Varie forme di esegesi biblica

L’esegesi biblica o interpretazione biblica è lo studio scientifico della Bibbia. La Bibbia è un testo antico - scritto tra il secolo XI e il secolo II a.C. - e complesso che richiede un’analisi attenta per comprenderne il significato originale e applicarlo al contesto contemporaneo.

L’esegesi comprende metodi diversi, che possono essere ricondotti soprattutto alla via diacronica, interessata all’origine e alla formazione del testo, e alla via sincronica, che studia il testo nella sua forma attuale e nella sua organizzazione interna. Una comprensione integrale richiede inoltre attenzione alla lingua, al contesto storico, ai generi letterari, alla dimensione teologica e all’attualizzazione del messaggio.

Che cosa significa esegesi biblica

I due termini, esegesi e interpretazione, potrebbero essere intesi come equivalenti, poiché l'esegesi è il commento o la spiegazione, quindi l'interpretazione, di un testo biblico. Secondo questa accezione comune, esegesi o interpretazione o ermeneutica sono sinonimi.

Nell'uso recente però si è soliti distinguere i significati dei due vocaboli. L'interpretazione o ermeneutica è la teoria specifica che riguarda la comprensione dei testi, oppure lo studio del senso dei testi a partire da problematiche attuali (ad esempio, si parla di «ermeneutica femminista»); l'esegesi invece è l'attuazione o la pratica concreta dell'interpretazione mediante strumenti e metodi adeguati.

In queste pagine noi useremo sia esegesi sia interpretazione o ermeneutica nel loro senso più generale e ampio, comprendendo sia la teoria sul testo sia i metodi di approccio. Compito dell'interprete è di comprendere e mettere in luce il senso del testo che legge e non solo ripetere e registrare ciò che il testo «dice».

Infatti è necessario distinguere accuratamente due livelli: quel che viene «detto» e ciò che «si intende dire» o affermare. Si può, per esempio, dire qualcosa per scherzo o ironicamente o con qualche particolare modo di esprimersi o con una certa ambiguità voluta.

Interpretare significa dunque afferrare il significato inteso dall'autore ed espresso effettivamente nel testo scritto. A volte il testo scritto può caricarsi di significati anche non compresi in tutta la loro profondità dall'autore, che potrebbe averne avuta solo una percezione intuitiva.

In altre parole, l'interprete cerca la «verità» di fatto trasmessa e verbalizzata mediante la scrittura. Nel caso della Bibbia, il credente riconosce in quella verità la rivelazione divina cui aderisce con la fede.

Le principali domande dell’esegesi

L’esegesi si basa su diversi approcci e metodi di studio che sono stati sviluppati nel corso dei secoli. Di seguito sono riportate le questioni studiate dall’esegesi in generale:

  • Contesto storico: L’interpretazione della Bibbia tiene conto del contesto storico in cui sono stati scritti i vari libri che la compongono. Questo include la cultura, le tradizioni e le condizioni sociali dell’epoca in cui sono stati composti i testi.
  • Lingua originale: La Bibbia è stata scritta in ebraico, aramaico e greco antico. L’esegesi parte sempre dallo studio della lingua originale dei brani biblici per comprendere il significato preciso delle parole e delle espressioni utilizzate.
  • Generi letterari: La Bibbia contiene diversi generi letterari, tra cui narrazioni storiche, poesia, saggi sapienziali, lettere e idee apocalittiche. L’esegesi biblica considera il genere letterario di ciascun libro biblico per estrapolarne il significato espresso attraverso di esso.
  • Critica testuale: La critica testuale è un campo dell’esegesi biblica che cerca di determinare il testo originale della Bibbia attraverso l’analisi dei manoscritti antichi a nostra disposizione.
  • Contesto teologico: L’interpretazione della Bibbia considera anche il contesto teologico dei testi biblici, cioè il modo in cui ciascun testo si inserisce all’interno dello sviluppo dei temi teologici della Bibbia.
  • Applicazione all’oggi: L’esegesi si preoccupa anche di applicare il significato dei testi biblici al mondo contemporaneo.

Questo richiede una comprensione delle questioni culturali, sociali ed etiche dell’epoca attuale e una riflessione su come i principi biblici possono essere pertinenti e applicabili oggi. La disciplina che si occupa di questa applicazione e attualizzazione della Bibbia si chiama ermeneutica.

L’esegesi integrale

La magna charta dell'esegesi cattolica contemporanea è la costituzione dogmatica Dei Verbum del concilio Vaticano Il del 1965. Essa enuncia i principi fondamentali di una corretta esegesi biblica dal punto di vista della Chiesa cattolica, chiudendo definitivamente un'epoca in cui l'approccio critico alla Bibbia non è stato sempre pacificamente ammesso.

La lettura critica, cioè razionalmente rigorosa e documentata, è ritenuta necessaria dal Vaticano Il per l'integrale comprensione della Bibbia come parola di Dio. Comprendere un testo significa «farlo parlare», ossia renderlo capace di rispondere; ma a tale scopo occorre saper porre al testo le domande giuste, cioè farlo reagire attraverso i modelli culturali propri al testo e all'interprete.

L'attenzione ai modelli culturali propri al testo orienta l'esegesi verso il metodo storico; l'orizzonte attuale dell'interprete quale deffiùtnario del testo è ciò che fa diventare la lettura un compito che, come si è detto sopra, alcuni chiamano «ermeneutica».

Noi preferiamo l'espressione «esegesi integrale», designando così la lettura che coniuga insieme «ciò che il testo significava» e «ciò che il testo significa oggi».

Affermando che l'interpretazione di un testo è un'arte, non intendiamo affatto suggerire che l'esegesi sia un atto arbitrario, soggettivo e privo di regole. Infatti il testo scritto, anche nel caso della Bibbia, impone l'osservanza rigorosa di criteri obiettivi senza i quali esso non svela il suo segreto significato.

Ma, come si vedrà più avanti, i metodi di lettura sono molteplici e differenti, e l'applicazione cumulativa, sebbene rigorosa e puntigliosa, su un testo di tutti i metodi di cui dispone quel «multiforme mostro» - come è stata scherzosa-mente definita - che è l'esegesi scientifica non risolve automaticamente il problema dell'interpretazione.

Essa rimane un'arte irriducibile a una mera applicazione di regole; quest'ultima è necessaria, ma non sufficiente. Leggere e capire un testo è più che la meccanica attivazione di uno o più metodi. Infatti non è difficile leggere la Bibbia, ma saper leggere; non è difficile leggere semplicemente, ma l'arte del leggere.

La via diacronica: il metodo storico-critico

Un metodo è una via d'accesso al testo, perciò sintetizziamo i percorsi seguiti dall'esegesi biblica contemporanea in due direzioni, che chiamiamo «via diacronica» e «via sincronica».

Chiamiamo «via diacronica» il metodo di interpretazione che considera il testo nella sua dimensione storica, ossia ne spiega l'origine e il processo di formazione. È il metodo che si è imposto in epoca moderna, soprattutto da circa due secoli, propiziato dall'affermarsi dell'interesse per la storia quale via obbligata per la comprensione della realtà, compresa quella di un testo scritto.

Nasce infatti dalla tesi secondo cui si conosce una realtà ripercorrendo le tappe della sua genesi ed evoluzione, ma anche dal desiderio di evitare ogni soggettivismo interpretativo raggiungendo l'obiettività storica. Tale metodo, sviluppatosi in varie fasi e rifinito da numerosi studi, va sotto il nome di metodo storico-critico.

Il metodo storico-critico si articola sostanzialmente in quattro momenti fondamentali:

FaseObiettivo principale
Critica testualeStabilire un testo affidabile attraverso il confronto tra i manoscritti
Critica filologicaComprendere le lingue, le parole e le espressioni del testo
Critica letterariaAnalizzare forme, tradizioni e redazione dell’opera
Critica storicaValutare il contesto e l’attendibilità storica di quanto viene narrato

Critica testuale

È il primo compito dell'interprete. Consiste nello stabilire un testo affidabile in base a un confronto critico tra le varie testimonianze dei manoscritti antichi, non essendo per noi disponibile il testo originale dei libri biblici.

Prima della scoperta dei famosi rotoli di Qumran (1947), i manoscritti ebraici dell'Antico Testamento ritenuti più antichi risalivano al IX secolo d.C. Nelle grotte di Qumran furono ritrovati dei rotoli del I-Il secolo a.C., contenenti parte della Bibbia ebraica secondo un testo sostanzialmente identico a quello già noto.

Fu la conferma dell'attendibilità della trasmissione fedele della Bibbia. Oggi il lettore della Bibbia può disporre di ottime edizioni, con apparato critico, dei testi originali, ebraico per l'Antico Testamento e greco per il Nuovo Testamento.

Talora anche le edizioni in lingue moderne contengono preziose informazioni sulle scelte testuali fatte dai traduttori e sui problemi posti dai diversi tipi dite-sto (ad esempio, di Siracide si ha il testo greco in più forme e circa i due terzi del testo ebraico).

Spesso la critica testuale riesce a far conoscere la storia complessa della trasmissione del testo biblico e quindi a documentarsi sull'attendibilità dei libri biblici.

La Critica testuale ricostruisce il testo che sarà poi il punto di partenza dello studio biblico vero e proprio e anche quello che poi sarà tradotto nelle varie lingue moderne.

Critica filologica

Questa fase richiede una precisa conoscenza sia delle lingue antiche presenti nella Bibbia (ebraico, aramaico, greco), alla luce delle altre lingue del vicino Oriente, sia della cultura e della storia del popolo ebraico, ma anche una corretta comprensione del testo.

È il lavoro che termina nella «traduzione». Ma la versione di un testo è sia il punto di partenza dell'esegesi sia il punto di arrivo: all'inizio è un'ipotesi, alla fine è un risultato verificato.

Basterebbe confrontare tra loro alcune traduzioni moderne per accorgersi di quanto a volte differiscano, anche su punti non secondari. Diamo un piccolo esempio basato su traduzioni italiane del Salmo 110,3:

  • «A te il principato nel giorno della tua potenza / tra santi splendori; / dal seno dell'aurora, / come rugiada, io ti ho generato» (Bibbia-Cei).
  • «Il tuo popolo si offre a te volenteroso, I nel giorno della tua potenza in sacri paramenti. / Dal grembo dell'aurora è per te / la rugiada della tua gioventù» (Nardoni).
  • «Il tuo popolo s'impegna volontariamente / nel giorno della tua parata militare I negli splendori della santità divina. / Dal grembo dell'aurora a te viene la rugiada della gioventù» (Ravasi).
  • «Il tuo popolo si offre a combattere / nel giorno in cui appare la tua forza. / Come rugiada sui monti santi / i giovani vengono a te fin dall'aurora» (Parola del Signore).
  • «Il tuo popolo sta pronto nel giorno del tuo valore, / in sacri splendori, dal grembo dell'aurora / per te è il fiore della tua gioventù» (La Bibbia - Nuovissima versione dai testi originali).

Critica letteraria

Questa fase comprende metodi diversi con i quali il testo viene analizzato nella dimensione storico-letteraria. Si articola in tre momenti.

Storia delle forme letterarie

«Storia delle forme letterarie» (in tedesco: Formgeschichte). Cerca di individuare le forme o generi letterari e di collocarli nel loro «ambiente vitale» (in tedesco: Sitz im Leben).

Un contributo da pioniere geniale è stato quello di H. Gunkel agli inizi del nostro secolo, soprattutto per la classificazione dei generi dei salmi.

Storia della tradizione

«Storia della tradizione» (in tedesco: Traditionsgeschichte). Indaga il cammino di «ricordi» o di una determinata unità letteraria dallo stadio orale o dalla sua origine fino all'inserimento nell'opera scritta.

Un gran lavoro è stato fatto per individuare le varie tradizioni del Pentateuco ahvista, elohista, deuteronomica e sacerdotale).

Storia della redazione

«Storia della redazione» (in tedesco: Redaktionsgeschichte). Intende mostrare come il redattore finale del testo ha organizzato l'esposizione, la scelta e la strutturazione del materiale raccolto e se si debba ammettere l'esistenza di eventuali strati redazionali successivi.

Ad esempio, c'è consenso tra gli studiosi nel riconoscere che la scuola cosiddetta sacerdotale è responsabile dell'edizione finale del Pentateuco.

Critica storica

Oltre a collocare ogni libro biblico nel suo contesto storico di origine, almeno ipoteticamente in certi casi, si propone di valutare l'attendibilità storica di quanto viene narrato.

Ormai gli studi biblici hanno dimostrato che pur radicandosi nella storia reale d'Israele e pur offrendo molte informazioni storicamente attendibili, la Bibbia è interessata soprattutto a testimoniare un'esperienza di fede.

La critica storica è impegnata a scoprire ciò che è storicamente verificabile e documentato in modo attendibile. Ci si interroga dunque a quale realtà storica facciano riferimento i testi biblici, tenendo conto della particolare storiografia praticata dagli autori sacri.

L'inchiesta storica dovrà avvalersi della critica letteraria dei testi, delle testimonianze esterne alla Bibbia, dell'archeologia e di tutte le scienze da questa suscitate (epigrafia, numismatica ecc.).

La via sincronica: il testo nella sua forma attuale

Con «via sincronica» intendiamo tutti i metodi che tentano di spiegare il testo non tanto a partire dalla sua origine e formazione, ma nella sua forma attuale.

Il testo scritto considerato è quello finale, quale noi lo leggiamo; esso è visto come un «tessuto» (in latino: textus), cioè una totalità unitaria e significativa, dove il tutto si chiarisce nella sua relazione con le parti e viceversa.

Analisi strutturale o semiotica

Semiologia o semiotica sono vocaboli usati da F. de Saussure nel «Corso di linguistica generale» tenuto a Ginevra negli anni 1906-11. Si indica così la teoria dei «segni» linguistici e no, compresi i segni e i simboli religioso-cultuali.

Secondo questa teoria, la lingua non è studiata tanto dal punto di vista filologico ed etimologico, cioè ricercando la sua origine e le sue relazioni con altre lingue, ma in quanto costituisce un sistema strutturato di segni.

Il procedimento con cui si cerca di scoprire le articolazioni interne della lingua, e quindi la «struttura» di un testo, si chiama «analisi strutturale». Non si tratta di studiare la genesi di un testo né di precisare i suoi rapporti con i fatti esterni al testo di cui si parla.

L'analisi strutturale intende evidenziare le strutture interne al testo, considerato come un tessuto in cui tutti i fili sono tra loro connessi e interdipendenti in un certo ordine.

Il «senso» del testo risulta dalla particolare correlazione e differenza esistenti tra gli elementi che Icompongono il testo. L'applicazione di questo metodo alla Bibbia è recente; viene usato non come l'unico strumento di lettura, ma insieme con gli altri metodi critici.

Aiuta a superare il pericolo di soggettivismo e ad attenersi rigorosamente al testo, ma rischia a sua volta di essere attento esclusivamente ai segni linguistici e non al contenuto.

L'analisi strutturale ha raggiunto livelli di sofisticazione e tecnicismo esasperati, usando spesso un vocabolario sibillino. Perciò è impossibile darne qui una più dettagliata presentazione in poche righe.

Per aiutare il nostro lettore ad averne un'idea un po' più precisa, lo invitiamo a leggere un brano biblico, ad esempio Gn 11,1-9 (racconto della torre di Babele), come un insieme di elementi che si riferiscono a differenti codici linguistici.

L'inventano dei codici usati e la loro organizzazione rivelano la struttura del brano. Decodificare è l'atto con cui si identificano, si spiegano e si decifrano i segni linguistici o codici di una struttura.

Ad esempio, nel racconto della torre di Babele si trovano il codice topografico (terra, pianura di Sennaar, cielo, Babele), il codice temporale (inizio, ora, fine della costruzione), il codice onomastico dei personaggi (uomini, Signore, un popolo), il codice delle azioni (emigrare, disperdere, costruire, confondere, discendere) ecc.

Nell'analisi strutturale sono importanti le opposizioni tra i termini: ad esempio, terra-cielo, costruire-cessare di costruire, stabilirsi-essere dispersi, un solo popolo-dispersi, una sola lingua-confusione delle lingue.

Una volta inventariati tutti gli elementi, si deve scoprire quali relazioni li collegano gli uni agli altri: gli uomini vogliono costruire una sola città e un solo tempio a torre che tocchi il cielo, mentre Dio scende dal cielo e produce la varietà e molteplicità dei popoli e delle lingue.

Da una parte c e una volontà di unità che coincide con l'uniformità, dall'altra un'azione che fa nascere la varietà e la diversità.

Analisi narrativa

Nel panorama variopinto dei metodi esegetici nuovi, affacciatisi da circa due decenni, l'approccio narrativo alla Bibbia si propone di comprendere la specificità del testo biblico come racconto, al fine di coglierne meglio il significato.

In realtà, l'espressione «approccio narrativo» comprende differenti tipi di lettura. L'approccio narrativo biblico applica ùl testo sacro le categorie della narratologia o studio della narrazione2.

Si tratta di compiere un'analisi sincronica del testo, considerato nella sua unità e coerenza interna e, più precisamente, secondo gli elementi e le tecniche del racconto.

Conoscere le forme e le tecniche di un racconto implica almeno, tra l'altro, l'enucleazione di due livelli caratteristici ed essenziali di ogni narrazione:

  • le istanze della storia narrata;
  • il tempo, lo spazio, gli attori, l'intreccio del racconto;
  • le istanze del narratore-personaggio che fa parte del racconto stesso (ad esempio, Luca che negli Atti degli Apostoli narra usando il «noi») o del narratore-autore che interviene per fare considerazioni o valutazioni sulla situazione o sui personaggi del racconto.

I rapporti tra questi due livelli costituiscono il tessuto del racconto che occorre saper riconoscere con chiarezza per comprendere il senso teologico del testo non dall'esterno, ma rintracciando la logica interna della narrazione.

Metodi di esegesi biblica schema comparativo

Esegesi storico-critica e rapporto con la fede

La questione dei rapporti tra l'esegesi biblica e la fede cristiana comprende una molteplicità di aspetti, più volte contrastanti. Anzitutto, ci sono diversi modi di fare esegesi, i quali non si trovano tutti nello stesso rapporto con la fede.

D'altra parte, la fede stessa può essere più o meno illuminata e più o meno purificata. Tra l'esegesi patristica e la fede, i rapporti erano strettissimi e, in genere, molto positivi.

A quei tempi, infatti, l'esegesi era tutta guidata dalla fede e destinata a nutrire la fede. Nondimeno, ci furono certe interpretazioni che fecero naufragare la fede di molti, al tempo, ad esempio, dell'arianesimo.

L'esegesi scientifica moderna è molto meno legata alla fede, giacché essa viene praticata tanto da non credenti quanto da credenti e la preoccupazione di oggettività scientifica porta alcuni ad affermare che la fede non ci deve entrare.

Altri però sono del parere che la fede aiuta l'esegesi scientifica a raggiungere meglio il suo scopo. Sicuramente, non ogni forma di fede è in grado di aiutare.

Anzi, un certo modo di credere potrà ostacolare i progressi dell'esegesi, mentre un altro modo le sarà di grande utilità. Reciprocamente, una certa forma di esegesi potrà essere utile alla fede, mentre un'altra forma la metterà in pericolo.

Interpretazione letterale e interpretazione letteralista

Capita facilmente che la fede si senta minacciata dall'esegesi moderna, la quale adopera prevalentemente il metodo storico-critico. Essendo critico, tale metodo porta a mettere in dubbio molte cose e ha come risultato inevitabile quello di scuotere e perfino di scalzare completamente diverse convinzioni che sembravano far parte della fede.

Lo studio critico del Pentateuco, ad esempio, ha dimostrato che questi cinque libri, quali li abbiamo, non sono l'opera di Mosè, ma contengono testi di diverse origini e di varie epoche.

In modo analogo, lo studio critico dei vangeli ha dimostrato che essi non sono grandi racconti stesi ciascuno da un unico autore, il quale avrebbe riferito una testimonianza diretta di quanto Gesù aveva detto e fatto, ma contengono piuttosto una rassegna di piccole unità letterarie, provenienti dalla catechesi della Chiesa primitiva.

Non è più possibile, quindi, fare la prova della storicità dei vangeli dicendo che sono l'opera di testimoni ben informati e perfettamente sinceri. La loro origine appare più complessa e la loro connessione con i fatti meno diretta.

Chi ha una forma di fede poco educata ritiene di conseguenza che l'esegesi rovini la fede e si sente in dovere di rifiutare le conclusioni degli studi esegetici e di gettare l'anatema sul metodo storico-critico.

L'unica interpretazione accettata è allora quella " letteralista ". Non si tratta dell'interpretazione " letterale ", perché tutto lo sforzo del metodo storico-critico mira proprio a ben precisare il senso letterale dei testi, grazie a tutte le risorse della filologia, dell'analisi letteraria e della storia, tenendo conto, in particolare, dei generi letterari praticati all'epoca.

Si tratta, invece, di una interpretazione " letteralista ", cioè quella che viene suggerita al lettore moderno unicamente dalla lettura del testo, senza nessuno studio metodico.

Si pensa di proteggere così la fede. Di per sé, la preoccupazione di proteggere la fede merita ogni lode.

La fede, infatti, è il tesoro del credente, " ben più prezioso dell'oro " (1 Pt 1,7), o meglio ancora, essa è la fonte dalla quale sgorga tutta la vita spirituale. Proteggerla è quindi una necessità assoluta, un dovere irrinunciabile.

Fede, credenze e interpretazione della Scrittura

Occorre, però, evitare di confondere fede e credenze secondarie. E' inevitabile che alla fede in Cristo siano associate diverse credenze, perché la mente umana è fatta in modo tale da provare sempre il bisogno di completare le sue conoscenze, forzatamente parziali, con opinioni più o meno congetturali.

Queste opinioni diventano facilmente credenze, alle quali la mente attribuisce spontaneamente una certezza che non hanno. Non è poi tanto facile fare la distinzione tra queste credenze e la pura verità.

Nel dominio delle conoscenze naturali, la sperimentazione scientifica serve proprio ad eliminare progressivamente le opinioni congetturali e a stabilire certezze ben fondate.

Nel dominio della religione, la distinzione è meno facile, perché non si possono fare esperienze scientifiche in materia di fede, per il duplice motivo che la fede cristiana è anzitutto una relazione personale con Dio e che essa è nel contempo d'indole soprannaturale.

Le relazioni tra le persone non si possono verificare scientificamente, ancora meno se si tratta di una relazione nell'ordine soprannaturale della grazia divina.

Nondimeno è necessario che la fede cristiana venga progressivamente distinta dalle credenze che l'accompagnano. Tale necessità si avvera nell'esistenza di ogni credente, che deve passare da una fede infantile a una fede adulta (cf. 1 Cor 3,1-2; Ef 4,13-14; Eb 5,12-14).

La stessa necessità si è avverata nella vita della Chiesa attraverso i secoli. La fede nella verità delle Scritture ispirate tende naturalmente alla loro interpretazione letteralistica.

Se la Bibbia è Parola di Dio stesso, allora si pensa che ogni dettaglio del testo abbia un valore assoluto e indiscutibile. E' ritenuto blasfemo ogni tentativo di relativizzare qualsiasi affermazione del testo sacro.

Se la Bibbia dice che Dio creò l'universo in sei giorni, il fedele ha il dovere di crederlo e quindi di rifiutare fermamente le teorie scientifiche che esprimono vedute diverse.

La Bibbia e la diversa forza delle sue affermazioni

In realtà, la Bibbia stessa ci educa in molti modi a non dare un valore assoluto a tutte le sue affermazioni. Ricordiamo un esempio significativo: la differenza tra una dichiarazione divina semplice e una con giuramento.

Nella sua fede, Filone di Alessandria attribuiva lo stesso valore assoluto a tutte le parole di Dio, che fossero accompagnate o meno da un giuramento.

Scriveva: " Dio, quando parla, è sempre degno di fede, di modo che anche le sue semplici parole non differiscono per niente dai giuramenti, per quanto riguarda la fermezza " (De Sacrif., 93). " Tutte le parole di Dio sono dei giuramenti " (Leg. All. III, 4).

Questo modo di pensare sembra, a prima vista, molto valido. Corrisponde alla convinzione dei fondamentalisti, secondo la quale è doveroso prendere sempre alla lettera tutto quanto sta scritto nella Bibbia.

La Bibbia stessa, però, insegna il contrario. L'Epistola agli Ebrei, in particolare, attira la nostra attenzione sulla grande differenza che esiste tra una parola divina non giurata e una giurata.

Il giuramento conferisce a certe parole di Dio un valore " immutabile ", che le altre non possiedono (Ebr 6,13-18). Essendo stato appoggiato da un giuramento divino (Sal 110 [109], 4), il sacerdozio di Cristo è stabilito "per l'eternità", il che non era il caso per il sacerdozio levitico (Ebr 7,20-24), stabilito senza giuramento e quindi votato a un cambiamento (Ebr 7,11-12).

Minacce divine e possibilità di cambiamento

E' notevole la differenza tra una minaccia di castigo accompagnata da un giuramento e una che non lo è.

Giona, ad esempio, riceve l'ordine di proclamare da parte di Dio: " Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta" (Giona 3,1-4). A giudicare dal tenore della frase, si tratta di una decisione divina ormai fissata.

Nondimeno, i cittadini di Ninive intravedono una possibilità di far cambiare questa decisione, facendo penitenza. E il racconto dà ragione a loro, con grande dispiacere del profeta: "Dio cambiò parere" (Giona 3,10).

Invece, la minaccia contro gli Ebrei riferita in Num 14,28-30 non poté essere scartata; si realizzò inesorabilmente, perché era stata appoggiata da un giuramento divino.

A causa della loro grave mancanza di fede e di docilità, Dio aveva giurato che non sarebbero potuti entrare nella terra promessa. Cambiando atteggiamento, essi fecero un coraggioso tentativo (Num 14,40); invano, però.

Dio non cambiò parere. Ciò che vale per le minacce, vale anche per le promesse e i doni.

Promesse, regno e giuramento

A Saul era stata data la dignità regale: " Ecco, gli aveva detto Samuele, il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo " (1 Sam 10,1). Ma non c'era stato un giuramento.

Quando Saul si mostrò indocile, Samuele gli dichiarò: " II tuo regno non durerà " (1 Sam 13,14). Effettivamente, il regno di Saul terminò con la sua morte in una battaglia perduta (1 Sam 31) e la sua discendenza non poté conservare il potere.

Il regno passò a Davide (2 Sam 5,1-5). Nel caso di questo re, Dio promise con giuramento di " stabilire per sempre la sua dinastia " (Salmo 89 [88], 4-5; cf. Salmo 132 [131], 11).

Per questa ragione, la speranza nel regno del " Figlio di Davide " si mantenne sempre e Pietro, nel suo discorso di Pentecoste, riferendosi al giuramento divino, ne poté proclamare la realizzazione nella persona di Gesù risorto (Atti 2,30-36).

La Bibbia stessa, quindi, insegna al credente a non dare un valore assoluto ancor meno a tutte le affermazioni umane che essa contiene, ispirate che siano dallo Spirito Santo.

Il carattere storico della rivelazione

Infatti, come ha dichiarato Giovanni Paolo II, " il Dio della Bibbia non è un Essere assoluto che, schiacciando tutto ciò che tocca, sopprimerebbe tutte le differenze e tutte le sfumature. [. ]. Lungi dall'annullare le differenze, Dio le rispetta e le valorizza (Cf. 1 Cor 12,18.24.28).

Quando si esprime in un linguaggio umano, egli non da ad ogni espressione un valore uniforme, ma ne utilizza le possibili sfumature con estrema flessibilità, e ne accetta anche le limitazioni ".

Il Papa aggiungeva: "E' questo che rende il compito degli esegeti così complesso, così necessario. " (ibid.). Necessario proprio per l'approfondimento della fede.

Per essere viva e autentica, la fede infatti deve rinunciare a una certa rigidità, che può avere l'apparenza della saldezza nella fede, ma che, in realtà, manifesta piuttosto una mancanza di fede, perché corrisponde a una ricerca di sicurezze materiali.

II carattere storico della rivelazione cristiana fa sì che una certa flessibilità mentale è necessaria per accoglierla adeguatamente. Non c'è quindi incompatibilità tra fede e metodo storico critico.

Al contrario, l'uso di questo metodo è richiesto dalla fede stessa, quando la cultura contemporanea ha raggiunto il livello corrispondente.

Infatti, la fede di una persona è in pericolo, se le sue conoscenze in materia religiosa sono rimaste al livello della sua fanciullezza, mentre in altri campi si sono considerevolmente sviluppate.

Si produce uno squilibrio, che può provocare gravi crisi. Essendo insufficientemente inculturata, la fede si trova come isolata in un angolo della mente e non è in grado di esercitare la sua azione illuminante e vivificante sull'insieme del pensiero e della vita.

L'esegesi ben condotta aiuta la fede ad accogliere con più realismo la rivelazione di Dio nella storia e, in particolare, il profondo mistero dell'Incarnazione.

Precomprensione e limiti dell’esegesi razionalista

L'esegesi ben condotta, abbiamo detto. Infatti, non ogni tipo di esegesi aiuta la fede.

L'esegesi razionalista, ad esempio, si oppone alla fede. II difetto, però, non proviene dal metodo scientifico adoperato, ma dai presupposti che gli sono uniti, dalla " precomprensione " con la quale vengono letti i testi.

E' inevitabile che ogni esegeta si accosti ai testi biblici con una sua precomprensione personale. E' persino necessario Infatti, per poter capire un testo, bisogna avere qualche idea della materia trattata.

Un cieco nato non è in grado di seguire un discorso che analizza le bellezze di un dipinto. Può darsi, tuttavia, che la pre-comprensione avuta non si accordi bene al messaggio contenuto nel testo.

In tal caso, di due cose, una o l'esegeta rinuncia a certi suoi presupposti per accogliere il testo o l'esegeta costringe il testo a corrispondere ai propri presupposti.

Per l'esegeta razionalista, non possono prodursi miracoli. La Bibbia, invece, e il Nuovo Testamento con particolare insistenza affermano che Dio ha operato grandi miracoli.

L'analisi scientifica dei testi conduce a riconoscere che contengono queste affermazioni. L'esegeta razionalista cerca tutti i mezzi per eliminare questi dati.

Non vuole che Gesù sia stato concepito verginalmente, perché ritiene a priori che tale concepimento sia impossibile. Non vuole che Gesù sia risorto dai morti, perché ritiene impossibile una risurrezione.

In questi casi e in tanti altri, è evidente che la prima preoccupazione non sia la docilità al testo, ma il mantenimento delle proprie idee.

La Formgeschichte e il problema dei presupposti

Ci sono, naturalmente, molti casi più sfumati. Ciò che rende la situazione difficile è il fatto che, più volte, i metodi siano stati profondamente permeati, all'inizio da preconcetti estranei ai messaggi della Bibbia.

Tale è stato, ad esempio, il caso del metodo chiamato in tedesco della " Formgeschichte " ossia della ricerca delle diverse forme letterarie (racconto paradigmatico, aneddoto, leggenda, controversie ecc.) e della loro evoluzione.

In una conferenza celebre, tenuta a New York nel 1988 e pubblicata poi in diverse lingue , il Cardinale Ratzinger ha analizzato e criticato i presupposti di M. Dibelius e R. Bultman, pionieri della " Formgeschichte ":

  • " priorità della predicazione rispetto all'evento " (p. 104), presupposto che scalza la realtà della storia della salvezza;
  • " assioma " della " discontinuità ", che si oppone all'unità del Nuovo e Antico Testamento, nonché all'unità tra Nuovo e Antico Testamento (p. 105);
  • " convinzione che solo ciò che è semplice è primitivo ", la quale traspone " il modello evoluzionista della scienza alla storia dello spirito " (p. 106).

Diventa quindi manifesto che le conclusioni esegetiche di un Bultmann " non sono il risultato di constatazioni storiche, ma provengono da un insieme strutturato di presupposti sistematici" (p. 111).

A chi adopera poi il metodo della " Formgeschichte " s'impone la necessità di liberare questo metodo da tali presupposti. Compito non facile!

Esegesi patristica e lettura tipologica

Ancora una volta un lampo che saetta nel cervello. Mi diviene chiaro all’improvviso che in catechesi vengono riproposte le visioni che l’esegesi biblica via via elabora.

Io ritengo che il racconto della storia della salvezza debba cominciare da Genesi 1 e 2 perché così fa la redazione finale della Bibbia, situando la storia di Abramo, semita figlio di Sem e primo degli ebrei, nella prospettiva della storia universale che riguarda ogni uomo, cioè Adamo ed Eva.

Così fa l’esegesi rabbinica e così richiede una lettura della Bibbia come unità. Così ritengo che sia errato iniziare i bambini alla Scrittura con il Vangelo di Marco, perché mai nella storia della Chiesa è stato fatto così e perché è Giovanni il vangelo che la Chiesa ha scelto per le grandi tappe del catecumenato.

Pur stimando enormemente Carlo Maria Martini come esegeta e come critico del testo biblico, ritengo che la sua proposta sul Vangelo di Marco come libro del catecumeno sia fra le più deboli che egli ha formulato.

Preferisco appoggiarmi sull’esperienza della Chiesa che partiva piuttosto dai vangeli che si soffermano sulla nascita di Gesù - Luca ad esempio - e che si soffermano su episodi chiavi come quelli della samaritana, del cieco nato e di Lazzaro - Giovanni -, per mostrare che Gesù era l’unica acqua che disseta ogni desiderio, l’unica luce che illumina il vivere, l’unica vita che vince la morte.

Così ritengo infine che si debba “narrare” la Scrittura, ma che questo voglia dire, innanzitutto, rifarsi all’esegesi tipologica, tipica di Gesù e di tutto il Nuovo Testamento: in essa ogni episodio veterotestamentario non è visto come fatto a sé stante ma come anticipo dell’evento dell’Incarnazione.

In questa maniera tutta la Scrittura appare un’unica narrazione. Il post-moderno ha affermato che è terminato il tempo delle “grandi narrazioni”: ma la Bibbia è una “grande narrazione”, anzi è la più grande che sia mai esistita, poiché partendo dalla creazione del mondo giunge fino all’eternità.

Si tratta allora di presentare prima gli assi portanti e i punti focali di tale grande narrazione, prima di soffermarsi su qualche punto, interessantissimo, ma pur sempre particolare.

Mauro Biglino: La non logica dell'esegesi biblica.

Esegesi e catechesi

Ancora una volta un lampo che saetta nel cervello. Mi diviene chiaro all’improvviso che in catechesi vengono riproposte le visioni che l’esegesi biblica via via elabora.

Perché alcuni sussidi di catechesi biblica per bambini o ragazzi iniziano con Abramo e non con Genesi 1 e 2, non con Adamo ed Eva? Perché alcune correnti di esegesi storico-critica hanno ipotizzato che i racconti di creazione siano stati scritti in periodo esilico, dopo che già - così ritengono tali autori - era composto il canovaccio dell’esodo.

Perché il Vangelo di Marco viene scelto come primo Vangelo per gli itinerari di Iniziazione cristiana per i bambini? Perché Carlo Maria Martini propose diversi decenni fa che i quattro vangeli potessero essere collegati a quattro tappe della vita del cristiano ed ipotizzò - insistendo lui stesso che era solo un’ipotesi senza alcuna prova documentaria - che Marco potesse essere definito come vangelo “del catecumeno”.

Perché si parla in un ben determinato modo di “linguaggio narrativo” in catechesi? Perché alla narrazione della storia della salvezza dei Padri della Chiesa si è sostituita l’analisi narrativa di un singolo libro o episodio biblico.

Ne consegue allora che se si vuole che la discussione che si deve aprire in merito sia pertinente bisogna dichiarare quale metodologia biblica si sceglie di utilizzare, fornendone le motivazioni.

La presentazione della Bibbia in chiave tipologica - dove ogni episodio veterotestamentario è figura della vita di Gesù e della vita del cristiano - permette di rendere conto della storia della salvezza.

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