Suore che non parlano: il significato del silenzio nella vita contemplativa

Le suore che non parlano scelgono il silenzio come disciplina spirituale, spazio di preghiera e forma di ascolto, ma non vivono necessariamente in un isolamento assoluto dal mondo. Nella tradizione monastica il silenzio può essere un dono, perché permette l’incontro con Dio, oppure una penitenza, perché insegna a dominare il bisogno di parlare e a ritrovare l’equilibrio interiore.

Un esempio particolarmente radicale è quello di Miriam della Croce, l’unica donna della Polonia ad aver fatto il voto di silenzio perpetuo. Vive nel convento carmelitano dell’Amore Misericordioso di Stettino, in un eremo separato dal muro di cinta del convento, circondato però da una scuola, una clinica oncologica, una casa per ritiri, strutture parrocchiali e servizi della Caritas.

Suora carmelitana in preghiera silenziosa

Miriam della Croce e il voto di silenzio perpetuo

Miriam della Croce sta in silenzio da 16 anni. Possiamo dire che abbia scoperto una vocazione all’interno della vocazione.

Suor Miriam è entrata nel convento carmelitano di Częstochowa. È arrivata a Stettino 35 anni fa, nel 1983, quando le è stata affidata la missione di fondare una nuova comunità.

Dopo un po’ di tempo ha capito che Dio la invitava a fare cose più grandi. Non sarebbe stata una suora “ordinaria”, e ha deciso di diventare eremita.

Visto che la Congregazione vaticana per gli Istituti di Vita Consacrata ha espresso l’opinione che fosse impossibile vivere da eremita nella spiritualità carmelitana, Miriam è stata sollevata dai suoi voti nell’Ordine carmelitano, e il 28 febbraio 1988 ha preso i voti da eremita davanti al vescovo Kazimierz Majdański.

Nel 2001 ha fatto voto di silenzio perpetuo.

Il suo eremo è una piccola abitazione separata dal muro di cinta del convento carmelitano. Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non è situata nel folto di un bosco o nell’angolo più sperduto di un villaggio remoto, in un luogo inaccessibile.

Il convento carmelitano dell’Amore Misericordioso, in cui si trova l’eremo di Miriam, è un elemento centrale del distretto di Golęcin di Stettino. Fuori dalle sue mura si trovano una scuola elementare, una clinica oncologica, una casa per ritiri, un ufficio parrocchiale e un presbiterio, nonché un ambulatorio e un ricovero notturno gestiti dalla Caritas, la più grande entità caritativa polacca gestita della Chiesa.

È quindi un luogo circondato dal viavai della vita quotidiana, ed è qui che possiamo incontrare l’unica donna della Polonia ad aver fatto il voto di silenzio perpetuo.

Come si può comprendere una scelta tanto radicale

Miriam conduce una vita incredibile, che alcuni potrebbero definire contro natura. È innaturale perché siamo creati come esseri sociali ed entriamo in relazione con gli altri, senza i quali non possiamo esprimerci pienamente, direbbero alcuni, aggiungendo che questo tipo di vita potrebbe portare a un disordine mentale.

Vediamo cosa può dirci una donna che è rimasta in silenzio negli ultimi 16 anni. Miriam della Croce può davvero dirci molto, anche se vive tra le mura del convento di Stettino.

Qual è il suo messaggio? Possiamo leggerlo nelle sue pubblicazioni e dedurlo da chi l’ha incontrata.

Per le sue consorelle è colei che le sostiene con la sua preghiera silenziosa e testimonia il valore del silenzio, offrendo la possibilità di un incontro profondo con Dio.

Per chi la circonda, è un punto interrogativo e a volte un punto esclamativo. Come si può comprendere la sua scelta in un mondo tanto pieno di parole?

La vita di Miriam, anche se può sembrare estremamente difficile, è anche uno splendido messaggio sull’esistenza del Mistero, che non può essere scandagliato come non lo può essere la vita di Miriam l’eremita, anche se possiamo provare a coglierne almeno un barlume.

Il silenzio come rapporto tra parola e ascolto

In una lettera intitolata “Perché resto in silenzio”, pubblicata su Więź monthly (11/2006), suor Miriam ha osservato di essere certa che esista uno stretto legame tra il silenzio e la parola.

“Il voto del silenzio non è contro la natura umana? Me lo sono chiesta anch’io. Il silenzio è sicuramente molto difficile per la nostra natura, e anche per me, ma la vita sociale umana è possibile grazie a certe dialettiche di silenzio e parola, contemplazione e impegno, liberazione dai desideri terreni e amore per il mondo, ecc.

Il ruolo del silenzio nella comunicazione interpersonale, nelle relazioni, sembra quindi fondamentale e realmente necessario per ottenere armonia.

È la comunicazione che ha luogo nello spirito umano, in cui si originano consapevolezza, gentilezza, attenzione all’altro, calore e rispetto.

C’è una stretta correlazione tra il silenzio e la parola, visto che tutto nasce dal silenzio”.

Il silenzio appare come il collante delle vostre vite. Come dice la “Regola carmelitana”, il silenzio può essere inteso come un dono o una penitenza.

E’ un dono quando è lo spazio per incontrare Dio, per comunicare con Lui e in Lui. La contemplazione non è altro che l’incontro di due silenzi: quello di Dio e quello dell’uomo.

Ci sono, però, anche occasioni nelle quali il silenzio può essere vissuto come una penitenza.

E’ difficile rimanere zitti quando non si è capiti, quando si è stati offesi, quando l’altro vuole avere sempre ragione, quando notiamo comportamenti sbagliati, quando soffriamo, quando l’altro ci giudica in modo sbagliato.

Quando si riesce a vincere il bisogno di parlare e si sa tacere, il silenzio diventa una “penitenza” che ciinsegna a dominare le nostre passioni e a ritrovare l’equilibrio interiore.

Con molta facilità si sbaglia quando si parla, e si diventa vittima delle proprie parole.

Il pericolo del silenzio è l’isolamento. Chi tace, non si confronta con gli altri, rimane fermo sulle proprie idee, non si apre all’altro.

Chi tace, non dona se stesso e, pertanto, diventa più povero.

La vita quotidiana di Miriam

Com’è oggi la vita di un’eremita? La suora prevalentemente prega, digiuna, prende parte alla Santa Messa nella cappella del convento e dipinge icone, che si possono trovare nella cappella del convento carmelitano e in vari altri luoghi.

Sono vere e proprie opere d’arte, un esempio di bellezza nata da un profondo silenzio.

La suora, che negli ultimi trent’anni ha vissuto nell’eremo del Sacro Cuore di Gesù, è davvero sorprendente.

All’inizio degli anni Novanta, a suor Miriam è stata affidata un’altra missione, simile a quella che l’aveva portata a Stettino.

Per tre anni, su richiesta del vescovo locale, ha supportato una congregazione appena fondata delle Suore Discepole della Croce. È diventata la responsabile del consiglio della Congregazione e ha dato un’impronta indelebile alla sua spiritualità.

È stata la sua ultima “missione esterna”.

Qualche anno fa, nel 2013, Miriam ha indossato l’abito da eremita, una sorta di scapolare, simbolo di adozione volontaria dell’umiliazione e della sofferenza per la gloria di Gesù e la salvezza del prossimo.

Questo ha segnato il terzo e più alto livello della professione monastica, che ha avuto origine nella tradizione ortodossa, a significare l’ingresso in uno stato vicino a quello degli angeli e adottato in occasioni molto rare.

«Il suo volto è come il sole»

Iga, che visitava spesso il convento di Stettino, ha osservato: “Il suo volto è come il sole!

L’ho incontrata il giorno della festa del santo patrono, quando poteva essere avvicinata per gli auguri.

Se si potesse leggere lo stato del cuore di qualcuno dall’aspetto del suo volto, direi che è davvero in pace.

È stato un incontro breve ma memorabile. Rispondevo alle domande che lei… non poneva.

Avevo l’impressione che fosse un dialogo in cui mi chiedeva come mi chiamassi e cosa facessi nella vita, e rispondevo a quelle domande tacite.

Miriam ha uno sguardo profondo, gentile, appassionato e dinamico”.

Che cosa significa essere suora di clausura

Le suore di clausura sono monache che trascorrono la loro vita in convento, dedicandosi alla preghiera e al lavoro, senza poter uscire, se non in occasioni speciali.

I contatti con il mondo esterno sono rigidamente regolati, ma le regole precise cambiano a seconda degli ordini, benedettine, clarisse, carmelitane e altri: alcuni osservano la “clausura papale”, cioè le norme stabilite dalla Santa Sede; altri seguono regole specifiche.

La clausura esiste anche per gli uomini, ma - con l’eccezione di alcuni ordini - è solo passiva, nel senso che non possono ricevere estranei in convento, ma possono uscire.

La giornata delle suore di clausura in genere include momenti di preghiera e lavoro, oltre, naturalmente, al tempo per i pasti e per l’igiene personale.

Clausura, che deriva dal latino clausus (chiuso), significa chiusura.

Le monache di clausura sono suore che trascorrono la loro vita chiuse in convento, dedicandosi quasi esclusivamente alla preghiera e al lavoro.

Non fanno, perciò, opera di apostolato al di fuori dei conventi, come altre suore che sono infermiere, insegnanti, ecc., ma si dedicano a una vita prevalentemente contemplativa.

La clausura papale è regolata dal Codice di diritto canonico del 1983 ed è prevista sia per gli uomini, sia per le donne.

Per gli uomini, però, è solo passiva, nel senso che nei conventi non possono entrare estranei, mentre per le donne è “completa”, perché, oltre a non poter ricevere visite, non possono allontanarsi dai conventi, salvo casi speciali.

Clausura, silenzio e separazione dal mondo

La maggior parte delle persone, sentendo parlare di suore di clausura e più in generale di clausura religiosa, è portata a provare un senso di sgomento.

Nel nostro mondo frenetico, che muta a una velocità spesso vertiginosa, quasi senza lasciare il tempo di assimilare le informazioni, di assorbire gli avvenimenti e i loro effetti, è difficile immaginare la vita di chi sceglie deliberatamente di estraniarsi da tutto questo, di togliersi dal mondo, e lasciarlo fluire, da un eremo di silenzio e isolamento.

Ma è proprio così che si vive nei conventi di clausura? Forse un tempo, ma oggi le cose sono diverse.

Se da un lato è vero che ancora oggi le suore di clausura, spesso chiamate anche suore contemplative o monache di clausura, svolgono un ruolo molto particolare all’interno della Chiesa cattolica, vivendo in comunità separate dal mondo esterno e dedicandosi a pregare per la salvezza di tutti, è anche vero che i loro compiti e il loro contributo al mondo moderno sono mutati rispetto al passato, con un’apertura maggiore che sfocia anche nell’incontro con chi da quel mondo viene, in cerca di aiuto.

Questa forma di vita religiosa si basa sulla separazione dal mondo materiale a favore di una più stretta unione con Dio, ma anche da uno stile di vita caratterizzato da un’ascetica semplicità, dalla rinuncia ai piaceri e alle comodità del mondo esterno, dai voti di povertà e obbedienza.

I monasteri in cui le suore vivono sono generalmente chiusi, ma oggi in alcuni casi è possibile per persone esterne recarsi a parlare con loro, nel parlatorio, in cerca di conforto spirituale e consigli.

Oltre alla preghiera comunitaria e personale, alla contemplazione e all’adorazione di Dio, le suore di clausura adempiono a compiti e mansioni necessarie al benessere comune delle consorelle, come la cura dell’orto, il cucito, ma in alcuni casi anche alla realizzazione di prodotti che vengono venduti fuori dal monastero.

Molti monasteri sono quindi luoghi separati, ma non completamente inconsapevoli di ciò che accade fuori. Il silenzio non coincide necessariamente con l’assenza di ogni rapporto, bensì con una diversa organizzazione dell’attenzione, della parola e degli incontri.

La giornata delle monache contemplative

La giornata delle suore di clausura è in gran parte dedicata alla preghiera, alla meditazione e al lavoro.

In genere, le suore si svegliano molto presto, intorno alle 5,00 del mattino, e trascorrono alcune ore in preghiera e meditazione.

Verso le 8,00 fanno colazione e in seguito ciascuna suora si dedica a compiti specifici, che possono includere lavori manuali, cucito, preparazione di cibi, cura del giardino e del monastero e simili attività.

Dopo il pranzo, in genere le suore partecipano a momenti di meditazione collettiva o svolgono altri lavori manuali.

In serata, molto spesso sono previste la recita del rosario e un pasto leggero, dopo la quale le suore vanno a dormire.

La vita delle suore di clausura si basa su un delicato equilibrio tra preghiera e lavoro, scandito da un ritmo ben strutturato.

La giornata di una suora di clausura inizia presto, alle 5:00 del mattino, con una preghiera personale, la meditazione e in certi ordini il canto di lode a Dio.

Alle 8:00 si celebra la messa comune, alle 8:30 c’è la colazione insieme.

Dopo la colazione, ciascuna suora si dedica ai suoi compiti specifici, fino all’ora di pranzo, intorno a mezzogiorno.

Dopo il pranzo, una delle suore è incaricata di leggere un testo spirituale mentre le altre ascoltano in silenzio, creando uno spazio di riflessione e approfondimento.

Successivamente, c’è un momento di ricreazione in cui le suore si riuniscono per trascorrere del tempo insieme.

Alle 18:00, si recita il Rosario. Alle 22:00 le suore si preparano per andare a dormire e entrare nel silenzio notturno.

Momento della giornataAttività
Intorno alle 5:00Preghiera personale, meditazione e, in certi ordini, canto di lode
Alle 8:00Messa comune
Alle 8:30Colazione insieme
Fino alle 9:30Riordino degli spazi del monastero e della cella
Intorno a mezzogiornoPranzo e ascolto di un testo spirituale
Dopo il pranzoRicreazione, conversazione, cucito o ricamo
Alle 18:00Recita del Rosario
Alle 22:00Ritiro nelle celle e silenzio notturno

La nostra, come dicevo, è una giornata di preghiera, personale (in cella) e comunitaria.

Ci svegliamo piuttosto presto, intorno alle 5 per la preghiera delle Lodi, a cui segue circa un’ora di meditazione.

Alle 8 celebriamo la Santa Messa che è per noi il momento centrale della giornata, vincolo di unità, di amore, di comunione in Cristo Eucaristia.

Verso le 8.30 scendiamo in refettorio per la colazione.

Fino alle 9.30 si riordinano i vari “angoli” del monastero e la propria stanza da letto che noi chiamiamo “cella”.

Seguono altri momenti di preghiera fino al pranzo della 12.

Di solito mentre mangiamo rimaniamo in silenzio in ascolto di una monaca che a rotazione legge un testo di carattere spirituale.

Quali? Un articolo di giornale a carattere religioso, la biografia di un santo, un’omelia del Papa o di altri.

Dopo il pranzo ci troviamo in una sala comune per vivere un momento di “ricreazione” durante il quale parliamo tra di noi e spesso ci dedichiamo al cucito o al ricamo.

Chi vuole può leggere la propria corrispondenza, informarsi su ciò che accade nel mondo… e scrivere alle nostre famiglie.

Durante la giornata ci sono altri quattro momenti di preghiera tra cui la recita del rosario e alle 18 il Vespro intervallati da momenti di lavoro manuale.

Verso le 22 ci ritiriamo nelle celle.

Chi vuole può leggere, scrivere, aggiornarsi e, naturalmente, pregare.

Il giorno si chiude nella pace della notte, che pure appartiene a Dio.

Si può parlare in un convento di clausura?

Le regole non sono uguali in tutti gli ordini e in tutti i monasteri. In alcuni casi, la clausura è più rigida e anche i contatti e i dialoghi tra le consorelle sono limitati.

Francesca Sbardella, antropologa e storica delle religioni, ha dedicato anni allo studio del fenomeno e di recente ha passato periodi di tempo in due diversi monasteri francesi di Carmelitane scalze.

La posizione con la quale è entrata, ovvero quella di postulante, le ha permesso di immergersi completamente nel mondo della clausura, svolgendo le stesse attività delle monache e condividendo con loro la quotidianità.

Ha raccontato l’esperienza in un libro, Abitare il silenzio.

Entrare in clausura impone da subito confrontarsi con una dimensione estrema di sonorità, dimensione che per una persona esterna a quel mondo appare totalizzante e incisiva sul corpo e sullo spazio.

Basta considerare che, nell’arco dell’intera giornata, si può parlare liberamente soltanto durante le due brevi ricreazioni-rispettivamente di 30 e 45 minuti.

Alla limitazione temporale si aggiunge l’imposizione del periodo di libertà, durante le ricreazioni, senza possibilità di scelta personale.

A livello psicologico, infatti, pesa sia la lunga durata dell’astensione dalla parola sia il doverla poi orientare verso tempi prestabiliti.

In realtà l’autocontrollo normativo sulla parola è visibile in tutti i momenti della giornata, anche in quelli non-normativizzati, di convivialità e di dialogo.

Le religiose dicono che durante le ricreazioni è possibile parlare e muoversi in libertà, senza restrizioni; nella realtà dei fatti, invece, viste dal di fuori, continuano a imporre a se stesse una forte sorveglianza, che è di fatto il loro essere monache.

È in questi momenti, proprio perché apparentemente più fluidi e liberi, che appare evidente il soffocamento dell’emotività e delle proprie attitudini comportamentali e sentimentali.

Quindi durante le ricreazioni si parla liberamente? In realtà la parola continua a essere sottoposta a un discernimento, perché anche un’informazione apparentemente innocua può essere considerata non funzionale al contesto.

Obbedienza, autocontrollo e gestione della parola

Per le religiose l’obbiedienza è una modalità per attivare un dialogo con la divinità, e quei comportamenti di sottomissione o quantomeno di adeguamento sono percepiti come occasione di formazione e di costruzione della donna che vogliono diventare.

È difficile capire fino a che punto si estenda, ma possiamo dire che ciascuna religiosa sembra viverla in modo autonomo e in relazione alle proprie esigenze intimistiche.

In ogni caso però è parte integrante di quella forma mentis che la religiosa, fin da novizia, acquisisce e impara a gestire.

Una volta notai una penna di memoria esterna del computer su un mobiletto, come se qualcuno l’avesse appoggiata lì e poi dimenticata.

D’istinto la presi, poi ci ripensai e decisi di lasciarla nel posto dove l’avevo trovata.

Ricordo di essere stata contenta di me stessa perché stavo cominciando a imparare a comportarmi.

Durante il momento di ricreazione mi rivolsi alle religiose dicendo della mia scoperta, e il mio intento era semplicemente quello di comunicare-in un momento in cui pensavo fosse effettivamente lecito parlare-il luogo del ritrovamento della pennetta, per permettere alla proprietaria di recuperare il proprio oggetto o comunque per non perderlo.

Nessuna delle religiose proferì parola e subito compresi di aver sbagliato.

Al termine della ricreazione la religiosa che più mi stava vicina e mi aiutava mi prese in disparte e mi spiegò che aver detto del ritrovamento significava mettersi in mostra, peccando di vanagloria e mettendo in imbarazzo e sotto cattiva luce la religiosa che aveva perso l’oggetto o che comunque non l’aveva adeguatamente custodito.

Quindi, come dice lei stessa, l’obbedienza non è intesa solo in quanto sottomissione a una volontà, ma anche come capacità di tacere alcune parole e informazioni ritenute non funzionali al contesto.

Il silenzio non significa inattività

Quando si pensa alla vita di clausura, comunemente, vengono in mente ritmi molto lenti e tempo libero… Tutto il contrario.

Durante i miei soggiorni correvo da una parte all’altra del monastero per arrivare in orario alle diverse attività previste e, appena cominciavo ad abituarmi a farne una o anche a farla con entusiasmo, mi sentivo costretta a smettere e a passare a quella successiva.

Tra un’attività e l’altra non è possibile “prendersi del tempo” per sé, nel senso colloquiale dell’espressione: riuscire a fermarsi a pensare per qualche minuto, leggere qualche pagina di un libro, sdraiarsi sul letto perché si è stanche oppure dedicare delle attenzioni al proprio corpo.

Fermarsi, rilassarsi, distrarsi sono attitudini non funzionali allo scopo di elevazione mistica, percepite quindi come inutili e da evitare.

La vita delle monache è scandita da preghiera, liturgia, lavoro, cura degli spazi comuni, studio, momenti comunitari e periodi regolati di ricreazione.

La giornata non è quindi un vuoto lasciato dal ritiro dal mondo, ma un tempo organizzato secondo una finalità contemplativa.

Il lavoro manuale e il sostentamento della comunità

Lavoriamo circa quattro ore al giorno: non solo nei servizi della casa, ma nei lavori previsti per il sostentamento della Comunità, realizzazione di corone del Rosario, traduzioni, lavori di filatelia, pittura, icone, cucito, ricamo, uncinetto.

Oltre alla preghiera, le suore di clausura si dedicano anche a lavori manuali, utili e necessari per la vita comune, ma anche alla produzione di oggetti liturgici, alla realizzazione di icone, alla produzione di dolci e prodotti che vengono poi venduti all’esterno del monastero e forniscono sostentamento alla comunità.

Le suore di clausura adempiono a compiti e mansioni necessarie al benessere comune delle consorelle, come la cura dell’orto e il cucito.

Non disponiamo di entrate fisse e confidiamo nelle mani della Provvidenza, che si manifesta della generosità di tanti fratelli e sorelle che hanno a cuore la vita del Carmelo.

Una volta le suore di clausura erano dedite alla pasticceria e all’artigianato. Preparavano dolci unici che non si trovavano in nessun’altra parte.

Molte si dedicavano alla realizzazione di lavoretti artigianale, come l’uncinetto e il ricamo.

Oggi queste tradizioni si vanno perdendo. I veri protagonisti del convento rimangono la preghiera e il silenzio.

Il rapporto con immagini, libri e notizie

Le monache hanno con le immagini un rapporto al tempo stesso molto intenso e conflittuale: se da una parte quelle che potremmo definire laiche-legate alla quotidianità o alla vita esteriore, seppur di tipo storico-artistico o familiare-sono rifiutate, dall’altra quelle di ispirazione religiosa, rappresentanti divinità, santi, beati, natività e simili sono accumulate.

Non solo sono esposte negli spazi comunitari e nelle celle personali, ma sono anche conservate e riprodotte a computer, vengono donate e scambiate come gesto di amicizia fra le religiose e con persone dell’esterno, utilizzate concretamente come segnalibri.

Per le suore dei monasteri in cui è stata, le divinità sono allo stesso tempo assenti e presenti.

Al pari nostro, anche le religiose non vedono la divinità e non possono testimoniare, se non per fede, della sua presenza.

La quotidianità delle suore di clausura è un tentativo a tratti disperato di reificare il dialogo mistico che instaurano con la divinità-dio facendola diventare “presente” e parte integrante della giornata.

Per capire meglio questo concetto basta un banale esempio tratto dalle nostre vite.

Se aspettiamo qualcuno a cena e ipotizziamo che il nostro ospite, avendo accettato l’invito, possa arrivare da un momento all’altro, ci daremo da fare per preparare da mangiare o per abbellire la casa.

La possibilità di arrivo dell’ospite-nel nostro caso evidentemente molto alta-condiziona, con ogni probabilità, parte della nostra giornata.

Le religiose attivano, anche attraverso le immagini, strategie di comportamento simili, rappresentandosi le entità in cui credono come persone reali, attese da un momento all’altro nel dialogo mistico, che nella concretezza della giornata è dialogo effettivo.

La rappresentazione e la traduzione in immagine supportano la finzione, giorno dopo giorno.

Nonostante la vita di clausura, le suore hanno la possibilità di informarsi su ciò che accade nel mondo esterno.

Possono leggere i giornali, specialmente quelli cattolici, e ascoltare la radio per essere al corrente degli eventi e delle notizie importanti.

Guardano poco la televisione, e solo programmi religiosi o apparizioni del Papa.

Internet e mezzi di comunicazione

Anche le suore di clausura possono usare i “nuovi mezzi di comunicazione”, leggi web e social, purché - si capisce - lo facciano “con sobrietà” e “discrezione” e a patto di non “svuotare il silenzio contemplativo”, riempiendolo di “rumori, di notizie e di parole”.

Sono le direttive contenute nell’istruzione Cor Orans della Congregazione per gli istituti di vita Consacrata.

La normativa circa i mezzi di comunicazione sociale, in tutta la varietà in cui oggi si presenta, mira alla salvaguardia del raccoglimento e del silenzio.

Si può, infatti, svuotare il silenzio contemplativo quando si riempie la clausura di rumori, di notizie e di parole.

Il raccoglimento e il silenzio è di grande importanza per la vita contemplativa in quanto “spazio necessario di ascolto e di ruminatio della Parola e presupposto per uno sguardo di fede che colga la presenza di Dio nella storia personale e in quella delle sorelle […] e nelle vicende del mondo”.

Tali mezzi pertanto devono essere usati con sobrietà e discrezione, non solo riguardo ai contenuti ma anche alla quantità delle informazioni e al tipo di comunicazione, “affinché siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie, e non occasione di dissipazione o di evasione della vita fraterna in fraternità, né danno per la vostra vocazione, né ostacolo per la vostra vita interamente dedita alla contemplazione”.

Via libera dunque all’uso dei mezzi di comunicazione “per motivo di informazione, di formazione o di lavoro” anche in monastero, purché l’utilizzo avvenga “con prudente discernimento, ad utilità comune”.

Le monache curano infatti “la doverosa informazione sulla Chiesa e sul mondo, non con la molteplicità delle notizie, ma sapendo coglierne l’essenziale alla luce di Dio, per portarle nella preghiera in sintonia con il cuore di Cristo”.

Il rapporto con il mondo esterno

Pur trascorrendo la vita soprattutto in contemplazione, le suore di clausura, a differenza di quello che si può pensare, non sono completamente separate dal mondo esterno.

Anzitutto, leggono giornali e ascoltano la radio, più rara la televisione, il che consente loro di sapere cosa accade nel mondo.

In alcune occasioni, inoltre, possono ricevere visitatori nei monasteri, sia pure solo in ambienti specifici, come i parlatori.

Entro certi limiti, possono anche utilizzare i mezzi di comunicazione digitali, inclusi i social media e in momenti speciali possono allontanarsi, sospendendo temporaneamente la clausura, se autorizzate dal vescovo della loro diocesi.

In alcune occasioni possono ricevere visitatori nel parlatorio, in cerca di conforto spirituale e consigli.

Accolgono i visitatori nel chiostro per motivi spirituali o per ragioni pratiche, come per la ricezione di aiuti materiali o per la vendita dei loro prodotti.

Questi incontri con il mondo esterno offrono loro l’opportunità di condividere la loro fede e di essere di ispirazione per coloro che cercano una vita più profonda di spiritualità.

Certamente. Sono tanti i singoli, gruppi e associazioni che si rivolgono a noi per trascorrere giorni di ritiro, di meditazione, di preghiera.

Devo dire ci chiedono ospitalità tanti giovani.

Oltre a ciò scriviamo lettere, leggiamo libri e giornali.

E la televisione? Anche quella.

Un caso noto riguarda le suore di clausura dei conventi di Napoli, che il 21 marzo del 2015 furono autorizzate dal cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo della città, a uscire per partecipare all’incontro nella Cattedrale con Papa Francesco, giunto in visita nel capoluogo campano.

Il silenzio come servizio agli altri

Certamente la clausura implica una separazione materiale con il mondo.

Ciò non vuole dire che non siamo solidali con esso, che non condividiamo le sue speranze e dolori, che non prestiamo un servizio agli altri perché ritirate su un eremo.

In realtà serviamo tutti gli uomini e partecipiamo alla costruzione del Regno dei cieli con la nostra vita contemplativa nell’ardore della preghiera.

Per noi la preghiera è una forma di servizio fraterno che offriamo universalmente a tutto il mondo.

La nostra scelta di stare nel convento è una scelta d’amore, non l’egoismo, che ci trasmette la forza e il coraggio di donare la nostra esistenza agli altri, a tutti, senza distinzione alcuna.

La nostra condizione ci impedisce di vedere i “frutti” della nostra preghiera, ma sappiamo che Cristo si serve di noi nel modo migliore, e questa consapevolezza ci basta.

Le suore di clausura, cuore nascosto della chiesa cattolica, con il loro impegno nella preghiera e nella contemplazione svolgono un ruolo fondamentale per la vita spirituale di tutti i fedeli.

La clausura non significa semplicemente chiusura rispetto al mondo esterno, come suggerirebbe l’etimologia latina della parola o peggio isolamento, ma consapevolezza del mondo, di se stessi e della sofferenza che esiste ovunque.

Perché una donna sceglie la clausura

Oggi, chi varca le grate della clausura, lo fa per una libera scelta. Una scelta dettata dall’amore esclusivo per il Signore, che alza i confini contro tutto il resto del mondo.

Sono poche, pochissime, le giovani che fanno questa scelta, ma quelle che la fanno sono prescelte dal disegno divino.

Quando ho deciso di entrare nel convento questa domanda, ovviamente, me la sono posta più volte.

Quando si compiono passi di questo significato si sa ciò che si lascia, ma nessuno esattamente conoscere quello che sarà una volta entrata.

Con questo non voglio dire che sia stata una scelta alla cieca, anzi, ma che le cose si conoscono fino in fondo solo vivendole.

Adesso posso affermare che essere monaca di clausura vuol dire essere una fiaccola che brilla, un segno evidente della grandezza di Dio, la testimonianza del suo Regno.

La nostra è una vita di preghiera, più sulla linea dell’”essere” che del “fare”.

Oggi ho 34 anni. A 22 ho deciso di rispondere alla chiamata del Signore.

Ma come dice Giovanni, “non siamo stati noi a scegliere Cristo, ma è Lui che ci ha amati per primo e ci ha scelti“.

Fino ad allora avevo sempre creduto che avrei trasmesso amore attraverso il sacramento del matrimonio.

La vita in clausura, però, non è semplice rinuncia, come potrebbe sembrare.

«Ogni giorno è pieno, fatto di preghiera, lavoro e silenzio. Ma ci sono anche molti momenti di condivisione e di apertura all’altro».

«Non era nei miei progetti», mi dice, «ma ho sentito dentro una chiamata diversa, più forte di qualsiasi altro percorso.

Dopo la laurea in biotecnologie ho capito che la scienza non può spiegare tutto.

C’è dell’Altro. E questo altro aveva la A maiuscola!».

«Lei ci ha sempre detto che ha scelto l’insegnamento perché “sentiva” di doverlo fare.

Una sorta di necessità interiore imprescindibile, una passione.

Ecco per me è stato lo stesso, ma nel mio caso la chiamata mi spingeva verso Dio».

Formazione e professione dei voti

Il cammino per diventare suora di clausura è un processo che richiede tempo, discernimento e un profondo impegno spirituale.

Innanzitutto, è importante sperimentare una forte attrazione verso la vita contemplativa.

Questo desiderio può manifestarsi fin dalla giovane età o può svilupparsi gradualmente nel corso della vita.

Qualsiasi donna può diventare suora di clausura, anche se è stata sposata: l’importante, per la Chiesa, è che il suo desiderio di dedicarsi alla vita contemplativa sia sincero.

Non è necessario essere vergini.

I voti possono essere presi anche da coloro che hanno avuto relazioni con uomini, dalle vedove, dalle donne separate, perfino da chi ha avuto un passato di violenza sessuale o di prostituzione.

L’importante è che la persona abbia un sincero desiderio di dedicarsi completamente a Dio e di seguire la vita di suora di clausura con devozione e impegno.

Successivamente, si cerca la guida di un direttore spirituale o di una comunità religiosa per iniziare un periodo di discernimento, durante il quale si valuta la vocazione alla vita monastica e si approfondisce la comprensione della spiritualità contemplativa.

È richiesto un periodo di formazione iniziale, durante il quale si impara la regola dell’ordine, si studiano le Scritture, si approfondiscono le pratiche spirituali e si sperimenta la vita comunitaria.

Questo periodo può durare diversi anni e può includere anche un noviziato, durante il quale si viene introdotte in modo più approfondito nella vita monastica e si prende parte alle attività della comunità.

Infine, dopo aver completato la formazione, si pronuncia i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza, impegnandosi a vivere la vita di suora di clausura per il resto della propria esistenza.

L’Excursus per prendere i voti claustrali e diventare Suore di clausura è veramente lungo e complesso.

Dopo il primo anno di postulandato, che serve soprattutto per ambientarsi e vedere come si vive in comunità con le altre sorelle, si passa alla vestizione.

Una volta entrate, si affrontano due anni di noviziato; uno a Roma e l’altro in casa, cioè nel convento in cui si è chiesto di entrare.

Il percorso, però, non è ancora concluso.

Ci sono altri tre anni di professione temporanea e, dopo, considerato tutto il tempo che la Chiesa lascia per riflettere, si passa alla professione perpetua.

La clausura nel corso della storia

La clausura esiste sin dai primi secoli del cristianesimo, quando si affermarono le prime esperienze di vita contemplativa.

Tuttavia, lo sviluppo del monachesimo ha avuto luogo soprattutto a partire dal Medioevo, con la nascita dell’ordine benedettino nel VI secolo e di altri ordini nei secoli successivi.

Una data importante fu il 1298, quando il papa Bonifacio VIII impose la clausura a tutte le religiose.

La disposizione però non fu universalmente applicata e fu resa più rigida da Pio V nel 1566.

Le disposizioni attualmente in vigore risalgono, come abbiamo visto, al 1983.

I documenti più recenti sono la Costituzione apostolica Vultum Dei Quarere (La ricerca del volto di Dio), emanata da Francesco nel 2016, che tra le altre cose, ha invitato le suore a usare il web, sia pure “con discernimento”, e la istruzione applicativa Cor Orans (Cuore Orante) del 2018.

La clausura è soltanto una scelta d’amore esclusiva.

Tutto quello che riguarda la vita dentro il convento di clausura, è regolamentato dal norme del documento ‘Verbi sponsa’.

A cambiare, a dire il vero, è la motivazione che spinge a prendere i voti di clausura.

Da quando sono stati fondati gli ordini di clausura, infatti, le cose sono cambiate.

Per esempio, a differenza dei tempi passati, quando arrivano da lontano i genitori di qualche sorella, viene data loro la possibilità di scambiarsi un abbraccio fugace, anche se sempre separati dal bancone del parlatorio.

Inoltre, non bisogna pensare che la suora di clausura non esca mai dal monastero.

Quando, per esempio, si deve sottoporre a un esame medico strumentale, si può uscire senza alcuna difficoltà.

Tutte queste conquiste a chi vive al di là delle sbarre delle clausure potranno sembrare ridicole, ma, del resto, la scelta della clausura detta delle regole ben precise.

Chi prende i voti, decide di separarsi da tutto e da tutti e chi decide di entrarci, ne è pienamente consapevole.

La clausura carmelitana e la solitudine

L’Ordine dei “Fratelli della Beata Vergine Maria del monte Carmelo” è un Ordine mendicante che nasce in Terra Santa, sul Monte Carmelo, al tempo dei crociati, nei primi anni del 1200.

La regola carmelitana fu redatta a seguito della richiesta degli stessi eremiti che vivevano sul monte e fu approvata dalla Santa Sede nel 1226.

Le caratteristiche del nostro Ordine sono l’osservanza della solitudine, la meditazione, la comunione dei beni, la povertà, la preghiera, la correzione fraterna.

La spiritualità carmelitana unisce il raccoglimento personale alla vita comunitaria, la solitudine alla comunione dei beni, il silenzio alla preghiera condivisa.

Il silenzio non è dunque una semplice assenza di suoni, ma una pratica che ordina il tempo, le relazioni, le emozioni e il modo di stare davanti a Dio.

L’ordine certosino e la forma più estrema del silenzio

L’Ordine certosino è uno dei più riconosciuti e rigidi tra gli ordini monastici della Chiesa cattolica.

Fondato da San Bruno nel 1084 nella regione dell’Isère, in Francia, l’ordine prende il nome dal Massiccio della Certosa, dove il santo e i primi certosini si ritirarono per vivere una vita di solitudine e contemplazione.

La vita certosina si distingue per la sua unione di uomini solitari che vivono in piccole comunità, mantenendo una forte vocazione eremitica.

I certosini si dedicano alla preghiera incessante, allo studio, al lavoro manuale e all’austerità, abbracciando una regola severa che richiede totale dedizione e rinuncia al mondo esterno.

Attraverso i secoli, i certosini sono rimasti “solitari riuniti come fratelli”, che vivono per lo più isolati, salvo durante la liturgia celebrata insieme, e pochi incontri informali come le ricreazioni.

I certosini vivono una vita incentrata sulla ricerca di Dio nella solitudine e nel silenzio, ma la loro vita non è completamente rinchiusa all’interno di una cella.

Devono anche svolgere compiti pratici necessari per il buon funzionamento del monastero, chiamati “obbedienze”.

Come per le suore di clausura anche la giornata dei fratelli certosini è divisa tra momenti di preghiera e meditazione in solitario, nella propria cella, e momenti di comunione e condivisione, come la Messa.

Ogni fratello recita l’ufficio divino nella propria cella.

Ognuno deve poi adempiere a compiti quotidiani, tra cui i lavori domestici, tutti entro i confini della clausura.

I monaci certosini praticano anche la preghiera notturna, a mezzanotte, partecipando da soli all’ufficio mattutino.

Quante sono le monache di clausura

Attualmente, secondo le fonti più attendibili, le suore di clausura nel mondo sono poco meno di 38.000, delle quali circa 5.000 in Italia.

In Italia ci sono circa 4.500 monache di clausura, distribuite in 430 monasteri.

A livello mondiale sono circa 44mila con una presenza ancora forte in Europa, anche se oggi le nuove vocazioni crescono soprattutto in Africa e in Asia.

In Italia si trovano circa 67.000 suore e monache di clausura, suddivise in conventi che spesso contano un numero davvero esiguo di religiose.

Le cifre riportate possono variare in base alle definizioni adottate e agli anni di riferimento.

Molte delle monache hanno alle spalle studi universitari o carriere avviate: non sono scelte di fuga, ma percorsi di senso nati spesso in età adulta.

È il caso della dottoressa che sta svolgendo il suo noviziato a Ghiffa dopo anni di attività.

O della mia allieva, entrata in convento dopo la laurea.

Il silenzio come presenza

Le giornate sono scandite dalla liturgia delle ore, dalla lettura della Parola, dall’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, che non viene mai lasciato solo nemmeno durante la notte, dal lavoro manuale, dalla coltivazione dell’orto alla realizzazione di piccoli manufatti artigianali.

Tutto è inserito in un contesto di preghiera.

Ogni cosa, anche la più semplice, è offerta a Dio.

È così che il quotidiano diventa preghiera.

La vita che si svolge all’esterno di quelle mura non è però lontana o sconosciuta.

Ogni sera c’è infatti un momento per l’ascolto dalle parole di una consorella delle principali notizie accadute nel mondo.

In un’epoca in cui tutto è esposto e condiviso, la vita nascosta di queste donne potrebbe quindi apparire controcorrente.

Eppure, proprio per questo, continua a essere un segno potente: quello di un amore che non ha bisogno di clamore per essere autentico.

«Arrivano persone in cerca di pace, famiglie che chiedono preghiere, giovani che si interrogano sul futuro», racconta la Madre maestra che si occupa della formazione delle novizie, una formazione che dura anni, perché prendere i voti sia una scelta consapevole e meditata.

«Noi ascoltiamo, sorridiamo, preghiamo. È il nostro modo di accogliere, senza grandi gesti, ma con semplicità».

Il monastero diventa così un punto di riferimento silenzioso, un porto sicuro per chi cerca conforto.

La risposta alla domanda su come possano vivere donne che non parlano non consiste quindi soltanto nell’assenza della voce. Il silenzio delle suore contemplative è una forma di attenzione, un esercizio di disciplina, un modo di pregare e, per alcune, una scelta radicale di vita.

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