Toro: significato biblico e simbolismo nelle Scritture

Nella Bibbia il toro indica soprattutto potenza, forza e capacità di generare, ma il suo significato cambia in base al contesto: può rappresentare la forza di Dio, un animale da lavoro, una vittima sacrificale, la ricchezza agricola oppure l’idolatria quando viene trasformato in immagine da adorare.

Il toro non è quindi un simbolo esclusivamente positivo. Nelle Scritture è legato alla forza e alla fertilità, ma anche all’errore religioso del vitello d’oro e ai nemici aggressivi di Dio e dei suoi adoratori. Il suo valore simbolico emerge dall’intreccio tra vita agricola, culto, sacrificio e visioni profetiche.

Il toro nella terminologia biblica

Diversi termini, per esempio l’ebraico par, sono stati tradotti “toro”, “manzo”, “vitello” e “bue”. Nell’uso moderno “bue” si riferisce in particolare a un toro castrato, ma i termini originali spesso tradotti “bue” e “buoi” in diverse versioni non hanno questo significato ristretto.

Benché quello di castrarli sia il metodo seguito normalmente per domare i tori e impiegarli come animali da lavoro, evidentemente questa non era l’usanza degli israeliti, dato che un animale mutilato non poteva essere offerto in sacrificio. (Lev. 22:23, 24; Deut. 17:1; confronta I Re 19:21). È stata perciò avanzata l’ipotesi che i tori usati dagli israeliti fossero di razza mansueta.

Queste parole originali che indicano il maschio dei bovini sono variamente tradotte “toro”, “manzo”, “vitello” e “bue”. [ebr. shohr (Eso 21:28), par (Eso 29:10), baqàr (1Re 7:25), ʽaghalìm (“giovani tori”; Am 6:4), reʼèm (“toro selvaggio”; Nu 23:22); aram. tohr (Da 5:21); gr. tàuros (Mt 22:4), bous (1Co 9:9), mòschos (“giovane toro”; Lu 15:23)].

Il toro come simbolo di potenza e forza

Nel simbolismo biblico il toro indica potenza e forza. Il mare fuso, davanti al tempio di Salomone, poggiava su rappresentazioni di dodici tori, rivolti in gruppi di tre verso i quattro punti cardinali. (II Cron. 4:2, 4).

Le quattro creature viventi, viste in visione dal profeta Ezechiele accanto al trono di Geova simile a un carro, avevano quattro facce ciascuna, fra cui una di toro. (Ezec. 1:10). Nella visione dell’apostolo Giovanni, una delle quattro creature viventi intorno al trono era simile a un giovane toro. (Riv. 4:6, 7).

Il toro infatti ben rappresentava uno dei fondamentali attributi di Geova: l’illimitata potenza. “La forza appartiene a Dio”, dichiara il salmista. - Sal. 62:11.

Nel simbolismo biblico il toro indica potenza e forza. Il mare di metallo fuso che stava davanti al tempio di Salomone poggiava su 12 tori, rivolti in gruppi di tre verso i quattro punti cardinali. (2Cr 4:2, 4).

Le quattro creature viventi viste in visione dal profeta Ezechiele accanto al trono di Geova, trono simile a un carro, avevano ognuna quattro facce, fra cui una di toro. (Ez 1:10). Nella visione dell’apostolo Giovanni, una delle quattro creature viventi intorno al trono era simile a un giovane toro. (Ri 4:6, 7).

Il toro infatti ben rappresenta uno dei fondamentali attributi di Geova, cioè l’illimitata potenza. - Sl 62:11; Isa 40:26.

Il toro nella vita agricola d’Israele

Il toro veniva pure impiegato dagli israeliti nei lavori agricoli, per arare e trebbiare. (Deut. 22:10; 25:4). Si doveva trattarlo bene.

L’apostolo Paolo applicò ai cristiani servitori di Dio il principio incluso nella Legge secondo il quale non si doveva mettere la museruola al toro mentre trebbiava, per indicare che come il toro che lavorava aveva diritto di mangiare il grano che trebbiava, così pure chi condivide cose spirituali con altri merita che si provveda al suo sostentamento. (Eso. 23:4, 12; Deut. 25:4; I Cor. 9:7-10).

Il toro veniva pure impiegato dagli israeliti nei lavori agricoli, per arare e trebbiare. (De 22:10; 25:4). Doveva essere trattato bene.

L’apostolo Paolo applicò ai servitori cristiani di Dio il principio incluso nella Legge secondo il quale non si doveva mettere la museruola al toro mentre trebbiava, per indicare che come il toro aveva diritto di mangiare il grano che trebbiava, così pure chi condivide cose spirituali con altri merita che si provveda al suo sostentamento. (Eso 23:4, 12; De 25:4; 1Co 9:7-10).

Questa immagine collega la forza del toro a un principio di giustizia: l’animale che lavora deve poter beneficiare del frutto della propria fatica. Nella Legge erano contemplati casi di furto di un toro e del danno causato a persone e cose da un toro incustodito. - Eso. 21:28-22:15.

Nella Legge erano contemplati casi di furto di un toro e di danni causati a persone e cose da un toro incustodito. - Eso 21:28-22:15.

Il bue, il giogo e la sottomissione

Il giogo che veniva attaccato al collo del bue addomesticato, per trainarlo, lo rende simbolo di sottomissione paziente, di forza pacifica e di mitezza.

Oltre all'uso nei lavori agricoli, i buoi trainavano il carro che trasportava l'arca dell'alleanza (1 Sam 6,7; 2 Sam 6). Il giogo è simbolo del legame alla Torah a cui il popolo ebraico si sottometteva con devozione (cfr. Sir 6,24 -25.28).

Nel Nuovo Testamento, la relazione con Gesù è il giogo /legame dolce che dona ristoro e riposo (cfr. Mt 11,28-30).

La forza del bovino non viene quindi presentata soltanto come energia indomita. Quando è disciplinata dal giogo, diventa forza utile, paziente e ordinata al servizio della comunità.

Il toro come animale del sacrificio

Naturalmente tori venivano offerti in sacrificio (Eso. cap. 29; Lev. 22:27; Num. cap. 7; I Cron. 29:21), e in certe occasioni la Legge specificava che si dovevano sacrificare tori.

Se il sommo sacerdote commetteva un peccato la cui colpa ricadeva sul popolo, egli doveva immolare un toro, la vittima più grande e di maggior valore, e questo senza dubbio a motivo della responsabilità che aveva di guidare Israele nella vera adorazione.

Si doveva immolare un toro anche quando l’intera assemblea di Israele commetteva un errore. (Lev. 4:3, 13, 14). Il giorno d’espiazione veniva immolato un toro a favore della casa sacerdotale di Aaronne. (Lev. cap. 16).

Nel settimo mese del calendario sacro gli israeliti dovevano offrire in olocausto più di settanta tori. - Num. cap. 29.

Tori venivano offerti in sacrificio dagli israeliti (Eso 29; Le 22:27; Nu 7; 1Cr 29:21), e in certe occasioni ciò era specificamente prescritto dalla Legge.

Se il sommo sacerdote commetteva un peccato la cui colpa ricadeva sul popolo, egli doveva immolare un toro, la vittima più grande e di maggior valore, e questo senza dubbio a motivo della responsabilità che aveva di guidare Israele nella vera adorazione.

Si doveva immolare un toro anche quando l’intera assemblea di Israele commetteva un errore. (Le 4:3, 13, 14). Il giorno d’espiazione veniva immolato un toro a favore della casa sacerdotale di Aaronne. (Le 16).

Nel settimo mese del calendario sacro gli israeliti dovevano offrire in olocausto più di 70 tori. - Nu 29.

Il toro e l’espiazione

Per la loro capacità lavorativa, come pure per il significato simbolico della loro fecondità, i buoi o tori erano considerati animali adatti per il sacrificio:«Quando quelli che portavano l'arca del Signore ebbero fatto sei passi, egli immolò un giovenco e un ariete grasso» (1 Sam 6,14).

Mosè ne fece dono ai Leviti (Nm 7,6) e il re Giosia regalò al popolo «trentamila agnelli e capretti, come vittime pasquali, e in più tremila giovenchi» (2Cr 35,7).

Il sacrificio del toro era importante in occasioni particolari: per il giorno dell'espiazione (Nm 29,1ss); nella consacrazione del Tempio (1 Re 8,62) e nel ritorno dall'esilio babilonese (Esd 8,35).

I tori immolati dagli israeliti simboleggiavano l’offerta incontaminata di Cristo quale unico sacrificio adeguato per i peccati del genere umano. (Ebr. 9:12-14).

I tori sacrificali rappresentavano inoltre un sacrificio superiore, di cui in ogni tempo e circostanza Geova si compiace, cioè lo spontaneo frutto di labbra che, come vigorosi giovani tori, serve a lodare il nome di Dio. - Sal. 69:30, 31; Osea 14:2; Ebr. 13:15.

I tori immolati dagli israeliti simboleggiavano l’offerta incontaminata di Cristo quale unico sacrificio adeguato per i peccati del genere umano. (Eb 9:12-14).

I tori sacrificali rappresentavano anche un altro sacrificio, di cui in ogni tempo e circostanza Geova si compiace, cioè lo spontaneo frutto delle labbra che, come vigorosi giovani tori, “fanno pubblica dichiarazione del suo nome”. - Sl 69:30, 31; Os 14:2; Eb 13:15.

Il toro e il divieto di idolatria

Secondo la legge data da Dio a Israele, nessuna venerazione, neanche in modo rappresentativo, si doveva in alcun modo tributare al toro o a qualsiasi altro animale. (Eso. 20:4, 5; confronta Esodo 32:8).

Secondo la legge data da Dio a Israele, non si doveva assolutamente tributare al toro o a qualsiasi altro animale nessuna venerazione, neanche attraverso le loro immagini. - Eso 20:4, 5; cfr. Eso 32:8.

La forza divina attribuita al toro, che si manifestava con i culti pagani legati alla fertilità, fu una costante tentazione per il popolo di Israele.

Il vitello d’oro

Nella Bibbia è descritto l’episodio del vitello d’oro dell’Esodo. Il popolo ebraico, aspettando il ritorno di Mosè dal Monte Sinai dove avrebbe ricevuto le tavole dei Dieci comandamenti da Dio, spinge Aronne a costruire un toro dorato da idolatrare che viene poi distrutto dall’infuriato Mosè.

La Bibbia ricorda il vitello d'oro che Aronne costituì dietro richiesta del popolo (Es 32,1-6) e che Mosè distrusse (Es 32,1-20) perché disobbediva al primo comandamento.

Poco dopo l’Esodo persino gli israeliti, probabilmente contaminati dai concetti religiosi con cui erano venuti in contatto in Egitto, scambiarono la gloria di Geova per una “rappresentazione di un toro”. (Sal. 106:19, 20).

Poco dopo l’Esodo perfino gli israeliti, probabilmente contaminati dalle idee religiose con cui erano venuti a contatto in Egitto, scambiarono la gloria di Geova per la “rappresentazione di un toro”. (Sl 106:19, 20).

I vitelli d’oro di Geroboamo

La tentazione rivive al tempo del re Geroboamo, re del Nord, il quale, per evitare che il popolo andasse a Gerusalemme per il culto, ai confini del suo Regno, pose due vitelli d'oro che dovevano indicare Dio (1Re12,28).

In seguito il primo re del regno delle dieci tribù, Geroboamo, istituì l’adorazione dei vitelli a Dan e Betel. - I Re 12:28, 29.

In seguito il primo re del regno delle dieci tribù, Geroboamo, istituì il culto dei vitelli a Dan e a Betel. (1Re 12:28, 29).

In questi episodi il problema non è l’esistenza dell’animale, né il suo impiego agricolo o sacrificale, ma la sua trasformazione in immagine religiosa. Il toro diventa così il simbolo della sostituzione della vera adorazione con una rappresentazione materiale.

Il toro come immagine della forza di Dio

Il toro rappresenta la forza, ma la Bibbia distingue tra la forza dell’animale e la potenza illimitata di Geova. Le immagini dei tori nel tempio e le creature delle visioni profetiche non autorizzano il culto dell’animale: esprimono, attraverso un linguaggio simbolico, l’idea della potenza.

Il toro infatti ben rappresentava uno dei fondamentali attributi di Geova: l’illimitata potenza. “La forza appartiene a Dio”, dichiara il salmista. - Sal. 62:11.

Il toro infatti ben rappresenta uno dei fondamentali attributi di Geova, cioè l’illimitata potenza. - Sl 62:11; Isa 40:26.

Il toro come simbolo dei nemici aggressivi

Nelle Scritture il toro compare anche come simbolo degli aggressivi nemici di Geova e dei suoi adoratori, i quali avrebbero cercato di ridurre in schiavitù o annientare i servitori di Dio, ma sarebbero stati distrutti nel giorno di vendetta di Geova. - Sal. 22:12; 68:30; Isa. 34:7, 8; Ezec. 39:18.

Nelle Scritture il toro compare anche come simbolo degli aggressivi nemici di Geova e dei suoi adoratori, i quali avrebbero cercato di ridurre in schiavitù o annientare i servitori di Dio, ma sarebbero stati distrutti nel giorno di vendetta di Geova. - Sl 22:12; 68:30; Isa 34:7, 8; Ez 39:18; vedi OFFERTE; VITELLO.

Qui la forza del toro assume una valenza minacciosa: non rappresenta più l’energia ordinata al lavoro o il valore della vittima sacrificale, ma la violenza dei poteri ostili a Dio.

Il toro selvaggio nelle Scritture

C’è buona ragione di tradurre “toro selvaggio” il termine ebraico re’èm, trattandosi dell’animale indicato dall’assai simile termine accadico rimu. Raffigurazioni del rimu nell’arte assira indicano che si trattava dell’uro, feroce e imponente bovino alto quasi due metri al garrese.

Resti di tali possenti animali sono stati rinvenuti in varie parti d’Europa, mentre la loro esistenza in Palestina in epoche remote è indicata dalla scoperta di loro denti in caverne del Libano.

Gli antichi evidentemente consideravano il toro selvaggio un animale molto feroce. Un archeologo inglese (Austen Layard, Niniveh and Its Remains, p. 326) osserva: “Il toro selvaggio, spesso rappresentato nei bassorilievi, sembra fosse considerato una preda poco meno formidabile e ambita del leone.

Spesso si vede il re che lo affronta, e guerrieri che lo inseguono a piedi o a cavallo”.

Che il toro selvaggio fosse molto più grosso e pericoloso dei più grossi tori domestici è confermato dalle parole di Giulio Cesare nel De bello gallico: “Sono di poco inferiori per grandezza agli elefanti; sono tori per natura, colore e figura.

Grande è la loro forza e grande è la loro velocità, non risparmiano né uomo né bestia che siano riusciti a scorgere. Non possono assuefarsi all’uomo, né divenire docili, neanche quando sono presi molto piccoli.

La grande apertura delle corna e anche la loro forma e qualità sono ben diverse dalle corna dei nostri buoi”.

Le caratteristiche del toro selvaggio

Nelle Scritture si fa allusione a parecchie caratteristiche del toro selvaggio: la sua natura intrattabile (Giob. 39:9-12), la sua velocità e indomabilità (Num. 23:22; 24:8), la possanza delle sue grandi corna (Deut. 33:17; Sal. 22:21; 92:10) e l’agilità che ha da giovane nel saltare. (Sal. 29:6).

Nelle Scritture si fa allusione a parecchie caratteristiche del “toro selvaggio” (reʼèm): la sua indole intrattabile (Gb 39:9-12), la sua velocità e indomabilità (Nu 23:22; 24:8), la possanza delle sue grandi corna (De 33:17; Sl 22:21; 92:10) e l’agilità che ha da giovane nel saltare (Sl 29:6).

Tori selvaggi sono usati anche per rappresentare gli indomiti nemici di Geova contro i quali sarà eseguito il suo giudizio. - Isa. 34:7.

Tori selvaggi sono usati anche per rappresentare gli irriducibili nemici di Geova contro i quali vengono eseguiti i suoi giudizi. - Isa 34:7.

Il termine ebraico te’òh, che ricorre in Deuteronomio 14:5 riferito a un animale commestibile secondo la Legge, è stato variamente inteso come “toro selvaggio”, “antilope” o forse “pecora selvatica”.

Il toro nella società agricola e nella ricchezza

Nelle culture mediterranee i tori, e in genere i bovini, sono simboli di fecondità e, per questo, sono associati alla divinità.

Questi animali erano importanti per il lavoro agricolo di aratura (Am 6,12) e di trasporto che assicurava la vita al popolo:«Se non ci sono buoi la greppia è vuota, l’abbondanza del racconto sta nel vigore del toro» (Pr 14,4).

Chi possiede questi animali è ricco. Giobbe tra le sue ricchezze «possedeva 500 paia di buoi». Il bue è animale da lavoro faticoso e da carico (Sir 38,25-26).

Il toro maschio, per la sua forza e per la capacità riproduttiva, rappresentava dunque una risorsa essenziale. Il suo possesso poteva indicare prosperità, mentre la perdita di buoi comprometteva l’aratura, il trasporto e la produzione agricola.

La giovenca rossa

La giovenca, essendo bovino di sesso femminile, solo eccezionalmente poteva essere usata a scopi cultuali.

Il libro dei Numeri fa riferimento alla giovenca rossa «senza macchia, senza difetti e che non abbia mai portato il giogo» con le cui ceneri si preparava l’acqua lustrale per purificarsi dopo toccato un morto (19,1-12).

Questo rito mostra che il simbolismo biblico dei bovini non riguarda soltanto il toro maschio. Anche una femmina del bestiame poteva assumere un ruolo cultuale specifico quando veniva prescritta per una particolare pratica di purificazione.

Il toro nei culti del mondo antico

Il maschio dei bovini ha avuto una parte importante nella religione di molti popoli pagani. Sia per la grande forza sia per il potenziale di generare una progenie numerosa, il toro è stato onorato e anche adorato.

Il maschio dei bovini ha avuto un ruolo importante nella religione di molti popoli pagani. Sia per la grande forza sia per il potenziale di generare una progenie numerosa, il toro è stato onorato e addirittura adorato.

Presso le antiche civiltà il toro era adorato e trattato con riverenza, ma era anche legato al rito del sacrificio per eccellenza. Era un animale tanto apprezzato da essere divinizzato e ucciso per compiacere gli dèi che, soddisfatti per il sacrificio compiuto dagli uomini, concedevano loro prosperità.

Spargere il sangue di questo animale era un atto sacro che avrebbe portato rinascita e salvezza. Il toro, animale sacrificale il cui sangue aveva un valore espiatorio, era quindi un simbolo associato alla fertilità, alla Luna, alla rinascita e alla salvezza.

Babilonia ed Egitto

Per i babilonesi era simbolo del dio principale, Marduk. In Egitto tori vivi, come Api a Menfi e Mnevi a Eliopoli, erano venerati come incarnazioni di un dio.

E il toro è anche il simbolo del dio babilonese Marduk, dal sumero amar utu.k - vitello del sole, divinità polioftalmica dai 4 occhi che possedeva facoltà magiche, presiedeva agli esorcismi e decideva i destini degli uomini.

Nel pantheon egizio è presente anche il toro, adorato con il nome di Apis, considerato l’incarnazione del dio creatore Ptah e venerato a Menfi, ogni reincarnazione di Apis avveniva alla morte del vecchio animale, dando origine a una genealogia di tori sacri.

Il toro sacro viveva all’interno del tempio a lui dedicato e alla sua morte veniva imbalsamato e conservato in un sarcofago.

Il significato egizio di Ka

È degno di nota il fatto che la parola Ka in egizio indica sia il toro che un concetto complesso.

Il Ka è il doppio energetico connesso con la persona e proviene dagli antenati, è l’energia donata dagli avi e si può incontrare solo dopo la morte o attraverso l’iniziazione ai misteri egizia.

Solo il faraone possedeva il Ka di tutto il popolo egizio e poteva interagire con esso.

Grecia, Dioniso e il toro

In Grecia il toro primeggiava nell’adorazione di Dioniso. Il fatto che il Toro sia uno dei principali segni dello zodiaco è un’ulteriore prova che il toro aveva un posto importante nelle religioni pagane.

Anche Dioniso, come l’egizio Osiride, dio della resurrezione, assume la forma taurina e in un mito arcaico viene macellato e divorato dai Titani.

Il toro e Zeus

In questo caso l’animale, simbolo di forza e fertilità, rappresenta Zeus in una delle sue tante metamorfosi messe in atto per sedurre e possedere divinità, ninfe e giovani fanciulle.

Ovidio (Sulmona, 43 a.C. - Tomi, 17 d.C.) narra nelle Metamorfosi che Europa, figlia di Agenore, re di Tiro, fu ingannata dalla mitezza di un toro bianco comparso sulla spiaggia dove lei si trovava con delle compagne, gli pose una ghirlanda in testa e montò sull’animale.

A quel punto il toro, in realtà Zeus, condusse la giovane al di là del mare sull’isola di Creta e, ripreso il suo aspetto originario, si unì a lei.

Il toro nella religione minoica e nel mito del Minotauro

E il toro è un simbolo centrale della civiltà minoica e del palazzo di Cnosso affrescato con dipinti che raffigurano la Taurocatapsia ovvero il salto del toro, un rituale in cui i giovani partecipanti, sia uomini che donne, dovevano riuscire a saltare il toro prendendolo per le corna.

Come nel mito greco del Minotauro imprigionato nel labirinto. Teseo dapprima cattura il toro sacro che viveva tranquillamente nella pianura poco distante da Maratona, poi deve affrontare il Toro di Minosse o Minotauro, un uomo con la testa di toro nato dall’amore della regina di Creta per un toro e che viene rinchiuso nel labirinto fatto costruire dal re per nascondere la vergogna.

Il frutto della colpa crebbe come un selvaggio, solo e impossibile da addomesticare e che divorava i sacrifici umani inviati nel suo labirinto.

Sappiamo poi che Teseo, grazie all’aiuto di Arianna, trafisse a morte il Minotauro.

Il toro minoico conserva quindi una doppia valenza: da una parte è al centro di una pratica rituale e spettacolare, dall’altra diventa nel Minotauro una figura mostruosa, chiusa nel labirinto e associata alla violenza incontrollata.

Il toro nella religione induista

Nella religione induista Shiva cavalca un toro bianco, simbolo di purezza, chiamato Nandi e le cui quattro zampe rappresentano la Verità, la Rettitudine, la Pace e l’Amore.

In questa tradizione il toro bianco non rappresenta soltanto la potenza fisica. Le sue quattro zampe esprimono qualità morali e spirituali, facendo dell’animale un’immagine di stabilità, purezza e ordine.

Il toro nella religione mitraica

Nel mitraismo, l’antica religione misterica basata sul culto di Mitra (termine che significa patto, amicizia), si narra che Mitra, obbedendo ad un ordine del Sole, uccise controvoglia un toro infuocato affondando il coltello nel collo.

Ma Ahriman, spirito maligno, volendo contrastare il sacrificio, mandò contro il toro le sue creature immonde per avvelenarlo: la formica, il serpente e lo scorpione che lo punse nei testicoli per divorarli.

Ahriman però non considerò l’effetto taumaturgico della saliva del cane, simbolo delle forze benefiche, che leccando le ferite inferte al toro riuscì a salvarlo.

I suddetti animali richiamano le costellazioni che si trovavano nell’antica ‘era del Toro’ sull'equatore celeste, nei pressi della costellazione del Toro, quando durante l'equinozio di primavera il Sole era proprio nella costellazione del Toro che comprende gli ammassi stellari delle Iadi e delle Pleiadi e la cui stella principale e luminosa è Aldebaran (Alfa Tauri), l’occhio del toro.

La tauroctonia e la creazione

Così il toro generò dal suo corpo le erbe e le piante curative, dal suo midollo spuntò sulla coda in forma di spiga il grano, dal suo sangue nacque la vite e dal seme gli animali domestici.

Il dio Mitra, compiuta la missione creatrice, suggellò l’amicizia con il Sole con un banchetto all’interno della Caverna Cosmica, spartendosi con lui la carne del toro, primigenio modello dei pasti rituali dove i fedeli, con indosso delle maschere che indicavano i 7 gradi iniziatici, servivano il capo della confraternita.

Nella religione mitraica greco-romana la Tauroctonia è quindi l'uccisione rituale di un toro, mentre il Taurobolio era il rito di sacrificare un toro come offerta a Cibele, la Grande Madre degli Dei.

Nel mitraismo la tauroctonia è in sostanza l'allegoria della creazione mediante il sacrificio. Mitra, il sacrificatore, e il toro, il sacrificato, attuano così la loro opera.

Mitra come mediatore cosmico

Anche in epoca ellenistica il dio solare Mitra, collocato nel cerchio equinoziale, è considerato kosmokrátor ovvero signore e animatore del cosmo, funzione simboleggiata da una sfera che il dio tiene in mano; ma funge anche da mediatore cosmico tra i due principi luce-tenebra simboleggiati dai sei mesi in cui prevale la luce e dai sei dove la notte è più lunga del giorno.

I riferimenti a Hermes-Mercurio sono evidenti.

Il mito racconta anche che un toro avrebbe annunciato l’Apocalisse e Mitra sarebbe nuovamente disceso sulla terra per separare i buoni dai malvagi, immolando il toro sacro.

Successivamente avrebbe offerto ai giusti la bevanda di immortalità haoma, ottenuta mescolando il grasso del toro con il vino, garantendo così la resurrezione dei corpi.

Sorte diversa per i malvagi e per l’armata di Ahriman, sarebbero stati annientati dal fuoco caduto dal cielo, da quel momento il cosmo avrebbe goduto di una felicità perfetta.

Il toro nella civiltà sumera

Nell’antica civiltà sumera si narra l’epopea di Gilgamesh che uccide assieme a Enkidu il Gran Toro celeste, considerato come simbolo lunare, le corna del toro infatti richiamano la luna crescente.

Il toro celeste unisce così il tema della forza a quello della dimensione astrale. Le corna, per la loro forma, evocano la luna crescente e collegano l’animale ai cicli cosmici.

Il toro e il culto della Dea

Nell’antica religione della Dea la testa del toro, con la sua sorprendente somiglianza all’utero e alle tube di Falloppio, rappresentava la rigenerazione, così come asserito da Maria Gimbutas e chiaramente le donne dell’antichità lo sapevano ancor prima degli studi sull’anatomia umana.

Ma non solo, la Gimbutas distingue tra questo significato profondo centrale nel culto della Dea e il toro indoeuropeo di epoca più tarda percepito come dio del tuono, basta pensare al mito di Zeus che, in forma di toro, violentò Europa e anche tutte le donne che incontrava, sia mortali che divine.

Il toro, già venerato nel culto della Dea Madre come simbolo di fertilità, fecondità, è l’istinto primordiale, la potenza travolgente dell’inconscio e il mistero della notte, della luce argentea lunare, è il mediatore tra la terra e le divinità celesti.

L’adorazione del Toro è l’adorazione di Venere che nella Cabala è Netzach, il settimo Sephirah dell'Albero della Vita che simboleggia la bellezza e l’intelligenza occulta.

Riprendendo il concetto del Ka egizio esso contiene una parte non illuminata, una materia oscura, nera, che deve essere soluta affinché non rimanga nulla di inintelligibile.

Il dio egizio Apis infatti è un toro nero con delle macchie bianche, proprio in riferimento a tale processo alchemico.

Il culto del toro in Sardegna

Il culto del toro si è sviluppato anche in Sardegna, a partire dal Neolitico sino all’Età del Bronzo, infatti sono presenti delle incisioni rupestri di questo animale sacro ad opera del popolo prenuragico all’interno delle domus de janas.

Le circa ottocento tombe dei giganti, risalenti alla civiltà nuragica, hanno la forma della testa del toro.

Queste testimonianze inseriscono il toro in un più ampio sistema mediterraneo nel quale le corna, la fertilità, la protezione e il rapporto tra morte e rinascita erano elementi ricorrenti.

La scoperta del toro dipinto nella grotta del Borneo

Recentemente ho letto un articolo su una scoperta eccezionale fatta da un team di studiosi in una caverna delle impenetrabili foreste del Borneo indonesiano, è stata ritrovata infatti la più antica espressione artistica umana, un toro rosso di un metro e mezzo di larghezza dipinto circa 40.000 anni fa.

Nella grotta sono presenti anche delle impronte di mani in ocra rossa e arancione, oltre ad altre pitture rupestri raffiguranti scene di vita umana.

In quel periodo i primi Homo sapiens arrivarono in Europa.

Maxime Aubert, archeologo e geochimico della Griffith University di Brisbane, Australia, uno degli autori dello studio pubblicato sulla rivista Nature, in merito al significato del toro ha detto: Pensiamo che per loro non rappresentasse solo cibo ma qualcosa di speciale.

La raffigurazione del toro in una grotta preistorica mostra quanto sia antico il legame tra questo animale e la produzione simbolica umana. Il significato preciso dell’immagine non è conosciuto, ma la sua presenza suggerisce che il toro fosse percepito come qualcosa di più di una semplice risorsa alimentare.

Il toro nel linguaggio e nell’astronomia

Il maschio adulto dei bovini non castrato e perciò adatto alla riproduzione e, per la naturale aggressività, al combattimento: allevamento di tori; tori da monta, da combattimento.

In similitudini: sbuffava come un t., soprattutto di persona in collera; gli si gettò addosso come un t. inferocito; e per indicare notevole robustezza e forza fisica in un uomo: essere forte come un t., parere un t.; essere, sentirsi un t. (qui anche con allusione alla virilità).

In locuzioni fig. (che risalgono alla tauromachia): prendere il t. per le corna, affrontare direttamente una difficoltà; tagliare la testa al t., risolvere decisamente, troncare definitivamente una questione: questo è un argomento che taglia la testa al toro.

In archeologia, t. androcefalo, il toro con testa umana, motivo decorativo frequente soprattutto nell’arte mesopotamica.

Nel gergo della borsa, termine talora usato come traduz. dell’ingl. bull (v.), con il sign. cioè di rialzista (si contrappone a orso, ingl. bear, che indica il ribassista).

In astronomia, Toro, nome di una costellazione zodiacale tra i Gemelli e l’Ariete, la più ricca di stelle visibili a occhio nudo di tutto il cielo; comprende gli ammassi stellari delle Pleiadi e delle Iadi, e la stella principale è Aldebaran (α Tauri).

In astrologia e nelle credenze con questa connesse, il segno dello zodiaco che domina il periodo compreso tra il 20 aprile e il 20 maggio: i nati nella costellazione, o sotto il segno, del T., e più brevemente i nati del T. o, per ellissi, i Toro, e al sing. essere del T., o anche essere un Toro.

Il toro e il simbolismo cristiano

Il toro, animale sacrificale il cui sangue aveva un valore espiatorio, era quindi un simbolo associato alla fertilità, alla Luna, alla rinascita e alla salvezza. Diviene poi un simbolo del Cristo, sacrificatosi per la redenzione dell’uomo.

Il bue è simbolo del Vangelo di Luca perché questo Vangelo inizia con la narrazione del sacrificio di Zaccaria nel tempio.

Nel presepio insieme all'asino la tradizione cristiana pone anche il bue. Questi due animali non sono nominati nel Vangelo, che parla solo di mangiatoia (Lc 2,7), ma il riferimento biblico a questa tradizione è Is 1,3.

In questo contesto il bovino richiama il sacrificio, il servizio e la fedeltà. La tradizione cristiana lo ha inoltre collegato alla scena della mangiatoia, anche se il testo evangelico parla soltanto della mangiatoia e non nomina direttamente il bue.

Le principali valenze bibliche del toro

ContestoSignificato
Animale da lavoroForza paziente, servizio, sottomissione al giogo e diritto al sostentamento
SacrificioEspiazione, valore dell’offerta e prefigurazione del sacrificio di Cristo
Visioni profetichePotenza illimitata e forza divina
Nemici aggressiviViolenza, indomabilità e poteri destinati al giudizio
Vitello d’oroIdolatria e sostituzione della vera adorazione con un’immagine
Ricchezza agricolaProsperità, fecondità e capacità di produrre sostentamento
Tradizione cristianaSacrificio, servizio e simbolismo del Vangelo di Luca

Il significato biblico del toro in una frase

Nel significato biblico, il toro è principalmente il simbolo della forza: quando è associato a Geova richiama la potenza illimitata, quando è usato nel sacrificio richiama l’espiazione e l’offerta, quando lavora nei campi rappresenta il servizio paziente, mentre quando viene adorato come immagine diventa il segno dell’idolatria.

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