto pubblico
Flaviana MurruCondannata a cinque mesi per rivelazione di segreto

La posizione del sindaco Andrea Carletti

Sotto inchiesta è finito anche l’allora sindaco del PD, Andrea Carletti. Dal capo di accusa di falso ideologico è stato prosciolto, da quello di abuso d’ufficio è stato assolto a ottobre del 2024 perché ha smesso di essere reato con la riforma della giustizia Nordio.

Era indagato per l’assegnazione di spazi comunali e appalti all’associazione Hansel e Gretel. “Non è il sistema dei servizi sociali sotto esame, ma le persone attinte dalla misura”, aveva detto subito, ieri, il procuratore capo di Reggio Emilia, Marco Mescolin.

E anche “non credo ci sia copertura [da parte della politica, ndr]. Il sindaco arrestato risponde solo in merito alla presunta violazione delle normative degli appalti. Non ha accuse in concorso con le violenze ai bambini”.

Il ruolo della politica e dei media

Centrodestra e Movimento 5 Stelle attaccarono direttamente il Partito Democratico che governava il paese. Il sindaco Andrea Carletti aveva denunciato per minacce e diffamazione decine di hater, compreso l’ex M5S Luigi Di Maio.

Giorgia Meloni e Matteo Salvini andarono a Bibbiano e accusarono il Pd di essere responsabile dell’accaduto. Ci sono le immagini di Giorgia Meloni all’ingresso del paese con un cartello: «Siamo stati primi ad arrivare. Saremo gli ultimi ad andarcene!».

Ne nacque uno slogan: PD, Parlateci di Bibbiano. L’inchiesta di Bibbiano, lo sappiamo, fu anche un cavallo di battaglia per le elezioni regionali in Emilia-Romagna, rievocando lo spauracchio dei “comunisti che mangiano i bambini”, risciacquato nel 2019 con lo slogan “il partito che fa affari con i bambini”, ovvero il Partito Democratico.

Sui social invece il processo mediatico sul caso Bibbiano è già chiuso ed è andato esattamente su questi due punti. In un certo senso, si potrebbe dire per fortuna. Perché dei bambini meno si scrive meglio è.

Già troppa la sofferenza accumulata. Per loro ci deve essere solo verità, giustizia, supporto. In tempi rapidissimi.

VELENO, live del 25/04/2024 di Pablo Trincia e Davide Tonelli (Galliera)

Le reazioni delle famiglie

Il Resto del Carlino riporta le posizioni delle parti civili, per primi i familiari dei bambini dati in affido. «Non volevo vendetta, solo un po’ di giustizia» dice la nonna della bambina che è stato il caso-pilota dell’inchiesta, partito da un disegno della bambina ritenuto falsificato con l’aggiunta di mani apposta per rappresentare un palpeggiamento.

«La mia battaglia l’ho vinta quando il giudice minorile mi ha ridato la possibilità di riavere nostra nipote. Sono delusa, ma non covo rancori, nessuna vendetta: rimango dell’idea che non abbiamo sbagliato nulla e al rientro dal tribunale ho abbracciato forte mia nipote».

Questa la posizione del patrigno di un altro bambino: «Siamo sconcertati e arrabbiati. È come se ci avessero portato via per la seconda volta i nostri figli. Non ci aspettavamo tutte queste assoluzioni: dopo tutto ciò che abbiamo patito, è uno schiaffo».

Come funziona l’allontanamento di un minore

Davvero è possibile che sia accaduto tutto questo? Come è possibile? È una domanda un po’ diretta, ma leggendo le accuse va fatta: com’è possibile che ci sia questo strapotere degli assistenti sociali e che una loro relazione basti a convincere il giudice ad allontanare un bambino dalla sua famiglia?

In verità non c’è nessuno strapotere. Quello che porta all’allontanamento di un minore dal proprio nucleo famigliare è un processo complesso, che fra l’altro viene disposto dal Tribunale per i Minorenni, non dagli assistenti sociali né dai servizi.

Anche il famoso articolo 403 per cui di fronte a un imminente pericolo per il minore è il sindaco che decide il collocamento in struttura viene utilizzato prevalentemente per i casi in cui c’è un minore solo per strada, a cui deve essere data tutela nell’immediato. E comunque anche in quel caso deve essere confermato dal Tribunale per i Minorenni.

Quindi la prima cosa che vorrei sottolineare è che ci sono sistemi che governano le scelte. Lo strapotere dei servizi sociali è un mito, lo continuo a dirlo, dovuto credo al fatto che noi siamo quelli che eseguono il collocamento in struttura che il Tribunale ha disposto: le famiglie vedono noi.

Il giudice non prende la sua decisione solo sulla base della relazione del servizio sociale, c’è una procura che indaga, c’è una scuola, ci sono i pediatri, le neuropsichiatrie, gli psicologi; il compito del giudice è fare sintesi e prendere una decisione.

L’allontanamento come extrema ratio

Le leggi, le convenzioni internazionali, la scienza, il mandato professionale e anche il buon senso ci dicono che l’allontanamento è l’extrema ratio, che è preventivo e che viene fatto nell’interesse del minore.

È il minore - e su questo però occorre essere fermi - la parte fragile, la parte da tutelare. Chi viola questo - che sia medico, assistente sociale o psicoterapeuta - ha compiuto un reato.

Detto questo però, se i numeri sono numeri, è un dato di fatto che in Italia si allontana meno che in altri Paesi simili a noi. E ricordiamo pure che l’OMS dice che circa 80mila bambini in Italia sono vittime di abuso e maltrattamenti, prevalentemente in famiglia.

PaeseMinori fuori famiglia ogni mille
Italia3 minori su mille
Francia9 su mille
Germania8 su mille
Gran Bretagna6 su mille

Di contro a questa narrazione collettiva, per cui i servizi sociali sono quelli che “arrivano e portano via il bambino”, i numeri in realtà dicono - faccio riferimento alla più recente ricerca comparativa europea - che in Italia ci sono 3 minori su mille fuori famiglia, mentre in Francia sono 9 su mille, tre volte tanto, in Germania 8 su mille e 6 su mille in Gran Bretagna.

Quindi allontaniamo troppo o troppo poco? È un tema. Anche perché sulla scia di altri casi di cronaca l’accusa che ci viene mossa è quella opposta a quella di oggi, ovvero che il minore non è stato allontanato.

Le responsabilità del sistema

È la domanda che tutti ci siamo fatti, leggendo la cronaca e le accuse di questi giorni. È la domanda che ci porta al di là della vicenda giudiziaria, rispetto a cui non abbiamo strumenti per dire alcunché.

La domanda ci porta dritti ai buchi del sistema e alle responsabilità condivise. Gianmario Gazzi, presidente dell’ordine degli assistenti sociali, ha dichiarato: «Ci vorrebbe l’onestà intellettuale di dire che i bambini negli ultimi trent’anni ce li siamo dimenticati».

Possibile che un lavoro così delicato si svolga di fatto senza controlli? La prima cosa che vorrei dire è che se l’allontanamento è l’ultimo strumento della filiera, significa che prima deve esserci una filiera.

Oggi sembra che tutti siano esperti di servizi per minorenni, ma in questo Paese si parla delle esigenze dei minorenni solo quando arriviamo a queste situazioni limite, come questa o Manduria o la paranza dei bambini.

C’è invece anche una responsabilità collettiva che deriva dai tagli a tutti i servizi. Le colleghe di Roma ad esempio mi dicevano ancora oggi che ci sono due anni di lista d’attesa per una visita in neuropsichiatria infantile.

Organici, esternalizzazione e continuità degli interventi

E che il Comune sta per assumere 170 assistenti sociali in base a quel potenziamento dei servizi che era stato previsto dal REI: 170 assunzioni significa che ad oggi ci sono stati buchi d’organico enormi.

C’è - lo sappiamo - una situazioni molto delicata che è l’esternalizzazione dei servizi, che abbiamo denunciato tantissime volte non perché siamo statalisti o contro il Terzo settore ma perché di fatto interi pezzi di servizi pubblici sono stati appaltati con gare al massimo ribasso.

È evidente che la discontinuità crea un danno per i ragazzini e per le famiglie, perché quale relazione fiduciaria posso costruire se l’assistente sociale ogni 5 mesi cambia? Non posso ogni 5 mesi ripartire da zero.

Ma anche rispetto al tema del controllo, se l’operatore cambia continuamente, chi ha la possibilità di verificare se il progetto posto in essere sta funzionando o no?

Un altro tema generale che crea queste situazioni è il lavorare in un sistema che non sempre è adatto ai tempi: la legge sull’affido e le adozioni è del 2001, ma in questi 20 anni è cambiato il mondo.

Se non capiamo tutto questo, non possiamo affrontare davvero il tema, al di là degli aspetti giudiziari. Uno se lo deve domandare: “perché è successo questo?”. Esiste la responsabilità di ognuno di noi.

Piccoli Comuni, controlli e servizi esternalizzati

C’è una differenza tra piccoli Comuni e grandi Comuni? È possibile che l’operato dei servizi sociali nei Comuni piccoli sia meno controllato?

Ogni regione ha sua normativa sui servizi sociali, non sono tutte uguali. È chiaro che dove le dimensioni sono più piccole, la scelta migliore è la strutturazione di un ambito, come prevede la legge 328.

L’impatto dei tagli e la crisi ha spinto chi aveva meno risorse ad esternalizzare di più e i più grossi a fare economie di scala. Sui controlli in materia di affidamento dei servizi però la competenza è della Corte dei Conti.

Sappiamo tutti che il tema dell’esternalizzazione è complicato anche dal fatto che ci sono realtà dove non c’è un Terzo settore sviluppato, che ti permette di mettere a gara più realtà: quindi finisce che i consorzi sono sempre quei due o tre, che gestiscono quasi tutti i servizi.

Ma è “colpa” del Comune il fatto che ci sia poca offerta? Quello che voglio dire è che è un po’ troppo facile oggi dare tutte le colpe su chi è in prima linea: le responsabilità sono di molti.

Ci sono enti locali e cooperative che non autorizzano gli assistenti sociali a fare formazione e, se fa un giro per l’Italia, vedrà come solo alcuni territori virtuosi fanno supervisione.

Il controllo disciplinare sugli assistenti sociali

Ma come può un cittadino segnalare quello che ritiene essere un errore da parte dei servizi sociali? Che strumenti ha? Qual è il sistema di controllo su uno sbaglio?

Noi abbiamo la funzione disciplinare, l’ordine può dire che io da domani non sono più un assistente sociale. I cittadini e le istituzioni denunciano all’ordine e l’ordine ha l’obbligo di trasmettere la segnalazione ai consigli di disciplina territoriale, i cui componenti sono professionisti indipendenti: per intenderci, non li sceglie l’ordine, ma il presidente del tribunale.

Abbiamo fatto sospensioni e radiazioni e c’è un albo unico dove sono segnalate le sanzioni. Detto questo, mi lasci dire che sbaglia a pensare che l’ordine sia un sindacato di categoria.

Non lo è. Il fatto è che non si va mai oltre la famosa frase sulla tutela della professione: no, l’ordine tutela la professione correttamente esercitata.

La tutela dei bambini durante il dibattito pubblico

I bambini vanno difesi. Mi attanaglia dal primo momento, personalmente: come difendiamo questi ragazzini, se è andata così?

È un lavoro complesso, che va accompagnato. Stiamo anche molto attenti nella discussione: parliamo di eventuali reati, delle organizzazioni, dei servizi, delle responsabilità, parliamo di tutto ma non di ciò che racconta le singole vite e che potrebbe rendere riconoscibili questi ragazzi, per favore.

Sulla base delle informazioni riportate dai giornali, il Consiglio Nazionale degli assistenti sociali ha diramato ieri un comunicato in cui, sottolineando il rischio dell’avvio di “processi sommari”, si dice però che “…se si accerterà la colpevolezza di nostri professionisti, saremo parte civile”, in quanto l’eventuale illecito di alcuni comporterà un’inevitabile ricaduta sulla professionalità di tutti gli iscritti e dell’ordine stesso.

Del resto, a chi lavora all’interno dei servizi sociali dei comuni italiani, o con loro collabora esternamente, l’inchiesta “Angeli e demoni” appare piena di coni d’ombra sui quali è necessario fare luce.

La rappresentazione mediatica del “mostro”

In tanti fecero la caccia al lupo in quei giorni, ognuno con un proprio alibi in tasca, ognuno a caccia di rivalsa, o a caccia delle proprie mostruosità.

In tanti salirono sul pulpito, influencer e professionisti avversi alla psicologia del trauma. Giovan Battista Camerini, neuropsichiatra, molto attivo su Facebook, scrisse: “Un noto terapeuta abusologo è stato condannato dal Tribunale di Reggio Emilia per avere prodotto danni ad una bambina presunta vittima di abusi sessuali con interventi ‘terapeutici’ impropri”.

E il Lupo di Bibbiano? In realtà non è mai esistito. Claudio Foti non si è mai travestito da lupo. Il quadrupede era fatto di pezza, un pupazzo acquistato all’Ikea e utilizzato in un contesto terapeutico rilassato e giocoso. I bambini si divertivano.

Bibbiano si può spiegare solo tenendo insieme tutti gli elementi presenti nel ciclone mediatico giudiziario. Tra questi elementi spunta anche l’inchiesta giornalistica “Veleno” di Pablo Trincia pubblicata da Repubblica nel 2017.

“Veleno - scrive Luca Bauccio - scava nelle angosce più profonde di ognuno di noi - la paura di perdere i propri figli e di essere accusati ingiustamente di avere voluto il loro male e riesce così a connettersi col pubblico, guadagnando il suo incondizionato favore”.

Nel 2019, il Gip nell’ordinanza di custodia cautelare citò Veleno: “Foti risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso di potenziale criminalità… ciò si desume dalla saccente presunzione, priva di qualsiasi deviazione dal dubbio incrollabile di essere dalla parte della ragione con la quale commenta durissimamente l’inchiesta giornalistica nota col titolo di Veleno”.

La necessità di accertare i fatti nei tribunali

È prioritario e necessario che la Procura indaghi e che i Tribunali giudichino gli indagati di entrambe le vicende di Bibbiano e Mirandola.

Prioritario, perché è urgente che si giunga ad una verità, in particolare nel nome dei soggetti più fragili coinvolti da queste storie: le famiglie e soprattutto i bambini.

Necessario perché i professionisti che ogni giorno lavorano a stretto contatto con la realtà più dura - il fatto che esistano centinaia di bambini abusati in famiglia - hanno bisogno che emerga la verità rispetto ad un eventuale sistema criminale locale, in quanto parte lesa.

Chi lavora in ambito socio educativo sa che il sistema degli interventi dei servizi sociali è costruito in modo da poter sempre contare sul controllo dei controllori: un assistente sociale non può, infatti, agire da solo nell’allontanare un bambino dalla famiglia.

E in questo sistema di controlli tra diversi livelli dovrebbe di per sé impedire che avvengano casi come quello emerso. Se queste indagini dimostreranno che questo sistema di monitoraggio ha presentato delle falle nei due casi presi in esame, sarà necessario richiedere a gran voce che venga ripensato e reso più efficiente, a garanzia delle persone coinvolte e in particolare dei bambini.

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