Apostoli della rivoluzione: religione, libertà e tradizione rivoluzionaria

Gli “apostoli della rivoluzione” sono gli uomini e i movimenti che hanno cercato di trasformare radicalmente la società non soltanto attraverso programmi politici, ma anche mediante una nuova visione dell’uomo, della storia e del destino collettivo. La rivoluzione, in questa prospettiva, assume spesso i caratteri di una religione secolare: possiede verità ultime, profeti, missionari, riti, simboli, martiri e promesse di redenzione.

In tutta la sua attività di storico, Christopher Dawson si adoperò sempre per mostrare un’idea semplice: in qualunque epoca, l’elemento decisivo è quello religioso. A tenere insieme tutti gli aspetti di una civiltà, infatti, è sempre una concezione del mondo, una spiegazione ultima della realtà, un dio insomma.

La rivoluzione come sostituzione religiosa

E questa ultima opera, uscita postuma nel 1972 e ora tradotta per la prima volta in italiano, non fa eccezione, mostrando come anche l’attacco al cristianesimo portato dagli uomini che fecero la Rivoluzione francese altro non sia stato che il tentativo di sostituire il vecchio Dio con nuovi dèi.

Il libro di Dawson, naturalmente, è molto più articolato di come è stato presentato qui, dato che spazia dalla Riforma e dalla nascita del liberalismo, attraverso una rilettura sistematica della Rivoluzione francese che mostra come i conflitti religiosi ebbero un ruolo chiave nei suoi snodi principali, fino agli sviluppi della moderna religione della libertà nel secolo passato.

Puntualmente mostrando come “la Dea della Libertà era una divinità gelosa che non poteva essere placata che con il tradizionale rito del sacrificio umano”.

Gli antecedenti religiosi della Rivoluzione

Religioso, in primo luogo, è l’antefatto immediato della Révolution, la ribellione delle colonie americane, fondata, in ultima analisi, sul “Church covenant”, “un patto, un accordo, o un’alleanza visibile, mediante la quale - così recita una dichiarazione dei ministri del culto del Massachusetts - [i membri] si danno al Signore per osservare insieme, nella stessa società, i precetti di Cristo”; per cui “la chiesa, la scuola e l’assemblea cittadina erano tutti organi di una sola comunità spirituale”.

E profondamente religioso è il tono di “Common sense” di Thomas Paine, il libro che più di ogni altro contribuì a costruire il mito della Rivoluzione americana come modello di palingenesi universale: “O voi che amate l’umanità! Voi che osate opporvi non solo alla tirannide, ma anche al tiranno, sorgete! Abbiamo in nostro potere di ricominciare il mondo”.

La storia del costituzionalismo è storia di rivoluzioni. Un nesso che affonda le sue radici storiche nei principi e nelle rivendicazioni maturate nel corso della stagione rivoluzionaria di fine Settecento.

A partire da tali premesse l’Autore ricostruisce le tre grandi rivoluzioni (americana, francese, russa) che hanno permeato la tradizione giuridica moderna evidenziandone i punti di forza e le contraddizioni.

Gli apostoli della libertà e dell’uguaglianza

Così, fin dall’inizio delle agitazioni in Francia è chiaro che si tratta di affermare una nuova religione: “Come fu fondata la religione cristiana? - si chiede un autore giacobino - Mediante le missioni degli apostoli del Vangelo. Come possiamo fondare saldamente la Costituzione? Mediante le missioni degli apostoli della libertà e dell’uguaglianza”.

La metafora degli apostoli chiarisce la natura missionaria della politica rivoluzionaria: la trasformazione della società non è presentata come una semplice riforma istituzionale, ma come una conversione collettiva. Gli uomini della rivoluzione devono diffondere una nuova fede civile e costruire una comunità fondata su principi destinati a sostituire quelli della tradizione religiosa.

Il legame tra rivoluzione e costituzione emerge anche nelle figure di Thomas Paine, Emmanuel-Joseph Sieyès, Vladimir Lenin e Rosa Luxemburg.

  • Thomas Paine e la rivoluzione americana: dalla filosofia della rivoluzione al costituzionalismo rivoluzionario;
  • Emmanuel-Joseph Sieyès e la rivoluzione francese: il potere costituente tra insurrezione e ordine costituito;
  • Vladimir Lenin e Rosa Luxemburg: la rivoluzione d’Ottobre di fronte alla questione costituente.

Robespierre, Saint-Just e il culto dell’Essere supremo

E l’afflato mistico cresce col crescere della tensione, fino ad arrivare alle dichiarazioni esplicite di Robespierre e del suo braccio destro Saint-Just: “Richiamare gli uomini al culto per l’Essere supremo è portare un colpo mortale proprio al fanatismo. Non è Lui che fin dall’inizio del tempo ha decretato la Repubblica e ha stabilito per tutte le epoche e per tutti i popoli libertà, onestà e giustizia? Lui ha creato l’universo per manifestare la sua potenza; ha creato gli uomini perché si aiutino gli uni gli altri, si amino gli uni gli altri e raggiungano la felicità attraverso la virtù”.

“La felicità è un’idea nuova in Europa”, gli fa eco Saint-Just, e il Terrore è “il fuoco di libertà che deve purificarci come nella fornace si epura la scoria dal metallo fuso”, concludendo con toni da ultimo profeta: “Non ho visto nell’universo che la verità, e l’ho detta”.

In queste formule la politica appare investita di una funzione salvifica. La Repubblica non è soltanto una forma di governo, ma l’ordine destinato a realizzare la libertà, l’onestà, la giustizia e la felicità; il Terrore diventa così uno strumento di purificazione e la violenza viene interpretata come sacrificio necessario alla nascita dell’uomo nuovo.

La persistenza del sogno rivoluzionario

Sconfitta la Rivoluzione, non viene però meno l’impeto che l’ha sostenuta, il sogno di una nuova creazione continua a vivere: “Tutti i primi romantici furono ispirati dalla stessa consapevolezza di un’imminente rivoluzione spirituale”.

E si trasmette lungo tutto il secolo, attraverso fenomeni come la Religione dell’Umanità di Comte o il nazionalismo religioso di Mazzini, per alimentare infine gli incubi dei nazionalismi o dello scientismo del Novecento.

La rivoluzione continua quindi a presentarsi come una promessa di rigenerazione totale. Cambiano i linguaggi e gli obiettivi, ma rimane l’idea di una frattura decisiva con il passato e di una nuova epoca capace di inaugurare una forma superiore di vita collettiva.

Gli apostoli cristiani e la rivoluzione spirituale

La storia del cristianesimo non è nata da un sistema filosofico astratto, ma dai passi, dalle scelte e dalle fragilità di un piccolo gruppo di uomini che potremmo definire “ordinari”. Storie di uomini che hanno fatto la storia: biografie che si sono intrecciate attorno a un unico grande Uomo, il Figlio dell’Uomo, il Figlio di Dio, Cristo.

Erano dodici. Erano i dodici apostoli. Definire i dodici apostoli semplicemente come i “compagni di viaggio” di Gesù di Nazaret significa ridurne l’impatto storico e culturale.

Essi rappresentano le fondamenta umane di una rivoluzione spirituale che ha ridisegnato i confini del mondo antico.

Dodici apostoli nell’arte cristiana

Intraprendere un viaggio biografico all’interno delle loro vite significa spogliarli dell’iconografia sacra e rigida delle pale d’altare per riscoprirne la vibrante e complessa umanità originaria.

Chi erano, prima di diventare colonne della Chiesa, questi dodici uomini? La risposta risiede nella radicale eterogeneità del gruppo.

Tra loro non vi erano dotti, scribi o membri dell’élite sacerdotale di Gerusalemme. Troviamo invece pescatori del lago di Galilea come Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, abituati alla fatica quotidiana e alla concretezza della vita.

Accanto a loro sedeva Matteo, un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse. E ancora, Simone lo Zelota.

Mettere insieme personalità così opposte sotto la bandiera di un unico messaggio di pace e amore fraterno costituisce, già di per sé, il primo grande miracolo relazionale della comunità nascente.

Fragilità, conflitti e testimonianza

Esplorare le loro biografie significa anche capire meglio questi uomini che hanno segnato la storia di tutti i tempi: uomini che non erano privi, certamente, di difetti.

I Vangeli non nascondono, ad esempio, l’impetuosità di Pietro, l’incredulità razionale di Tommaso, fino al dramma del tradimento di Giuda Iscariota.

Un viaggio, dunque, all’interno delle varie personalità di questi uomini. Ma anche un viaggio geografico, se vogliamo.

È qui che la storia si fonde con la tradizione e il martirio: le loro rotte si separano verso i quattro angoli del mondo conosciuto, dall’India misteriosa di Tommaso alla Roma imperiale di Pietro e Paolo, fino alle sponde del Mar Nero.

FiguraElemento caratterizzante
PietroImpettuosità
TommasoIncredulità razionale
Giuda IscariotaTradimento
TommasoRotta verso l’India misteriosa
Pietro e PaoloRoma imperiale

Dalla religione cristiana alle religioni politiche

Il confronto tra apostoli cristiani e apostoli della rivoluzione permette di riconoscere una struttura comune: entrambi i fenomeni si organizzano intorno a una promessa capace di oltrepassare l’individuo e il presente.

Nel cristianesimo, tuttavia, la rivoluzione spirituale nasce dalla testimonianza di uomini fragili e dalla relazione con Cristo; nella rivoluzione politica moderna, la promessa tende invece a essere trasferita nella storia, nello Stato, nella nazione, nella classe o nella scienza.

La modernità politica non elimina necessariamente il bisogno religioso, ma lo riorganizza intorno a nuovi oggetti di fede. La libertà, l’uguaglianza, l’umanità, la nazione e il progresso possono assumere il ruolo di realtà ultime alle quali subordinare la vita individuale e collettiva.

Anarchia e critica del potere

Prima di parlare di un libro felice, Sragionamenti sull’anarchia (Biblioteca Italo Svevo) di Paolo Morelli, vorrei fare una breve premessa di storia delle idee. Sull’argomento esiste una bibliografia sterminata ma non c’è idea più fraintesa dell’anarchia.

Quando il 16 dicembre 1969 l’anarchico Pietro Valpreda venne scandalosamente arrestato per la bomba di piazza Fontana ricordo i primi commenti, a scuola e in famiglia: “Beh, è un classico: dal tempo di Gaetano Bresci, che uccise Umberto I, gli anarchici sono quelli che mettono le bombe”.

Da allora ho cominciato a leggere gli autori del pensiero anarchico, assai variegato al suo interno, sentendo subito una naturale affinità.

La fisiologica avversione per ogni forma di potere e di gerarchia (la gerarchia è come la disuguaglianza: innaturale, se vuoi affermarle devi giustificarle!), la fiducia nell’autonomia del singolo (che non è la monade egoista ma un individuo solidale, cooperativo) la diffidenza verso forme organizzative tendenzialmente autoritarie, mi sembrò allora attualissima, nel momento il cui il ’68, che pure aveva una spinta utopico-libertaria, si andava burocratizzando in partitini egemonizzati da verbosi tribuni della plebe.

Gli strumenti della trasformazione anarchica

Si potrebbe anche dire che nella storia dell’anarchismo, benché ci sia una componente insurrezionalista, tenda a prevalere la scelta della non-violenza, di forme di lotta come la disobbedienza passiva, il boicottaggio, l’obiezione di coscienza.

Un ribaltamento della celebre sentenza attribuita a Machiavelli. Non tanto il fine giustifica i mezzi, piuttosto, dato che il fine è sempre troppo lontano, esistono soltanto i mezzi, i quali devono prefigurare la società che intendiamo costruire.

Proudhon in una lettera a Marx aveva capito tutto: “Solo perché siamo alla testa del movimento non facciamoci i capi di una nuova intolleranza, non posiamo ad apostoli di una nuova religione, fosse pure la religione della logica, della ragione (…) non consideriamo mai un problema come esaurito”.

Questa posizione mette in discussione ogni trasformazione che pretenda di fondare una nuova ortodossia. Anche la ragione, la logica e la rivoluzione possono diventare oggetti di culto quando vengono trasformate in autorità indiscutibili.

Dall’anarchismo classico alla controcultura

Dopo la Guerra di Spagna l’anarchismo è entrato in una fase “postclassica”, spostandosi verso i paesi di lingua inglese, e via via concentrandosi su un impegno di tipo esistenziale, individuale, intrecciandosi con la controcultura degli anni ’60 e ’70.

Anche chi si apriva alla politica tendeva a privilegiare l’azione diretta, limitata, la cosiddetta pratica degli obiettivi, l’autorganizzazione e il mutualismo, il Welfare dal basso (Colin Ward).

Tra Marx - “trasformare il mondo” - e Rimbaud - “cambiare la vita” - propendeva lievemente per quest’ultimo.

Senza però trascurare del tutto il primo aspetto: il pensiero rivoluzionario di Murray Bookchin, fondato sull’ecologia sociale, ha convertito Ochalan in carcere all’anarchismo non-violento.

Black Bloc, Occupy Wall Street e azione diretta

Poi con i no-global l’anarchismo ha conosciuto un significativo revival, anche qui dividendosi tra le due anime originarie: la violenza spettacolare dei Black Bloc (street fighting, distruzione fisica dei simboli del potere) e Occupy Wall Street, contagioso esempio di democrazia diretta in un accampamento nel cuore della City finanziaria, e invenzione di tattiche creative di lotta non-violenta, già sperimentate a Seattle nel 1999 (dove i manifestanti si vestirono da fatine e solleticarono con i piumini i poliziotti super-armati).

Uno dei suoi teorici, David Graeber, scomparso nel 2020, ha voluto riproporre l’anarchia come lifestyle e gesto ispirato, come assoluta preminenza della pratica sulla teoria.

Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Berneri Pier Carlo Masini BFS Edizioni, 2023

Il profilo dell’anarchico

Ecco, il libro - impolitico ma in una accezione sottilmente politica - di Morelli si inserisce pienamente in questa ultima costellazione: si impegna a “occupare” idealmente non solo Wall Street, ma ogni zona delle nostre relazioni quotidiane, del nostro immaginario, decostruendo logiche di potere, giochi di ruolo, tic mentali.

Dalle sue pagine possiamo estrarre un identikit dell’anarchico: non considera la natura nemica, ama anche ciò che non comprende, dispone di una intelligenza non finalizzata al dominio, non si sente braccato dalla paura di tutto, accetta la impermanenza come percezione quotidiana della realtà, non si prende troppo sul serio, lascia che il pensiero scorra (e anche che possa non esserci), pensa che per preparare la rivoluzione bisogna esserne degni, non è in grado di esercitare “qualsivoglia traffico d’influenze dà fastidio a tutti, tranne che agli altri come lui”, dunque a monarchi, fascisti e comunisti (ahi il commissario Togliatti a Barcellona nel ’37!), si lascia guidare dal corpo, è addestrato a una respirazione “lunga e sottile”, dà valore a qualcuno per il suo valore e non per il potere che incarna o per il suo successo, sbaglia tanto perché prende tutto alla lettera e non è furbo.

Soprattutto: “per il fatto che rifiuta qualsiasi autorità deputata è nelle condizioni favorevoli per riconoscere l’autorevolezza ovunque si nasconda, una voce stenta da bar, il colore mesto di un fiore, il gesto o l’ammicco di un cane pastore, l’insegnamento di un nemico perfino può rivelarsi utile…” (si sa, l’autorevolezza non è legata a uno status).

A ben vedere questo anarchico sembra una figura del cosiddetto stoicismo universale di Pierre Hadot: dunque un modo di stare al mondo, un’arte di vivere che si accorda con il ritmo (e logos) del cosmo.

Voce, stile e dissenso

L’ultimo capitolo, “Sconfessione” contiene un palpitante frammento autobiografico in cui scopriamo l’humus da cui nasce l’intero sragionamento.

Ma ora andiamo al cuore del libro di Morelli: lo stile colloquiale, elegante, e rasoterra, e soprattutto l’invenzione di una voce.

La scrittura è una mimesi del parlato, ma si tratta di un parlato che a sua volta è il massimo dell’artificio: un manufatto fabbricato con estrema cura artigianale (l’autore ha scritto otto volte l’incipit).

Il punto è che questa voce riassume perfettamente non solo la poetica ma anche la postura anarchica di Morelli, nel suo mix di stupore interrogante, di moderato ma fermo dissenso, di fraternità accogliente.

La vita offesa e la critica sociale

I “francofortesi” ispirano molte di queste pagine: una meticolosa attenzione ai dettagli della “vita offesa”.

Solo un esempio: gli spot televisivi che raccolgono fondi per ogni disgrazia sulla faccia della terra, intervistando poveri scheletri umani: “confessano la regola dell’ingiustizia proprio essendone l’eccezione”.

Tra i vari maestri e ispiratori non troverete tanto Bakunin e Kropotkin, quanto Montaigne, Etienne La Boétie, gli anarchici italiani Malatesta e Berneri, Orwell, un imprevisto Kant e il sapiente taoista Chuang-tzu.

Morelli è traduttore dal cinese e ha ne ha trasposto in romanesco - lingua “stoica” per eccellenza - le sentenze.

Il gioco, l’errore e la libertà del pensiero

C’è poi, verso il finale, una sezione esplicitamente ludica: una sequenza quiz, per verificare il quoziente di “anarchia” del proprio stato mentale, e un elenco di koan, enigmi irrisolvibili che però ci servono “per far fare errori al funzionamento della testa”.

Il punto è che - proudhonianamente - “solo pensare a una soluzione, voler intervenire in qualche modo nel mondo, non è altro che una nevrosi”.

Mi limito a un prelievo: “Ma l’intellettuale ci fa o ci è?”: nel nostro abbrutito paese gli intellettuali “si credono l’unica parte sana in virtù delle idee che hanno ben chiuse in capoccia”, ma sono i “veri garanti dell’oppressore”.

La pars construens consiste nel “vivi nascosto” di Epicuro, nel cercare l’ombra e defilarsi, nel non mostrarsi.

Un po’ la secessione silenziosa in fratrie, in piccoli gruppi fondati su relazioni libere da costrizione e dominio, che raccomandava Nicola Chiaromonte, grande libertario in un paese che non se lo merita, e infatti lo ha dimenticato.

Rivolta, felicità e amore

Unica obiezione. Quando leggo che l’anarchico vuole “restare in una posizione scomoda”, unica garanzia per vedere le cose come sono, penso che ogni tanto invece bisogna pur stare comodi.

In che senso? Come sapeva Camus una rivolta ha buon esito quando nasce da una esperienza di felicità, dunque di “comodità”, dall’amore per il mare, il sole, la vertigine del meriggio, quando nasce cioè dal desiderio di estendere quella “comodità” al resto della vita e a tutti gli altri.

Altrimenti la rivolta che proviene solo da rabbia e indignazione diventa autodistruttiva.

Ma l’autore potrebbe concordare con me: qui intendeva soprattutto la “comodità” coatta della società tecnologica dei consumi.

Per Enrichetta Di Lorenzo, dolce innamorata di Pisacane, l’anarchia era “la forma politica dell’amore”.

Lo psicanalista Elvio Fachinelli scrisse un meraviglioso libretto al ritorno dal Portogallo, dove nel 1974 c’era stata la Rivoluzione dei Garofani, il rovesciamento incruento di una dittatura da parte di militari di sinistra, e lo intitolò “Uma tentativa de amor”.

Ecco, qui l’anarchia potrebbe ricongiungersi con la poesia, che secondo la definizione di don Milani, citata con ammirazione da Pasolini, non è che la trasformazione dell’odio in amore.

Le vite degli apostoli anarchici

Sono qui raccolti una ventina di studi, tra cui alcuni inediti, compiuti da Senta negli ultimi dieci anni sulla storia dell’anarchismo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, ordinati secondo tre ambiti ideali.

Nella prima parte le carte d’archivio, su tutte quelle dell’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis (Iisg) di Amsterdam, raccontano le speranze e i drammi del Novecento attraverso vite vissute pericolosamente: ritroviamo le figure di Ugo Fedeli, Pietro Bruzzi, Francesco Ghezzi, Clelia Premoli, Charles Hotz e di molti altri protagonisti del movimento anarchico prima, durante e dopo il regime fascista.

La seconda parte si snoda attorno alle dimensioni della repressione e dell’esilio.

Queste fanno da trait d’union tra vicende che vanno dalle leggi antianarchiche del 1894 allo scontro armato con il primo fascismo, dal regime del confino al precipizio in cui è caduta l’Europa a inizio degli anni Quaranta e che vedono partecipi militanti la cui attività è tratteggiata con precisione: tra gli altri, Luigi Galleani, Vittorio Pini, Amleto Fabbri, Torquato Gobbi e Maria Luisa Berneri.

La terza sezione chiude il libro ponendo l’attenzione sulla dimensione territoriale, in particolare bolognese, e sulle lotte per il lavoro in un’ottica libertaria.

Scopriamo, o riscopriamo, così nomi come quelli di Clodoveo Bonazzi, Pietro Comastri, Sigismondo Campagnoli, Attilio Diolaiti e Libero Dall’Olio.

Repressione, esilio e organizzazione libertaria

Completano il volume ricche appendici bibliografiche e una sezione fotografica con diversi inediti.

La documentazione attraversa le leggi antianarchiche del 1894, il fascismo, l’esilio, il confino, l’antifascismo e le lotte sindacali.

AmbitoFigure e temi
Fonti d’archivioUgo Fedeli, Pietro Bruzzi, Francesco Ghezzi, Clelia Premoli, Charles Hotz
Repressione ed esilioLuigi Galleani, Vittorio Pini, Amleto Fabbri, Torquato Gobbi, Maria Luisa Berneri
Sindacalismo e territorioClodoveo Bonazzi, Pietro Comastri, Sigismondo Campagnoli, Attilio Diolaiti, Libero Dall’Olio

La tradizione rivoluzionaria marxista in Italia

Il volume Apostoli e agitatori. La tradizione rivoluzionaria marxista in Italia ricostruisce una tradizione politica nella quale la rivoluzione viene affidata a militanti, organizzatori e interpreti chiamati a diffondere una visione generale della società.

Il titolo stesso richiama la duplice dimensione della tradizione rivoluzionaria: da una parte l’attività apostolica, intesa come diffusione di una dottrina e mobilitazione delle coscienze; dall’altra l’agitazione, intesa come intervento concreto nei conflitti politici e sociali.

La figura dell’apostolo rivoluzionario attraversa quindi esperienze diverse, dal cristianesimo delle origini alla Rivoluzione francese, dall’anarchismo al marxismo, mantenendo una tensione comune tra convinzione personale, testimonianza pubblica e trasformazione della storia.

Quando il linguaggio politico assume una funzione assoluta, i militanti possono diventare predicatori di una nuova fede; quando invece la critica dell’autorità rimane aperta alla pluralità, alla non-violenza e alla revisione continua delle proprie idee, l’immagine dell’apostolo lascia spazio a quella del testimone, dell’organizzatore e dell’uomo solidale.

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