Sodoma nel Catechismo della Chiesa cattolica: peccato, giudizio e misericordia

Nel Catechismo della Chiesa cattolica, Sodoma è richiamata anzitutto nel quadro della rivelazione biblica sul peccato, sulla responsabilità morale e sulla necessità della conversione. Il racconto di Genesi presenta Sodoma e Gomorra come città la cui malvagità era giunta al culmine: «Il grido contro Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave» (Genesi 18,20).

Il riferimento a Sodoma non va separato dall’intero insegnamento cristiano sulla libertà, sulla coscienza, sulla gravità del peccato, sul giudizio di Dio e sulla misericordia. Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù confronta Sodoma con le città che hanno visto i suoi miracoli e non si sono convertite: «Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora!» (Mt 11,23).

Sodoma nella Bibbia

Spostandoci più indietro nel tempo, potremo incontrare altre due città: Sodoma e Gomorra. Il libro della Genesi ci racconta che “Il grido contro Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave” (Genesi 18,20).

La malvagità dei loro abitanti era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male. In un dialogo (bellissimo) Abramo pregherà Dio di trattare con misericordia anche queste città.

“«Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? […] Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città».

Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque».

Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta».

Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta».

Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti».

«Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione” (Genesi 18, 23-33).

Ma di giusti il Signore non ne trovò neppure dieci. Così: “il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo” (Genesi 19,24-25).

Si salvò soltanto una parte della famiglia di Lot, nipote di Abramo. Sodoma e Gomorra a sud di Gerusalemme, in una valle ora occupata dal Mar Morto. Distrutte verso il 1900 a.C.

Sodoma e Gomorra nella valle del Mar Morto

Il confronto tra Sodoma, Ninive e le città della Galilea

Nella Bibbia troviamo il (bel) racconto della conversione di Ninive avvenuta ben 800 anni prima di Cristo. Ninive era una città assira, quindi pagana, nota per il carattere sanguinario dei suoi abitanti.

Là, dove ira e odio abbondavano, Dio inviò il profeta Giona ad annunciare: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta” (Giona 3,4). Ecco il miracolo: contro tutte le previsioni, la sanguinaria città ascoltò il grido del profeta e si convertì.

“Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere […] «ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?».

Dio vide le loro opere […] si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece” (cfr. Giona 3,6-10). Dio fu misericordioso con Ninive.

Ed ora arriviamo a Corazìn, Betsàida e Cafarnao, tre città che si affacciano sul mare della Galilea e che ebbero il privilegio di ospitare Gesù e di dare i natali a molti degli apostoli.

Pietro, Andrea e Filippo nacquero proprio a Betsàida, nella stessa città Gesù fece riacquistare la vista ad un cieco (cfr. Mc 8,22-26); a Cafarnao Gesù guarì la suocera di Pietro (cfr. Lc 4,31-44); nella sinagoga liberò un uomo posseduto da uno spirito impuro (cfr. Lc 4,31-44), sempre a Cafarnao avvennero il miracolo del servo del centurione (cfr. Mt 8,5-13), la guarigione del paralitico calato dal tetto (cfr. Gv 10,31-42) e molti altri prodigi.

Poi abbiamo Tiro e Sidone, due città dove Gesù fece una breve tappa e dove incontrò la donna Cananèa (cfr. Mt 15,21-28).

Ninive, la città lontana che non ha conosciuto Gesù, ma che si è convertita dopo l’annuncio della Parola di Dio.

Sodoma e Gomorra a sud di Gerusalemme, in una valle ora occupata dal Mar Morto. Distrutte verso il 1900 a.C.

Corazìn, Betsàida e Cafarnao, città dove Gesù ha vissuto per anni ed ha operato molti miracoli.

Tiro e Sidone, città dove Gesù è solo passato.

Sodoma nel Vangelo secondo Matteo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,20-24): in quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite.

«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite.

Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.

E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora!

Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

Il confronto evangelico non presenta Sodoma come una città innocente. Al contrario, il suo peccato è descritto nella Genesi come molto grave. Tuttavia, Gesù mette in evidenza anche la responsabilità di chi ha ricevuto una rivelazione più grande e ha visto i suoi prodigi senza convertirsi.

Corazìn, Betsàida e Cafarnao rappresentano l’uomo “incredulo”: chi, pur avendo visto da molto vicino i miracoli di Gesù, continua a rifiutarlo. Non accoglie Gesù come Messia, come Figlio di Dio.

Persone dal cuore indurito che, ahimè, anche oggi pur avendo davanti la prospettiva della Vita Eterna, preferiscono un istante di piacere terreno alla beatitudine eterna. Persone che, rinunciando a Dio, rinunciano alla Vita.

Non c’è peccato peggiore che vedere Dio e negarlo. Ah che privilegio! Poter vivere in compagnia di Gesù, poterlo sentire parlare, vederlo mentre guarisce gli infermi, magari mentre moltiplica i pani!

Eppure… anche tra costoro che hanno respirato la stessa aria di Gesù, bevuto la stessa acqua, calpestato lo stesso terreno… c’è chi si è ostinato a non credere.

Costoro, nel giorno del Giudizio, saranno trattati duramente! Più duramente di chi ha commesso forse peccati gravissimi, ma non ha conosciuto Gesù (Sodoma e Gomorra cfr. v. 24).

Più duramente di chi Gesù lo ha visto fugacemente (Tiro e Sidone cfr. v. 22).

Il significato del giudizio su Sodoma

Il testo evangelico collega la gravità del giudizio non soltanto alla gravità oggettiva del male, ma anche alla luce ricevuta e alla risposta libera della persona. Gesù parla di città che hanno visto i suoi prodigi e non si sono convertite.

Il giudizio riguarda quindi la responsabilità davanti alla verità conosciuta. La predicazione cristiana non autorizza a usare Sodoma per proclamare la condanna di altre persone, perché il giudizio definitivo appartiene a Dio.

Il Catechismo insegna che Dio, infinitamente perfetto e beato in se stesso, per un disegno di pura bontà, ha liberamente creato l'uomo per renderlo partecipe della sua vita beata.

Per questo, in ogni tempo e in ogni luogo, egli è vicino all'uomo. Lo chiama e lo aiuta a cercarlo, a conoscerlo, e ad amarlo con tutte le forze.

Convoca tutti gli uomini, che il peccato ha disperso, nell'unità della sua famiglia, la Chiesa. Lo fa per mezzo del Figlio suo, che nella pienezza dei tempi ha mandato come Redentore e Salvatore.

In lui e mediante lui, Dio chiama gli uomini a diventare, nello Spirito Santo, suoi figli adottivi e perciò eredi della sua vita beata.

Peccato mortale e responsabilità morale

Leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica: “Scegliere deliberatamente, cioè sapendolo e volendolo, una cosa gravemente contraria alla Legge divina e al fine ultimo dell’uomo è commettere un peccato mortale.

Esso distrugge in noi la carità, senza la quale la beatitudine eterna è impossibile. Se non ci si pente, conduce alla morte eterna“.

Il Catechismo della Chiesa cattolica è concepito come una esposizione organica di tutta la fede cattolica. È, dunque, necessario leggerlo come un’unità.

Questo catechismo ha lo scopo di presentare una esposizione organica e sintetica dei contenuti essenziali e fondamentali della dottrina cattolica sia sulla fede che sulla morale, alla luce del Concilio Vaticano II e dell’insieme della Tradizione della Chiesa.

Le sue fonti principali sono la Sacra Scrittura, i Santi Padri, la Liturgia e il Magistero della Chiesa. Esso è destinato a servire come “un punto di riferimento per i catechismi o compendi che vengono preparati nei diversi paesi”.

La parte terza del catechismo presenta il fine ultimo dell'uomo, creato ad immagine di Dio: la beatitudine e le vie per giungervi: un agire retto e libero, con l'aiuto della legge e della grazia di Dio; un agire che realizza il duplice comandamento della carità, esplicitato nei dieci comandamenti di Dio.

Conversione, confessione e riconciliazione

Durante il suo ministero pubblico, Gesù ha invitato la gente a convertirsi e a credere che Dio è misericordioso e che nessun peccato è più grande della sua misericordia.

Ha accolto i peccatori e ha partecipato a conviti festosi con loro, per riconciliarli con Dio. Compiendo miracoli, ha manifestato di possedere il potere divino di rimettere i peccati, come quando a Cafàrnao ha operato la guarigione fisica del paralitico dopo aver operato quella spirituale.

Dopo la sua morte e risurrezione, il Signore ha effettivamente trasmesso alla Chiesa il potere di rimettere i peccati nella potenza dello Spirito, come parte fondamentale della salvezza realizzata nel mistero pasquale: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi» (Gv 20,22-23).

Per questo l’apostolo Paolo può dire che Dio «ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18).

Questa missione viene svolta innanzitutto con la predicazione del vangelo, che chiama alla fede e alla conversione, e poi con il battesimo, che cancella ogni genere di peccato.

Ma, pur essendo riconciliati, i battezzati non sono immuni per sempre dal peccato. L’uomo è fragile, come giunco che si piega ad ogni vento: «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10,12).

La vita è un cammino di conversione e la Chiesa è un popolo di penitenti, chiamato a rinnovarsi incessantemente sotto il giudizio esigente e misericordioso della parola di Dio.

Ai battezzati ricaduti nella schiavitù del peccato, il Signore offre una nuova possibilità di salvezza attraverso il sacramento della penitenza o riconciliazione, quasi un secondo battesimo.

I tre elementi della riconciliazione

Il sacramento che esprime e attua la conversione del cristiano viene designato con tre nomi, che derivano dai suoi elementi costitutivi: penitenza, confessione, riconciliazione.

Occorre anzitutto la penitenza o cambiamento del cuore. Il peccatore, mosso dallo Spirito Santo, riscopre il volto santo e misericordioso del Padre, esamina se stesso, prende coscienza dei propri peccati; ne prova dolore; li detesta; propone di non commetterli più; si impegna a cambiare radicalmente la propria vita, a riordinarla secondo il vangelo.

Fare l’esame di coscienza significa valutare la propria posizione davanti a Dio, alla luce della sua parola, e riconoscere i peccati commessi in pensieri, parole, opere e omissioni, gravi o leggeri, con piena responsabilità o per fragilità.

Il pentimento dei peccati si chiama anche “dolore perfetto” o “contrizione”, quando è ispirato dall’amore filiale verso Dio, degno di essere amato sopra ogni cosa; “dolore imperfetto” o “attrizione”, quando è ispirato dalla paura.

Nell’un caso come nell’altro include il fermo proposito di rompere con il peccato e di evitare le occasioni, quindi è sufficiente per disporsi a ricevere il perdono nel sacramento.

Il pentimento interiore si esprime esteriormente nella confessione e in un impegno concreto di penitenza. Mediante la confessione il penitente manifesta, con umiltà e sincerità, davanti al sacerdote tutti i peccati mortali di cui si ricorda e che non ha già confessato in altra occasione.

È bene dire anche i peccati veniali, specialmente i più pericolosi per la vita spirituale. La confessione fiduciosa dei propri peccati implica la confessione di lode del Dio misericordioso: l’amore vince il timore e lo sconforto.

L’impegno di penitenza, chiamato anche soddisfazione, è un rimedio del peccato, un segno di riparazione e di cambiamento della vita.

Il penitente non solo è tenuto per giustizia a riparare eventuali danni, materiali o morali, recati al prossimo, ma deve anche recuperare la piena guarigione spirituale e restaurare il disordine causato dai suoi peccati, che almeno in parte rimane dopo l’assoluzione.

Al peccatore che manifesta il suo pentimento mediante la confessione dei peccati e l’accettazione di un impegno di penitenza, Dio concede il suo perdono attraverso l’assoluzione data dal sacerdote.

Il Padre accoglie il figlio che torna a casa. Cristo prende sulle spalle la pecora perduta. Lo Spirito santifica ancora il tempio della sua presenza.

Il sacerdote, come il Signore Gesù, è fratello che comprende, medico che cura, maestro che insegna la strada, giudice che lega e scioglie.

L’assoluzione che egli dà, è riconciliazione con Dio e con la Chiesa, come insegna il concilio Vaticano II: «Coloro che si accostano al sacramento della penitenza ottengono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese a lui arrecate e la riconciliazione con la Chiesa che hanno ferito col loro peccato».

La misericordia di Dio e la possibilità di tornare

Il peccato è offesa all’amore di Dio e insieme danno arrecato, direttamente o indirettamente, alla Chiesa: è quindi ragionevole che la riconciliazione con Dio sia congiunta alla riconciliazione con la Chiesa.

È ragionevole che si debba ricorrere al sacerdote che la rappresenta. Di più, la presenza del sacerdote indica che la giustificazione è dono che si riceve, non traguardo che si conquista.

Non ci si battezza da soli e non ci si assolve da soli: un peccatore non può darsi la vita nuova dei figli di Dio, come un morto non può risuscitare se stesso.

Il sacramento della penitenza è il vertice di un più ampio ministero di riconciliazione, con cui la Chiesa accompagna il cammino di conversione dei suoi membri: annuncio della parola di Dio, correzione fraterna, perdono delle offese, gesti penitenziali, opere di carità.

Il sacramento è necessario per quanti sono caduti in peccato mortale dopo il battesimo: nella Chiesa per la riconciliazione «ci sono l’acqua e le lacrime, l’acqua del battesimo e le lacrime della penitenza».

Si può certo ottenere il perdono anche prima del sacramento, non però senza di esso, perché il dolore perfetto che giustifica, include il desiderio e il proposito di confessarsi al più presto.

Invece il sacramento non è necessario per la remissione dei peccati veniali: basta essere sinceramente pentiti, compiere opere di carità, partecipare all’eucaristia.

È comunque utile confessare anche i peccati veniali, per ricevere la forza di una più sicura crescita spirituale.

Sodoma, il peccato e il rispetto della persona

Il richiamo a Sodoma deve essere letto alla luce dell’intero insegnamento della Chiesa sulla dignità umana, sulla responsabilità personale e sulla misericordia. La condanna del peccato non può diventare disprezzo per la persona.

La vita degna delle persone, la maturità affettiva e psicosessuale, libera da ingiustificati conflitti di coscienza, la corretta comprensione dei diritti e doveri legati alla sessualità, non possono aspettare a lungo una risposta religiosa coerente con l’aggiornato sapere umano e biblico.

La rigorosa ricerca offerta dalla Dichiarazione accademica è lungi da essere esclusivamente una prova di alta competenza e di sofisticata arte esegetica e teologica, poco accessibile a non specialisti.

In realtà, dietro l’accademia stanno le persone e l’accademia si pone empaticamente da parte delle persone, specialmente quando rappresentano la minoranza, quegli “ultimi” che sono e devono essere anche la prima preoccupazione della Chiesa.

Quando le persone soffrono, perché si sentono discriminate e perseguitate, rifiutate o marginalizzate a causa di dottrine, leggi e discipline le cui giustificazioni ormai presentano molto più che fondati dubbi, l’attenta ed empatica revisione da parte delle autorità ecclesiali competenti è dovere religioso e cristiano.

La Chiesa non pretende di arrestare il mirabile progresso delle scienze. Al contrario, si rallegra e perfino gode riconoscendo l’enorme potenziale che Dio ha dato alla mente umana.

Quando il progresso delle scienze, mantenendosi con rigore accademico nel campo del loro specifico oggetto, rende evidente una determinata conclusione che la ragione non può negare, la fede non la contraddice.

Il papa stesso anticipa una positiva risposta ecclesiale alle competenti richieste: l’ascolto dev’essere il primo passo, ma bisogna farlo con la mente e il cuore aperti, senza pregiudizi.

Ascoltare è lasciarsi colpire dalla realtà. La presente ricerca accademica affronta la realtà più intima della persona umana, e “la realtà è superiore all’idea”.

Il Catechismo letto come un’unità

Quando professiamo la nostra fede, cominciamo dicendo: “Io credo” oppure “Noi crediamo”. La fede è la risposta dell'uomo a Dio che gli si rivela e gli si dona, apportando nello stesso tempo una luce sovrabbondante all'uomo in cerca del senso ultimo della vita.

Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l'uomo e soltanto in Dio l'uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa.

Nel corso della loro storia, e fino ai giorni nostri, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti religiosi.

Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme d'espressione sono così universali che l'uomo può essere definito un essere religioso.

La catechesi è un'educazione della fede dei fanciulli, dei giovani e degli adulti, la quale comprende in special modo un insegnamento della dottrina cristiana, generalmente dato in modo organico e sistematico, al fine di iniziarli alla pienezza della vita cristiana.

La catechesi è intimamente legata a tutta la vita della Chiesa. Non soltanto l'estensione geografica e l'aumento numerico, ma anche, e più ancora, la crescita interiore della Chiesa, la sua corrispondenza al disegno divino, dipendono essenzialmente da essa.

Per concludere questa presentazione, è opportuno ricordare il seguente principio pastorale enunciato dal Catechismo Romano: tutta la sostanza della dottrina e dell'insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine.

Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri della attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all'amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall'amore, come nell'amore ha d'altronde il suo ultimo fine.

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