Sinodo sul matrimonio dei preti: celibato, sacerdoti sposati e prospettive per la Chiesa

Il Sinodo dei vescovi per la Regione panamazzonica, svoltosi in Vaticano dal 6 al 27 ottobre 2019, non ha riguardato soltanto il matrimonio dei preti o l’eventuale ordinazione di uomini sposati. Il dibattito ha coinvolto la conversione ecologica, il riconoscimento delle culture indigene, l’accesso all’Eucaristia nelle comunità remote, il ruolo delle donne e il futuro dei ministeri ecclesiali.

Il Documento finale ha proposto di stabilire criteri per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, già impegnati in un diaconato permanente fecondo, adeguatamente formati per il presbiterato e con una famiglia legittimamente costituita e stabile. La proposta riguardava le zone più remote dell’Amazzonia e non comportava automaticamente la fine del celibato obbligatorio nella Chiesa latina.

Che cosa ha deciso il Sinodo sull’Amazzonia

Prima del Sinodo l’attenzione si era concentrata sul n. 129 dell’Instrumentum laboris, che apriva alla «possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile».

Al termine dell’assemblea sinodale, il paragrafo più ripreso è stato invece il n. 111 del Documento finale, nel quale si propone l’ordinazione sacerdotale di «uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

Il paragrafo sui preti sposati è stato approvato con la maggioranza dei due terzi richiesta: 128 voti favorevoli e 41 contrari. La decisione ha quindi aperto una possibilità disciplinare, ma non ha abolito il celibato sacerdotale né ha stabilito che ogni sacerdote possa sposarsi dopo l’ordinazione.

La proposta finale è stata diversa dalla via inizialmente associata ai cosiddetti viri probati, cioè uomini sposati di provata fede e virtù scelti per ricevere direttamente l’ordinazione sacerdotale. Il cammino indicato dal documento riguardava invece uomini sposati già ordinati diaconi permanenti, chiamati a ricevere una formazione adeguata per il presbiterato.

Il problema dell’accesso ai sacramenti in Amazzonia

«Molte delle comunità ecclesiali del territorio amazzonico - si legge nel documento finale del Sinodo - hanno enormi difficoltà di accesso all’Eucaristia. A volte ci vogliono non solo mesi, ma anche diversi anni prima che un sacerdote possa tornare in una comunità per celebrare l’Eucaristia, offrire il sacramento della riconciliazione o ungere i malati nella comunità».

La proposta dei padri sinodali nasce dunque da una situazione pastorale concreta: la grande distanza tra le comunità, la scarsità di sacerdoti e l’impossibilità per molti fedeli di partecipare regolarmente alla celebrazione dei sacramenti. L’ordinazione di uomini sposati sarebbe stata pensata come risposta alle esigenze delle comunità più remote della regione amazzonica.

Il documento ha però ribadito il valore del celibato sacerdotale: «Apprezziamo il celibato come dono di Dio nella misura in cui questo dono permette al discepolo missionario, ordinato al presbiterato, di dedicarsi pienamente al servizio del popolo santo di Dio. Esso stimola la carità pastorale e preghiamo che ci siano molte vocazioni che vivono il sacerdozio celibe».

La stessa formulazione precisa che la disciplina celibataria «non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio», pur possedendo «molteplici ragioni di convenienza con esso». Il Sinodo ha inoltre richiamato l’enciclica di san Paolo VI sul celibato sacerdotale e l’esortazione post-sinodale di san Giovanni Paolo II sulla formazione sacerdotale, pubblicata nel 1992.

Celibato sacerdotale e sacerdozio uxorato

La possibilità di ordinare uomini sposati è stata inserita dopo la riaffermazione della dottrina e della disciplina del celibato sacerdotale. Per questo il passaggio del Documento finale è più prudente di quanto possa sembrare a una prima lettura.

Il problema centrale è stabilire se si possa parlare di sacerdozio di uomini sposati, tecnicamente detto sacerdozio «uxorato», senza mettere in discussione le motivazioni teologiche, spirituali e pastorali che sostengono il celibato obbligatorio dei preti nella Chiesa latina.

Una possibile interpretazione consiste nel considerare il sacerdozio celibatario come norma e quello di uomini sposati come eccezione dovuta a contingenze culturali o storiche. Si tratta di uno schema già conosciuto nella Chiesa cattolica.

Il clero sposato è presente in diverse Chiese cattoliche di rito orientale. È riconosciuto anche dal Codice dei canoni delle Chiese orientali del 1990, che afferma: «Il celibato dei chierici, scelto per il Regno dei cieli e tanto conveniente per il sacerdozio, dev’essere tenuto ovunque in grandissima stima, secondo la tradizione della Chiesa universale; così pure dev’essere tenuto in onore lo stato dei chierici uniti in matrimonio, sancito attraverso i secoli dalla prassi della Chiesa primitiva e delle Chiese orientali».

La disciplina delle Chiese orientali

Nelle Chiese orientali cattoliche esistono sacerdoti celibi e sacerdoti sposati. Non si tratta, tuttavia, di uomini che si sposano dopo essere diventati sacerdoti: sono uomini già sposati che ricevono l’ordinazione.

Un sacerdote che è già tale non può sposarsi né in Oriente né in Occidente. Anche un prete sposato, se diventa vedovo, non può risposarsi. I vescovi, inoltre, sono tenuti al celibato anche nelle Chiese orientali.

Il patriarca caldeo Louis Raphaël Sako ha ricordato che nelle Chiese orientali convivono sacerdoti celibi e sacerdoti sposati. Nella Chiesa caldea, secondo la sua testimonianza, ci sono una ventina di preti sposati, mentre la maggioranza dei sacerdoti è celibe.

Secondo questa prospettiva, il matrimonio è un sacramento, mentre il celibato è una disciplina e non una dottrina di fede. Ordinare persone sposate idonee non annullerebbe la presenza dei preti celibi, perché il celibato rimarrebbe un carisma molto apprezzato e una scelta distinta.

Le Chiese orientali, cattoliche e ortodosse, hanno continuato ad avere preti celibi e sposati che vivono in armonia. In questa esperienza, il clero sposato non viene presentato come una forma di concorrenza nei confronti dei sacerdoti celibi.

La situazione nella Chiesa latina

Nella Chiesa di rito latino, già dai tempi di papa Pio XII, i pontefici hanno concesso dispense dall’obbligo celibatario per ordinare presbiteri ex pastori di tradizione luterana o anglicana. La stessa possibilità è prevista dalla costituzione apostolica Anglicanorum coetibus del 2009, promulgata da Benedetto XVI.

Questi casi mostrano che nella disciplina latina esistono già eccezioni all’obbligo generale del celibato. Per questo, legare la possibilità di un clero uxorato a ragioni contingenti, comprese le difficoltà culturali e pastorali delle comunità amazzoniche, non rappresenterebbe necessariamente una rottura assoluta con la disciplina ecclesiastica.

Se la questione dei preti sposati venisse inserita nella predisposizione di un «rito amazzonico», si riproporrebbe lo schema secondo cui il diritto particolare prevede un’eccezione, mentre resta ferma la disciplina generale della legislazione universale.

Il possibile rito amazzonico e una Chiesa sui iuris

Sotto il profilo canonistico, la novità più rilevante potrebbe essere l’istituzione di una Chiesa sui iuris, cioè dotata di un proprio diritto particolare, all’interno del rito latino.

Le diversità esclusivamente liturgiche che caratterizzano i riti latini, come il rito romano, il rito ambrosiano e il rito mozarabico, non permettono di considerare sui iuris queste Chiese particolari.

Nel caso di una Chiesa «amazzonica», invece, la diversità rispetto agli altri riti latini potrebbe essere anche ordinamentale e disciplinare, non soltanto liturgica. Sarebbe quindi necessario pensare a un corpo normativo proprio, sebbene particolare.

La questione non riguarderebbe dunque soltanto la celebrazione della liturgia, ma anche l’organizzazione dei ministeri, i requisiti per l’ordinazione e la disciplina del clero in una determinata regione.

Il ruolo dei diaconi permanenti

Il Documento finale non parla semplicemente di viri probati, ma propone di conferire l’ordinazione sacerdotale a diaconi permanenti. Questa scelta solleva una questione specifica: la vocazione alla stabilità nel grado diaconale non coincide necessariamente con la vocazione al ministero presbiterale.

In altre parole, viene prospettata per la regione amazzonica come regola quella che il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti del 1998 considera «una rarissima eccezione, possibile soltanto quando speciali e gravi ragioni lo suggeriscono».

La proposta sinodale non si limita quindi a introdurre l’ordinazione di uomini sposati, ma modifica anche il rapporto tra diaconato permanente e presbiterato. Il diaconato permanente, concepito come vocazione stabile, potrebbe diventare in determinati casi una tappa verso il sacerdozio.

Il significato dell’approccio universale

Il passaggio forse più innovativo del n. 111 del Documento finale è l’ultimo breve periodo: «A questo proposito, alcuni si sono espressi a favore di un approccio universale all’argomento».

Alcuni padri sinodali hanno quindi chiesto che il tema non venga considerato esclusivamente come una questione amazzonica. Un approccio universale, però, presuppone innanzitutto un cambiamento di prospettiva.

Finché il sacerdozio uxorato sarà interpretato nella Chiesa cattolica come un’eccezione rispetto alla regola del sacerdozio celibatario, sarà difficile sviluppare una riflessione veramente universale. Una simile lettura rischia di dividere i preti di serie A dai preti di serie B, cioè dai pochi sacerdoti che vivono in uno stato coniugale.

La questione richiede invece un’ampia riflessione teologica, etica e giuridica sul senso e sul significato dei ministeri nella comunità ecclesiale. Occorre coniugare la fedeltà al messaggio evangelico con la necessità di elaborare nuove categorie.

Il tema non dovrebbe essere affrontato per compartimenti stagni, come se prima si dovesse discutere dell’ordinazione degli uomini sposati e soltanto in seguito dell’accesso delle donne ai ministeri istituiti e al diaconato. Sarebbe necessario un discorso organico sui ministeri ecclesiali, portato avanti con serenità, libertà e parresia.

Le donne diacono nel dibattito sinodale

La decisione sulle donne diacono è stata diversa da quella sui preti sposati. Il tema è stato rinviato alla Commissione di studio con 137 voti favorevoli e 30 contrari.

«Nelle numerose consultazioni che si sono svolte in Amazzonia - si legge nel documento finale - è stato riconosciuto e sottolineato il ruolo fondamentale delle religiose e delle laiche nella Chiesa amazzonica e nelle sue comunità, visti i molteplici servizi che offrono».

In molte consultazioni era stato sollecitato il diaconato permanente per le donne. Per questo motivo l’argomento è stato ampiamente discusso durante il Sinodo.

Nel 2016 papa Francesco aveva creato una Commissione di studio sul diaconato delle donne. La Commissione era arrivata a un risultato parziale sulla realtà del diaconato femminile nei primi secoli della Chiesa e sulle sue implicazioni attuali.

I padri sinodali hanno chiesto di condividere con la Commissione le esperienze e le riflessioni maturate in Amazzonia e di attenderne i risultati. La richiesta è stata accolta da papa Francesco, che ha annunciato la riconvocazione della Commissione con nuovi membri.

Le richieste di una revisione del celibato

Nei giorni precedenti e successivi al Sinodo, diversi cardinali e vescovi hanno prospettato una revisione della disciplina ecclesiastica del celibato obbligatorio.

Il cardinale Reinhard Marx, già presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha sostenuto che «alcuni preti starebbero meglio se fossero sposati», non soltanto per motivi sessuali, ma anche perché il matrimonio potrebbe migliorare la loro vita e impedire la solitudine. Secondo Marx, sarebbe necessario creare la possibilità di avere sacerdoti celibi e sacerdoti sposati.

Il cardinale Jean-Claude Hollerich ha invitato a domandarsi con franchezza se un sacerdote debba essere necessariamente celibe. Pur dichiarando di avere un’opinione molto alta del celibato, ha osservato che alcuni diaconi sposati della sua diocesi esercitano il loro ministero in modo efficace e pronunciano omelie capaci di toccare profondamente le persone.

L’arcivescovo Charles Scicluna ha dichiarato: «Se dipendesse da me, rivedrei il requisito del celibato. L’esperienza mi ha dimostrato che è qualcosa a cui dobbiamo pensare seriamente».

Scicluna ha aggiunto che nel corso dei decenni molti sacerdoti hanno lasciato il ministero proprio a causa del divieto di sposarsi. Ha inoltre ricordato che anche nella Chiesa cattolica esistono riti nei quali sono ammessi sacerdoti sposati, come accade nella tradizione ortodossa e bizantina.

Papa Francesco ha affermato che il celibato sacerdotale non è eterno come l’ordinazione, ma è una disciplina che potrebbe essere rivista. Ha inoltre lasciato aperta la possibilità di riprendere la questione dei viri probati per rispondere alle situazioni di grave carenza di sacerdoti.

La crisi delle vocazioni e la proposta dei sacerdoti sposati

Per molti riformatori, consentire ai preti di formare una famiglia potrebbe contribuire ad affrontare la diminuzione delle vocazioni e la crisi dell’organizzazione ecclesiale in diversi Paesi segnati da una forte secolarizzazione.

Il dibattito sul celibato è stato inoltre collegato alle richieste provenienti da alcune Chiese locali, soprattutto dall’episcopato tedesco, e alla preparazione del Sinodo sulla sinodalità.

Una parte del dibattito considera il celibato obbligatorio un ostacolo per alcuni uomini che si sentono chiamati al sacerdozio, ma non intendono rinunciare al matrimonio. In questa prospettiva, la possibilità di ordinare uomini sposati potrebbe evitare che alcune vocazioni vengano abbandonate.

Altri osservatori ritengono invece che il matrimonio non abbia impedito la diminuzione delle vocazioni tra pastori protestanti e anglicani, pope ortodossi e rabbini ebraici. Da questo punto di vista, l’abolizione del celibato non garantirebbe automaticamente un aumento delle vocazioni.

La crisi delle vocazioni non elimina, inoltre, le ragioni teologiche del celibato. Il problema della diminuzione dei sacerdoti potrebbe avere cause diverse e non potrebbe essere risolto attraverso una sola modifica disciplinare.

La prospettiva favorevole al celibato

Il celibato ecclesiastico non è un dogma e la disciplina vigente può essere modificata. Tuttavia, esistono ragioni teologiche, spirituali e pastorali a favore del suo mantenimento come requisito ordinario del sacerdozio latino.

La prima ragione è il riferimento a Gesù, che non si è sposato, e al sacerdote come alter Christus. In questa prospettiva, il celibato sacerdotale è modellato sul celibato di Cristo e rende il sacerdote a Lui il più possibile somigliante.

Nei Vangeli si trovano affermazioni che richiedono una rottura con i rapporti familiari: «Chi non odia suo padre e sua madre non può essere mio discepolo; chi non odia suo figlio e sua figlia non può essere mio discepolo». In Matteo 19,12 Gesù parla inoltre di «eunuchi che si sono resi tali essi stessi per il regno».

Queste parole sono interpretate come un riferimento a uomini che, attraverso una libera scelta, intraprendono la via del celibato come servizio totale a Dio. Il Direttorio della Congregazione per il Clero del 1994 ricorda che Gesù, andando contro la cultura dominante del suo tempo, ha scelto liberamente di vivere celibe.

Secondo questa interpretazione, la Chiesa fin dai tempi apostolici ha voluto conservare il dono della continenza perpetua dei chierici e si è orientata a scegliere i candidati all’Ordine sacro tra i celibi.

Celibato come scelta di amore e di dedizione

Il celibato ecclesiastico, pienamente compreso nel suo significato, viene presentato come una scelta di amore esclusivo per Gesù, dalla quale si irradia l’amore per tutte le persone amate da Lui.

Secondo san Paolo, «chi non è sposato si preoccupa [...] come possa piacere al Signore». «Piacere al Signore» significa amarLo, perché si cerca di piacere alle persone che si amano.

Il sacerdote celibe può quindi dedicare la propria vita alla relazione con Dio e al servizio della comunità senza assumere gli obblighi propri del matrimonio e della famiglia. L’uomo sposato, invece, deve preoccuparsi anche della moglie, dei figli e delle responsabilità familiari.

San Paolo afferma che l’uomo sposato «si trova diviso» a causa dei suoi doveri familiari. Da questa constatazione si ricava che il celibe può dedicarsi completamente a Dio.

La stessa argomentazione viene applicata alla donna sposata e alla donna non sposata: mentre la donna coniugata deve preoccuparsi di «come possa piacere al marito», quella non sposata «si preoccupa delle cose del Signore».

La forma eucaristica del ministero sacerdotale

Il cardinale Castrillon Hoyos ha sottolineato una connessione tra l’Eucaristia e lo stato del sacerdote, il quale può «trasformare la propria esistenza sacerdotale in un dono radicale per la Chiesa e per l’umanità», assumendo una «forma eucaristica».

L’Eucaristia è il momento culminante nel quale Cristo, attraverso il suo Corpo donato e il suo Sangue versato per la salvezza, manifesta il mistero della sua identità e indica il senso del ministero sacerdotale.

Il sacerdote che amministra l’Eucaristia, cioè il dono perfetto, può essere egli stesso un dono totale mediante il celibato.

Anche una persona sposata deve collocare Gesù al centro delle proprie azioni e del proprio matrimonio. Tuttavia, secondo questa prospettiva, la disponibilità di tempo e di energie del sacerdote celibe può essere concretamente più ampia di quella di una persona vincolata agli impegni familiari.

Le relazioni umane del sacerdote celibe

Il celibato non deve essere inteso come disprezzo delle relazioni umane o come rinuncia assoluta all’amore. Essere «eunuchi per il regno» non significa rinunciare a legami profondi.

Oltre alla relazione centrale con Gesù, al sacerdote è data la fraternità con gli altri «celibi per il regno» e con i fedeli affidati al suo ministero.

Gesù si rapporta ai suoi discepoli come amico e li invita a considerarsi amici e fratelli. Anche san Paolo ha coltivato relazioni profonde con Timoteo, Tito, Silvano e Luca.

La profonda immedesimazione con Gesù, espressa nelle parole «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», non ha escluso le amicizie, ma le ha promosse.

Gli Atti degli Apostoli riferiscono inoltre che gli apostoli vivevano e si muovevano in gruppi o almeno in coppia, mantenendo legami di amicizia e familiarità.

Il celibato sacerdotale, secondo questa visione, non è una rinuncia all’amore, ma la scelta di amare radicalmente Gesù, gli altri sacerdoti e i fedeli affidati al sacerdote.

Gli apostoli sposati e l’interpretazione della tradizione

È vero che alcuni apostoli erano sposati: nei Vangeli viene menzionata la suocera di Pietro e nella Prima lettera a Timoteo san Paolo afferma che il candidato all’episcopato deve essere marito di una sola moglie.

Secondo alcuni studi sulla tradizione dei Padri della Chiesa, tuttavia, gli apostoli sposati prima di seguire Gesù avrebbero interrotto la vita coniugale con il consenso delle mogli e praticato la continenza.

Se le mogli fossero rimaste con loro, avrebbero vissuto come sorelle e non più come spose. Gli apostoli, infatti, furono invitati a lasciare tutto per diventare «pescatori di uomini».

Questa interpretazione è contestata da chi sottolinea il carattere esplicito dei riferimenti neotestamentari al matrimonio e alla presenza di apostoli sposati. Il dibattito storico rimane quindi legato al modo in cui vengono interpretati i testi biblici e la testimonianza dei primi secoli.

La storia del celibato nella Chiesa

Le argomentazioni a favore o contro il matrimonio dei sacerdoti fanno spesso riferimento alla storia del celibato ecclesiastico. Una posizione sostiene che il celibato non sarebbe stato obbligatorio nel primo millennio e sarebbe diventato vincolante soltanto in seguito.

Secondo questa ricostruzione, fino al 1100 «c’era chi lo sceglieva e chi no». Nel secondo millennio, l’obbligo sarebbe stato rafforzato per due motivi: la progressiva valutazione negativa della sessualità, ritenuta indegna per i ministri del sacro, e la possibilità per le gerarchie di controllare meglio uomini privi di famiglia e di questioni ereditarie.

Il sacerdote cattolico sarebbe così diventato sempre più simile al monaco. Ma il monaco e il ministro della Chiesa sono identità diverse: il monaco sceglie una vita orientata alla solitudine con Dio, mentre il sacerdote determina la propria esistenza nel servizio alla comunità.

Il termine «monaco» deriva dal greco mònos, cioè solo o solitario. Il prete, diminutivo di presbitero, cioè «più anziano», esiste invece in funzione della comunità ed è chiamato a guidarla in quanto dotato di saggezza ed esperienza di vita.

Le diverse letture dell’esperienza sacerdotale

Una delle domande più discusse riguarda il rapporto tra celibato, saggezza ed esperienza. Quando i sacerdoti celibi parlano della famiglia, della sessualità, dei figli e degli altri problemi della vita affettiva, quale esperienza possono avere?

Alcuni sacerdoti dispongono di moltissima esperienza perché il celibato consente loro di conoscere molte famiglie. Altri dispongono di poca o nessuna esperienza perché il celibato li porta a chiudersi alle relazioni in una vita solitaria e fredda.

Da questa prospettiva, il celibato può avere un valore positivo per alcuni e negativo per altri. Perciò dovrebbe essere lasciato alla libera scelta della coscienza, come sarebbe accaduto nel primo millennio.

La qualità della vita spirituale, inoltre, non dipende necessariamente dall’astinenza sessuale e neppure dall’assenza di una famiglia. Tra le figure cristiane sposate vengono ricordati Pavel Florenskij, Sergej Bulgakov, Karl Barth e Paul Tillich.

Anche Dietrich Bonhoeffer, se non fosse stato impiccato dai nazisti, si sarebbe sposato. Etty Hillesum, considerata una delle figure più luminose della mistica femminile contemporanea, ebbe una vita sessuale intensa.

Raimon Panikkar, sacerdote cattolico e tra i grandi teologi del Novecento, si sposò civilmente senza che la Chiesa gli togliesse la funzione sacerdotale.

Le due prospettive bibliche

«Non è bene che l’uomo sia solo», dichiara Genesi 2,18. Gesù, però, parla di «eunuchi che si sono resi tali per il regno dei cieli» in Matteo 19,12.

La storia bimillenaria della Chiesa cattolica si è sviluppata tra queste due affermazioni bibliche, privilegiando per i sacerdoti ora l’una ora l’altra.

Secondo una lettura favorevole al matrimonio dei preti, non si può sostenere che il primo millennio cristiano, privo di celibato obbligatorio, sia stato inferiore al secondo millennio.

Secondo la lettura favorevole al celibato, invece, la scelta della continenza sacerdotale risalirebbe agli albori della Chiesa e sarebbe stata mantenuta come forma di dedizione totale a Cristo e alla comunità.

Il celibato nelle Chiese orientali secondo una diversa ricostruzione storica

Una ricostruzione storica sostenuta da alcuni studiosi afferma che il celibato o la continenza dei chierici risalirebbero già all’epoca apostolica anche nella Chiesa d’Oriente.

Secondo questa interpretazione, fin dai tempi della Chiesa primitiva i sacerdoti erano uomini non sposati oppure uomini che ricevevano l’ordine sacro essendo già sposati, ma che da quel momento, con il consenso della moglie, si impegnavano alla continenza.

Nel 691, al Concilio Trullano, la Chiesa d’Oriente avrebbe modificato questa disciplina, anche a causa dell’interferenza degli imperatori di Bisanzio.

Questa tesi non elimina la presenza storica del clero sposato nelle Chiese orientali, ma interpreta tale presenza come il risultato di una successiva evoluzione disciplinare.

Il celibato non è un matrimonio mancato

La vocazione al sacerdozio e l’esercizio del ministero sono un dono, non un diritto, così come è un dono la vocazione al matrimonio. «Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro».

In questa prospettiva, il celibato e il matrimonio sono due forme diverse di vocazione cristiana. Il matrimonio non dovrebbe essere considerato una minaccia al celibato e il celibato non dovrebbe essere considerato un giudizio negativo sul matrimonio.

Il problema nasce quando una disciplina ecclesiastica viene percepita come incompatibile con una vocazione personale al matrimonio. Da qui deriva la richiesta di permettere, in determinati casi, l’ordinazione di uomini sposati senza eliminare la possibilità del sacerdozio celibatario.

Il rischio della ricattabilità dei sacerdoti sposati

Tra le ragioni pratiche a favore del celibato viene indicata la maggiore vulnerabilità del sacerdote sposato. Un sacerdote con moglie e figli potrebbe essere più facilmente influenzato o ricattato attraverso minacce rivolte ai familiari.

Sarebbe possibile minacciarlo di rivelare reati o peccati della moglie e dei figli, di torturare o uccidere i suoi cari oppure di promettere benefici per loro. Questa situazione è stata collegata anche alle persecuzioni subite dai preti ortodossi sotto il comunismo in Unione Sovietica.

Secondo questa prospettiva, la rinuncia ai legami familiari può favorire relazioni profonde e costanti con altri discepoli di Gesù, senza comportare una rinuncia a ogni legame umano.

Celibato e abusi nel clero

È stato sostenuto che il celibato sacerdotale non costituisca una causa della pedofilia nel clero. I sostenitori di questa tesi osservano che i casi di pedofilia accertata riguardano anche uomini sposati, tra cui pastori protestanti, insegnanti e operatori di scuole e asili.

Secondo le ricerche richiamate nel dibattito, la percentuale di pedofili sposati sarebbe molto elevata. Questo dato viene utilizzato per sostenere che il matrimonio non costituisca una garanzia contro gli abusi.

La gravità dei reati non dipende però dalla forma di vita del responsabile. Anche un solo caso è esecrabile e ogni istituzione deve adottare misure efficaci di prevenzione, denuncia e tutela delle vittime.

Le relazioni clandestine e i sacerdoti che lasciano il ministero

Una lettera indirizzata a papa Francesco da 26 donne ha portato all’attenzione la sofferenza di persone che vivono, hanno vissuto o desiderano vivere una relazione d’amore con un sacerdote.

Le firmatarie hanno descritto «la devastante sofferenza a cui è soggetta una donna che vive con un prete la forte esperienza dell’innamoramento». Il loro obiettivo era presentare questa sofferenza perché qualcosa potesse cambiare non soltanto per loro, ma per il bene della Chiesa.

Il problema delle relazioni clandestine riguarda anche i sacerdoti che vivono storie d’amore nascoste. Una proposta favorevole alla revisione della disciplina sostiene che questi preti dovrebbero poter uscire alla luce del sole e continuare a servire le comunità ecclesiali alle quali hanno dedicato la vita.

Vi sono inoltre sacerdoti che hanno lasciato il ministero per amore di una donna, ma che rimangono sacerdoti per tutta la vita perché il sacramento dell’Ordine è indelebile. Secondo questa prospettiva, alcuni di loro potrebbero tornare a dedicarsi alla missione presbiterale, portando con sé un’esperienza umana sofferta.

Il matrimonio dei preti e il valore della tradizione

Secondo una posizione favorevole ai sacerdoti sposati, la tradizione non è una realtà immutabile in ogni sua disciplina. Le Chiese cattoliche orientali dimostrerebbero che è possibile avere contemporaneamente sacerdoti celibi e sacerdoti sposati.

La tradizione latina avrebbe assunto una configurazione sempre più monastica con la crescita dei monasteri e delle congregazioni e con l’arrivo di papi e vescovi monaci, che avrebbero portato la loro disciplina, i loro canoni e la loro liturgia.

Prima del Concilio Vaticano II, il Breviario stesso aveva una struttura monastica. Nelle Chiese orientali, invece, la presenza di preti celibi e sposati sarebbe rimasta più stabile.

Da questa prospettiva, le due forme di vita potrebbero convivere senza concorrenza. Il sacerdote celibe conserverebbe il proprio carisma, mentre il sacerdote sposato svolgerebbe il ministero in una condizione familiare riconosciuta.

Il ruolo dei vescovi locali

Un’ulteriore proposta consiste nel dare ai vescovi locali la possibilità di distinguere caso per caso e di decidere ciò che ritengono più adatto alla propria diocesi.

La richiesta nasce dal fatto che tutte le Chiese hanno bisogno di sacerdoti, ma affrontano situazioni pastorali, culturali e geografiche differenti. Una disciplina più flessibile potrebbe consentire di rispondere alle esigenze delle singole comunità.

La proposta non eliminerebbe necessariamente una disciplina generale, ma introdurrebbe margini di discernimento per le autorità locali. Il nodo canonistico consisterebbe nel definire criteri comuni, formazione adeguata e limiti precisi.

Formazione teologica e nuovi ministeri

Le facoltà di teologia sono aperte agli uomini e alle donne. Esistono persone laureate in teologia, liturgia, diritto canonico e pastorale, per cui la cultura cristiana non è più limitata al clero ordinato.

Da qui nasce la domanda sul modo in cui la Chiesa possa valorizzare i talenti, le competenze e i carismi di queste persone. Il dibattito sul matrimonio dei preti si intreccia così con una riflessione più ampia sui ministeri ecclesiali e sulla partecipazione dei laici.

La questione non riguarda soltanto il numero dei sacerdoti, ma anche il modo in cui la comunità cristiana riconosce, forma e coordina diversi servizi ecclesiali.

La decisione finale spettava al papa

Il Sinodo dei vescovi ha espresso una proposta, ma la decisione spettava al Romano Pontefice. Dopo tre settimane di dibattito, la parola è passata a papa Francesco, che aveva comunicato l’intenzione di pubblicare un’esortazione apostolica con le sue conclusioni.

La richiesta di un approccio universale avrebbe potuto aprire un dibattito più ampio sul celibato sacerdotale, oltre i confini dell’Amazzonia. Tuttavia, un Sinodo dedicato a una regione specifica non poteva esaurire una questione che coinvolge la teologia del ministero, il diritto canonico, la storia della Chiesa e la vita concreta delle comunità.

Il tema del matrimonio dei preti rimane quindi legato a una domanda più generale: se il celibato debba continuare a essere l’unica disciplina ordinaria della Chiesa latina oppure se possano convivere, secondo criteri stabiliti dall’autorità ecclesiale, il sacerdozio celibatario e il sacerdozio di uomini sposati.

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