Trasfigurazione di “The Last Wish”: traduzione italiana e significato

La traduzione italiana di The Last Wish è L’ultimo desiderio. In base al contesto, l’espressione inglese può indicare l’ultimo desiderio di una persona morente, le ultime volontà di un defunto oppure un desiderio conclusivo da esaudire.

Il termine italiano trasfigurazione, invece, indica un mutamento di figura, aspetto o apparenza e, in ambito religioso, il miracolo per cui Gesù, salito sul monte Tabor, apparve ai discepoli nel pieno della sua gloria, con il volto risplendente come il sole e le vesti candide come la luce.

Traduzione di “The Last Wish”

The Last Wish significa letteralmente l’ultimo desiderio. In alcuni contesti narrativi, soprattutto quando si parla di una persona deceduta, è possibile tradurlo anche con le ultime volontà.

Espressione ingleseTraduzione italianaUso prevalente
The Last WishL’ultimo desiderioTitolo o desiderio finale
last wishultimo desiderioDesiderio espresso prima della morte o in una situazione decisiva
the last wishes of the deceasedle ultime volontà del defuntoDisposizioni lasciate da una persona morta
to fulfil the last wishesaudire l’ultimo desiderioRealizzare ciò che una persona ha chiesto

Esempi di traduzione di “last wish”

Her last wish was simply to be in heaven alongside her parents. Il suo ultimo desiderio era semplicemente essere in paradiso accanto ai genitori. His last wish was to inter his body near the river he cherished. Il suo ultimo desiderio era di essere seppellito vicino al fiume che amava.

But I won't entrust his last wish to anyone else. Ma non affiderò il suo ultimo desiderio a nessun altro. It was his last wish that you have this. Era suo ultimo desiderio che tu avessi questo.

Joseph, I know you will grant your master his last wish. Joseph, io so che esaudirai l'ultimo desiderio del tuo padrone. It would have felt like denying a dying man his last wish. Sarebbe stato come negare l'ultimo desiderio a un uomo morente.

Fulfilling his last wish has made him take his own life. Realizzando il suo ultimo desiderio, l'ha portato al suicidio. If you don't make your last wish, that's it. Se non esprimi il tuo ultimo desiderio, finisce lì.

When they're allowed to choose a meal, as their last wish. Quando gli permettono di scegliere un pasto come ultimo desiderio. You can't deny a last wish to a man condemned to death. A un condannato a morte non si nega l'ultimo desiderio.

Just think of it as giving a dying man his last wish. Pensala come se stessi regalando un ultimo desiderio a un uomo morente. It is my last wish to be buried sitting up. E 'il mio ultimo desiderio di essere sepolto a sedere.

This bank statement was your brother's last wish for you. Questo documento della banca era l'ultimo desiderio di tuo fratello per te.

“Last wish” e “ultime volontà”

La traduzione più diretta di last wish è ultimo desiderio, ma l’italiano preferisce spesso l’espressione ultime volontà quando il riferimento riguarda le disposizioni di una persona defunta.

To fulfil the last wish of Tania's late grandmother, they embark on the bizarre journey to take an alien creature back to its planet. Per poter esaudire le ultime volontà della nonna defunta di Tania, si ritrovano coinvolti nell'improbabile impresa di ricondurre una creatura aliena verso il suo pianeta.

From the bowels of Vesuvius, Pulcinella, a foolish servant, is sent to present-day Campania to grant the last wish of Tommaso, a simple shepherd: he must rescue a young buffalo called Sarchiapone. Dalle viscere del Vesuvio, Pulcinella, servo sciocco, viene inviato nella Campania dei giorni nostri per esaudire le ultime volontà di Tommaso, un semplice pastore: mettere in salvo un giovane bufalo di nome Sarchiapone.

After carrying out the last wish of his friend, Mirza is anxious to meet his former wife. Dopo aver esaudito l'ultimo desiderio dell'amico, l'uomo é impaziente di vedere l'ex moglie, ma la donna, vittima di un bombardamento chimico, oltre ad essere stata sfigurata, ha perso l'uso della voce e rifiuta di mostrarsi.

It's the last wish of the deceased. È l'ultimo desiderio prima di morire. I need to realize the last wish of my father. Ho bisogno di realizzare l'ultimo desiderio di mio padre.

Altri esempi con “The Last Wish”

Owning the ring and hope that the last wish come true. Possedere l'anello e sperare che l'ultimo desiderio si avveri. Don't blame me if you spend the last wish in undoing the work of the other two. Non prendetevela con me se si spende l'ultimo desiderio di annullare il lavoro degli altri due.

If I were to use the last wish, I'd wish it to free Aladdin. Se proprio devo, l'ultimo desiderio lo userò per liberare Aladin. If I were to use the last wish, I'd wish it to free Aladdin. Se dovessi usare l'ultimo desiderio, lo farei per liberare Aladin.

But the maid knew that marrying King Jerodfan would be the last wish of every woman in the world. Ma la domestica sapeva che sposare Re Jerodfan era l'ultimo desiderio di ogni donna sul pianeta.

Its title is “L'ultimo desiderio” and asks participants to present their very own comfort food. Il suo titolo è "L'ultimo desiderio" e chiede ai partecipanti di realizzare un video raccontando il loro personale comfort food.

Represented for the first time in 1991, with the title “the last wish”, L'friend of the heart is the classic comedy of errors where each character takes on a role to hide their deepest nature. Rappresentata per la prima volta nel 1991, con il titolo "L'ultimo desiderio", L'amico del cuore è la classica commedia degli equivoci dove ogni personaggio si veste di un ruolo per nascondere la propria natura più profonda.

Significato italiano di “trasfigurazione”

Trasfigurazione significa azione e risultato del trasfigurarsi, cioè mutamento di figura, di aspetto o di apparenza: la trasfigurazione della realtà nella fantasia.

In ambito religioso, la Trasfigurazione è il miracolo per cui Gesù, salito sul monte Tabor, apparve ai suoi discepoli nel pieno della sua gloria, con il volto risplendente come il sole e le vesti candide come la neve.

Nella liturgia cattolica, la Trasfigurazione è la festa con la quale si celebra la trasfigurazione di Gesù. Nelle belle arti, la parola indica anche un’opera figurativa che rappresenta la Trasfigurazione, come la Trasfigurazione di Raffaello.

La Trasfigurazione di Cristo nei Vangeli

Quaranta giorni prima della sua Crocifissione, Gesù Cristo fu trasfigurato. Nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca questo momento è raccontato in modo identico, con le stesse parole, e comunque con lo stesso sviluppo di azione e tempi (Mt 17,1-13; Mc 9,2-18; Lc 9,28-36).

Avviene la rivelazione di Gesù in corpo e spirito, ovvero la coesistenza in Lui delle due nature, l’umana e la divina. Nella Trasfigurazione, inoltre, Antico e Nuovo Testamento si saldano insieme nelle figure di Mosè ed Elia.

La memoria si celebra il 6 agosto, a distanza appunto di quaranta giorni dalla festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, ricreando così una successione temporale. Gesù prende con sé i tre discepoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, e sale su un alto monte.

Qui il suo volto diventa splendente come il sole e le vesti candide come la luce. Accanto a Lui appaiono Mosè ed Elia che conversano con Lui. I tre discepoli sono pieni di paura e cadono a terra.

Solo Pietro tenta di dire qualcosa, si sente confuso e dice che è bello stare lì e di voler costruire tre capanne per Gesù e i profeti. Una nube scende dall’alto e sembra volerli inghiottire.

E ancora dall'alto si ode la voce di Dio che dice: “Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!”. In un’altra occasione Dio aveva fatto sentire la Sua voce e aveva parlato agli uomini mostrando il Figlio: durante il battesimo di Cristo.

In entrambi gli episodi avviene la Rivelazione.

Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor

La luce della Trasfigurazione

L’occasione suprema in cui la divina bellezza è stata rivelata all’umanità è la trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, come la chiesa ortodossa afferma in uno degli inni per i vespri di questa festa: Trasfigurato oggi sul monte Tabor davanti ai discepoli, nella sua persona egli ha mostrato loro la natura umana rivestita dell’originale bellezza dell’immagine.

Riguardo alla luce della trasfigurazione, nel racconto evangelico è detto che il volto di Cristo risplendette “come il sole” (Mt 17,2). Qui il padri greci e i libri liturgici ortodossi sono più espliciti ed enfatici.

Il volto del Signore, dice san Giovanni Crisostomo, risplendette non soltanto come ma più del sole. La gloria del Tabor, così insegnano i padri con sorprendente unanimità, non è soltanto una luce naturale, bensì soprannaturale; non soltanto una luminosità materiale, creata, bensì lo splendore spirituale e increato della divinità.

È una luce divina. Già nel tardo secondo secolo Clemente di Alessandria spiega che gli apostoli non videro la luce grazie alla normale capacità della percezione sensoriale, dal momento che gli occhi fisici non possono vedere la luce della divinità senza essere trasformati dalla grazia divina; la luce è “spirituale” ed è rivelata ai discepoli non nella sua interezza, ma soltanto nella misura in cui essi erano in grado di percepirla.

Esattamente lo stesso è detto nel tropario (apolytikion) della festa: Tu sei stato trasfigurato sulla montagna, mostrando la gloria ai tuoi discepoli nella misura in cui essi erano in grado di sopportarla…

Si tratta di una luce, dice san Gregorio il Teologo, “troppo forte per gli occhi umani”, una luce, secondo san Massimo il Confessore, che “trascende il funzionamento dei sensi”. Affermazioni simili ricorrono nei testi liturgici della festa.

La luce del Tabor, viene detto, è “immateriale”, “eterna”, “infinita”, “inavvicinabile”, “una gloria più splendente della luce”. In breve, non è nient’altro che “la gloria della divinità”; “è uno splendore radioso e divino”.

Come afferma san Dionigi l’Areopagita, la luce è “sovraessenziale” o “al di là dell’essere” (hyperousios). Quando nel quattordicesimo secolo san Gregorio Palamas insisteva dicendo che la luce del Tabor è identica alle energie increate di Dio, non stava facendo nient’altro che riassumere la tradizione patristica esistente, che si estendeva fino a più di mille anni prima di lui.

Le quattro dimensioni della gloria

Riguardo a questa luce increata e immateriale che risplende dal Salvatore trasfigurato, si possono affermare almeno quattro cose:

  • Essa ci rivela la gloria della Trinità;
  • Essa ci rivela la gloria di Cristo come Dio incarnato;
  • Essa ci rivela la gloria della persona umana;
  • Essa ci rivela la gloria dell’intero cosmo creato.

La gloria della Trinità

Innanzi tutto, la luce del Tabor è una luce della santa Trinità, come la chiesa canta ai vespri della festa: Cristo, la luce che risplendette davanti al sole, in questo giorno ha misticamente fatto conoscere sul monte Tabor l’immagine della Trinità.

Vista come celebrazione trinitaria, la festa della trasfigurazione è molto simile alla festa che ricorre esattamente otto mesi prima, la teofania o epifania (6 gennaio), la celebrazione del battesimo di Cristo.

Entrambe sono feste della luce: infatti la teofania è comunemente chiamata Ta phota, “Le luci”. Ma il parallelo si estende più in là di questo: entrambe sono occasioni in cui è chiaramente manifestata l’azione congiunta delle tre persone della divinità.

Al battesimo di Gesù la voce del Padre parla dal cielo, rendendo testimonianza al Figlio, mentre lo Spirito in forma di colomba discende dal Padre e riposa sul Cristo (Mc 1,9-11).

Esattamente la stessa configurazione triadica è evidente sul monte Tabor: il Padre parla dal cielo, testimoniando del Figlio, mentre lo Spirito è presente in quest’occasione non in forma di colomba bensì come nube luminosa.

Leggendo la trasfigurazione in questa prospettiva trinitaria, dunque, noi proclamiamo nell’exaposteilarion al mattutino: Oggi sul Tabor alla manifestazione della tua luce, o Logos, … abbiamo visto il Padre come luce e lo Spirito come luce, che guida con la luce l’intera creazione.

La gloria di Cristo incarnato

Oltre a essere trinitaria, la gloria della trasfigurazione è, in secondo luogo, più specificamente una gloria cristologica. La luce increata che risplende dal Signore Gesù lo rivela come “vero Dio da vero Dio … consustanziale al Padre”, secondo le parole del Credo.

Ma allo stesso tempo sul Tabor il corpo umano del Signore, sebbene radioso di gloria immateriale, resta ancora pienamente materiale e umano; la sua carne creata è resa traslucida, così che la gloria divina risplende attraverso di essa, ma non è abolita né ingoiata.

Come si esprime l’innografia di questa festa, utilizzando il linguaggio della definizione calcedonese e di quello del quinto concilio ecumenico, Cristo è rivelato sulla montagna come “una persona in due nature, completa in entrambe”.

Interpretando le implicazioni cristologiche della trasfigurazione, noi possiamo dire: nulla è tolto e nulla è aggiunto. Nulla è tolto: trasfigurato sul Tabor, Cristo resta pienamente umano.

Allo stesso modo, nulla è aggiunto: la gloria eterna rivelata sul Tabor è qualcosa che il Cristo incarnato possiede da sempre, fin dal suo concepimento nel grembo della santa Vergine.

Questa gloria è con lui lungo tutta la sua vita terrena: perfino durante i momenti della sua più profonda umiliazione, come quello dell’agonia nel giardino del Getsemani o in quello del suo urlo di abbandono sulla croce, resta vero che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9).

La differenza sta semplicemente in questo: in altri momenti della sua vita sulla terra la gloria, sebbene realmente presente, è nascosta sotto il velo della carne; sulla cima della montagna, per un breve istante, il velo diviene trasparente e la gloria è resa parzialmente manifesta.

Alla trasfigurazione, comunque, nessun cambiamento avvenne in Cristo stesso; il cambiamento avvenne piuttosto negli apostoli. Secondo san Giovanni Damasceno, “egli fu trasfigurato non assumendo ciò che non era, ma manifestando ai suoi discepoli ciò che egli era, aprendo così i loro occhi”.

“Egli non divenne in quel momento più radioso o più esaltato”, dice sant’Andrea di Creta, “lungi da ciò: egli rimase come era prima”. Come afferma Paul Evdokimov, “la storia evangelica non parla della trasfigurazione del Signore, ma di quella degli apostoli”.

La festa della trasfigurazione, così, ci pone di fronte il paradosso salvifico della nostra fede cristiana: Gesù è interamente Dio e allo stesso tempo interamente uomo, essendo tuttavia una sola persona e non due.

Ogni anno, il 6 agosto, facciamo bene a riflettere con la massima chiarezza e umiltà su questa doppia pienezza presente nel Salvatore incarnato: la perfezione della sua divinità e l’integrità intatta della sua umanità.

La gloria della persona umana

In terzo luogo, la trasfigurazione ci rivela non soltanto la gloria della Trinità, non soltanto la gloria di Cristo, una persona in due nature, ma anche la gloria della nostra persona umana.

La trasfigurazione è una rivelazione non soltanto di ciò che Dio è, ma parimenti di ciò che noi siamo. Guardando a Cristo trasfigurato sul monte, noi vediamo la natura umana - la nostra persona creata - assunta in Dio, riempita interamente della vita e della gloria increate, permeata dalle energie divine, pur continuando a essere totalmente umana.

Noi vediamo la natura umana come era al principio, in paradiso, prima della caduta; vediamo la natura umana come sarà alla fine, nel tempo che verrà dopo la risurrezione finale - e questo ultimo stato della natura umana è incomparabilmente più elevato del primo.

In questo senso la trasfigurazione ha un carattere escatologico; è, per utilizzare le parole di san Basilio il Grande, “l’inaugurazione della parousia gloriosa di Cristo”.

La trasfigurazione di Cristo ci mostra dunque, secondo sant’Andrea di Creta, “la deificazione della natura umana”.

Se vogliamo comprendere il vero significato della dottrina della theosis, dobbiamo partecipare a una liturgia vigiliare della festa della trasfigurazione e ascoltare attentamente ciò che è detto e cantato.

Cristo, trasfigurato sul monte, ci rivela la pienezza delle nostre potenzialità umane, la capacità ultima della nostra natura umana in ciò che essa ha di più vero ed elevato.

Secondo il kontakion della vigilia: Oggi, nella divina trasfigurazione, tutta la natura umana risplende in modo divino e grida di gioia.

La gloria del cosmo creato

Ma non è tutto. In quarto luogo - e ciò ha un particolare significato per il mondo contemporaneo -, il Cristo trasfigurato ci rivela la gloria non soltanto della persona umana ma ugualmente dell’intera creazione materiale.

“Tu hai santificato con la tua luce tutta la terra”, cantiamo ai vespri della festa (Lity, sticheron 1). La trasfigurazione ha una portata cosmica, poiché l’umanità deve essere salvata non dal mondo ma con il mondo.

Il monte Tabor anticipa lo stato finale predetto da san Paolo, quando la creazione nella sua interezza “sarà liberata dalla schiavitù della corruzione”, ed entrerà nella “libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).

È l’inaugurazione della “nuova terra”, di cui parla l’Apocalisse (Ap 21,1). Sulla montagna, cioè, vediamo non soltanto un volto umano trasfigurato nella gloria; la radiosità risplende allo stesso modo anche dalle vesti di Cristo (Mt 17,2).

La luce del Tabor trasforma non soltanto il corpo del Salvatore in modo isolato, ma anche gli altri oggetti materiali associati a lui, le vesti fatte da mano d’uomo che indossa; e così, per estensione, essa abbraccia potenzialmente tutte le cose materiali.

Non soltanto ciascun volto umano, ma anche ciascun oggetto fisico è capace di trasfigurazione. Alla luce di quell’unico volto che fu mutato, di quelle particolari vesti che furono rese bianche e rilucenti, tutti i volti umani hanno acquisito una nuova radiosità, a tutti gli oggetti comuni è stata data una nuova profondità.

Agli occhi di coloro che credono veramente nel Cristo trasfigurato nulla è misero o disprezzabile; tutte le cose create possono diventare un veicolo delle energie increate di Dio.

La gloria del roveto ardente è tutt’intorno a noi, desiderosa di essere disvelata. La festa della trasfigurazione è par excellence una celebrazione ecologica.

Trasfigurazione, sofferenza e Calvario

Avrete notato che, tenendo a mente la distinzione fatta da Gabriel Marcel, tra gli altri, ho parlato di “mistero” piuttosto che di “problema” del male e della sofferenza innocente.

Un problema è un rompicapo intellettuale, un enigma, che può essere decifrato attraverso un pensiero chiaro e un acume logico. Ma il male e la sofferenza innocente, in quanto mistero, non possono essere spiegati semplicemente attraverso l’argomentazione razionale.

Un mistero è qualcosa che deve essere trasformato dall’azione, al fine di divenire trasparente al pensiero; è qualcosa che può essere risolto, per quanto possibile, soltanto attraverso l’esperienza personale, la partecipazione personale e la compassione.

Non possiamo iniziare a capire la sofferenza a meno di esservi direttamente coinvolti. Tale è precisamente il significato della crocifissione: Dio in Cristo è vittorioso sul male perché nella sua propria persona ne soffre fino in fondo tutte le conseguenze, senza riserve.

Vincit qui patitur. Il nostro Dio è un Dio coinvolto: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino all’estremo” (Gv 13,1).

Iniziamo con il considerare la natura di questa gloria dischiusa sul Tabor, per poi esplorare la relazione tra le due montagne, il Tabor e il Calvario.

In primo luogo, quale è la natura della radiosità che risplendette come folgore dal volto e dalle vesti del Salvatore al momento della sua trasfigurazione? E, in secondo luogo, quale è la relazione (se ve n’è una) tra la gloria della trasfigurazione e la kenosis di Cristo al Getsemani e sul Golgota?

È ora di ritornare alla nostra domanda iniziale. In che modo la gloria di Cristo trasfigurato sulla montagna - gloria della Trinità, gloria del Logos incarnato, gloria della persona umana, gloria dell’intera creazione - ci rende in grado di comprendere il mistero della sofferenza?

Come ci aiuta a rispondere all’angoscia, alla rabbia e alla disperazione che provano le nostre sorelle e i nostri fratelli in Iraq o nel Darfur, o qui a Milano e Torino, oppure nella mia città di Oxford?

È cosa buona, potreste dire, parlare della gloria del roveto ardente che è tutt’intorno a noi; ma come possiamo far diventare queste parole una realtà viva?

La Trasfigurazione come rivelazione dell’esodo

Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani.

Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti. Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al legno, che perdona tutti ed espia le colpe dell’umanità ci piace, ci convince, è un segno, nel dramma, beneaugurale, un atto di eroismo concepibile.

Abbiamo più problemi, presumo, nel credere che risorgeremo nella carne e che per questa fede - il crisma del cristianesimo - dobbiamo dare la vita.

Il cristianesimo intende la carne come un segno mortale, parziale, dentro a cui, come il succo della noce, si cela la sostanza.

I tre evangelisti - Marco, Matteo, Luca - ricordano la trasfigurazione come un momento di svolta: da lì l’azione di Gesù - che prima è maestro di vita, guaritore, sapiente - ha come obbiettivo Gerusalemme, cioè la morte - la città dedita a Dio è la mascella mostruosa in cui il Figlio viene dilaniato.

Da quel momento, i discepoli affogano nell’abisso. Domenica scorsa - 17 marzo - la lettura evangelica riguardava la trasfigurazione trasfigurata nelle parole di Luca - perché le parole sono volto, fatto sfacciato, contraffazione, merito e menzogna, figura e contro-figura.

All’episodio accede la primizia dei discepoli, “prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo” (Lc 9, 28). Questa ‘aristocrazia’ nel cristianesimo non può essere sottovalutata: Cristo è per tutti ma ne sceglie 12, tra i tutti, e dei 12 ne sceglie 3 per “salire sul monte a pregare” (il monte è lo spazio del pregare come il deserto è il luogo della prova: sul monte parla Dio, nel deserto si sfida il sussurro del male).

Tre discepoli ammirano i Tre: Gesù insieme a “due venuti a parlare con lui: erano Mosè ed Elia” (Lc 9, 30). La rivelazione è il dialogo con i morti - il dialogo autentico accade sempre con i morti, che ci aggiornano sul destino.

Mosè ed Elia - i morti - “parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme” (Lc 9, 31). La rivelazione riguarda la morte: Dio sta morendo, Dio morirà, eccola la grande rivelazione.

Esodo traduce exodus. Luca non dice ‘viaggio’, ‘cammino’, ‘avvenimento’. Dice esodo, exodus. Esodo vuol dire ‘via’ (odos) che è fuori (ex) dalle vie comuni, un ‘fuori pista’.

Per compiere il proprio destino bisogna uscire fuori di sé. Non c’è altra via che uscire dalle vie consuete.

La trasfigurazione accade nei momenti più drastici della missione di Gesù. Poco prima (Lc 9, 23) Gesù ha detto, con inedita violenza - una violenza che risuona raramente nelle aule colonnate delle chiese - “se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, s’incarichi della propria croce”.

Seguire Gesù è un esodo, è andare al di là del giorno, del regno quotidiano - seguire Gesù significa uscire da sé, dal sé. Cioè: trasfigurarsi. Meglio: trafugarsi. Meglio ancora: trafiggersi - una sintesi tra il rinnegare e la croce.

Poco dopo la trasfigurazione (Lc 9, 41) Gesù urla contro l’umanità perché i suoi discepoli non sono stati in grado di scacciare i demoni dal corpo di un ragazzo (cioè: di vincere il male).

“Generazione di increduli e di contorti, fino a quando dovrò stare con voi e sopportarvi?”. Gesù urla contro chi ha rinnegato tutto per seguirlo.

Le parole dei discepoli si contorcono come serpi, si avvitano su di sé, non hanno energia. Gesù non ha dubbi riguardo all’idiozia degli uomini.

Il significato spirituale della luce

La trasfigurazione di Gesù accade “otto giorni dopo” (Lc 9, 28) la prefigurazione della Passione. Gregorio Palamas, sommo monaco dell’Athos, ci spiega cosa significa così: “la grandiosa visione della Luce della Trasfigurazione del Signore rappresenta il mistero dell’ottavo giorno, cioè il tempo futuro, dopo che avrà fine il mondo creato in sei giorni; rappresenta cioè il superamento dei nostri sensi, che esercitano in noi la loro energia in sei modi.

Abbiamo infatti cinque sensi, ma a questi si aggiunge la parola profetica in modo sensibile, che fa diventare sei le energie della nostra sensibilità. Ora, il regno di Dio promesso a coloro che ne sono degni è superiore ai sensi e alla parola.

Ecco perché, dopo che queste energie che agiscono in noi in sei modi avranno un felice compimento - compimento che dà al settimo giorno la sua ricchezza e dignità - ecco che nell’ottavo giorno, per la potenza di una energia superiore, risplende il regno di Dio”.

L’episodio della trasfigurazione ci insegna alcune cose riguardo all’approccio a Dio. Il contrasto tra sonno e veglia, ad esempio.

“Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sogno, ma vegliarono e videro la gloria” (Lc 9, 32). Il mondo dei vivi è, in realtà, dei dormienti; l’uomo spirituale veglia, pattuglia la notte, non crede nell’oscurità, è una fiamma.

Si accede alla gloria arsi dal timore (“Ebbero paura”, Lc 9, 34); in ogni caso, beati nell’ignoranza, aderendo a una spudorata semplicità (“ma non sapeva cosa stava dicendo”, Lc 9, 33).

Luca dice che la trasfigurazione accade durante la preghiera - ci sono parole, dunque, in grado di cambiare le fattezze di un viso.

Trasfigurare significa, sfacciatamente, smascherarsi - la trasfigurazione è l’opposto della mascherata. Mettendo una maschera simulo l’altro, non lo sono - decido di diventare quell’altro, non l’altro.

La maschera è la festa, la danza - della trasfigurazione occorre contemplare l’abisso. In particolare, Luca scrive: “l’aspetto del suo volto divenne altro” (Lc 9, 29).

Luca usa la parola greca èteros per intendere ‘altro’. Il viso di Gesù diventa altro, diventa l’Altro.

Tutto lo sforzo del cristianesimo è diventare altro attraverso lo scontro con l’Altro. Vincere la congiura delle forme, contraffare il destino della corruzione, deformare, sformare, trasfigurare.

Che cosa significa trasfigurare? Trapiantarsi in altro. Vedere attraverso la forma fissa - che è tale solo per occhi che non sanno vedere.

Di ogni uomo, in effetti, dovremo saper vedere l’aspetto trasfigurato - quello solo è atteso, è attestabile. Il resto è il corrotto, ciò che cambia - ma noi di ognuno amiamo l’infallibile, il segno imperituro.

La Trasfigurazione nell’arte

Per descrivere l’episodio della Trasfigurazione di Cristo, i Vangeli usano un linguaggio esatto, coerente. Si fanno cronaca.

Così questo episodio così difficile diventa invece chiaro e permette agli occhi della fede di comprendere la Rivelazione. Anche l’arte si è misurata nel voler rappresentare questa indicibile teofania, lasciandoci capolavori di bellezza, opere dei più grandi artisti di tutti i tempi che ci permettono di vedere la manifestazione di Dio.

Una rappresentazione immutabile

Nell’arte, la Trasfigurazione sembra simile all’Ascensione e talvolta può indurre in errore. Battesimo, Ascensione e Trasfigurazione sono rappresentazione teofaniche, dal greco ϑεοϕάνεια e ϑεοϕανία, ovvero composto di ϑεο -“teo”, dio, e ϕαν - phan dal verbo ϕαίνομαι - “phainomai”, apparire.

Dio si manifesta. Proprio per questa rappresentazione del soprannaturale, dell’indicibile, le immagini rimangono fisse nel tempo.

Non ci sono sostanziali mutamenti iconografici, perché vi è la volontà di illustrare in modo esatto le parole così precisamente ripetute dai tre Vangeli sinottici.

Non vi sono neppure molte differenze tra arte orientale e arte occidentale, almeno per ciò che riguarda lo schema che descrive un grande triangolo con la figura al centro del Cristo in posizione frontale e assiale, racchiuso nella mandorla, mentre i profeti sono disposti ai lati in modo simmetrico a destra e a sinistra; in basso, lungo una linea orizzontale della radura nel paesaggio roccioso, vi sono gli apostoli.

Dal monastero di Santa Caterina sul Sinai, il mirabile mosaico datato al VI secolo, disteso sul catino dell’abside dell’altare per 64 metri quadri, al manoscritto miniato databile tra l’879 e l’882 (Paris, BnF, ms. Grec 510, fol. 75r) e proveniente da Costantinopoli (Istanbul), a quello russo della cattedrale di Pereslav- Zalessky, databile al XV secolo e ora nella galleria Tretyakov di Mosca, tutti mostrano la stessa impostazione.

Mosaico della Trasfigurazione monastero Sinai

Gli esempi sono molti: icone greche, orientali o slave che mantengono una sorta di immobilità riscontrabile anche in alcuni esempi di arte moderna, dalle icone di XX secolo austriache, rumene o polacche, fino al mosaico di Rupnik nella chiesa dei santi Giacomo e Giovanni a Milano, realizzato nel 2002.

Quest’ultima opera descrive, attraverso la luminosità delle tessere musive e altri materiali, la tradizione dei Padri che nella Trasfigurazione ravvisano quel nodo che permette di comprendere il mistero pasquale del Cristo, nella sua morte e risurrezione.

Il mosaico di Sant’Apollinare in Classe

La decorazione a mosaico dell’abside della basilica di Sant’Apollinare in Classe di Ravenna sfugge a questo solito schema con una rappresentazione eccezionale della Trasfigurazione.

La forza delle immagini risiede tutta nel simbolo icastico della croce che campeggia nel catino. La figura del Cristo è riassunta nel suo solo volto, in un clipeo dorato al centro dell’intersezione dei due bracci ed è il punto focale dell’intera basilica.

La croce è inscritta in un globo azzurro trapunto di novantanove stelle, a sua volta al centro di un cielo d’oro con piccole nuvole rossastre da cui emergono, uno per lato, i busti dei profeti.

Poco al di sotto, tre agnelli con il muso rivolto verso il Signore sono gli apostoli Pietro da una parte e Giacomo e Giovanni dall’altra.

Questo grande globo sembra sollevarsi sull’orizzonte di un giardino verdeggiante e fertile dove ai lati del santo confessor e intecessor Apollinare pascolano pecore.

Iscrizioni in greco completano e spiegano l’intero apparato iconografico. La mano che scende dal vertice dell'arco è la manus Dei, la mano di Dio che, in modo simbolico, riassume il Padre che fa sentire la sua voce e mostra il Figlio.

Il Beato Angelico

Nel Rinascimento si assiste a quella che alcuni storici dell’arte hanno definito de-iconizzazione o meglio de-teofanizzazione. La rappresentazione del soprannaturale cede il passo a immagini reali, “storiche”, anche nell’iconografia cristiana.

Eppure la Trasfigurazione continua ad essere rappresentata. Scegliamo quattro opere fondamentali che, pur non discostandosi dalla classica solita iconografia, sono portatrici di una spinta creativa fortissima, uno spirito nuovo che a noi moderni risulta comprensibile quasi che fossero immagini vive, reali.

La Trasfigurazione del Beato Angelico, nel convento di San Marco a Firenze, affresco datato tra il 1438 e il 1440, appare quasi come una rappresentazione teatrale, un’apparizione di luce.

Cristo allarga le braccia prefigurando la croce, vestito di bianco con l'elegante gioco dei panneggi di tunica e mantello che sembrano rimandare alle scanalature delle colonne di marmo classiche.

Cristo è colonna portante tra cielo e terra. Poggia i piedi sulla base troncoconica della roccia del monte ed è racchiuso nella mandorla che allude alla massima qualità del significato divino, bianchissima anch’essa.

Ai lati, spuntano dal cielo dorato solo le teste dei due profeti, una soluzione dell’artista che riassume così le intere figure, similmente al soldato che sputa addosso al Cristo deriso e le mani volanti che lo percuotono, anche questo affresco nello stesso convento fiorentino e databile agli stessi anni.

Lungo il perimetro della pittura con la Trasfigurazione si dispongono le figure di Maria e san Domenico. In basso, i tre apostoli schermano con le mani la luce insostenibile.

Tutta la composizione risponde a calcoli matematici precisi, secondo la “proporzione divina” di ascendenza greco classica, a Fidia, per intenderci: la sezione aurea, per cui la figura di Cristo divide esattamente l'affresco in due metà e l'arco misura un terzo rispetto all'altezza totale dell'opera.

E Cristo guarda leggermente verso il basso con uno sguardo dolcissimo, che nulla ha a che fare con quelli terrifici o indifferenti delle teofanie delle divinità pagane.

Giovanni Bellini

Pervaso da una serena impronta classica, è la Trasfigurazione del veneziano Giovanni Bellini. L’artista ha dipinto su tavola un primo dipinto, tra il 1455 e il 1460, con uguale soggetto, ora conservato al museo Correr di Venezia.

Quest'opera invece, secondo alcune fonti realizzata per la cappella Fioccardo del duomo di Vicenza e portata infine a Napoli con la collezione Farnese nel 1734 da Carlo di Borbone, è più tarda e si può datare con precisione grazie ai cartigli scritti in ebraico tenuti dai profeti, tra i mesi di settembre-ottobre del 1478 o nello stesso periodo dell’anno successivo.

La rappresentazione della natura è pervasa da una luminosità tenue, con il paesaggio veneto dello sfondo, le figure composte e rese in modo gentile.

Perfino gli occhi abbassati dei profeti, peraltro riscoperti con un recente restauro, imprimono una sommessa dolcezza all’opera, che risente dell’influenza sia del Mantegna sia di Piero della Francesca e aggiunge respiro alla spaziosa prospettiva.

I gesti sono misurati, i volti mai drammatici, e questa morbidezza non viene meno nonostante la staticità e la simmetria delle figure.

Anche il monte Tabor appare come una radura muschiata priva di asperità, se non fosse per il taglio della sua sezione che ne disvela le rocce.

Dal corrimano in primo piano, si indovina un sentiero che sale ripido. Queste rocce aride e gli anfratti scuri, anche paurosi di questa parte inferiore del dipinto, sembrano presagire quella soluzione dell’iconografia della Trasfigurazione divisa in due parti in cui c'è anche la scena dell'Ossesso che vedremo a partire da Raffaello.

Come se ci fosse la volontà di alludere a un mondo opposto a quello d’armonia dove il Signore si trasfigura: un mondo scuro e caotico.

Raffaello Sanzio

Celebre è la Trasfigurazione di Raffaello, commissionatagli nel 1483 dal cardinale Giulio de’ Medici per la cattedrale di San Giusto a Narbonne. Fu terminata nel 1520, mentre la fine della sua esistenza lo stava incalzando.

Il Vasari, nelle Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori, pubblicate per la prima volta nel 1550, scrive che “tanto si ristingnesse insieme con la virtù sua, per mostrare lo sforzo et il valor dell’arte nel volto di Cristo, che finitolo come ultima cosa che affare avesse, non tocco più pennelli, sopragiugnendogli la morte”.

E alla sua morte questa tavola fu appesa nella sala dove lavorava e nel vedere insieme il corpo morto del giovane artista e l’opera così viva “faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava”.

Le righe del Vasari lasciano trapelare quanto quest’ultima opera fosse importante negli intendimenti di Raffaello e celebrata già al suo tempo come la sua più importante.

Allo stesso tempo sembra fugare ogni dubbio sull'esclusività della sua opera, senza alcun supposto aiuto da parte di Giulio Romano.

Raffaello muta la consueta iconografia per introdurre una novità: prosegue con il racconto dei Vangeli, che subito dopo la discesa del monte Tabor fece incontrare Gesù con un padre che gli chiedeva la guarigione del figlio ossesso.

Di nuovo l’episodio si ripete nei Vangeli di Matteo (17, 14-18), Marco (9, 14-27) Luca (9, 37-43a). La grande pala, oggi nella Pinacoteca Vaticana, ma in origine situata in San Pietro in Montorio, è divisa in due parti contrapposte.

Nella metà superiore risplende la figura di Cristo, librato a mezz’aria, le braccia leggermente allargate, il volto tutto immerso nel volto del Padre.

La mandorla si è dissolta in un bagliore di bianco assoluto, luce purissima. Ai lati si dispongono i due profeti, anch’essi sospesi nel cielo, con i mantelli gonfi di vento.

Su un lato, tra gli alberi, due piccole figure di santi di incerta identità e nella parte opposta un paesaggio dall’orizzonte rosato.

Gli apostoli sono prostrati su una sorta di radura che delimita un mondo inferiore scuro e denso, nel quale si agitano alcune figure.

Questi personaggi delineano una sorta di emiciclo, sono illuminate come da spot di luce cruda. In primo piano e di spalle spicca la figura di donna inginocchiata che ci riporta più di ogni altra a echi michelangioleschi.

Sono tutti concitati e tutti indicano con il dito, chi in alto Gesù - gli apostoli che inutilmente avevano cercato di scacciare il demonio - chi il ragazzino, appunto l’ossesso, disarticolato e con gli occhi bianchi voltati all’insù.

Braccia che sembrano frecce, che si rincorrono, sembrano voler confrontare l’armonia del divino con il disordine del male, la luce della Rivelazione con il buio di ciò che sfugge alla conoscenza.

Il Logos con il caos.

Peter Paul Rubens

Ispirata all’opera di Raffello, è la monumentale tela dell’artista fiammingo Pieter Paul Rubens, oggi custodita nel Musée des Beaux-Arts di Nancy.

Anche questo artista rappresenta i due diversi episodi dei Vangeli in modo contrapposto, ma con soluzioni pienamente barocche, a cominciare dall’orizzontalità della composizione.

La Trasfigurazione appare con una visuale fortemente prospettica, esaltata dai raggi irradianti la figura di Cristo, più in alto e lontana e ci fa apparire la folla dei personaggi in basso sullo stesso piano del nostro sguardo e con figure di dimensioni maggiori.

La spinta dinamica è fortemente accentuata, le vesti gonfie di vento, le nuvole dense. I tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni sono sagome drammatiche.

Le pennellate nella scena dell’ossesso sono nervose, i volti fortemente caratterizzati, in alcuni casi caricaturali, e nel buio le figure sembrano quasi ritagliate nella luce che proviene dall’alto e si mescola al turbinio ventoso che scompiglia la chioma di alcuni.

L’opera fu commissionata nel 1604 da Vincenzo I duca di Gonzaga per la chiesa gesuita della Santissima Trinità a Mantova, dove era associata oltre che alla Santissima Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga, all’altra immagine teofanica per eccellenza della vita di Cristo, il Battesimo.

La Trasfigurazione e la bellezza

Accostandoci a questo mistero della sofferenza e del male, cercando di aggiungere qualcosa alla breve ed enigmatica risposta di Alëša, ricordiamo le parole che si trovano in un altro dei romanzi di Dostoevskij, L’idiota: “La bellezza salverà il mondo”.

Non possiamo iniziare a comprendere la sofferenza senza esservi coinvolti; ma non dobbiamo permettere che questo coinvolgimento ci faccia dimenticare la presenza, in questo mondo decaduto, della bellezza divina e salvifica.

Ma che cosa ci dice la bellezza riguardo alla salvezza del mondo? Le parole di Dostoevskij sono soltanto parole evasive?

Di fonte a un bambino che muore di fame in Africa, o di fronte a un ostaggio torturato e ucciso in Iraq, che senso ha parlare di “bellezza”? O piuttosto Dostoevskij ci ha fornito un suggerimento di vitale importanza?

David Maria Turoldo scrisse nel 1963, in occasione della seconda domenica di Quaresima, una meditazione sulla Trasfigurazione, poi pubblicata nella raccolta postuma Le stelle in cammino (ed. Dehoniane).

Sono righe potenti, in prosa ma dalla forte suggestione poetica, capaci di farci comprendere più a fondo quello che il sacerdote friulano definisce "forse il momento più delicato del Vangelo".

Come in uno specchio, queste parole riflettono le immagini delle meravigliose opere d'arte fin qui ripercorse.

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