Secondo la Bibbia, il castigo dei malvagi è reale, ma non ogni sofferenza, calamità o malattia può essere identificata automaticamente con una punizione divina. La Scrittura presenta infatti diverse forme dell’azione di Dio: il giudizio finale sugli impenitenti, la correzione dei suoi figli, le conseguenze del peccato e, in alcuni casi particolari, interventi di giudizio nella storia.
Il tema deve essere studiato tenendo insieme la santità, la giustizia, la misericordia e l’amore di Dio. Il Signore non lascia impunito il male, ma invita il peccatore al ravvedimento e offre la salvezza in Gesù Cristo: «Ravvedetevi e abbandonate tutte le vostre trasgressioni così l’iniquità non vi sarà più causa di rovina».
1. Chi sono i malvagi secondo la Bibbia?
Chi sono i malvagi? i malvagi sono coloro che vivono nel peccato, ma essendo gli uomini tutti nati nel peccato, tutti gli uomini sono malvagi. La bibbia è chiara sullo stato dell’uomo e più volte sottolinea che non esiste un solo giusto capace di compiere del bene (Rm.3:10-12), che il cuore dell’uomo è insanabilmente maligno (Geremia 17:9).
Per merito nostro, siamo tutti malvagi, perché di natura, nasciamo tutti peccatori. La Bibbia dichiara che non c'è nessuno giusto, neppure uno. Quando Dio salva una persona, perdona e giustificata quella persona con la giustizia di Cristo Gesù. A quel punto, la Bibbia considera quella persona come “un giusto”, sempre e solo per il merito di Cristo.
Quindi, i malvagi sono quelle persone intorno a noi che non hanno Cristo. Agli occhi del mondo possono essere buone persone, ma visto che non hanno timore di Dio e non si sono ravvedute, agli occhi di Dio sono malvagie. Non temono Dio, amano le cose del mondo anziché Dio, e non sono aggravate dal loro peccato.
In un certo qual senso tutti noi siamo "cattivi" perché, ribellandoci a Dio ed alla Sua Legge, siamo andati come umanità di male in peggio. C'è chi è più o meno cattivo, ma siamo una pianta contaminata che non può non fare che frutti cattivi, e quindi giustamente meritiamo la condanna (il castigo) di Dio.
La parola qui tradotta con "cattivi", nell'originale greco è πονηροὶ [ponēroi], che compare anche in un altro testo, ma che la CEI rende con "malvagi". Il termine è un derivato di "ponos", cioè "che fa del male", che ha un effetto o un'influenza cattiva sugli altri.
Differisce così dal termine simile "kakos" che si riferisce al carattere essenziale di una persona, come pure da "sapros" che indica "degenerato" da una condizione virtuosa originaria. Quindi: "calamitoso", "moralmente colpevole", "facinoroso". "Cattivo" è per definizione il diavolo, oppure "i peccatori" in genere. Pieno di malizia.
Cattivi, quindi, sono coloro che si ingegnano a fare del male, che fanno del male con intenzione, che godono a fare del male e a danneggiare. Nella Bibbia, i "cattivi" sono chiamati "figli del diavolo".
A coloro che complottavano per ucciderlo, Gesù dice: ". voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna" (Giovanni 8:44).
2. L’anatomia della malvagità
Il Salmo 64 si riferisce ai nemici di Davide, ai suoi persecutori e calunniatori. Non ha importanza collocare il salmo in un determinato periodo, in quanto sappiamo che Davide aveva molti nemici e li ha avuti per quasi tutta la vita.
Tutti i figli di Dio che proclamano Cristo come loro Signore, analogamente a Davide al suo tempo, vivono in qualche modo un conflitto continuo con i non credenti (loro nemici). Questa, purtroppo è la realtà del mondo e questi conflitti esisteranno fino alla fine dei tempi, ovvero fino alla seconda venuta di Cristo.
Tale conflitto è all’origine della creazione: Gn. 3:15. Dopo che l’uomo ruppe l’alleanza con Dio a causa del peccato, Dio maledisse il serpente (Satana) e l’uomo preannunciando una continua inimicizia tra la discendenza del serpente e quella della donna (Eva).
Il Salmo che abbiamo appena letto fa una diagnosi della malvagità (vv.2- 6), ci dice come andranno a finire i malvagi (vv.7-8) e ci dà anche un’alternativa ad essa (vv.9-10).
Le trame e i pensieri malvagi
I malvagi tramano trappole e tranelli, meditano pensieri malvagi. Progettano e mettono in atto dei veri e propri disegni malvagi, vanno oltre alle azioni singole ed estemporanee.
La malvagità usa la lingua come arma, una spada affilata che ferisce e uccide. La lingua, anche se apparentemente solo un piccolo organo, attraverso le parole può far più male di un arma materiale. Le parole infatti penetrano all’interno del cuore creando ferite profonde e spesso incurabili.
I malvagi agiscono colpendo di nascosto cercando di non farsi vedere e coglierci alla sprovvista. Mirano al danno maggiore e per questo attaccano alle spalle nel momento in cui non ce lo aspettiamo.
I malvagi appaiono spavaldi, non hanno paura delle loro azioni, soprattutto quando sono in gruppo e si incoraggiano a vicenda. La malvagità crea solidarietà tra malvagi. Uniti si sentono ancora più forti e pensano di essere impuniti.
Pensano che nessuno li possa vedere e conseguentemente punire. Dicono “chi se ne accorgerà?” (v.5). Anche in altri salmi viene sottolineata questa caratteristica dei malvagi che non hanno timore nelle conseguenze, ma soprattutto pensano che Dio o non li veda o non ne chiederà conto: nel Sl.19:11 gli empi pensano “Dio dimentica” oppure più avanti al v.13 “Dio non ne chiederà conto”.
Il testo del Salmo 64
O Dio, ascolta la voce del mio lamento! Salva la mia vita dal terrore del nemico. Mettimi al riparo dalle trame dei malvagi, dagli intrighi dei malfattori. Hanno affilato la loro lingua come spada e hanno scagliato come frecce parole amare, per colpire di nascosto l'uomo integro; lo colpiscono all'improvviso, e non hanno paura.
S'incoraggiano a vicenda in un'impresa malvagia; si accordano per camuffare tranelli; e dicono: «Chi se ne accorgerà?» Meditano pensieri malvagi e dicono: «Abbiamo attuato il nostro piano». I sentimenti e il cuore dell'uomo sono un abisso.
Ma Dio scaglierà le sue frecce contro di loro, e all'improvviso saran coperti di ferite; saranno abbattuti, e il male causato dalle proprie lingue ricadrà su di loro. Chiunque li vedrà scrollerà il capo.
Allora tutti gli uomini temeranno, racconteranno l'opera di Dio e comprenderanno ciò ch'egli ha fatto. Il giusto esulterà nel Signore e cercherà rifugio in lui; tutti i retti di cuore si glorieranno.

3. Dio vede il male e non lo lascia impunito
Ma nonostante questo i malvagi non resteranno impuniti. Dio esiste: ascolta, vede, conosce tutti gli uomini compreso i pensieri più profondi ancor prima che la nostra mente li partorisce e non tarderà a mettere in atto la sua giustizia.
Ci sarà la giusta punizione dei malvagi. Contrariamente a quanto qualcuno potrebbe pensare, Dio non è solo un Dio di amore incondizionato che perdona tutto, ma esiste anche un’altra faccia della medaglia: Dio punisce le malvagità.
Tutti i malvagi prima o poi dovranno fare i conti con Dio in persona. Il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per essere puniti nel giorno del giudizio.
Le ricchezze non giovano affatto nel giorno dell'ira, ma la giustizia salva da morte. Poiché la sentenza contro una cattiva azione non è prontamente eseguita, il cuore dei figli degli uomini è pieno di voglia di fare il male.
La giustizia di Dio prevede il castigo per tutti coloro che si ribellano alla Sua autorità e trasgrediscono alle Sue leggi. Noi tutti ci troviamo in questa condizione, a meno che noi ubbidiamo al comando dell'Evangelo di ravvederci dai nostri peccati e di credere nel Salvatore Gesù Cristo.
4. Il castigo dei malvagi nel giorno del giudizio
Secondo la Bibbia, dopo la morte viene il giudizio: «è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio».
Il concetto di “giudizio” oggi non è visto di buon occhio, tuttavia esso occupa un posto importante nella Bibbia. Gesù vi accenna in molte delle sue parabole.
Il Dio giusto rende a ciascuno secondo le sue opere condannando il male e ricompensando il bene. Si tende spesso a contrapporre il Dio d’amore del Nuovo Testamento al Dio brutale, sanguinario, violento e vendicativo dell’Antico Testamento.
La realtà è più complessa, in primo luogo perché il Dio veterotestamentario viene presentato come un Dio di compassione e di amore e, in secondo luogo, perché anche il Dio del Nuovo Testamento esercita la giustizia.
Il Signore sa liberare dalla prova chi gli è devoto, mentre riserva, per il castigo nel giorno del giudizio, gli iniqui, soprattutto coloro che vanno dietro alla carne con empie passioni e disprezzano il Signore.
Il testo apostolico afferma che gli empi sono «riservati per il castigo nel giorno del giudizio» e che a loro «è riservata l’oscurità delle tenebre».
Alla fine dei tempi Gesù si manifesterà dal cielo «per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo (. ) essi saranno castigati con una rovina eterna».
Chi ha creduto ed è stato battezzato, sarà salvato; ma chi non ha creduto, sarà condannato. Perciò io vi dico: Ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà loro perdonata.
Il destino eterno dei malvagi
C'è però chi, dalla sua cattiveria, non si ravvede. Satana è i suoi demoni saranno indubbiamente castigati dalla giustizia di Dio: «Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevan ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo».
Con loro saranno castigati quelli che non si sono ravveduti dai loro peccati. Andranno, infatti, a raggiungere il loro "padre": «E il diavolo che le aveva sedotte fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli».
«Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte».
L’apostolo Paolo dichiara che «il Signore punisce tutte queste cose». La Lettera agli Ebrei ricorda: «di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza».
Non fate le vostre vendette, cari miei, ma lasciate posto all'ira di Dio, perché sta scritto: «A me la vendetta, io renderò la retribuzione, dice il Signore».
5. Morte, peccato e giudizio
Riguardo alla morte, l’insegnamento biblico è cristallino: essa è conseguenza e retribuzione del peccato. Scegliendo di disubbidire a Dio nel giardino di Eden, Adamo ed Eva hanno fatto entrare la morte nel mondo creato.
Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. Il salario del peccato è la morte.
In 1 Corinzi 15:26 la morte è presentata come “l’ultimo nemico che sarà distrutto”.
La Bibbia insegna che l’uomo è stato creato “non-mortale” e non immortale. In effetti, nel libro della Genesi si stabilisce una certa corrispondenza tra il ritorno alla polvere e la formazione dell’uomo: essendo tratto dalla polvere, l’uomo ritorna in polvere.
Dunque la morte non è qualcosa di assolutamente estraneo all’essere umano, un elemento aggiuntivo e sovrapposto alla sua natura. Adamo è l’uomo terrestre, terreno, legato alla terra.
Tuttavia, quale immagine di Dio, l’uomo è stato creato “non-mortale”: ciò significa che la vita eterna gli è stata offerta in dono dal Creatore e non come caratteristica naturale, una componente del suo essere.
Fintanto che aveva accesso a quell’albero, ossia godeva della comunione con Dio, fonte di vita, l’uomo non poteva morire. Dal momento in cui gli è vietato l’accesso all’albero, come castigo per il peccato commesso, l’uomo muore.
La morte non è la fine dell’esistenza
Ma che cosa è la morte? Significa la fine dell’essere umano? La fine del suo stato di coscienza? La sua totale distruzione?
Tuttavia, dal punto di vista biblico, il “dopo” esiste. Certo, morire significa cessare di vivere. ma non di esistere: con la morte la realtà dell’uomo non viene distrutta bensì trasformata.
Dunque la morte non è estinzione bensì transizione verso una diversa modalità di esistenza. Per il credente essa perde il suo “pungiglione”: a motivo della sua speranza, il credente non è angosciato, né paralizzato dalla paura di morire.
Paolo afferma che per lui morire è un guadagno e ordina ai credenti in lutto di non cedere alla tristezza come gli altri che non hanno speranza. L’apostolo Paolo si aspetta di ritrovarsi, dopo la morte, alla presenza di Cristo: «Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma, dall’altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi».
Lo stato intermedio e il destino finale
Il soggiorno dei morti è la dimora di tutti i morti: qui sono attesi sia i giusti che gli empi. Tuttavia, i morti non hanno tutti lo stesso destino: per alcuni il soggiorno dei morti è un luogo di schiavitù e corruzione, ma alcuni vi dimorano in pace.
Nel Nuovo Testamento lo sheol prende nomi diversi: quando indica la destinazione delle anime dei giusti è definito “paradiso”, “seno di Abraamo”, “tavola” o “mensa” e “sotto l’altare”; quando indica la destinazione delle anime dei peccatori è detto ades o “abisso”.
La parabola di Lazzaro e dell’uomo ricco dimostra che il destino eterno è diverso a seconda della condizione spirituale, di redenzione o di perdizione, dell’individuo. Il paradiso è presentato come un luogo di ristoro, di riposo e consolazione mentre l’ades è un luogo rovente di tormenti e torture.
Si può quindi affermare che, secondo la Scrittura, nel momento della morte il corpo dell’essere umano, sia del credente che del non credente, è temporaneamente separato dall’anima. Il corpo ritorna alla polvere mentre l’anima si trova in uno “stato intermedio”.
Questo è lo stato in cui le anime attendono la risurrezione corporale, che avverrà in occasione del ritorno di Cristo, cui seguirà il giudizio al cospetto di Dio.
In tale occasione saranno loro assegnate due diverse destinazioni, secondo la natura del rapporto mantenuto con Dio durante la vita: i salvati andranno in paradiso, quanti avranno rifiutato la salvezza andranno nell’“anti-paradiso”, comunemente chiamato “inferno” ma meglio definito con l’espressione biblica “punizione eterna”.
6. Il castigo non è sempre una calamità
Una distinzione essenziale è necessaria: non ogni disgrazia è un castigo divino rivolto contro chi la subisce. Gesù esclude qualunque relazione automatica tra le disgrazie che colpiscono gli uomini e il castigo divino.
Nel vangelo di Luca il Signore, commentando il crollo della torre di Siloe sotto le cui rovine morirono diciotto individui, e nel quale le persone religiose erano certe di aver visto il giudizio di Dio, afferma: «Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?»
Ugualmente nell’episodio del cieco nato, Gesù esclude qualunque relazione tra la cecità e il peccato dell’individuo. Alla domanda se avesse peccato lui o i genitori per ritrovarsi cieco, risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio».
A quanti vedono una relazione tra peccato e castigo, Gesù annuncia che l’azione di Dio con i peccatori non è punitiva, ma vivificante.
Gesù precisa che i morti non erano più peccatori di quanti lo stavano ascoltando, ma «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Il punto centrale non è stabilire che le vittime fossero peggiori degli altri, ma chiamare tutti al ravvedimento.
Calamità naturali e peccato
Il peccato originale pone la prima relazione tra peccato dell’uomo e castigo. Ma la sofferenza è solo il risultato della rottura di un equilibrio oppure c’è anche un positivo intervento di Dio?
Non bisogna tuttavia aumentare la portata di “maledetto il suolo per causa tua”, che il testo biblico lega al sudore per la sussistenza, estendendolo alle calamità naturali come tsunami, terremoti, irregolarità delle stagioni con carestie, ecc.
Il Catechismo sul male fisico del mondo spiega che Dio ha creato il mondo «in stato di via» verso la sua perfezione ultima e comportante «con la comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con le costruzioni della natura anche le distruzioni».
Quindi, probabilmente le calamità naturali ci sarebbero state anche se Adamo non avesse peccato e non è corretto valutarle immediatamente come castigo di Dio o conseguenza dei peccati.
È una bestemmia pensare che Dio, che ha inviato il suo unico Figlio per salvare il mondo, poi lo voglia distruggere a forza di cataclismi. Gesù esclude tassativamente qualunque relazione tra le disgrazie che colpiscono gli uomini e il castigo divino.
Il Padre non castiga, perdona, lui è un Dio che nel suo amore arriva a essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi”. In nessun brano del vangelo si annunziano castighi per i peccatori, ma si afferma che «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
7. I casi biblici di giudizio nella storia
Le Scritture dell’Antico Testamento interpretano alcune calamità naturali, malattie, guerre e situazioni dolorose degli sconfitti come interventi di Dio che castiga.
Il diluvio è attribuito a Dio il quale vide che «la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male», per cui disse: «cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato» e tutto il resto.
Per il peccato di Sodoma e Gomorra, dopo che gli abitanti furono accecati, «il Signore fece piovere dal cielo zolfo e fuoco». La Bibbia interpreta la pioggia di fuoco come mandata da Dio per i peccati.
Passando a vicende personali, il Signore, dopo l’adulterio di Davide con Betsabea, «colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide» e il bambino «il settimo giorno morì».
Davide peccò anche con il censimento del popolo e «così il Signore mandò la peste in Israele», che fu tolta grazie al pentimento di Davide, ma che provocò la morte di settantamila persone.
La caduta dei due regni del sud e del nord, l’invasione e l’esilio vengono interpretati dalla Scrittura in relazione all’infedeltà d’Israele: «ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore» venerando altri dei e non osservando le leggi dell’alleanza.
Questo non autorizza a formulare giudizi semplicistici su ogni evento contemporaneo. Significa piuttosto che la Bibbia riconosce, in alcuni episodi specifici della storia della rivelazione, un intervento diretto di giudizio divino.
Il giudizio sulle popolazioni cananee
Uno dei casi di giudizio immediato che ci pongono più problemi è quello della conquista di Canaan per opera degli Israeliti. Per ordine diretto di Dio, Giosuè è incaricato di sterminare tutti gli abitanti di Gerico, Ai, Maccheda, Lachis, Ebron ecc.
Cosa spinge il Signore a prendere una simile decisione? Non ama i Cananei quanto gli Ebrei? È razzista, crudele o feroce? E, se Dio è amore, come può volere la morte delle proprie creature?
No, Dio non è sadico, e neppure un bruto. Se così fosse, questo sarebbe il suo consueto modus operandi. Invece egli decide assai raramente di sopprimere una vita: un simile verdetto è riservato ad alcune situazioni particolari.
Le popolazioni cananee commettevano delle mostruosità: erano soliti sacrificare i propri figli alle divinità, a vivere la sessualità in modo disumanizzante e devastante praticando l’incesto e la zoofilia.
Dio ha creato l’essere umano a propria immagine. Ora, un’immagine è una rappresentazione di qualcosa o di qualcuno; quindi, in quanto immagine di Dio, l’essere umano ha il compito di rappresentare Dio.
Di fronte a un tale degrado fisico, morale e spirituale Dio ritiene di intervenire: la vita così snaturata non si poteva più considerare vita. Inoltre, tali comportamenti erano dilaganti: Dio doveva intervenire prima che il suo popolo e gli altri popoli ne fossero influenzati.
Si noti inoltre che la Bibbia richiama più volte alla memoria la pazienza dimostrata da Dio nei confronti di quei popoli, di cui già ai tempi di Abraamo lamentava la malvagità. Dio “parcheggiò” dunque gli Israeliti in Egitto fino al momento in cui tale malvagità raggiunse il punto di non ritorno.
Il più delle volte, quando gli uomini peccano, Dio ricorre a mezzi più moderati per farli tornare a sé. Questo è il caso dei fratelli di Giuseppe: essi non morirono ma dovettero portare per vent’anni la colpa del loro crimine.
Altre volte Dio deve ricorrere a mezzi più persuasivi, come nel caso di Giona, il profeta al quale permette di rischiare di morire annegato e fagocitato da un mostro marino. Talvolta, tuttavia, l’entità del male è tale da non lasciare adito ad alcuna possibilità di recupero.
8. Il castigo come correzione dei figli di Dio
La Bibbia usa il linguaggio del castigo anche per parlare della disciplina che Dio esercita verso coloro che ama. «Figlio mio, non disprezzare la punizione dell'Eterno e non detestare la sua correzione perché l'Eterno corregge colui che egli ama, come un padre il figlio che gradisce».
«Lo riprendo e castigo tutti quelli che amo; abbi dunque zelo e ravvediti». «Ecco, beato l'uomo che Dio castiga perciò tu non disprezzare la correzione dell'Onnipotente».
«Riconosci dunque nel tuo cuore che, come un uomo corregge suo figlio, così l'Eterno, il tuo Dio, corregge te». «Ogni correzione infatti, sul momento, non sembra essere motivo di gioia ma di tristezza; dopo però rende un pacifico frutto di giustizia a quelli che sono stati esercitati per mezzo suo».
La categoria della “correzione” o “educazione” indica un intervento diverso dalla condanna definitiva: «è per la vostra correzione che soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?»
«Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo». Qui si può supporre un peccato precedente e un intervento di Dio, ma il contesto è non assimilabile alla severità dei testi precedenti.
Due affermazioni dell’Antico Testamento sono particolarmente consolanti: Dio «non vuole fare vendetta di noi, ma è a scopo di correzione che il Signore castiga quelli che gli stanno vicino»; «i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo».
La differenza tra disciplina e condanna
| Azione di Dio | Scopo | Destinatari |
|---|---|---|
| Correzione | Condurre al ravvedimento e alla giustizia | Coloro che Dio tratta come figli |
| Giudizio | Ristabilire la giustizia e condannare il male | Chi persiste nella ribellione |
| Salvezza | Liberare dal peccato e dalla condanna | Chi crede in Gesù Cristo |
La correzione divina non deve essere confusa con il desiderio umano di vendetta. Dio non agisce per ripicca, né per il piacere di distruggere; corregge per richiamare al bene, mentre il giudizio finale riguarda chi rifiuta ostinatamente la grazia.
9. Il linguaggio biblico del castigo
Il Nuovo Testamento svela un’azione castigante di Dio anche attraverso l’uso di precisi termini.
Il primo è “kolázô”, con il significato iniziale di sfrondare e quindi castigare. Il termine è usato in senso forte in Mt 25,46: «e se ne andranno: questi al supplizio eterno» e in 2Pt 2,9 dove il Signore riserva gli iniqui «per il castigo nel giorno del giudizio».
Il secondo è “timôréô” che, dalla radice “onore”, significa ristabilire l’onore e la giustizia, anche con una punizione. Il testo più forte è Eb 10,29: «di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza».
Il terzo deriva dalla radice “díkê”, giustizia, nel senso di fare giustizia, ristabilirla se è stata infranta con un’azione punitiva.
Alla fine dei tempi Gesù si manifesterà dal cielo «per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo».
Questi termini mostrano che la Bibbia non riduce il castigo alla semplice conseguenza naturale delle azioni umane. In alcuni testi presenta un intervento diretto di Dio, orientato alla giustizia e al giudizio.
10. La grazia e il ravvedimento
La grazia però non è come la trasgressione; se infatti per la trasgressione di uno solo quei molti sono morti, molto più la grazia di Dio e il dono per la grazia di un uomo, Gesù Cristo, hanno abbondato verso molti altri.
Colui che non la conosciuta, se fa cose che meritano le battiture, ne riceverà poche. A chiunque è stato dato molto, sarà domandato molto; e a chi molto è stato affidato, molto più sarà richiesto.
Se uno pecca e, senza rendersene conto, commette qualunque cosa che l'Eterno ha vietato di fare, è ugualmente colpevole e ne porta la pena.
Non c'è quindi spazio per la presunzione: la responsabilità cresce in rapporto alla conoscenza, alle opportunità e a ciò che è stato affidato. Ma la Bibbia non presenta questa responsabilità per spingere alla disperazione, bensì per chiamare alla conversione.
Ravvedetevi e abbandonate tutte le vostre trasgressioni così l'iniquità non vi sarà più causa di rovina. No, vi dico; ma se non vi ravvedete perirete tutti allo stesso modo.
Per concludere vorrei invitare a chi in questo momento si sente appesantito dal peccato di ravvedersi e pentirsi sinceramente, di non indurire i cuori dopo l’ascolto di questo messaggio, ma piuttosto di riconoscere i vostri peccati avanti a Cristo e chiedere il suo perdono e sarete perdonati.
Cristo porta la pena del peccatore
Cristo è morto sulla croce prendendo il nostro posto, affinché potesse vincere il peccato al posto nostro. Infatti Cristo è l’unico che è potuto morire e poi resuscitare sconfiggendo la morte.
La morte è simbolo di peccato, la parola di Dio afferma che il salario del peccato è la morte, e solo sconfiggendo la morte e nascendo di nuovo che noi possiamo essere salvati e considerati senza peccato davanti a Dio.
Poiché noi siamo nati nel peccato, viviamo in una condizione di morte, ma grazie a Dio possiamo rinascere e rifugiarci nella protezione divina.
Lui stesso, infatti, paga la pena che il peccatore credente merita. Affidandoci a Cristo siamo liberati dal castigo che meritiamo.
Ora dunque non vi è alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù, i quali non camminano secondo la carne ma secondo lo Spirito, perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte.
Ravvederci dai nostri peccati e seguire con fiducia il Signore e Salvatore Gesù Cristo è l'unico modo per sfuggire alle fatali conseguenze dei nostri peccati. «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».
11. Come reagire davanti alla malvagità degli altri
La maggioranza dei nostri problemi e delle nostre difficoltà hanno origine dai peccati di altre persone. Spesso, queste persone sono coloro che Dio chiama “malvagi”.
La domanda importantissima da farci è: Come reagiamo davanti a queste difficoltà? Tu, come stai reagendo difronte alle difficoltà nella tua vita? Come reagisci davanti alla realtà delle persone intorno a te che ti causano problemi e difficoltà?
Certamente i problemi possono essere pesanti, o possono durare tanto tempo. In situazioni così è facile che ci affliggiamo o che nutriamo persino invidia. Possiamo essere stanchi e scoraggiati. Possiamo perdere speranza, e perfino dubitare la cura di Dio.
Il Salmo 37 spiega come avere pace in Dio anche in mezzo alle situazioni difficili. Questo Salmo ci ricorda che la vita di un vero cristiano è un cammino di fede.
È un cammino in cui dobbiamo fissare lo sguardo su ciò che non vediamo anziché su ciò che vediamo. Infatti, se fissiamo lo sguardo su ciò che è visibile intorno a noi, sulle ingiustizie, sulle difficoltà, sulle cose che vanno male, sarà impossibile avere una vita di gioia, piuttosto, avremo una vita piena di preoccupazioni, di pesi e un cuore turbato.
Non invidiare i malvagi
“Non affliggerti a motivo dei malvagi; non portare invidia a quelli che operano perversamente.”
Questo brano prende per scontato che ci saranno situazioni nella vita in cui i peccati degli altri ci porteranno problemi e dolori. Queste afflizioni sono qui date come una cosa scontata.
Perciò, quando queste cose ti succedono, non devi sorprenderti, ma devi capire che fa parte del piano di Dio per la tua vita. La cosa importante è come reagiamo a queste difficoltà ingiuste.
Quando siamo afflitti, o quando portiamo invidia, rivela qualcosa del nostro cuore. Rivela che noi non stiamo cercando il nostro tesoro in Gesù Cristo.
Quando Gesù Cristo è il mio tesoro, nessuna situazione terrena può ostacolarmi da Cristo. Le circostanze, le ingiustizie, le persecuzioni, non possono ostacolarci da Dio.
È quando togliamo gli occhi da Dio che siamo afflitti e non abbiamo pace. Perciò, quando siamo afflitti, o se portiamo invidia, rivela che non stiamo guardando a Gesù Cristo.
Ricordare il giudizio futuro
Dobbiamo ricordare che i malvagi saranno presto falciati come il fieno e appassiranno come l’erba verde. In altre parole, dobbiamo ricordare sempre il giudizio finale e il tormento eterno che seguirà chi non ha il perdono in Gesù Cristo.
Dobbiamo ricordare che ciò che vediamo oggi non è tutto. Infatti, questa è la piccola parte, la grande parte verrà dopo. Le azioni di oggi avranno conseguenze eterne.
Tutto ciò che vediamo intorno a noi è solo temporaneo! Tutti gli uomini hanno davanti a sé il giudizio! Coloro che non hanno la salvezza in Gesù Cristo, i malvagi di questo brano, hanno davanti a sé il tormento eterno.
Se consideriamo l'eternità che i malvagi hanno davanti a sé, avere invidia di loro è assurdo! Tutto ciò che i malvagi hanno di bello o di presunto bello in questa vita, lo stanno per perdere per sempre e, al posto di quelle cose, avranno un tormento eterno.
L'unico modo per avere pace nelle prove è di tenere in mente non solo la nostra situazione attuale, ma l'eternità.
Confidare nell’Eterno e fare il bene
Come sempre, la Bibbia non solo ci insegna le cose da togliere nella nostra vita, ma ci indica anche il bene da fare con cui poter sostituire il male.
“Confida nell’Eterno e fa’ il bene, abita il paese e coltiva la fedeltà.” Ci sono due parti di questo comandamento: la prima riguarda il cuore che bisogna avere mentre la seconda riguarda come possiamo vivere con quel cuore in pratica.
Il cuore da avere è di confidare nell'Eterno, ovvero, vivere per fede, guardando all'Eterno con gli occhi della fede e non a ciò che vediamo con i nostri occhi fisici.
Bisogna poi vivere questo in pratica, facendo il bene e coltivando la fedeltà, abitando il paese che l'Eterno ci ha dato, ovvero, essendo fedeli in quelle situazioni di vita che Dio ci ha posto dinanzi.
Confidare in Dio è la base della vera salvezza. Si confida in ciò su cui si fissano gli occhi, ovvero, i pensieri.
In contrasto a tutto questo, un vero credente confida in Dio perché sa che solo Dio può dare la vita eterna e che solo Dio è la fonte di ogni benedizione.
Confida in Dio perché più di ogni altra cosa, desidera Dio. Confidare in Dio vuol dire guardare a DIO per ogni benedizione. Vuol dire credere che DIO sia l’unica fonte da cui attingere ogni benedizione.
Vuol dire desiderare Dio più di qualsiasi altra cosa. Vuol dire accettare le difficoltà, perché il nostro tesoro è Dio.
Se confidiamo nell'Eterno, allora non ci preoccuperemo del comportamento dei malvagi perché sapremo che ci penserà Dio. Non ci preoccuperemo di coloro che hanno molto più di noi, perché sapremo che noi abbiamo Dio e che staremo nella Sua presenza per sempre.
I problemi che gli altri ci causano non ci affliggeranno, perché sapremo che Dio renderà giustizia, e che le difficoltà passeranno per sempre.
12. La protezione di Dio durante la prova
Se ti trovi ad affrontare delle situazioni che ti generano tensione e paura e non sai come agire; se ti senti attaccato e non vedi una via d’uscita, non sai perché sei in questa situazione; non scoraggiarti, ma prega Dio per la sua protezione e il suo intervento.
Dio è giusto e farà giustizia, non lascerà impuniti i peccatori. I giudizi di Dio prima o poi si abbatteranno sui malvagi persecutori di Davide e più in generale dei credenti in Dio.
Dio può fare giustizia, non solo in un futuro lontano alla fine dei tempi, siamo certi che in quell’occasione Egli metterà fine al peccato e alle sofferenze per sempre, ma può farlo intervenendo anche nella storia presente.
Dio è il Sovrano dell’universo ed è sovrano della storia; Egli interviene nel corso della storia com’è testimoniato più volte nella Bibbia, per chi crede che questa è la parola di Dio ed è vera.
L’unica alternativa alla malvagità è rifugiarsi presso Dio. Egli è l’unico che può liberarci dall’oppressione della malvagità e dallo stato di peccato in cui si trova l’uomo.
I giusti quindi, esulteranno e si rifugeranno nel Signore. Il giusto esulterà nel Signore non della miseria e della rovina dei malvagi e dei peccatori, ma del fatto che Dio è glorificato e la sua parola è compiuta efficacemente.
La loro gioia e la loro fede si esprimeranno entrambe con un santo vanto: tutti i retti di cuore si glorieranno. Non di se stessi, ma del favore di Dio, della sua giustizia e della sua bontà, della loro relazione con lui e dei loro interessi in lui.
13. La responsabilità di chi insegna e di chi ascolta
Predica la parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, rimprovera, esorta con ogni pazienza e dottrina.
La Bibbia mette in guardia dai falsi profeti e dai falsi maestri, i quali introducono fazioni che portano alla rovina, rinnegando il Signore che li ha riscattati.
Attirando su se stessi una rapida rovina, molti seguiranno la loro condotta immorale e per colpa loro la via della verità sarà coperta di disprezzo. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma per loro la condanna è in atto ormai da tempo e la loro rovina non si fa attendere.
Questi falsi maestri non sono semplicemente leader cristiani con cui Pietro è in disaccordo. Sono leader le cui vite ed insegnamenti sono in totale contrasto con la fede cristiana.
Essi si lasciano andare a “sfrenate passioni carnali”. “Promettono loro libertà, mentre sono essi stessi schiavi della corruzione. L'uomo infatti è schiavo di ciò che lo domina”.
Ma la vera libertà si trova solo nelle vie di Dio e non in queste tentazioni che promettono così tanto ma in realtà portano solo vuoto.
Il Signore dunque sa liberare dalla prova chi gli è devoto, mentre riserva, per il castigo nel giorno del giudizio, gli iniqui.
14. L’amore di Dio e il timore della punizione
Nell'amore non c'è paura, anzi l'amore perfetto caccia via la paura, perché la paura ha a che fare con la punizione, e chi ha paura non è perfetto nell'amore.
Dio è Amore e nell’amore non c’è alcuna parvenza di castigo. Nel ritratto di Dio che l’apostolo Paolo fa nella Lettera ai Corinti si legge che “l’amore non si adira, non tiene conto del male ricevuto”, che “tutto scusa”.
La buona notizia di Gesù non contiene alcuna minaccia di castighi divini. Il Padre non castiga, perdona, lui è un Dio che nel suo amore arriva a essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi”.
Questo insegnamento non annulla la realtà del giudizio finale. Significa piuttosto che la rivelazione definitiva del carattere di Dio è orientata alla salvezza.
Il Nuovo Testamento rivela in modo definitivo che lo scopo dell’azione di Dio è sempre, nel rispetto della libertà umana, la nostra salvezza.
Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità». Dio «non gode per la rovina dei viventi» e «contro il suo desiderio umilia e affligge i figli dell’uomo».
Dio non è un arbitro asettico e indifferente che registra le infrazioni e commina le punizioni conseguenti: Dio sta dalla nostra parte e vuole salvarci, anche attraverso le tribolazioni.
È però una persona seria e, avendoci creato liberi, rispetta la nostra libertà di rifiutarlo.
15. Un discernimento biblico equilibrato
Lo studio biblico sul castigo dei malvagi richiede di mantenere insieme alcune verità fondamentali:
- tutti gli esseri umani sono peccatori e hanno bisogno della grazia;
- Dio vede il male, giudica con giustizia e non lascia impunita la ribellione ostinata;
- non ogni sofferenza personale o calamità collettiva è una punizione divina identificabile;
- Gesù respinge l’idea che le vittime di una disgrazia siano necessariamente più colpevoli degli altri;
- Dio può correggere coloro che ama per condurli al ravvedimento;
- il giudizio finale riguarda coloro che rifiutano definitivamente Dio e il vangelo;
- la salvezza è offerta in Gesù Cristo a chi si ravvede e crede;
- la vendetta appartiene a Dio e non deve essere esercitata dai credenti;
- durante le prove il credente è chiamato a confidare nell’Eterno, fare il bene e coltivare la fedeltà.
Non fate le vostre vendette, cari miei, ma lasciate posto all'ira di Dio, perché sta scritto: «A me la vendetta, io renderò la retribuzione, dice il Signore».
Ora dunque non vi è alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù, i quali non camminano secondo la carne ma secondo lo Spirito.
Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli, perché io vi dico che gli angeli loro vedono continuamente nei cieli la faccia del Padre mio, che è nei cieli.
Dio fa abitare il solitario in una famiglia libera i prigionieri e dà loro prosperità; ma i ribelli dimorano in terra riarsa. L'Eterno protegge i forestieri, soccorre l'orfano e la vedova ma sovverte la via degli empi.
Infine per incoraggiare nella fede i fratelli che stanno vivendo dei momenti difficili, vorrei leggere direttamente dalla parola di Dio le parole di Rm. 8:28- 39.