Essere penitente in attesa della confessione non significa soltanto aspettare il proprio turno davanti al confessionale, ma disporsi interiormente all’incontro con la misericordia di Dio. La confessione non è solo l’ammissione dei nostri peccati, ma anche una forma di impegno a fare tutto ciò che è in nostro potere per cambiare e intraprendere lo sforzo della conversione.
La penitenza affidata dal sacerdote dopo la confessione non va intesa come una punizione, ma come strumento di crescita interiore, di conversione, di riconciliazione con Dio: un invito concreto a riparare al male compiuto. La preghiera ricevuta come penitenza rimane quindi un atto di relazione con Dio e, proprio per questo, può diventare un’autentica medicina spirituale.
Che cosa significa essere penitente
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) al n. 1491 dice: «Il sacramento della Penitenza è costituito dall’insieme dei tre atti compiuti dal penitente e dall’assoluzione da parte del sacerdote. Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione».
Partendo da questa definizione, la penitenza, rientra tra «il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione». La parola “penitenza” deriva da poenam tenere, “darsi una pena”. In greco si usa: metànoia, cioè cambiamento, cambiare mentalità, che si ha quando si arriva alla consapevolezza di aver sbagliato e al desiderio di rimediare.
Viene detta anche “soddisfazione” (satis facere), cioè fare quello che bisogna fare. Il pentimento ci porta a riparare il male arrecato con i propri peccati, le proprie mancanze di carità.
La parola peccato, in greco è amartìa, che significa essenzialmente “mancare il bersaglio”. Se il bersaglio è l’amore, cioè fare della propria vita un dono per gli altri, tutto ciò che non è amore è peccato.
Il peccato indebolisce la relazione con Dio e con il prossimo. Il Signore attraverso i Sacramenti viene incontro alla nostra debolezza e ci invita alla conversione del cuore, detestando il peccato.
Il sacramento della Penitenza e gli atti del penitente
Il sacramento della Penitenza comprende il pentimento, la confessione dei peccati, il proposito di una vita nuova, la soddisfazione o penitenza e l’assoluzione sacramentale. La confessione individuale e completa, con la relativa assoluzione, resta l’unico modo ordinario, grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un’impossibilità fisica o morale non li scusi da una tale confessione.
Il penitente confessa poi i suoi peccati. Il sacerdote lo esorti a pentirsi, gli dia gli opportuni consigli per indurlo a iniziare una vita nuova e gli imponga la penitenza.
Dopo «il penitente manifesta la sua contrizione e il proposito di una vita nuova, recitando una preghiera, con la quale chiede a Dio Padre perdono dei suoi peccati». Subito dopo il sacerdote gli dà l’assoluzione.
Fra gli atti del confessore, alcuni sono necessari perché il penitente possa fare quello che deve; in concreto, ascoltare la confessione e imporre la penitenza. Poi, con il potere sacerdotale conferitogli dal sacramento dell’Ordine, egli dà l’assoluzione recitando la formula prescritta nel Rituale, «nella quale sono essenziali le parole: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”».
Il ruolo del sacerdote
«Cristo ha affidato il ministero ai suoi Apostoli, ai Vescovi loro successori e ai presbiteri loro collaboratori, i quali diventano pertanto strumenti della misericordia e della giustizia di Dio. Essi esercitano il potere di perdonare i peccati nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Compendio, 307).
Il confessore adempie il ministero della riconciliazione in virtù del potere sacerdotale ricevuto col sacramento dell’Ordine. L’esercizio di questo potere è regolato dalle leggi della Chiesa, e così è necessario che il sacerdote abbia la facoltà di esercitarlo su determinati fedeli o su tutti.
«Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del Buon Pastore che cerca la pecora perduta, quello del Buon Samaritano che medica le ferite, del Padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto Giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore» (Catechismo, 1465).
«Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, ogni Confessore è obbligato, senza alcuna eccezione e sotto pene molto severe, a mantenere il sigillo sacramentale, cioè l’assoluto segreto circa i peccati conosciuti in confessione» (Compendio, 309).
La penitenza non è una punizione
Durante la confessione sacramentale, il sacerdote propone una penitenza da non intendersi come una punizione, ma come strumento di crescita interiore, di conversione, di riconciliazione con Dio: un invito concreto a riparare al male compiuto.
La penitenza ha almeno quattro dimensioni fondamentali:
- Riparare il male: attraverso gesti concreti, il fedele manifesta la volontà di non fermarsi al solo rimorso interiore, ma di trasformare le conseguenze del peccato in bene.
- Espiare e purificarsi: la penitenza aiuta a liberare il cuore dal peso del peccato, favorendo una vera pace interiore.
- Crescere spiritualmente: digiunare, pregare o compiere atti di carità non sono solo obblighi, ma strumenti per rafforzare la volontà, sviluppare la virtù e avvicinarsi a Dio.
- Accompagnare il passaggio dal rimorso alla conversione: la penitenza conduce il penitente da un dispiacere puramente interiore a un impegno concreto.
L’assoluzione sacramentale cancella il peccato, ma rimangono i disordini che il peccato ha causato. La penitenza imposta dal sacerdote è una chiamata a riparare, attraverso la preghiera, il servizio agli altri, l’accoglienza paziente della croce quotidiana.
A questo proposito bisogna ricordare che l’espiazione del peccato non viene attuata dalla penitenza che fa il penitente, ma dalla passione di Nostro Signore, la cui virtù viene comunicata dal sacerdote mentre assolve.
La penitenza esprime la volontà di partecipare al sacrificio di Cristo per espiare i propri peccati e anche per prevenirli. La penitenza, quindi, non sostituisce la redenzione compiuta da Cristo e non “compra” il perdono: manifesta la volontà del penitente di lasciarsi trasformare dalla grazia ricevuta.
Perché una preghiera può essere una penitenza
Di solito la penitenza, il più delle volte, è la preghiera ed ha un valore simbolico. Sta alla singola persona, accompagnata dal dispiacere dei peccati, completarla con opere di riparazione liberamente scelte.
La domanda può sembrare paradossale: se la preghiera è relazione con colui che ama, come può essere considerata una penitenza? La risposta sta nel fatto che la preghiera non diventa una pena perché Dio sarebbe un giudice che vuole infliggere sofferenza, ma perché il penitente è chiamato a compiere un atto concreto di conversione.
Il tipo di penitenza che il sacerdote affida al penitente varia a seconda del tipo di peccato e secondo il giudizio del confessore. Spesso vengono assegnate delle preghiere da fare.
Anche in questo caso non si deve prendere sottogamba quanto ci viene affidato. Facciamo un esempio: se ci venisse detto di recitare un Padre Nostro, dobbiamo ricordare che esso serve per la nostra crescita spirituale.
Quelle parole, però, devono essere dette con intensità, con profondità, con lentezza. Il senso è di accogliere la paternità di Dio, non semplicemente dire delle parole, pur belle.
Una preghiera breve può dunque avere un significato spirituale profondo quando viene compiuta con fede, pentimento e attenzione. La sua efficacia non dipende dal numero delle formule recitate, ma dalla verità con cui il penitente si apre all’amore misericordioso di Dio.
La penitenza come risposta all’amore di Dio
La penitenza sacramentale, inoltre, aiuta a far crescere l’atteggiamento interiore di penitenza. Il Compendio del CCC al n. 300 ci dice che la penitenza interiore è «il dinamismo del cuore contrito (Sal 51,19), mosso dalla grazia divina a rispondere all’amore misericordioso di Dio.
Implica il dolore e la repulsione per i peccati commessi, il fermo proposito di non peccare più in avvenire e la fiducia nell’aiuto di Dio. Si nutre della speranza nella misericordia divina».
Caro Angelo, la penitenza, come atteggiamento del cuore, è una risposta all’amore di Dio ed è un dono della sua infinita misericordia. L’amore infinito e gratuito di Dio che scopriamo nel contemplare Cristo Crocifisso è un invito continuo alla conversione che ci porta a diventare sempre di più figli amati.
Quando il sacerdote indica una penitenza, invita il penitente a un impegno concreto. Può sembrare piccolo o simbolico, ma racchiude un messaggio profondo: Dio ci chiede di collaborare alla nostra trasformazione, di non lasciare il peccato senza risposta, e di sperimentare la gioia della riconciliazione.
La penitenza, quindi, diventa un atto di amore: verso Dio, verso se stessi e verso gli altri.
Il senso di colpa e il senso del peccato
Una distinzione che non è sempre facile fare e cogliere quando si parla di peccato è la distinzione tra il piano psicologico e quello spirituale. Spesso considerati come sinonimi, sicché è molto complesso cogliere la differenza tra senso di colpa e senso di peccato, è essenziale porre una distinzione, anche se non è possibile separarli completamente.
Il senso di colpa è un concetto psicologico: è un’emozione che nasce quando una persona percepisce di aver fatto qualcosa che viola i propri valori, norme sociali o aspettative personali.
È interno alla coscienza individuale, dipende dall’educazione, cultura, personalità e contesto sociale, può esistere anche senza religione, può essere razionale o irrazionale, ad esempio sentirsi colpevoli per cose che non dipendono da noi.
Il senso del peccato appartiene invece alla riflessione teologica. È la consapevolezza di aver offeso Dio o violato una legge divina.
È un concetto relazionale: riguarda il rapporto con Dio, presuppone una legge morale rivelata. Porta a pentimento, conversione e richiesta di perdono, non dipende solo dal sentimento soggettivo ma da un criterio morale oggettivo, la legge divina.
Mentre il senso di colpa tiene chiusi se stessi, il senso del peccato apre ad un amore più grande che ci accoglie e ci perdona.
La penitenza si sviluppa nel tempo
Vi è però un’importante continuità tra i due piani che deriva dall’unità interiore dell’uomo. La conversione, che è dono della grazia di Dio, avviene nel tempo secondo le leggi dell’umano.
È così che la conversione va accompagnata e approfondita nel tempo. Ed è così che la penitenza si trova all’intreccio di queste due direttrici: la grazia viene da Dio, ma l’appropriarsene segue la legge del tempo e della gradualità.
In talune circostanze, quindi, il sacerdote può e deve affidare al penitente una penitenza più lunga nel tempo. Una tale cura medicinale non va intesa come una punizione più grande, bensì come l’accompagnamento orante che si affianca al cammino di liberazione interiore.
Facciamo un esempio: se una persona confessa di aver ucciso qualcuno, il sacerdote dovrà dare una penitenza lunga nel tempo perché la persona, che convive con questa specie e tragedia, possa essere aiutata a maturare la riconciliazione del cuore.
Il lavoro sul proprio cuore, per usare un termine forse un po’ generico, è complesso perché si deve creare una osmosi tra il piano umano e il piano divino, tra il piano psicologico e quello teologale.
Osmosi, quindi, è una legge fisica e spirituale!
Quanto può durare una penitenza
Non ci sono limiti per le penitenze. Il sacerdote deve dare penitenze proporzionate al peccato confessato.
Se ad esempio uno si confessa di aver abortito o ucciso una persona non si può liquidare il tutto con un’Ave Maria. Pertanto può dare penitenze che durano anche più giorni, come nel caso da te riferito.
Ma in queste situazioni il sacerdote deve chiedere al fedele se è in grado e se accetta di fare quella penitenza. Diversamente lo si espone ad un altro peccato.
La durata della penitenza, quindi, non deve essere stabilita secondo una logica automatica o quantitativa. Il sacerdote deve tenere conto di tante cose, comprese le capacità e la situazione del penitente.
E allora, secondo il giudizio prudenziale del ministro, anche un Pater, Ave e Gloria può andar bene.
Quando il sacramento della Penitenza si poteva fruire una sola volta nella vita, per un peccato di adulterio si potevano dare tre anni di digiuno, astinenza dalle carni e derivati, e mangiare una sola volta al giorno, e per il primo anno divieto assoluto di accostarsi alla propria moglie, così ad esempio il Penitenziale di Beda dell’VIII secolo.
Per molti secoli, quando si poteva fruire del Sacramento della Penitenza una sola volta nella vita, la Chiesa chiedeva di premettere una penitenza abbastanza lunga prima della Riconciliazione.
Poi è subentrata la prassi della Confessione frequente, verso l’VIII e il IX secolo, e allora la Chiesa, se trova le dovute disposizioni nel penitente, dà subito l’assoluzione.
Questa prassi è certamente migliore sia perché i fedeli si possono trovare in qualunque momento in pericolo di morte, sia perché il sacramento stesso dell’Eucaristia costituisce un valido aiuto per prevenire le occasioni di peccato o per superarle.
La proporzione tra peccato, penitenza e situazione del penitente
La penitenza non è una tariffa applicata automaticamente a ogni peccato. Il sacerdote nel dare la penitenza deve tener conto di tante cose, comprese le capacità e la situazione del penitente.
Il sacerdote deve dare penitenze proporzionate al peccato confessato. Questa proporzione non indica soltanto la gravità oggettiva della colpa, ma comprende anche la condizione concreta della persona, il suo cammino, le sue forze e la possibilità reale di compiere ciò che viene affidato.
Tanto è fondamentale l’obbligo della penitenza che, nel caso in cui riteniamo pesante ciò che il sacerdote ci affida da fare, dobbiamo dire al confessore di darci un’altra penitenza e il sacerdote è obbligato a modificare la penitenza con una meno gravosa.
La penitenza affidata deve essere possibile e realmente orientata alla conversione. Se una persona non è in grado di compierla, l’impegno potrebbe trasformarsi in scoraggiamento o in una nuova occasione di colpa, invece di sostenere il cammino spirituale.
Il sacerdote può differire o negare l’assoluzione
Il sacerdote può differire l’assoluzione. Ad esempio, se sa che il fedele promette e non mantiene mai, può dirgli: ti darò l’assoluzione solo dopo che tu avrai concretamente restituito.
Ugualmente il sacerdote deve negare l’assoluzione quando il fedele non mostra segni del pentimento di proposito di non offendere più gravemente il Signore.
Questo succede molto spesso per i cosiddetti irregolari, divorziati risposati, conviventi di ogni tipo.
Il sacerdote non deve automaticamente dare l’assoluzione senza discernimento, perché il sacramento richiede da parte del penitente il pentimento e il proposito di una vita nuova.
Allo stesso tempo, l’eventuale differimento o diniego dell’assoluzione non costituisce una condanna definitiva della persona. Esso può rappresentare una richiesta di passi concreti, necessari per rendere credibile il proposito di conversione.
La confessione e la santa Comunione
«Colui che è consapevole di essere in peccato grave non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima» (CIC, can. 916).
Il peccato di adulterio è certamente tra i più gravi e la Chiesa fin dai primi secoli lo cataloga tra i graviora crimina.
Nel dare o negare la Comunione il sacerdote deve tener conto se il fedele viva in una situazione irregolare o se sia eretico formale, nel qual caso è anche scomunicato.
Se le sue asserzioni, anche pubbliche, non vanno contro i dogmi della Chiesa, non può essere considerato scomunicato.
Tanti insegnamenti morali della Chiesa, come quelli che tu hai citato, appartengono al magistero certo, definitivo e infallibile della Chiesa. Ma se uno dissente, è certamente fuori strada, ma non è scomunicato.
La Chiesa non pone i più deboli, e sono deboli anche se sono molto intelligenti, di fronte all’aut aut. Spera sempre in una riflessione più profonda e in una maturazione.
Gli effetti dell’assoluzione
Gli effetti del Sacramento della Penitenza sono: la riconciliazione con Dio e quindi il perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il recupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenza del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.
«In questo sacramento meraviglioso, il Signore pulisce la tua anima e ti inonda di gioia e di forza per non venir meno nella lotta, e per ritornare instancabilmente a Dio anche quando tutto ti sembra oscuro».
«In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa vita terrena» (Catechismo, 1470).
«Quindi per mezzo del sacramento della Penitenza il Padre accoglie il figlio pentito che fa ritorno a lui, Cristo si pone sulle spalle la pecora smarrita per riportarla all’ovile, e lo Spirito Santo santifica nuovamente il suo tempio o intensifica in esso la sua presenza».
Il penitente in attesa: una prova concreta di conversione
Come sacerdote, di tanto in tanto mi metto in fila per confessarmi come qualsiasi cattolico. Di recente sono stato testimone di eventi tali che la parola “shock” non descrive neanche lontanamente quello che ho sperimentato.
Fa ciò che predichi, dicono. Mi viene ricordata questa ammonizione ogni volta che ho bisogno di trovare il tempo per il sacramento della Penitenza.
Spesso vado a confessarmi da un sacerdote che vive con me nel presbiterio, ma di tanto in tanto mi metto in fila per la Confessione come qualsiasi cattolico e attendo pazientemente di ricevere la misericordia.
Erano le nove di mattina del primo giovedì del mese. Sono entrato nella chiesa più grande della città e mi sono reso conto che la fila al confessionale era lunga.
C’erano circa 20 persone in fila un attimo prima che il sacerdote arrivasse. Mi sono inginocchiato a pregare e a compiere un altro esame di coscienza.
Mi sono poi avvicinato all’ultima persona che era in fila ed ho atteso pazientemente. Ben presto, però, l’atmosfera è diventata tesa.
Tutti quelli che aspettavano scrutavano con ansia le porte che i confessori dovevano aprire. Alcuni guardavano l’orologio e alzavano gli occhi.
Alle 9.02 è apparso il sacerdote. La fila si è divisa in file più piccole ed è iniziato il caos totale.
Un mormorio si è diffuso tra la gente in attesa, e si potevano sentire cose del tipo “C’ero prima io!”, o “Lei non stava qui!”.
In un minuto, qualcuno guidato dall’istinto e dall’impazienza ha creato una linea alternativa per mettere in pratica le parole delle Scritture “Gli ultimi saranno i primi”.
Alcuni si rimproveravano a vicenda, altri fingevano che non stesse accadendo niente. Fortunatamente, c’erano anche persone meno testarde per le quali non era un problema aspettare un minuto o due in più per ricevere la misericordia.

La pazienza prima della confessione
Una Confessione di questo tipo ha senso? Imbarazzato, stavo rimuginando sulla situazione quando qualcuno mi ha fatto un cenno e ha detto: “Tocca a lei”.
Grazie a Dio nessuno è rimasto ferito e le vetrate delle finestre sono rimaste intatte, e tuttavia ero davvero in preda all’ansia.
La mia Confessione mi ha aperto gli occhi su alcune cose. In primo luogo, come confessore sapevo a malapena com’è la situazione dall’altro lato della grata del confessionale.
Non ero consapevole del linguaggio forte e della rabbia tra i penitenti. Il sacramento della Penitenza è fonte di stress, e tuttavia un momento prima di avvicinarsi al confessionale si possono ancora aggiungere dei peccati.
Viviamo in un mondo impaziente, geloso e sospettoso, e siamo pronti a sacrificare un’altra persona per via della nostra irascibilità.
In secondo luogo, abbiamo dominato l’abilità dell’astuzia. Un momento prima della confessione dei nostri peccati siamo ancora capaci di indurire il nostro cuore e di offendere il prossimo.
Una Confessione del genere ha senso? Gesù può farsi breccia nella nostra ipocrisia e nel nostro essere farisei?
La situazione vissuta durante l’attesa mostra che la penitenza può iniziare prima ancora di entrare nel confessionale. Attendere con pazienza, rinunciare a prevalere sugli altri, controllare l’irritazione e rispettare il proprio turno possono diventare occasioni concrete per verificare la sincerità del proposito di conversione.
La confessione come impegno a cambiare
La Confessione non è solo l’ammissione dei nostri peccati, ma anche una forma di impegno a fare tutto ciò che è in nostro potere per cambiare e intraprendere lo sforzo della conversione.
Senza questo impegno, abbiamo fede solo a parole.
Il penitente può ascoltare la Parola, riconoscere i propri limiti e ricevere indicazioni concrete per vivere in modo più autentico la vita cristiana.
La Parola di Dio illumina il fedele a conoscere i suoi peccati, lo chiama alla conversione e gl’infonde fiducia nella misericordia di Dio.
La conversione, che è dono della grazia di Dio, avviene nel tempo secondo le leggi dell’umano. La penitenza è quindi un esercizio concreto di quella trasformazione che il penitente desidera accogliere nella propria vita.
La storia della penitenza nella Chiesa
La penitenza, spesso vista solo come un atto imposto ed esteriore, ha in realtà una profondità spirituale che risale agli albori del cristianesimo.
Fin dai primi secoli, i cristiani praticavano la penitenza pubblica: i peccatori, dopo aver confessato davanti al vescovo e a tutta la comunità la grave colpa, erano obbligati a compiere gesti concreti di espiazione.
Questi potevano consistere in digiuni, preghiere prolungate o opere di carità. L’obiettivo non era ovviamente il castigo, bensì la trasformazione interiore e il reinserimento nella comunità, ferita dal peccato grave compiuto da uno dei suoi membri.
Con il passare dei secoli, e soprattutto a partire dal V-VI secolo, si sviluppò la pratica della penitenza privata, più riservata, che si avvicina a quella che conosciamo oggi.
Sull’esempio di quanto i monaci vivevano nelle loro comunità, si diffuse la forma individuale del sacramento della riconciliazione, celebrato col solo sacerdote.
Ciò comportava un discernimento più personale e si allargava anche ai peccati più piccoli e quotidiani.
Confessione frequente e peccati veniali
«Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione dei peccati veniali è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito» (Catechismo, 1458).
«Anche per i peccati veniali è molto utile il ricorso assiduo e frequente a questo sacramento. Non si tratta infatti di una semplice ripetizione rituale né di una sorta di esercizio psicologico: è invece un costante e rinnovato impegno di affinare la grazia del Battesimo, perché, mentre portiamo nel nostro corpo la mortificazione di Cristo Gesù, sempre più si manifesti in noi la sua vita».
La confessione frequente aiuta a formare la coscienza, a riconoscere le proprie fragilità e a non ridurre il sacramento a una pratica riservata soltanto alle situazioni straordinarie.
La preparazione alla confessione
«Il sacerdote accolga il penitente con fraterna carità […]. Quindi il penitente si fa il segno di croce, dicendo: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Anche il sacerdote può segnarsi con lui. Poi il sacerdote con una breve formula invita il penitente alla fiducia in Dio».
Il penitente può prepararsi attraverso l’esame di coscienza, l’ascolto della Parola di Dio, il riconoscimento sincero dei propri peccati e il desiderio di ricevere il perdono.
La preparazione non consiste nel costruire un discorso perfetto, ma nel disporsi alla verità davanti a Dio. È importante evitare sia la superficialità sia un senso di colpa che chiude la persona in se stessa.
La consapevolezza del peccato deve condurre al pentimento, alla richiesta di perdono e al proposito di cambiare, non alla disperazione.
Ricevuta l’assoluzione, il penitente può proclamare la misericordia di Dio e rendergli grazie con una breve acclamazione presa dalla Sacra Scrittura, oppure il sacerdote recita una formula di lode a Dio e di congedo del penitente.
La penitenza dopo l’assoluzione
La penitenza viene normalmente affidata prima dell’assoluzione, ma viene compiuta dopo aver ricevuto il perdono sacramentale. Questo ordine aiuta a comprendere che la penitenza non è il prezzo da pagare per ottenere l’assoluzione.
Il perdono viene da Dio e viene comunicato sacramentalmente attraverso l’assoluzione del sacerdote. La penitenza è la risposta concreta del penitente alla grazia ricevuta.
Essere tenuti a fare ciò che il sacerdote ci affida è accogliere un’azione medicinale contro il nostro egoismo, nella direzione di un’apertura del cuore verso l’accoglienza del perdono che gratuitamente Dio ci ha donato.
La penitenza non dovrebbe essere compiuta in modo frettoloso, come se fosse un semplice adempimento. Anche una sola preghiera può diventare un momento di ringraziamento, di adorazione, di riparazione e di rinnovamento interiore.
Se la penitenza consiste in una preghiera, il penitente può viverla come un dialogo con Dio: non una formula recitata per liberarsi rapidamente da un obbligo, ma una risposta all’amore che lo ha raggiunto nel sacramento.
Le indulgenze e le conseguenze del peccato
La persona che ha peccato non solo ha bisogno del perdono della colpa per aver offeso Dio, ma anche delle pene che ha meritato per tale disordine.
Con il perdono delle colpe gravi il peccatore ottiene anche la liberazione dalla pena della separazione eterna da Dio, ma di norma rimane ancora meritevole di pene temporali, ossia non eterne.
Anche le colpe veniali meritano pene temporali. «Le quali pene sono imposte secondo giustizia e misericordia da Dio per la purificazione delle anime, per la difesa della santità dell’ordine morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua piena maestà.
Ogni peccato, infatti, causa una perturbazione nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità, e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che nei confronti della comunità umana».
«L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi» (Catechismo, 1471).
«L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati. Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti» (Catechismo, 1471).
Il significato spirituale dell’attesa
L’attesa davanti al confessionale può diventare una parte autentica della preparazione al sacramento. Il penitente è chiamato a trasformare il tempo dell’attesa in uno spazio di preghiera, di esame di coscienza e di disponibilità alla misericordia.
In quel momento si può imparare a riconoscere l’impazienza, l’irritazione, la gelosia, il desiderio di prevalere e ogni atteggiamento contrario alla carità.
La penitenza comincia così a diventare concreta già prima della confessione: attendere pazientemente, rispettare gli altri, non alimentare conflitti e custodire il silenzio possono aiutare il cuore a disporsi alla riconciliazione.
Il penitente in attesa non è una persona che si presenta davanti a Dio come qualcuno che deve dimostrare la propria perfezione. È una persona ferita che riconosce di aver bisogno della grazia, del perdono e di un cammino di guarigione.
La penitenza, come atteggiamento del cuore, è una risposta all’amore di Dio ed è un dono della sua infinita misericordia.
L’amore infinito e gratuito di Dio che scopriamo nel contemplare Cristo Crocifisso è un invito continuo alla conversione che ci porta a diventare sempre di più figli amati.
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