Suor Rita Lo Faso è stata una missionaria delle Suore Collegine della Sacra Famiglia, ricordata come “una santa della porta accanto” per aver dedicato oltre quarant’anni al servizio missionario in Tanzania. La sua opera si è concentrata sull’accoglienza, sull’istruzione, sulla cura sanitaria e sulla protezione delle ragazze in difficoltà.
A diciotto anni entrò nella Congregazione delle Suore Collegine della Sacra Famiglia, trascorse diversi anni a Marineo e per circa dieci anni si trasferì in Inghilterra per assistere gli immigrati italiani. Negli anni Ottanta chiese di andare in missione in Tanzania, dove avviò la comunità missionaria di Migoli.
Dalla vocazione religiosa alla missione in Tanzania
Insieme a un piccolo gruppo di suore, a Migoli realizzò un orfanotrofio, una scuola, un pozzo per attingere acqua e un pronto soccorso. La missione nacque quindi come una risposta concreta ai bisogni fondamentali della popolazione: l’accoglienza dei bambini, l’accesso all’istruzione, la disponibilità di acqua e le prime cure sanitarie.
All’inizio degli anni Novanta, insieme a un gruppo di marinesi, riunitisi poi nell’Associazione “Carlo Lwanga”, realizzarono sempre in Tanzania numerosi progetti insieme a un gruppo di alunni delle scuole superiori e insegnanti. L’associazione raccoglieva fondi e offerte come frigoriferi e aratri, che poi venivano caricati sui container e inviati in Tanzania.
Il coinvolgimento della comunità di Marineo trasformò la missione in un’esperienza condivisa, capace di collegare la realtà siciliana alle necessità delle comunità africane. La collaborazione tra suore, cittadini, studenti e insegnanti permise di sostenere iniziative rivolte sia alle strutture educative sia alle attività agricole e sociali.

La comunità missionaria di Migoli
A Migoli suor Rita Lo Faso operò per costruire una presenza missionaria stabile. L’orfanotrofio offriva accoglienza ai bambini privi di una famiglia, la scuola garantiva un percorso educativo e il pozzo rispondeva a una necessità essenziale della vita quotidiana.
Il pronto soccorso completava questa rete di servizi, offrendo un primo punto di assistenza sanitaria in un contesto nel quale le cure potevano essere difficili da raggiungere. Le opere realizzate non erano separate dall’annuncio cristiano, ma nascevano da una concezione della missione fondata sulla vicinanza e sulla cura integrale della persona.
La testimonianza di suor Rita mostra come la missione si traducesse in gesti concreti: dare una casa a chi non l’aveva, aiutare i bambini a studiare, rendere disponibile l’acqua e intervenire davanti alla malattia. Il servizio religioso passava così attraverso strutture e relazioni capaci di restituire dignità alle persone più fragili.
Da Migoli a Mtwango: accoglienza e formazione delle ragazze
Suor Lo Faso si trasferì poi a Mtwango. Creò un centro di accoglienza, salvaguardia e formazione per ragazze in difficoltà e un college per accogliere le giovani provenienti da varie parti della Tanzania.
Il centro di Mtwango univa protezione e formazione. Le ragazze potevano trovare un ambiente sicuro e, nello stesso tempo, intraprendere un cammino orientato all’educazione e alla preparazione al futuro.
La scelta di accogliere giovani provenienti da diverse parti della Tanzania ampliò la portata dell’opera missionaria. Il college divenne uno spazio nel quale l’ospitalità si collegava alla crescita personale e alla possibilità di costruire nuove prospettive.

Una missione sostenuta dalla comunità
Il rapporto con Marineo rimase importante anche durante gli anni trascorsi in Africa. La comunità marinese sostenne i progetti attraverso l’Associazione “Carlo Lwanga”, coinvolgendo alunni delle scuole superiori e insegnanti.
La raccolta di materiali e attrezzature consentì di inviare in Tanzania frigoriferi, aratri e altri beni. Questi oggetti, caricati sui container, rappresentavano strumenti necessari per rendere più autonome e funzionali le opere avviate dalle religiose.
L’esperienza dimostrava che la missione non era soltanto il lavoro di chi partiva, ma anche la responsabilità di chi restava e decideva di sostenere concretamente le comunità lontane. In questo modo, la solidarietà diventava partecipazione e permetteva a molte persone di sentirsi coinvolte in un progetto comune.
La testimonianza di una vita spesa per gli altri
Durante le esequie, padre Matteo Ingrassia parlò del valore della donna che aveva vissuto per gli altri. “Suor Rita Lo Faso è la testimonianza vivente del cristianesimo, è riuscita con la sua determinazione a fare del bene a Migoli e a Mtwango in Tanzania. È un esempio per tutti noi e la comunità marinese oggi, durante il funerale, l’ha ringraziata”, ha dichiarato Ciro Spataro, ex sindaco di Marineo.
È stato primo cittadino del comune del Palermitano negli anni Ottanta, quando suor Rita decise di andare in missione. Il suo ricordo sottolinea il legame tra la religiosa e la comunità dalla quale era partita e che continuò a seguirne l’impegno in Tanzania.
“Ha affrontato in questi mesi la malattia con serenità e fino agli ultimi giorni ha sempre detto: ‘La mia vita è in Tanzania’. A Migoli e a Mtwango ha fatto tanto bene e con la sua morte ha lasciato un vuoto enorme in Tanzania. Era la testimonianza del Vangelo, la santa della porta accanto”, conclude Spataro.
Gli ultimi anni e il ritorno in Sicilia
Suor Rita Lo Faso aveva 84 anni ed è morta a causa di un tumore. Lo scorso anno, a causa della malattia, fu costretta a tornare in Sicilia per curarsi.
Viveva tra il Collegio di Maria e la Casa Madre in via Evangelista di Blasi. Sono state due le celebrazioni per la sua morte: la prima presso la Casa Madre in via Evangelista di Blasi a Palermo e la seconda a Marineo, officiata da padre Fedele Fiasconaro.
La morte della religiosa fu vissuta come una perdita dalla comunità siciliana e dalle persone che avevano conosciuto il suo lavoro in Africa. In Tanzania, invece, rimase il segno delle opere realizzate a Migoli e a Mtwango e delle relazioni costruite in oltre quarant’anni di servizio.
Il significato dell’esperienza collegina
La vicenda di suor Rita Lo Faso mostra il volto missionario della Congregazione delle Suore Collegine della Sacra Famiglia attraverso un’azione rivolta contemporaneamente all’evangelizzazione, all’educazione, all’assistenza e alla promozione della dignità umana.
La missione si è espressa nella creazione di luoghi concreti: un orfanotrofio per i bambini, una scuola per l’istruzione, un pozzo per l’acqua, un pronto soccorso per le cure, un centro per le ragazze in difficoltà e un college per la formazione.
Il percorso della religiosa collega la vocazione personale alla responsabilità verso le comunità più vulnerabili. La sua opera non si è limitata a prestare aiuto nell’emergenza, ma ha cercato di creare condizioni di accoglienza, apprendimento e crescita.
Cronaca di un arrivo - Centenario Tanzania
Altre esperienze missionarie di suor Rita
Il nome di suor Rita è legato anche ad altre figure religiose impegnate in contesti missionari diversi. Suor Maria Rita Siboni, ravennate, ha trascorso 45 anni di servizio nelle suore di Carità, presenti nella sua diocesi, per gran parte spesi in missione.
Dopo i voti perpetui, nel 1975, suor Siboni ha insegnato in alcuni istituti scolastici della Romagna. Poi ha vissuto una prima esperienza internazionale a Neuchatel, in Svizzera, dove per cinque anni ha lavorato in un centro che aiutava i migranti italiani.
In seguito è stata a Modena, dove lavorava nel centro “Porte aperte”, che presta aiuto ai migranti e ai tossicodipendenti. Dopo altri cinque anni di servizio all’interno del Consiglio provinciale delle suore di Carità, ha iniziato l’esperienza oltre oceano.
La missione in America Latina
Suor Siboni è stata in America Latina, dove ha vissuto per 19 anni. I primi anni li ha trascorsi in una comunità di base del Paraguay, con quattro consorelle.
Le comunità di base sono gruppi di fedeli, appartenenti a una o più parrocchie, che sono coordinati da laici perché mancano i sacerdoti. Questi laici organizzano e tengono gli incontri settimanali di ascolto della Parola di Dio, ma fanno anche attività sociali, come la visita ai malati, l’aiuto ai poveri e la distribuzione di alimenti.
I due aspetti, cioè nutrire la propria fede e testimoniarla, camminano sempre insieme. La dimensione missionaria emerge quindi sia nella formazione spirituale sia nell’attenzione alle necessità quotidiane delle persone.
Il servizio ai bambini a Buenos Aires
Suor Siboni è stata poi cinque anni a Buenos Aires, quando era arcivescovo monsignor José Bergoglio, ora papa Francesco. In quella zona povera di Buenos Aires, i bambini andavano a scuola o al mattino o al pomeriggio e per il resto della giornata restavano soli a casa, perché i genitori andavano nel centro della città a raccogliere rifiuti o a mendicare.
Insieme ai volontari del Movimento che si rifà a don Orione hanno costruito una “Hogar de dia”, una “Casa per il giorno” per ospitarli. Ogni giorno garantivano a 130 bambini una doccia e un pasto, li aiutavano a fare i compiti e li facevano giocare.
Per loro una delle conquiste più grandi era capire che avevano diritto a una sedia, che non era loro garantita né a scuola né a casa. Questo particolare rende evidente quanto l’accoglienza potesse restituire ai bambini non soltanto beni essenziali, ma anche la consapevolezza della propria dignità.
La presenza missionaria in Brasile
Infine, suor Siboni ha operato in Brasile, un territorio immenso dove le diseguaglianze sociali sono altrettanto grandi. È arrivata a Jussara nel 2008 e vi è rimasta quasi 11 anni.
La parrocchia contava ventimila abitanti, divisi in villaggi anche molto distanti dalla città. In ogni villaggio c’era una comunità di fedeli che faceva incontri di approfondimento della Parola di Dio.
Le religiose raggiungevano i villaggi per fare una giornata di ritiro e formazione e per conoscere le persone. Il sabato o la domenica accompagnavano il sacerdote, che riusciva a celebrare tre o quattro Messe.
Hanno aiutato anche i detenuti del carcere locale. Vivendo queste esperienze, suor Siboni si è sentita arricchita dal vedere la Chiesa in una dimensione più ministeriale e laicale, dove i credenti studiano la Bibbia e animano gli incontri e le celebrazioni.
Una Chiesa vicina e partecipata
Il tutto è vissuto in una relazione personale con Dio che si traduce nella concretezza: la gente si mobilita per aiutare il prossimo. Perché farsi prossimo significa considerare e servire gli altri.
L’esperienza di suor Siboni evidenzia una forma di Chiesa nella quale i laici partecipano alla vita delle comunità, assumono responsabilità, animano gli incontri e sostengono le persone più bisognose. La missione diventa così un cammino condiviso tra religiose, sacerdoti e fedeli.
La prospettiva del servizio accomuna le diverse esperienze missionarie: dall’accoglienza dei bambini di Buenos Aires alla formazione delle comunità brasiliane, fino alle opere realizzate da suor Rita Lo Faso in Tanzania.
Suor Rita Mboshu-Kongo e il servizio alla Chiesa
Un’altra figura missionaria è suor Rita Mboshu-Kongo, religiosa congolese delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice, teologa, docente universitaria e fautrice del rito zairese. È impegnata anche a Kinshasa in progetti di sviluppo per le donne.
Il Papa, parlando di lei alla rivista spagnola Mundo Negro, ha lodato il suo impegno per la comunità congolese a Roma: “Insegna all’università, ma comanda come se fosse un vescovo”. Suor Rita ha accolto l’espressione con una risata, spiegando che la missione del vescovo è servire la Chiesa, diocesana e universale.
“Non comandare e dare ordini, ma dire agli altri: ‘Alziamoci, camminiamo insieme’”. La sua idea di autorità è quindi legata al servizio, alla responsabilità condivisa e alla capacità di camminare accanto agli altri.
La delegazione papale in Africa
Per imparare come servire la Chiesa, suor Rita Mboshu-Kongo è partita nella delegazione del Papa per il viaggio nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, come unica donna.
“Con il Santo Padre sto imparando qual è la mia missione nella Chiesa come donna, come consacrata, come africana”. La sua presenza nella delegazione esprime il ruolo delle donne consacrate nella vita della Chiesa e nella lettura delle realtà sociali e religiose africane.
Per i congolesi, papa Francesco è un missionario instancabile e un evangelizzatore che va nel loro Paese a pregare con loro e per loro. È come un padre che ha ascoltato il grido e il pianto dei suoi figli e dice: “Non mollate, continuate, Dio è con voi”.
La pace e la denuncia della violenza
La Repubblica Democratica del Congo ha registrato una nuova recrudescenza delle violenze. Suor Rita ha ricordato che le ferite sono profonde e che ci sono criminali che continuano ad ammazzare gente innocente senza pietà.
Ha denunciato anche la presenza di persone senza scrupoli che vogliono accaparrarsi minerali strategici per le nuove tecnologie del futuro e la condizione di giovani il cui futuro è compromesso perché sotto armi e droghe provenienti dai Paesi altamente democratici.
Papa Francesco va quindi a denunciare e annunciare: denunciare il male, in modo che chi fomenta le guerre possa rinunciare ai progetti diabolici, e annunciare Gesù Cristo, luce del mondo.
La pace è possibile se i protagonisti della guerriglia decidono di uscire dalle tenebre in cui vivono, per fare spazio alla luce e operare il bene. La pace è possibile se c’è una vera conversione.
Progetti per le donne in Congo
Suor Rita Mboshu-Kongo svolge una missione nella comunità congolese di Roma e nella sua congregazione, ma fa anche la spola tra Roma e Kinshasa per progetti a favore soprattutto delle donne.
Tra queste iniziative c’è la Fondazione Papa Francesco per l’Africa, nata per la cura integrale della persona. L’obiettivo è aiutare le donne, i ragazzi e le famiglie a essere consapevoli di essere creati a immagine di Dio e di non dover vivere come vermi.
La Fondazione ha acquistato una piccola casa, allora in riparazione, per mettere in piedi un atelier. Fino all’anno precedente si lavorava in una parrocchia, senza una sede.
Con la nuova struttura, le ragazze possono lavorare serene. È un’esperienza di speranza e le donne sono tutte cambiate: le immagini del loro arrivo e quelle dopo un anno mostrano il percorso compiuto.

Suor Rita Giaretta e la difesa delle donne vittime della tratta
Suor Rita Giaretta, orsolina vicentina, ha dedicato il proprio servizio alle donne vittime della tratta. Il 20 settembre 2013, con altre due religiose, ha incontrato papa Francesco a Santa Marta, a Roma.
Gli parlarono del loro lavoro e di Santa Bakhita, che si festeggia l’8 febbraio. L’anno dopo il Pontefice istituì la prima Giornata di preghiera per le vittime della tratta proprio l’8 febbraio.
Suor Rita ama il bello e il suo sforzo più grande è insegnare ad apprezzarlo alle sue ragazze, donne tolte dalla strada. Un fiore, una carezza, l’ordine e un filo di ombretto diventano gesti attraverso i quali ricostruire il rapporto con il proprio corpo.
“Arrivano a Casa Rut con corpi fracassati e visi martoriati”, racconta la religiosa, a Caserta dal 1995 e fondatrice della casa di accoglienza. “La sfida è insegnare loro ad amare il proprio corpo perché è unico e quindi prezioso. Se una donna si vuole bene, si cura, torna a sorridere e a sperare”.
Casa Rut e il contrasto alla prostituzione forzata
Casa Rut, nella periferia campana, è diventata un’istituzione nazionale. Le sue mura custodiscono storie di intimità violata, femminilità violentata e dignità calpestata.
La casa ricostruisce i corpi dentro e fuori. L’accoglienza non si limita a offrire un luogo in cui abitare, ma propone un cammino lungo e difficile, fondato sulla protezione, sulla cura e sulla possibilità di ricominciare.
Secondo suor Rita, la presenza in strada è aumentata e le donne sono sempre più giovani. I flussi della tratta si sono sovrapposti a quelli dei profughi e la situazione è peggiorata.
Le donne sono soprattutto nigeriane, con alcune ucraine e albanesi. Hanno 18 o 19 anni e ci sono anche minorenni.
La stragrande maggioranza è schiavizzata, ricattata, umiliata e costretta. Può esserci una minima forma di contrattazione per qualche ragazza dell’Est, ma solo perché esistono un bisogno estremo e una grande vulnerabilità.
Accoglienza, lavoro e autonomia
Le donne vengono aiutate attraverso una casa nella quale sono accolte senza essere giudicate. In quel periodo erano ospitate sette donne, con tre bambini.
Il cammino è lungo e difficile, ma offre grandi soddisfazioni. Nella cooperativa “NewHope” le donne realizzano capi e manufatti a mano, lavorano tessuti africani e sete italiane e danno nuova forma al proprio corpo.
Il lavoro diventa parte del percorso di autonomia. La possibilità di apprendere un’attività e di ottenere un’occupazione contribuisce a ricostruire la fiducia in se stesse e a restituire concretezza al futuro.
Suor Rita ha sottolineato anche la responsabilità degli uomini e dei clienti nel fenomeno della tratta. Secondo la religiosa, l’identità maschile sta soffrendo e l’uomo deve avere il coraggio di guardare ai sentimenti e alle emozioni.
I sacerdoti nelle parrocchie possono fare molto: “Prendetevi cura di questi maschi che urlano aiuto”.
Suor Rita Gasparini e la missione in Colombia
Un’altra religiosa ricordata per il servizio ai poveri è suor Rita Gasparini. Nata il 9 marzo 1944 a Isola Vicentina, figlia di Teresa Lotto e Cirillo Gasparini, a dodici anni entrò nella comunità delle “Figlie della Chiesa”, dove prese i voti e si consacrò a Dio come religiosa.
Nel 1984, seguendo il richiamo del suo cuore, arrivò in Colombia. La sua missione principale in terra colombiana iniziò nel 1996 a Villavicencio, nei quartieri più distanti e poveri, privi di qualsiasi servizio di trasporto.
Nel 2005 creò la fondazione “Huellas de vida”. L’obiettivo principale era dare la possibilità di studiare ai bambini mediante il “piano padrini”.
La fondazione “Huellas de vida”
Attraverso la fondazione furono costruiti i refettori di Nuevo Amanecer, Reliquia e Tredici Maggio, la sede principale della fondazione e la futura Casa della musica per bambini e adolescenti.
Suor Rita partecipò inoltre all’acquisto, alla costruzione e all’arredo di due cappelle nei quartieri più poveri. L’educazione, l’alimentazione, la musica e la vita comunitaria facevano parte di un’unica opera rivolta ai bambini e agli adolescenti.
L’opera missionaria intrapresa da Rita stava crescendo ma, improvvisamente, il Padre decise di chiamarla a nuova vita il 4 marzo 2015. Morì a causa di un incidente stradale, ma la sua anima e il suo spirito verso i poveri continuarono a vivere in Colombia, così come la fondazione “Huellas de vida”.
La fondazione continua la sua opera e il suo impegno verso i più fragili e i più deboli. Una testimonianza ricordata a dieci anni dalla morte racconta che Rita aveva trasmesso l’infinito amore per i poveri e, tra questi, per quelli più fragili e indifesi: i bambini che soffrono maggiormente la povertà e la violenza, senza dimenticare i traumi dovuti alla guerra civile in Colombia.
Un unico volto della missione
Le esperienze delle diverse religiose mostrano forme differenti di servizio missionario: suor Rita Lo Faso ha costruito opere educative e assistenziali in Tanzania; suor Maria Rita Siboni ha accompagnato comunità, migranti, bambini, detenuti e fedeli in diversi Paesi; suor Rita Mboshu-Kongo ha unito teologia, servizio ecclesiale e promozione delle donne; suor Rita Giaretta ha accolto e accompagnato le vittime della tratta; suor Rita Gasparini ha sostenuto in Colombia l’istruzione e la crescita dei bambini più poveri.
In tutte queste esperienze la missione è presentata come una presenza accanto alle persone, soprattutto quando vivono povertà, solitudine, violenza, malattia o emarginazione. L’evangelizzazione passa attraverso l’ascolto, l’educazione, la protezione, la cura e la costruzione di opportunità.
La storia di suor Rita Lo Faso resta legata a Migoli e Mtwango, dove la sua opera ha lasciato strutture, relazioni e percorsi di formazione. La comunità marinese l’ha ricordata come una donna che ha vissuto per gli altri e come una testimonianza vivente del cristianesimo.
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