Nella Bibbia, conoscere non significa soltanto possedere informazioni su Dio, sul mondo o su una persona, ma entrare in una relazione reale, personale e trasformante. La conoscenza biblica coinvolge l’esperienza, l’amore, l’obbedienza, la comunione e il modo concreto di vivere.
La sua sorgente è Dio stesso, che conosce l’essere umano prima ancora della sua nascita e si fa conoscere attraverso la creazione, la Parola, la storia della salvezza e Gesù Cristo. Per questo la vita eterna consiste nel «conoscere te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).
Conoscere nella Bibbia: molto più che sapere
Essenzialmente, conoscenza significa nozione di fatti acquisita per esperienza personale, osservazione o studio. La Bibbia esorta calorosamente a ricercare e tesoreggiare la giusta conoscenza, raccomandandola più dell’oro. (Pr 8:10; 20:15) Gesù sottolineò l’importanza di conoscere bene lui e il Padre suo, e ripetutamente nei libri delle Scritture Greche Cristiane viene dato risalto alla conoscenza. - Gv 17:3; Flp 1:9; 2Pt 3:18.
Anche il verbo conoscere è presente molte volte nelle pagine della Parola. Quanto c’è da imparare, quanto c’è da conoscere. La scienza ci aiuta a conoscere la natura, il mondo, l’universo. C’è poi la conoscenza di sé stessi: vorremmo conoscerci meglio e ci rendiamo conto che si tratta di un cammino che dura tutta la vita, e ancora non basta!
Ciò che siamo oggi non è certamente ciò che eravamo qualche mese fa, figurarsi qualche anno fa. «Conosci te stesso», diceva ancora Socrate, per riconoscere e apprezzare i propri pregi, ma anche per ammettere i propri limiti e le proprie fragilità. «Tutte le cose sono belle in sé, e più belle ancora diventano quando l’uomo le apprende. La conoscenza è vita con le ali» (Khalil Gibran).
Conoscere Dio: non lo conosceremo mai in pienezza, ma siamo in cammino nella sua conoscenza. Più riusciremo a conoscere il Signore, più potremo comunicarlo alle persone con cui viviamo. La sua conoscenza diventa sorgente di parole, azioni, testimonianze.
Il significato ebraico di “conoscere”
Il verbo ebraico “conoscere”, che si trova spesso nell’Antico Testamento della Bibbia, ha un significato profondo e ricco di sfumature. In Ebraico biblico, questo verbo è “yada” (יָדַע) e va oltre la semplice comprensione intellettuale. Esso implica una conoscenza intima, personale e profonda.
Conoscere in senso biblico significa entrare in una relazione personale, «comprendere» nel senso di «circondare», amare, unirsi. La Bibbia abbonda di termini relativi alla conoscenza di Dio, poiché Dio desidera farci gustare questa intimità d’amore, che racchiude ciò che siamo, che ci rende liberi e che ci fa diventare profondamente noi stessi.
Di fatto, per il semita, conoscere (ebr. jd’) trascende il sapere astratto ed esprime una relazione esistenziale. Conoscere qualcosa significa averne l’esperienza concreta; così si conosce la sofferenza (Is 53, 3) ed il peccato (Sap 3, 13), la guerra (Giud 3, 1) e la pace (Is 59, 8), il bene ed il male (Gen 2, 9.17), impegno reale le cui ripercussioni sono profonde.
Conoscere qualcuno significa entrare in relazioni personali con lui; poiché queste relazioni possono assumere molte forme e presentano molti gradi, conoscere è suscettibile di tutta una gamma di sensi. La parola serve ad esprimere la solidarietà familiare (Deut 33, 9) ed anche le relazioni coniugali (Gen 4, 1; Lc 1, 34).
Conoscere Dio e l’essere conosciuti da Dio
Nella conoscenza religiosa tutto incomincia per iniziativa di Dio. Prima di conoscere Dio, si è da lui conosciuti. Mistero di elezione e di sollecitudine: Dio conosce Abramo (Gen 18, 19), conosce il suo popolo: «Non ho conosciuto che voi tra tutte le famiglie della terra» (Am 3, 2).
Prima ancora della loro nascita, egli conosce i suoi profeti (Ger 1, 5) e tutti coloro che predestina ad essere suoi figli adottivi (Roco 8,29; 1 Cor 13,12). A coloro che ha così distinto e che conosce per nome (Es 33, 17; cfr. Gv 10, 3), Dio fa conoscere se stesso.
Dio rivela loro il suo nome (Es 3, 14), li permea del suo timore (Es 20, 18 ss), ma sopratutto testimonia loro la sua tenerezza liberandoli dai nemici, dando loro una terra (Deut 4, 32 . ; 11, 2. ), facendo loro conoscere i suoi comandamenti, via alla felicità (Deut 30, 16; Sai 147, 19 s).
Quando la Bibbia afferma che Dio “conosce” le persone, si intende che Egli le ha scelte e si prende cura di loro in modo speciale. «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1,5).
«Infatti io l’ho scelto (alla lettera “l’ho conosciuto” יְדַעְתִּ֗יו - yeda’tiw) perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore realizzi per Abramo quanto gli ha promesso» (Gen 18,19).
Questa conoscenza è la presenza e la vicinanza di Dio che è «più intimo a me di me stesso», secondo le parole di Sant’Agostino: Dio mi conosce e desidera rivelarsi a me.
La conoscenza di Dio nell’Antico Testamento
L’iniziativa divina e la risposta dell’uomo
La Fonte della conoscenza. Geova in effetti è la Fonte della conoscenza. Da lui ha avuto origine la vita, e la vita è indispensabile per acquistare conoscenza. (Sl 36:9; At 17:25, 28) Inoltre Dio ha creato tutte le cose, per cui la conoscenza umana si basa sullo studio delle Sue opere. (Ri 4:11; Sl 19:1, 2).
Dio ha pure ispirato la sua Parola scritta, da cui l’uomo può imparare a conoscere la volontà e i propositi di Dio. (2Tm 3:16, 17) Perciò la vera conoscenza è tutta imperniata su Geova, e chi la cerca dovrebbe avere quel timore di Dio che aiuta a non incorrere nel disfavore di Geova.
Questo timore è il principio della conoscenza. (Pr 1:7) Tale devoto timore permette di acquistare accurata conoscenza, mentre chi vuole escludere Dio dai suoi pensieri è incline a trarre conclusioni errate da ciò che osserva.
La Bibbia collega ripetutamente Geova con la conoscenza, chiamandolo “un Dio di conoscenza” e dicendo che è “perfetto in conoscenza”. - 1Sa 2:3; Gb 36:4; 37:14, 16.
In risposta, il popolo dovrebbe conoscere il suo Dio, appartenergli nel vero amore (Os 4, 1; 6,6). Ma fin dall’inizio se ne dimostra incapace (Es 32,8). «Popolo di cuore errante, quella gente non ha conosciuto le mie vie» (Sal 95, 10).
Il disconoscimento umano
Disconoscendo Dio, il popolo lo mette continuamente alla prova (Num 14,22; Sal 78). Più irrazionale di una bestia da soma, «Israele non conosce nulla» (Is 1, 3; Ger 8, 7); si rivolta, viola l’alleanza (Os 8, 1), si prostituisce «a dèi che non conosceva» (Deut 32, 17).
Anche quando immagina di «conoscere Jahve» (Os 8, 2), si illude, perché si ferma ad una relazione puramente esteriore, formalistica (Is 29, 13 s; Ger 7). Ora l’autentica conoscenza di Dio deve penetrare fino al cuore e tradursi nella vita reale (Os 6, 6; Is 1, 17; Ger 22,16; cfr Mt 7, 22 s).
I profeti lo ripetono a sazietà, ma «la nazione non ascolta la voce del suo Dio e non si lascia istruire» (Ger 7,28). Sarà quindi castigata «per mancanza di scienza» (Is 5, 13; 0s4,6).
Dio si farà conoscere in modo terribile: mediante gli orrori della rovina e dell’esilio. L’annunzio di questi castighi è scandito da Ezechiele con un ritornello minaccioso: «E voi saprete che io sono Jahve» (Ez 6, 7; 7,43 . ).
Posto di fronte a se stesso ed al suo Dio nella crudezza del fatto, il popolo non può più rimanere nella illusione: deve riconoscere la santità di Dio ed il suo proprio peccato (Bar 2).
La promessa di un cuore nuovo
Rimane la speranza di un rinnovamento meraviglioso, in cui «il paese sarà ripieno della conoscenza di Jahve come le acque colmano il mare» (Is 11, 9). Ma come ciò può avvenire?
Israele non pretende più di arrivarvi da solo, perché ha coscienza di avere «un cuore cattivo» (Ger 7, 24), un «cuore incirconciso» (Lev 26, 41), e per conoscere veramente Dio occorre un cuore perfetto.
Il Deuteronomio insiste su questa necessità di una trasformazione interiore, che non può venire che da Dio. «Finora Jahve non vi aveva dato un cuore per conoscere» (Deut 29, 3), ma dopo l’esilio «egli circonciderà il tuo cuore ed il cuore della tua posterità» (Deur 30, 6).
La stessa promessa è rivolta da Geremia agli esiliati (24, 7). Essa costituisce l’elemento essenziale dell’annunzio di una nuova alleanza (Ger 31, 31-34): una purificazione radicale, «io perdonerò il loro delitto», renderà possibile la docilità profonda, «porrò la mia legge nel fondo del loro essere e la scriverò sul loro cuore».
Così assicurata, l’appartenenza reciproca «io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» sarà fonte di una conoscenza diretta ed autentica: «Non dovranno più istruirsi reciprocamente, dicendosi l’un l’altro: abbiate la conoscenza di Jahve. Ma mi conosceranno tutti, dai più piccoli ai più grandi».
Ezechiele completa la prospettiva notando la funzione dello Spirito di Dio in questa rinnovazione interiore: «Vi darò un cuore nuovo, porrò in voi uno spirito nuovo. porrò il mio spirito in voi» (Ez 36, 26 s); sarà la risurrezione del popolo di Dio (Ez 37,14).
Con ciò Dio si farà conoscere non soltanto da Israele (Ez 37, 13), ma anche dalle nazioni pagane (Ez 36, 23). Descrivendo in anticipo la salvezza accordata, il Deutero-Isaia ne sottolinea anch’egli le ripercussioni universali.
L’idolatria subirà un colpo senza precedenti (Is 45-46). In occasione di un novello esodo Dio manifesterà il suo dominio sulla storia e «ogni carne saprà che io, Jahve, sono il tuo salvatore» (Is 49, 26).
Agli Israeliti Dio dice: «Voi siete i miei testimoni, affinché mi si conosca» (Is 43,10), ed al suo servo: «Farò di te la luce delle nazioni» (Is 49, 6).
“Conoscere” e il suo significato nei testi biblici
Il verbo ebraico yada
Come il verbo yadhàʽ (conoscere), il principale sostantivo ebraico tradotto “conoscenza” (dàʽath) dà fondamentalmente l’idea di nozioni o informazioni acquisite, ma a volte ha un significato più ampio.
Per esempio, Dio disse che ‘conosceva’ Abraamo e perciò era sicuro che quell’uomo di fede avrebbe istruito correttamente la sua progenie. Geova non stava semplicemente dicendo che era a conoscenza dell’esistenza di Abraamo, ma piuttosto che lo conosceva bene, dato che per molti anni ne aveva osservato l’ubbidienza e l’interesse per la vera adorazione. - Ge 18:19; Ge 22:12.
In Osea 4:1, 6 si parla di un periodo in cui non esisteva “conoscenza di Dio” in Israele. Questo non significa che gli israeliti non sapessero che Geova era Dio e che in passato li aveva liberati e guidati (Os 8:2), ma significa che compiendo omicidi e furti e commettendo adulterio dimostravano di rifiutare la vera conoscenza, perché non agivano di conseguenza. - Os 4:2.
La conoscenza biblica, dunque, non si misura soltanto dalla quantità di informazioni possedute, ma dalla fedeltà con cui esse orientano l’esistenza. Sapere chi è Dio senza vivere secondo la sua volontà significa fermarsi a una conoscenza esteriore.
La conoscenza del bene e del male
Dopo che Adamo ed Eva ebbero mangiato il frutto proibito (Ge 2:17; 3:5, 6), Geova disse a colui che aveva associato a sé nell’opera creativa (Gv 1:1-3): “Ecco, l’uomo è divenuto simile a uno di noi conoscendo il bene e il male”. (Ge 3:22).
Questo evidentemente non si riferiva solo al sapere ciò che era bene e ciò che era male per loro, perché il primo uomo e la prima donna avevano tale conoscenza grazie ai comandi dati loro da Dio. Né le parole di Genesi 3:22 potevano riferirsi al fatto che ora conoscevano il male per esperienza, perché Geova disse che erano diventati come lui, ed egli non ha imparato cos’è il male facendolo. (Sl 92:14, 15).
Evidentemente Adamo ed Eva avevano acquistato conoscenza del bene e del male nel senso particolare di giudicare da sé ciò che era bene e ciò che era male. In modo idolatrico misero il proprio giudizio al di sopra di quello di Dio: disubbidirono divenendo legge a se stessi, per così dire, anziché ubbidire a Geova, il quale ha sia il diritto che la sapienza necessaria per distinguere il bene dal male.
Perciò la loro conoscenza o norma indipendente del bene e del male non era come quella di Geova. Li portò alla rovina. - Ger 10:23.
Conoscenza e rapporti coniugali
A volte yadhàʽ si riferisce ai rapporti sessuali, come in Genesi 4:17, dove alcune traduzioni lo rendono “conobbe” (Di; Mar; Na; VR), mentre altre usano espressioni più chiare, come ‘ebbe rapporti’ (NM) o “si unì” (CEI; PIB; PS).
Il verbo greco ginòsko è usato allo stesso modo in Matteo 1:25 e Luca 1:34. Adamo si unì (alla lettera “conobbe” - יָדַ֖ע) a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo dal Signore». Genesi 4,1.
Se connettiamo alla “conoscenza” quel primo fatto della nascita di un uomo sulla terra, lo facciamo in base alla traduzione letterale del testo, secondo cui l’“unione” coniugale viene definita appunto come “conoscenza”. Difatti, la traduzione citata suona così: “Adamo si unì a Eva sua moglie”, mentre alla lettera si dovrebbe tradurre: “conobbe sua moglie”.
La situazione, in cui marito e moglie si uniscono così intimamente tra loro da formare “una sola carne”, è stata definita una “conoscenza”. In questo modo, infatti, dalla stessa povertà del linguaggio sembra emergere una specifica profondità di significato.
Parlando qui di “conoscenza”, sia pur a causa della povertà della lingua, la Bibbia indica l’essenza più profonda della realtà della convivenza matrimoniale. Questa essenza appare come una componente ed insieme un risultato di quei significati, la cui traccia cerchiamo di seguire fin dall’inizio del nostro studio; essa infatti fa parte della coscienza del significato del proprio corpo.
In Genesi 4,1, diventando “una sola carne”, l’uomo e la donna sperimentano in modo particolare il significato del proprio corpo. Insieme, essi diventano, così, quasi l’unico soggetto di quell’atto e di quell’esperienza, pur rimanendo, in quest’unità, due soggetti realmente diversi.
Il che ci autorizza, in certo senso, ad affermare che “il marito conosce la moglie” oppure che entrambi “si conoscono” reciprocamente. Allora essi si rivelano l’uno all’altra, con quella specifica profondità del proprio “io” umano, che appunto si rivela anche mediante il loro sesso, la loro mascolinità e femminilità.
Al contrario, proprio per il fatto di essere uomo e donna, ognuno di essi è “dato” all’altro come soggetto unico e irripetibile, come “io”, come persona. Il sesso decide non soltanto della individualità somatica dell’uomo, ma definisce nello stesso tempo la sua personale identità e concretezza.
E proprio in questa personale identità e concretezza, come irripetibile “io” femminile-maschile, l’uomo viene “conosciuto” quando si verificano le parole di Genesi 2,24: “l’uomo… si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”.
La “conoscenza”, di cui parlano Genesi 4,1-2 e tutti i successivi testi biblici, arriva alle più intime radici di questa identità e concretezza, che l’uomo e la donna debbono al loro sesso. Tale concretezza significa tanto l’unicità quanto l’irripetibilità della persona.
La conoscenza nella nuova alleanza
Gesù Cristo, rivelazione del Padre
In Gesù Cristo viene data la perfetta conoscenza di Dio, promessa per il tempo della nuova alleanza. Gesù era il solo capace di rivelare il Padre (Lc 10, 22) e di spiegare il mistero del regno di Dio (Mt 13, 11).
Egli insegnava con autorità (Mt 7, 29). Rifiutando di soddisfare le vane curiosità (Atti 1, 7), il suo insegnamento non era teorico, ma si presentava come una «buona novella» ed un appello alla conversione (Mc 1, 14 s).
Dio si fa vicino, bisogna discernere i segni dei tempi (Lc 12, 56; 19, 42), ed essere disposti ad accoglierlo (Mi 25, 10 ss). Alle parole Gesù univa i miracoli, segni della sua missione (ad es. Mt 9, 6).
Ma tutto questo non era che una preparazione. Non soltanto i suoi nemici (Mc 3, 5), ma i suoi stessi discepoli avevano lo spirito ottuso (Mc 6, 52; Mt 16, 23; Lc 18, 34).
Soltanto quando sarà sparso il sangue della nuova alleanza (Lc 22, 20 par.) potrà farsi la piena luce: «allora egli aprì la loro intelligenza» (Lc 24, 45), allora effuse lo Spirito Santo (Atti 2, 33). Così furono instaurati gli ultimi tempi, tempi della vera conoscenza di Dio.
La conoscenza di Dio secondo Giovanni
Ancor più nettamente dei sinottici, Giovanni nota le tappe di questa rivelazione. Bisogna anzitutto lasciarsi istruire dal Padre; coloro che sono docili nei suoi confronti sono attratti verso Gesù (Gv 6, 44 s).
Gesù li riconosce ed essi lo riconoscono (10, 14), ed egli li conduce verso il Padre (14,6). Tuttavia tutto ciò che egli dice e fa rimane per essi enigmatico (16, 25) finché egli non è stato innalzato sulla croce.
Soltanto questa elevazione glorificante lo mette veramente in evidenza (8, 28; 12, 23. 32); essa sola ottiene ai discepoli il dono dello Spirito (7, 39; 16, 7).
Questi rivela loro tutta la portata delle parole e delle opere di Gesù (14, 26; cfr. 2, 22; 12, 16) e li conduce a tutta la verità (16, 13). Così i discepoli conoscono Gesù, e per mezzo di Gesù, il Padre (14, 7.20).
Come aveva predetto Geremia, si stabilisce un nuovo rapporto con Dio: «Il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza affinché conoscessimo il vero» (1 Gv 5,20; 2,14).
La vita eterna non si definisce diversamente: consiste nel «conoscere te, solo vero Dio, ed il tuo inviato Gesù Cristo» (Gv 17, 3), conoscenza diretta, la quale fa sì che in un certo senso i cristiani «non hanno più bisogno di essere ammaestrati» (1 Gv 2, 27; cfr. Ger 31, 34; Mt 23, 8).
Questa conoscenza implica una capacità di discernimento di cui Giovanni spiega gli aspetti fondamentali (1 Gv 2, 3 ss; 3, 19. 24; 4, 2. 6.13), mettendo in guardia contro le false dottrine (2, 26; 4, 1; 2 Gv 7).
Tuttavia, questa conoscenza di Dio, colta nella sua estensione, merita il nome di «comunione» (1 Gv 1, 3), perché è partecipazione ad una stessa vita (Gv 14, 19 s), unione perfetta nella verità dell’amore (Gv 17, 26; cfr. 1 Gv 2, 3 s; 3,16.).
La conoscenza di Cristo secondo Paolo
Al mondo greco, avido di speculazioni filosofiche e religiose (gnosis), Paolo predica arditamente la croce di Cristo (1 Cor 1, 23). La salvezza non si trova in una sapienza umana, qualunque essa sia, ma nella fede in Cristo crocifisso, «forza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 1, 24).
Gli uomini avevano la possibilità di conoscere Dio a partire dalla creazione, ma il «loro cuore ottuso si è ottenebrato» e si sono abbandonati all’idolatria, meritando la collera di Dio (Rom 1, 18-22).
Devono ormai rinunciare alle proprie pretese (l Cor 1, 29), riconoscersi incapaci di penetrare da soli i segreti di Dio (1 Cor 2, 14) e sottomettersi al vangelo (Rom 10, 16) trasmesso dalla «folla della predicazione» (1 Cor 1, 2l; Rom 10, 14).
La fede in Cristo ed il battesimo gli danno allora accesso ad una scienza completamente diversa, «al vantaggio sovraeminente che è la conoscenza di Cristo Gesù», scienza non teorica, ma vitale: «conoscere lui, con la potenza della sua risurrezione e la partecipazione alle sue sofferenze» (Fil 3, 8 ss).
Con ciò l’intelligenza è «rinnovata» e diventa capace di «discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12, 2).
Resistendo alle tendenze gnostiche che si manifestano qua e là tra i cristiani (1 Cor 1, 17; 8, 1 s; Col 2, 4. 18), Paolo li orienta verso una conoscenza più autenticamente religiosa, quella che proviene dallo Spirito di Dio e grazie alla quale noi siamo veramente in grado di «conoscere i doni che Dio ci ha fatto e di esprimerli in un linguaggio insegnato dallo Spirito (1 Cor 2, 6-16).
Dinanzi «all’insondabile ricchezza di Cristo» (Ef 3, 8), lo stupore di Paolo non fa che crescere con gli anni, ed egli augura ai cristiani «che pervengano a ogni ricchezza della piena intelligenza che farà loro penetrare il mistero di Dio in cui si trovano, nascosti, tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2, 2 s).
Tuttavia egli non dimentica che «la scienza gonfia» e che «la carità edifica» (1 Cor 8, 1; 13, 2): ciò che egli ha di mira non è una gnosi orgogliosa, ma la conoscenza dell’«amore di Cristo che supera ogni conoscenza» (Ef 3,19).
Egli aspira al momento in cui ciò che è parziale farà posto a ciò che è perfetto, ed egli conoscerà com’è conosciuto (1 Cor 13, 12). Così per Paolo, come per tutta la Bibbia, conoscere significa entrare in una grande corrente di vita e di luce che è sgorgata dal cuore di Dio e che vi riporta.
Gnòsis ed epìgnosis: conoscenza, comprensione e accuratezza
Nelle Scritture Greche Cristiane ci sono due termini comunemente tradotti “conoscenza”: gnòsis ed epìgnosis. Entrambi derivano dal verbo ginòsko, che significa “conoscere; comprendere”.
L’uso che si fa di questo verbo nella Bibbia mostra però che può indicare una relazione di favore fra il soggetto e colui che egli “conosce”. (1Co 8:3; 2Tm 2:19) Nelle Scritture Greche Cristiane si parla della conoscenza (gnòsis) sotto una luce molto favorevole.
Comunque non tutto quello che gli uomini possono chiamare “conoscenza” è da ricercarsi, perché esistono filosofie e opinioni ‘falsamente chiamate “conoscenza”’. (1Tm 6:20) La conoscenza raccomandata è quella intorno a Dio e ai suoi propositi. (2Pt 1:5).
Questa implica più che una semplice nozione dei fatti, cosa che molti atei hanno; richiede devozione personale a Dio e a Cristo. (Gv 17:3; 6:68, 69).
Mentre l’aver conoscenza, l’essere semplicemente informati, potrebbe produrre un senso di superiorità, il “conoscere l’amore del Cristo che sorpassa la conoscenza” - il conoscere cioè questo amore per esperienza perché imitiamo personalmente le sue maniere amorevoli - ci renderà equilibrati e ci guiderà nel fare un uso corretto delle informazioni che possiamo aver acquisito. - Ef 3:19.
Epìgnosis, forma intensiva di gnòsis, spesso significa, come risulta dal contesto, “conoscenza piena, accurata o esatta”. Infatti Paolo scrisse di alcuni che imparavano, acquistavano conoscenza, ma “non [erano] mai in grado di venire all’accurata conoscenza [“piena conoscenza”, Co; “perfetta conoscenza”, Ga; “conoscenza perfetta”, NVB] della verità”. (2Tm 3:6, 7).
Inoltre pregò affinché quelli della congregazione di Colosse, che essendo diventati cristiani avevano ovviamente una certa conoscenza della volontà di Dio, fossero “pieni dell’accurata conoscenza della sua volontà in ogni sapienza e discernimento spirituale”. (Col 1:9).
Tutti i cristiani dovrebbero cercare tale accurata conoscenza (Ef 1:15-17; Flp 1:9; 1Tm 2:3, 4), perché è indispensabile per rivestire la “nuova personalità” e avere pace. - Col 3:10; 2Pt 1:2.
Conoscenza, sapienza, intendimento e discernimento
La conoscenza è collegata con altre facoltà e qualità come la sapienza, l’intendimento, il discernimento e la capacità di pensare. (Pr 2:1-6, 10, 11) Afferrando le differenze fondamentali sarà molto più facile capire certi versetti.
Sapienza
La sapienza è la capacità di mettere a frutto la conoscenza o di saperla usare, è l’intelligente applicazione di ciò che si apprende. Si potrebbe avere notevole conoscenza, ma non sapere come usarla per mancanza di sapienza.
Gesù mise la sapienza in relazione con il conseguimento di un fine, dicendo: “Che la sapienza sia giusta è provato dalle sue opere”. (Mt 11:19) Salomone chiese e ricevette da Dio non solo conoscenza, ma anche sapienza. (2Cr 1:10; 1Re 4:29-34).
Nel caso delle due donne che reclamavano lo stesso bambino, Salomone, conoscendo l’attaccamento di una madre per il proprio figlio, manifestò sapienza servendosi di tale conoscenza per risolvere la disputa. (1Re 3:16-28).
“La sapienza è la prima cosa”, perché senza di essa la conoscenza serve a ben poco. (Pr 4:7; 15:2) Geova possiede in abbondanza e provvede sia conoscenza che sapienza. - Ro 11:33; Gc 1:5.
Intendimento
L’intendimento è la capacità di capire che relazione c’è fra le varie parti o aspetti di una cosa, di vedere la questione nel suo insieme e non solo i fatti isolati.
La radice ebraica bin dà l’idea di “separare” o “distinguere”, ed è spesso tradotta “capire” o “discernere”. È simile al greco synìemi.
Quindi in Atti 28:26, dove si cita Isa 6:9, 10, si poteva dire che gli ebrei avevano udito, ma non compreso, cioè non avevano collegato il tutto. Non avevano afferrato come i vari punti o pensieri erano connessi fra loro in modo da avere un senso.
Proverbi 9:10, nel dire che “la conoscenza del Santissimo è l’intendimento”, spiega che per avere vero intendimento di qualsiasi cosa bisogna riconoscere quale relazione ha con Dio e i suoi propositi.
Siccome chi ha intendimento è in grado di collegare informazioni nuove con cose che già sa, “per chi ha intendimento la conoscenza è cosa facile”. (Pr 14:6) Conoscenza e intendimento sono intimamente legati, e si devono ricercare entrambi. - Pr 2:5; 18:15.
Discernimento
Un termine ebraico che spesso viene tradotto “discernimento” (tevunàh) è affine al termine binàh, tradotto “intendimento”. Entrambi ricorrono in Proverbi 2:3: “Se, inoltre, chiami l’intendimento stesso e levi la voce per lo stesso discernimento”.
Come l’intendimento, anche il discernimento richiede che si capiscano o si riconoscano le cose, ma il discernimento dà risalto al distinguerne i vari aspetti, soppesando o valutando ciascun aspetto alla luce degli altri.
Chi alla conoscenza unisce il discernimento controlla le sue parole ed è freddo di spirito. (Pr 17:27) Chi si oppone a Geova mostra mancanza di discernimento. (Pr 21:30) Per mezzo di suo Figlio, Dio dà discernimento, completo intendimento o perspicacia. - 2Tm 2:1, 7.
Capacità di pensare
La conoscenza ha relazione anche con un termine che a volte è tradotto “capacità di pensare” (ebr. mezimmàh). Il termine ebraico può essere inteso in senso cattivo, idee malvage, intrighi, espedienti, o in senso buono, perspicacia, sagacia. (Sl 10:2; Pr 1:4).
Quindi la mente e i pensieri possono essere rivolti a un fine encomiabile e retto, oppure proprio all’opposto. Prestando bene attenzione al modo in cui Geova agisce, e porgendo orecchio a tutti i vari aspetti della sua volontà e dei suoi propositi, si può salvaguardare la propria capacità di pensare, dandole il giusto indirizzo. (Pr 5:1, 2).
La capacità di pensare dovutamente esercitata, in armonia con la conoscenza e la sapienza dall’alto, sarà una salvaguardia dai lacci di allettamenti immorali. - Pr 2:10-12.
| Dimensione | Significato | Frutto nella vita |
|---|---|---|
| Conoscenza | Nozioni e informazioni acquisite, ma anche relazione personale ed esperienza | Comprendere Dio, Cristo e la sua volontà |
| Sapienza | Intelligente applicazione di ciò che si apprende | Usare bene la conoscenza nelle decisioni |
| Intendimento | Capacità di collegare le diverse parti di una realtà | Cogliere il senso complessivo delle cose |
| Discernimento | Capacità di distinguere, soppesare e valutare | Giudicare con equilibrio |
| Capacità di pensare | Perspicacia e sagacia orientate verso un fine | Difendersi dagli inganni e dagli allettamenti immorali |
La prudenza nell’acquistare conoscenza
Salomone a quanto pare vedeva la conoscenza sotto una luce negativa quando disse: “Nell’abbondanza della sapienza c’è abbondanza di vessazione, così che chi accresce la conoscenza accresce il dolore”. (Ec 1:18).
Questo sembrerebbe in contrasto col concetto generale di conoscenza che si trova nella Bibbia. Ma qui Salomone ribadisce nuovamente la vanità degli sforzi umani in tutto ciò che esula dall’adempimento dei comandi di Dio. (Ec 1:13, 14).
Infatti un uomo può acquistare conoscenza e sapienza in molti campi, oppure esplorare a fondo un particolare campo, e tale conoscenza e sapienza possono essere di per sé valide, pur non avendo direttamente a che fare col dichiarato proposito Dio.
Eppure, con tale accresciuta conoscenza e sapienza egli potrebbe rendersi maggiormente conto di quanto siano limitate le sue opportunità di usare la conoscenza e la sapienza che ha, a motivo della brevità della vita e dei problemi e delle difficoltà che incontra e che gli sono d’ostacolo nella società umana imperfetta.
Questo è angosciante e produce un penoso senso di frustrazione. (Cfr. Ro 8:20-22; Ec 12:13, 14; vedi ECCLESIASTE).
Inoltre, la conoscenza acquisita ‘dedicandosi a molti libri’, se non si ricollega con i comandi di Dio e non è messa a frutto nell’osservarli, è “faticosa per la carne”. - Ec 12:12.
Non accontentiamoci di una fede di piccolo cabotaggio; diamo forza e credibilità alla Vita e alla Speranza che sono in noi per conoscere il Padre non solo attraverso la Parola, ma anche lasciandoci abbracciare dalla tenerezza di Dio, che ci conforta, ci ristora e ci incoraggia sempre.
La conoscenza di Cristo come esperienza vissuta
In quanto battezzati missionari vorremmo conoscere il Cristo. «Voi, chi dite che io sia?». Questa domanda tocca le corde del nostro cuore e penetra in profondità nel nostro rapporto con Gesù.
In quanto battezzati missionari possiamo offrire il Cristo al mondo nella misura in cui lo conosciamo e lo lasciamo vivere in noi. Se domandassimo a San Paolo: «Chi è per te il Cristo»?, ci racconterebbe la sua esperienza e ci direbbe che il Signore lo ha amato e ha dato la sua vita per lui.
Anche noi potremmo raccontare l’esperienza della presenza del Cristo nella nostra vita, senza dare una risposta precisa della conoscenza che abbiamo di Lui. Certo, l’abbiamo conosciuto e arricchiamo la nostra conoscenza attraverso la Parola, la catechesi, la preghiera.
«La conoscenza della Parola è conoscenza di Cristo», dice San Girolamo. Per conoscere davvero Gesù bisogna incontrarlo, lasciarlo vivere nella nostra vita, ascoltarlo, trovare spazi di preghiera.
Il donare tempo al Signore ce lo fa conoscere di più, ce lo fa sentire presente nella nostra vita. Talvolta eventi o incontri particolari ci aiutano a conoscere meglio il nostro Dio. E anche qui, c’è sempre tanto che ci sfugge, evidentemente.
Un giorno, invece, «lo vedremo faccia a faccia» (1 Cor 13, 12) e lo conosceremo come Egli è. In quanto discepoli missionari, anche noi vorremmo talvolta chiedere a Gesù: «Facci conoscere il Padre» (Gv 14, 8).
Eppure, Gesù aveva appena indicato agli apostoli il cammino per conoscerlo definendosi «Via, Verità e Vita». Ciò che Gesù dice a Filippo - «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo»? - oggi è rivolto anche a noi.
Non tanto per quello che noi possiamo fare per conoscere Dio, ma per permettere a Lui di farsi conoscere. Conoscere Dio è dargli sempre nuove possibilità di manifestarsi a me per rivelarsi in ciò che Egli è: gioia, stupore, misericordia, amore…
E quanto noi sperimentiamo, personalmente e come Chiesa, diventa il nostro annuncio per far conoscere il Signore, diventa impegno missionario. «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).
La vita eterna è conoscere Dio! Gesù ce lo dice nell’ultima cena nel Vangelo di Giovanni. Visto il contesto, sono parole importanti.
Inviato dal Padre, nella sua missione Gesù ha manifestato con le parole e con le opere il volto di Dio. Lasciamo che il Padre dia forma alle nostre scelte di vita, affinché la nostra vita sia modellata dalla nostra fede.

La preghiera come via della conoscenza di Dio
L’orazione è la via per crescere in questa conoscenza. Non è forse un dialogo profondo fra l’anima e Dio che suscita un’intimità che può condurre fino all’unione delle volontà?
Ma se l’orazione mi consente di fare questo cammino verso il mio cuore è innanzitutto perché sono io stesso conosciuto, compreso, amato, salvato. Dio mi conosce… «Natanaele gli chiese: “Come mi conosci?”» (Gv 1, 48).
«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (Ger 1,5). L’orazione mi pone davanti al Vivente, che è il mio creatore e il mio salvatore.
Mi conosce ben prima del mio concepimento, mi ha accompagnato su tutte le mie strade, da sempre conosce il mio cuore meglio di chiunque altro. L’intero salmo 139 esprime bene questa realtà.
Dio mi conosce e desidera rivelarsi a me. «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.» (Gv 17,3).
Silenzio, ascolto e interiorità
Quando dedico regolarmente e fedelmente del tempo al silenzio e all’ascolto, faccio esperienza di una più profonda conoscenza di Dio grazie a una luce interiore, a un’ispirazione o ad alcune parole della Bibbia che sgorgano in me con significati nuovi.
«Dio è tenerezza e pietà»; «Dio è amore»; «Sono la via, la verità e la vita»; «lo Sposo»; «il Consolatore» ecc. Cresce così una conoscenza spirituale che il contemplativo acquisisce in una luce divina.
«Dio si rivela come luce mediante il dono dell’intelligenza e si lascia sperimentare come amore mediante il dono della saggezza» (P. Marie-Eugène di Gesù Bambino).
Man mano che avanza nella vita contemplativa, l’anima conosce Dio a livelli diversi: dalla «conoscenza per fede della verità rivelata» fino all’«unione trasformante».
I sensi spirituali
D’altra parte la pratica fedele dell’orazione acuisce i «sensi spirituali», di cui parlano i Padri della Chiesa e che sono la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto, e il gusto di Dio.
Grazie alla preghiera nuove dimensioni spirituali si manifestano nell’uomo, che mediante il suo spirito diventa capace di vedere Dio che è «con noi», di sentirne la voce nell’intimo del proprio cuore e nella sua Parola, di percepire la sua presenza, di sentirne il soave odore e di gustarne la bontà.
«Gustate e vedete quanto è buono il Signore!» (Sal 33, 9). Questa luce spirituale acquisita mediante la preghiera conduce progressivamente a una conoscenza più ampia di sé.
Conoscere se stessi alla luce di Dio
C’è poi la conoscenza dell’umanità, uomini e donne: anche qui la piena conoscenza ci sfugge sempre perché tra noi siamo così diversi e in continuo divenire.
Nella nostra cultura il conoscere coinvolge il nostro pensiero e la nostra mente, i nostri sensi e le nostre esperienze. Non finiremo mai di conoscere una persona, un povero, la gente con cui viviamo.
In senso biblico «conoscere» vuol dire amare. Non finiremo mai di imparare ad amare i volti concreti che incrociamo sui sentieri della nostra vita.
Per voler bene a una persona dobbiamo conoscerla così com’è nella sua vita: con le sue gioie, le sue difficoltà e, perché no?, anche i suoi sogni. Ci basterebbe conoscere la gente un po’ di più per riuscire a relazionarci meglio con tante persone.
La conoscenza di sé nasce dall’incontro con Dio
«Non conoscevo il mio cuore» (Ct 6,12) canta la sposa del Cantico dei cantici. È l’incontro con l’amore che le rivela la sua identità, scoprendosi attraverso gli occhi dell’amato.
La conoscenza di Dio è quindi strettamente connessa alla conoscenza di sé, poiché la relazione con il divino rivela l’uomo a se stesso e, come in ogni relazione di fiducia, vince le resistenze interiori.
Essere alla presenza di Dio significa essere immersi allo stesso modo nella luce dell’amore e in quella della verità, poiché «misericordia e verità s’incontreranno» (Sal 84,11).
Quando il tempo d’orazione diventa incontro silenzioso, ascolto e accoglienza, il Signore, che si occupa della mia felicità, mi rivela i tesori del mio essere, le bellezze nascoste che fanno la mia unicità, le mie ricchezze spirituali, ma anche le incoerenze da superare, le erbacce da strappare, i massi da togliere e i rami secchi da tagliare nel mio giardino interiore.
In altre parole la vita di preghiera ci apre gli occhi sulla bellezza che ci abita e anche su tutto ciò che ci impedisce di progredire spiritualmente e ostacola la nostra unione con Dio: peccati, attaccamenti, cattive tendenze ecc.
Con il tempo e l’attenzione rivolta fedelmente alla presenza costante di Dio in essa, la persona che riconosce i propri punti deboli e quelli forti diventa più attenta e sensibile ai movimenti interiori del proprio cuore, nonché abile nel discernere le voci che l’attraversano.
Sarà così smascherato fin dal suo apparire quel pensiero di gelosia o di giudizio e sarà sostituito da una parola di benedizione; o quell’impulso di disistima susciterà, invece della critica o del lamento, un certo distacco interiore impregnato di sana autoironia.
«Questa conoscenza di se stessi illuminata da Dio assicurerà equilibrio alla vita spirituale [dell’anima] e la renderà nel contempo umana e sublime, pratica e allo stesso tempo molto elevata» (P. Marie-Eugène di Gesù Bambino).
Dio desidera svelarsi e, proprio perché ci chiama suoi «amici», si rivela a noi e ci rivela a noi stessi. Lasciamoci condurre in questo movimento d’amore, la cui parola chiave è «umiltà».
«Conoscerete l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,19).
La conoscenza come amore e missione
Più riusciremo a conoscere il Signore, più potremo comunicarlo alle persone con cui viviamo. La sua conoscenza diventa sorgente di parole, azioni, testimonianze.
Qualche anno fa papa Francesco, rivolgendosi ai sacerdoti, disse: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini».
È un’espressione bella e impegnativa, che possiamo fare nostra, tutti noi battezzati/e. Significa ascoltare la gente, stare con la gente nel quotidiano, in ogni periferia geografica ed esistenziale.
La gente si rende conto quando le siamo vicini, quando ci interessiamo a lei, quando l’incontriamo nelle realtà di ogni giorno, nelle pene e nelle gioie, nelle sofferenze e nelle speranze.
Quando la conosciamo un po’ di più, ovvero quando l’amiamo un po’ di più. In senso biblico «conoscere» vuol dire amare.
Non finiremo mai di imparare ad amare i volti concreti che incrociamo sui sentieri della nostra vita. E quanto noi sperimentiamo, personalmente e come Chiesa, diventa il nostro annuncio per far conoscere il Signore, diventa impegno missionario.
Questa storia ti farà piangere! (Testimonianza di David Frazier)
La conoscenza biblica non è quindi accumulo di dati religiosi, né semplice curiosità intellettuale. È un cammino nel quale Dio si rivela, l’essere umano risponde, il cuore viene trasformato, la mente impara a discernere e la vita diventa testimonianza.
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