I teli bianchi usati dai sacerdoti per coprire il collo si chiamano amitti. L’amitto è un panno rettangolare o quadrato, solitamente di lino e sempre bianco, che viene appoggiato sulle spalle e fissato intorno al collo, al petto o alla vita con nastri di tessuto.
La sua funzione è coprire il collo del sacerdote qualora il camice non sia sufficiente, nascondere gli abiti quotidiani e proteggere i paramenti più importanti che il sacerdote indossa. Nella liturgia cattolica l’amitto viene indossato sotto il camice o l’alba, all’inizio della vestizione.
Che cos’è l’amitto
L’amitto è un rettangolo in puro lino o puro cotone che viene posizionato dal sacerdote intorno al collo e alle spalle e viene fermato intorno al petto con due fiocchi. Solitamente è fatto di lino ed è sempre bianco, dovendo essere indossato sotto l’abito del sacerdote.
Viene appoggiato sulle spalle e legato in vita. La sua forma semplice permette di coprire la parte superiore dell’abbigliamento senza sostituire il camice, che rimane la veste bianca principale della celebrazione.
Quando il camice non riesce a coprire completamente l’abito del diacono, a questo si aggiunge l’amitto, una specie di drappo bianco di forma rettangolare che copre le spalle del sacerdote. Il suo compito è coprire gli abiti quotidiani e al tempo stesso proteggere i paramenti più importanti che il sacerdote indossa.
Perché l’amitto copre il collo
La funzione più immediata dell’amitto è pratica: il telo copre il collo e le spalle quando la veste bianca non nasconde completamente l’abbigliamento sottostante. In questo modo il sacerdote entra nella celebrazione con un abito uniforme, distinto dall’abbigliamento ordinario.
L’amitto contribuisce anche a separare visivamente la persona del celebrante dalla quotidianità. In generale, però, la funzione degli abiti liturgici diventa fondamentale proprio nell’ambito delle celebrazioni religiose, nelle quali essi simboleggiano da un lato il distacco dalla quotidianità, dall’ordinarietà, dall’altra la trascendenza del sacerdote, che indossando quei particolari indumenti cessa di essere un uomo comune, e assume in un certo senso le funzioni e l’identità di Cristo.
La forma stessa delle vesti sacerdotali, il loro essere spesso ampie, fluenti, sottolinea la loro funzione di rendere senza forma, etereo chi le indossa, privando il corpo di sostanza, avvicinandolo maggiormente allo spirito.
Materiali, forma e decorazione
L’amitto viene realizzato soprattutto in lino, anche se può essere confezionato in puro cotone. La sua decorazione tradizionale è discreta: l’unica decorazione dell’amitto è una croce al centro e a volte un ricamo sul perimetro.
Le forme più semplici sono costituite da un telo bianco con due nastri o fiocchi per fissarlo. La confezione può comprendere ricami bianchi o avorio, mentre la croce centrale serve a identificare il paramento e a sottolinearne il carattere sacro.
Anche i materiali utilizzati nella fabbricazione dei paramenti liturgici sono stati codificati. Tuttavia, le regole rimangono flessibili e il simbolismo più soggettivo. L’unico criterio sembra essere la dignità del materiale.
La decorazione è certamente il campo più creativo perché è meno codificato. Ha un ruolo decorativo e strutturante, ma anche funzionale, ovvero quello di distinguere i diversi paramenti liturgici. Riflette anche la preoccupazione simbolica dei laboratori e il gusto dell’epoca.
Il significato simbolico dell’amitto
L’amitto viene visto come un elmo che protegge e che tiene lontano il sacerdote dalle tentazioni, in particolare durante la celebrazione. È una sorta di ‘protezione’ dal male e dalle tentazioni, un elmo simbolico.
Quando il sacerdote indossa gli abiti liturgici compie un vero e proprio rito, che contribuisce al processo di ‘spersonalizzazione’, facendo sì che il celebrante stesso, da uomo comune, divenga per il tempo della liturgia altro da sé, una sorta di emanazione di Cristo.
L’uso dell’amitto esprime quindi sia la protezione spirituale sia il passaggio dall’abbigliamento ordinario a quello liturgico. Indossarlo non rappresenta solo una necessità, ma è anche e soprattutto un atto di rispetto e riverenza verso il Signore, portando avanti quella che è la tradizione della chiesa.
La preghiera dell’amitto
La preghiera che il sacerdote dice nell’indossarlo è in uso dall’anno 1000 d. C. e recita “Impone, Domine, capiti meo galeam salutis, ad expugnandos diabolicos incursus” (Imponi, Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza, per sconfiggere gli assalti diabolici).
La preghiera prevista per indossare l’amitto recita infatti: Impone, Domine, capiti meo galeam salutis, ad expugnandos diabolicos incursus. (Imponi, Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza, per sconfiggere gli assalti diabolici).
Quando si indossa l’amitto
La cerimonia della vestizione inizia sempre con l’abluzione delle mani, che preannuncia il distacco da tutto ciò che è ordinario e profano, per accostarsi a una dimensione più spirituale e sacra.
Come abbiamo già accennato in relazione all’elenco degli abiti liturgici, la vestizione procede per gradi, sovrapponendo i vari paramenti secondo regole codificate nei secoli. Per primo si indossa l’amitto, il telo di lino bianco la cui funzione è coprire il collo del sacerdote qualora il camice non sia sufficiente.
Successivamente il sacerdote indossa il camice o alba, simbolo di purezza e santità, lasciapassare imprescindibile per ascendere alla grazia divina. Il camice viene stretto in vita dal cingolo, che può essere di diversi colori, secondo il tempo liturgico.
L’amitto e gli altri paramenti liturgici
Con il termine abiti liturgici, o paramenti liturgici, si indicano in generale gli abiti utilizzati dai sacerdoti di vario rango nell’ambito delle cerimonie e delle celebrazioni religiose.
I paramenti liturgici differiscono per varie caratteristiche e, in particolare, variano di colore a seconda del periodo dell’anno e delle celebrazioni o festività in corso. Gli abiti liturgici sono molto di più di semplici vesti, più o meno ornate, indossate dai ministranti.
| Paramento | Descrizione e funzione |
|---|---|
| Amitto | Panno bianco rettangolare o quadrato che copre il collo e le spalle. |
| Camice o alba | Veste bianca con maniche lunghe che copre tutto il corpo fino alle caviglie. |
| Cingolo | Cintura di stoffa che stringe il camice. |
| Stola | Sciarpa di stoffa lunga tra i 200 e i 250 centimetri, ornata da tre croci. |
| Casula o pianeta | Veste indossata dal celebrante sopra il camice. |
| Dalmatica | Lunga tunica con maniche ampie, utilizzata soprattutto dal diacono. |
| Piviale | Ampio mantello indossato per le azioni liturgiche al di fuori della messa. |
Camice o alba
Camice o Alba: veste bianca con maniche lunghe che copre tutto il corpo, fino alle caviglie. È il capo di base di tutti gli officianti, non solo del sacerdote celebrante, ma di tutti coloro i quali partecipano alla liturgia.
Viene indossato sopra l’amitto e viene fissati ai fianchi con il cingolo. Arriviamo ora a parlare del camice sacerdotale, ovvero di quella lunga veste di stoffa bianca utilizzata per coprire totalmente l’abito comune del prete.
Cingolo
Il cingolo è una cintura di stoffa che stringe il camice. Solitamente bianca, può variare a seconda del colore liturgico del giorno.
Per stringere il camice e cingere in maniera fluida i fianchi del sacerdote viene utilizzato il cingolo. Il cingolo simboleggia la virtù del dominio di sé.
Stola
La stola sacerdotale contraddistingue il celebrante più di ogni altro paramento liturgico. La stola è una lunga sciarpa portata al collo da tutti gli officianti e ha uno status speciale poiché non è un indumento nel senso stretto della parola, ma un’insegna.
È un accessorio che permette di marcare chiaramente la funzione del celebrante. La stola è un ricordo del pesante fardello posto sul clero e allo stesso tempo un simbolo della grazia di Cristo che lo accompagna.
Sia il sacerdote che il Vescovo indossano quest'ultima ponendola attorno al collo, mentre il diacono la indossa di traverso appoggiata sulla spalla sinistra. Il sacerdote lo porta su entrambe le spalle ed è incrociato all’altezza del petto fino alla riforma liturgica del Vaticano II.
Casula o pianeta
Casula o Pianeta: è la veste indossata dal celebrante sopra il camice. Può essere di varie fogge e colori liturgici a seconda del periodo e dell’occasione.
Infine il sacerdote in procinto di celebrare la Santa Messa indossa la casula o la pianeta. La casula è insieme alla stola, il paramento più conosciuto del corredo sacerdotale.
La casula, il paramento caratteristico dei sacerdoti durante la messa, prende la forma della casula romana, un mantello ampio e largo, con un’apertura che lascia passare la testa. Più tardi, si trasformò in un indumento rettangolare nella parte posteriore e a forma di pera davanti, lasciando le braccia e le mani libere.
Dalmatica
La dalmatica, il cui nome ricorda la sua origine dalmata, è l’abito diaconale per eccellenza dal IX secolo. Si tratta di una tunica con maniche larghe a forma di croce, introdotta nella liturgia nel IV secolo.
La veste a forma di tunica fu nel tempo accorciata, raggiungendo quella che è la forma odierna, cioè al ginocchio. Anche nel caso della dalmatica il colore varia in base ai tempi liturgici.
Piviale
Piviale: ampio mantello con accenno di cappuccio, lungo fino a terra, indossato al posto della casula o pianeta per le azioni liturgiche al di fuori della messa.
Il piviale è indossato dal sacerdote o dal vescovo per le funzioni solenni, specialmente durante le processioni. Di forma semicircolare, avvolge il sacerdote fino ai piedi ed è attaccato al collo da una fibbia, detta fibula.
Distinzione tra amitto, stola e collarino bianco
L’amitto non deve essere confuso con la stola o con il collarino ecclesiastico. L’amitto è un paramento liturgico bianco indossato sotto il camice e destinato a coprire il collo e le spalle durante la celebrazione.
La stola è invece un’insegna liturgica lunga, indossata dal sacerdote attorno al collo e lasciata pendere davanti al corpo. Il collarino bianco appartiene principalmente all’abbigliamento ecclesiastico quotidiano e identifica il sacerdote al di fuori delle celebrazioni.
Il clergyman è l’abito ecclesiastico composto da giacca, camicia e pantaloni, con pettorale nero e collarino bianco, solitamente di stoffa nera o grigio scura, indossato dal sacerdote. Questo termine viene spesso usato anche per indicare il collarino bianco tipico nel vestiario di un sacerdote.
Il collarino bianco dell’abito ecclesiastico
Grazie a questi tratti distintivi dell’abbigliamento, siamo in grado di individuare un prete a prima vista anche al di fuori dalle mura di un luogo sacro. Sono dunque dei simboli semplici e delicati indispensabili per contraddistinguere un uomo di Dio.
Il collarino ecclesiastico viene introdotto per la prima volta nel XIX secolo. Originariamente era in cotone o lino bianco e si usava abbottonato intorno al collo, sopra degli abiti comuni.
Oggi i collarini vengono realizzati spesso in plastica e in alcuni casi possono essere sostituiti dal collarino parziale. Quest’ultimo può essere infilato sotto il colletto della veste talare o della camicia, così da mostrare solo una piccola porzione.
È dunque uno degli accessori religiosi più pratici e funzionali che permette al sacerdote di unire comodità a responsabilità. Il completo clergyman ha origine dall’abbigliamento dei pastori protestanti anglosassoni.
I due principali modelli del colletto
Uno dei dettagli più comuni è il colletto bianco che può essere di due modelli. Il primo modello è definito “alla romana“. In questo caso il colletto è caratterizzato da una fascetta di plastica bianca alta 3 o 4 centimetri, che fuoriesce di mezzo centimetro dal colletto nero.
Questo modello ha origine dall’abito talare, nel quale la fascia bianca indica candore e purezza. Nel secondo modello invece è presente un inserto di plastica bianca che viene infilato all’interno del colletto della camicia, grazie alle due fessure in cui vengono inseriti gli angoli.
In questo modo si ottiene il caratteristico quadratino bianco in mezzo al colletto. In genere, l’abito talare tradizionale è composto da pantaloni, camicia e giacca di colore nero, grigio o blu scuro.
L’abito talare e il clergyman
L’abito talare è il vestito indossato dai preti in alcune confessioni cristiane, soprattutto in quella cattolica. Il nome deriva dal latino tallus, che significa tallone, indicandone la lunghezza appunto fino ai piedi e suggerendone inoltre l’origine ebraica.
In questo modo, anche negli abiti si è voluta sottolineare una continuità con la tradizione ebraica. Inoltre, a seconda del modello e del colore indica il grado della gerarchi ecclesiastica: nero per i sacerdoti nero con bottoni rossi per i monsignori, vescovi e cardinali bianco per il Papa
Un elemento fondamentale delle vesti sacerdotali è la fascia da portare in vita, da abbinare sempre a seconda del proprio ruolo. Gli alti gradi aggiungono inoltre una mantellina detta pellegrina.
Recentemente, sia per comodità che per desiderio di passare inosservati, alla talare si preferisce il cosiddetto clergyman, ovvero un completo di giacca, pantalone e camicia. Il cattolicesimo romano ha preso spunto dalla praticità e dalla comodità delle vesti e lo ha accolto come abito religioso e simbolo di identità cattolica.
Con il termine clergyman si intende in generale l’abito religioso indossato dai sacerdoti al di fuori delle celebrazioni. Questo termine si riferisce tipicamente alla classica camicia clergyman, che caratterizza in modo inequivocabile la tenuta del prete.
I colori dei paramenti liturgici
I paramenti liturgici variano di colore a seconda del periodo dell’anno e delle celebrazioni o festività in corso. In particolare, a cambiare è il colore dei paramenti, mentre gli indumenti sotto rimangono più o meno gli stessi.
| Colore | Significato e utilizzo |
|---|---|
| Oro | Il più solenne dei colori, usato tutto l’anno, anche in sostituzione degli altri colori liturgici. |
| Bianco | Simboleggia la luce e la vita, e ricorre in occasione del Battesimo, a Natale, a Pasqua. |
| Nero | Usato soprattutto per le commemorazioni dei defunti e per i funerali. |
| Rosaceo | Usato per la quarta domenica di Quaresima e per la terza domenica di Avvento. |
| Rosso | Richiama il colore del sangue dei Martiri e lo Spirito Santo. |
| Verde | Colore del rinnovamento e della vita, ricorre nel tempo ordinario. |
| Viola | Simboleggia la speranza e l’attesa, ed è utilizzato durante l’Avvento, la Quaresima e nella liturgia dei defunti. |
La funzione generale delle vesti sacerdotali
Gli abiti liturgici devono essere unici, differenziarsi da qualsiasi altro tipo di indumento che il sacerdote indossa al di fuori della celebrazione. Questi abiti in particolare appartengono alla sfera del sacro, né più né meno come le preghiere, i gesti che compongono la liturgia, i tanti riti che caratterizzano le cerimonie religiose da sempre.
Gli abiti liturgici devono essere belli, di buona fattura, appariscenti. Derivano infatti dagli abiti dei dignitari greci e romani, che appartenevano alle classi più abbienti, e che lo dimostravano anche con l’abbigliamento.
La forma dei paramenti liturgici che conosciamo oggi si è evoluta notevolmente. Ha le sue origini principalmente nei paramenti greco-romani indossati dai civili nel primo secolo d.C.
Durante l’Impero Romano, i sacerdoti indossavano gli stessi paramenti dei civili, ma cuciti con un materiale di qualità superiore. Con il tempo, le forme furono semplificate al massimo per una maggiore comodità, ma fu data più importanza al materiale e alla decorazione, che divennero più complesse, rendendo l’indumento a volte molto pesante.
Lungi dal nascondere le apparenze, i paramenti liturgici rivelano la funzione dei celebranti e il loro ruolo nella liturgia. Apprezzabili nella loro forma, simbolismo e decorazione, segnano l’ingresso nel momento della celebrazione.
Gli officianti assumono così il ruolo di intermediari tra i fedeli e Dio.
