La dedicazione dell’altare è l’atto liturgico con cui un altare viene destinato stabilmente alla celebrazione dell’Eucaristia e riconosciuto come segno di Cristo, vittima offerta per la riconciliazione e mensa del Signore. Nella tradizione bizantina, questo significato è strettamente collegato all’antimìnsion, la stoffa consacrata che può sostituire temporaneamente l’altare e senza la quale il sacerdote non può celebrare la Divina Liturgia.
L’altare è il centro dell’azione eucaristica: su di esso si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce e intorno a esso il popolo di Dio è convocato per partecipare alla mensa del Signore. La dedicazione dell’altare mette quindi in evidenza la dimensione simbolico-sacramentale del luogo di culto e raccoglie l’eredità biblica, teologica e liturgica di un lunghissimo percorso storico.
Che cosa significa dedicare un altare
Per dedicazione si intende l’atto liturgico che inaugura un luogo di culto nel suo complesso, compreso l’altare. Nel caso di un luogo di culto già consacrato ma con un nuovo altare, si adotta un rito specifico per questa situazione.
La dedicazione dell’altare è una vera e propria ars celebrandi, ricca di codici e sensi. Durante la celebrazione lo si fa essenzialmente coincidere con la celebrazione dell’Eucarestia.
Il rito della dedicazione si articola in quattro parti: riti iniziali, liturgia della parola, preghiera di dedicazione e unzione dell’altare e celebrazione dell’Eucaristia. I protagonisti sono lo spazio consacrato, il popolo di Dio radunato per il rito e la gestualità, il linguaggio e le azioni specifiche per il momento.
Il testo seguito durante il cerimoniale è quello della preghiera di dedicazione. I temi principali che emergono nella dedicazione dell’altare sono tre:
- Cristologico: il riferimento simbolico dell’altare e la sua valenza sacrificale, la simbologia cristiana della roccia e la centralità di Cristo nella Chiesa.
- Ecclesiologico: la vita dei cristiani vista come dono da offrire nell’altare dell’esistenza.
- Sacramentale: i riferimenti all’iniziazione cristiana di un fedele attraverso i Sacramenti.
Origini dell’altare cristiano
Di etimologia incerta (dal latino altus, elevato, ma anche da adolere, ardere, allusivo al fuoco che consuma la vittima), l’altare è il luogo dove viene offerto il sacrificio. Fatto di pietra, presso greci e romani aveva dimensioni ridotte senza escluderne di più ampie, come l’ara pacis di Augusto.
Nell’economia cultuale del popolo ebraico rivestiva un ruolo preciso: pensiamo all’altare eretto da Noè (Gen 8, 20), da Abramo (Gen 12, 7; 13, 18), da Isacco (Gen 26, 25); Mosè lo innalzò per suggellarvi col sangue l’alleanza sinaitica (Es 24); nel tempio di Gerusalemme l’altare era il luogo cultuale per eccellenza.
I cristiani dei primi secoli, coscienti della novità del cristianesimo, hanno preso le distanze dall’idea ebraica e pagana dell’altare: «Ara et delubra non habemus» diceva Minucio Felice (Octavius 32), significando così la peculiarità del culto «in spirito e verità» (Gv 4, 23) inaugurato da Cristo, vero altare, sacrificio, sacerdote e tempio dell’eterna alleanza tra Dio e uomo.
Nella “domus ecclesiae” il pane e il vino per il sacrificio eucaristico erano posti su una tavola mobile di legno (come il tripode, comune nelle case romane, raffigurato nella cappella dei sacramenti nel cimitero di Callisto): tale mensa ha valore di altare, essendo l’Eucaristia un convito sacrificale, modellato sull’Ultima Cena; spiegando la comunione al sacrificio di Cristo san Paolo parla infatti di «mensa Domini» (1Cor 10, 21).
Con l’avvento delle basiliche, nel secolo IV, compare in esse l’altare fisso, di pietra o metallo prezioso: san Pier Crisologo commenta che «commutantur in ecclesias delubra, in altaria vertentur arae» (Sermo 51).
All’adozione dell’altare lapideo non fu estraneo il simbolo biblico di Cristo «pietra angolare dell’edificio spirituale» (cf. Sal 117, 22; Mt 21, 42; At 4, 11; 1Cor 10, 4; 1Pt 2, 4-8).
L’altare, i martiri e le reliquie
Contribuì anche l’uso di celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri, i “confessori” della fede: la visione giovannea di Ap 6, 9 («Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso»), trovò infatti concreta traduzione sia nella costruzione di altari sopra i sepolcri dei martiri, sia nella traslazione delle loro reliquie sotto gli altari delle nuove basiliche.
Al riguardo sant’Ambrogio scrive: «Nel luogo in cui Cristo è vittima, vi siano anche le vittime trionfali. Sopra l’altare lui, che è morto per tutti; questi, redenti dalla sua passione, sotto l’altare» (Epistula 22, 13: pl 16, 1023).
Nel v-vi secolo l’altare, posto anche sotto un ciborio per rimarcarne l’importanza nello spazio basilicale, si presenta in tre forme: una lastra di marmo sostenuta da un pilastro centrale o da colonnine ai quattro angoli (l’altare in san Vitale a Ravenna, raffigurato anche nei mosaici del presbiterio); un cubo vuoto, al cui interno sono poste le reliquie, visibili e accessibili per deporvi fazzoletti o indumenti tramite la «fenestrella confessionis», ossia una grata o porticina; un blocco squadrato di pietra, innalzato sopra il sepolcro del martire (confessio), al quale si accedeva mediante una scala.
Nelle basiliche romane di San Pietro e di San Paolo l’altare, eretto sopra la tomba dell’apostolo martire, è ancora oggi chiamato della «confessione».
Dal secolo IX, l’uso di porre le reliquie dei santi sulla mensa dell’altare come di elevare, dietro a esso, l’urna di un santo, lo trasformano in altare reliquiario. Poiché non tutte le chiese disponevano di reliquie insigni, si diffuse l’uso dell’altare a dossale, sul quale sono raffigurati Cristo, Maria, i santi patroni.
Lo sviluppo storico della forma dell’altare
Di dimensioni ridotte, fino al secolo IX l’altare si ergeva al centro dell’abside sul pavimento a capo della navata (come nelle antiche basiliche), oppure su un piano rialzato.
Dal secolo vi cominciò a disattendersi l’antica norma di «un solo altare» e di «una sola messa» in ogni chiesa, a motivo del crescente numero di sacerdoti e della moltiplicazione di messe, specie di suffragio per i defunti.
Progressivamente la pala si sviluppa in elaborate costruzioni, fino a giungere all’altare monumento, che sarà addossato al fondo dell’abside. In Spagna sono famosi i retablos, ossia elevate pareti in legno policromo istoriato, dapprima intorno ai misteri della vita di Cristo e poi a glorificazione di un santo, specie nel barocco.
Si assiste così a uno spostamento d’accento: le immagini non sono più un accessorio dell’altare, ma è la mensa dell’altare a risultare un accessorio del complesso monumentale.
Ne consegue che la mensa del sacrificio eucaristico non attira più l’attenzione dei fedeli, perché visivamente è più importante l’urna del santo o l’immagine che la sovrasta; scompare il ciborio; lungo le pareti della chiesa o in cappelle vi sono gli altari laterali o minori, in onore della Vergine e dei santi, a seconda delle devozioni. L’idea dell’unicità è tuttavia custodita dall’altare maggiore.
Ulteriore fase evolutiva è la collocazione del tabernacolo al centro della mensa dell’altare. Il primo sostenitore fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti (+ 1543). A Milano, ne fu convinto assertore san Carlo Borromeo.
Il Rituale di Paolo V (1614) lo prescriveva a Roma e lo raccomandava alle altre diocesi. Nel secolo XVIII, quest’uso era universalmente seguito - eccetto nelle cattedrali che spesso seguivano la prassi antica - fino a sviluppare l’altare tabernacolo.
Non sempre però il tabernacolo e, al di sopra, il luogo della solenne esposizione del Santissimo Sacramento (espressione manifesta di fede nella presenza reale contro i negatori di essa) mantennero la giusta proporzione in rapporto alla mensa dell’altare.
La riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II ha inteso restituire all’altare il suo significato liturgico.
Il significato simbolico e celebrativo dell’altare
Tra i luoghi di una chiesa - ambone, sede, battistero, tabernacolo - solo l’altare conosce un rito di dedicazione, a sottolinearne l’eccellenza: «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia» (Institutio generalis Missalis Romani, 296).
Perciò, come ha ricordato Papa Francesco, «verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017).
Il suo valore è espresso anche dai riti che, nella dedicazione, ne esplicitano il simbolismo: l’unzione con il crisma, l’incensazione, l’illuminazione; stendendovi la tovaglia, il nuovo altare è preparato quale mensa del sacrificio: lì ci si nutre del Pane della vita e ci si disseta al Calice della salvezza; lì risplende e da lì si diffonde la luce che illumina i commensali e i familiari di Dio, perché a loro volta siano luce del mondo.
Lo rammenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi» (n. 1383).
Caratteristiche liturgiche dell’altare dedicato
Si chiede che in chiesa si costruisca un solo altare, staccato dalla parete per potervi girare attorno e celebrare verso il popolo, e collocato in modo da attirare l’attenzione; sia normalmente fisso e dedicato, con la mensa di pietra (non è esclusa altra materia degna, solida e ben lavorata); sotto l’altare si possono porre reliquie di santi; sia coperto da una tovaglia e sopra o accanto a esso vi siano una croce e i candelieri (cf. Institutio generalis Missalis Romani, 298-308).
La venerazione per l’altare (si bacia, lo si incensa, davanti a esso ci si inchina) è motivata dal suo legame col sacrificio di Cristo, al quale nel sacramento si associa il sacrificio della Chiesa orante.
Segno di Cristo e vincolo di comunione con lui è il santo altare: su di esso viene deposta l’offerta spirituale dei fedeli, significata nel pane e nel vino, perché lo Spirito Santo, per il ministero del sacerdote, li renda sacramento del corpo e sangue di Cristo, così che quanti se ne nutrono diventino un solo corpo in Cristo, a lode di Dio Padre.
Lo esprime in preghiera il prefazio della messa di dedicazione: «Intorno a quest’altare ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio per formare la tua Chiesa una e santa».
Sull’altare si depone anche l’Evangeliario. Davanti all’altare si compiono i riti di ordinazione (nel rito bizantino il candidato pone il capo sull’altare), il matrimonio, la professione religiosa, la consacrazione della verginità, e nelle esequie si depone la bara del defunto.
Nella liturgia delle Lodi e del Vespro, estensione della lode eucaristica alle ore cardine del giorno, l’altare può essere incensato. Sempre, anche al di fuori dell’azione liturgica, l’altare è invocazione e attesa della presenza di Colui che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21, 5).

Che cos’è l’antimìnsion
L’Antimìnsion o Antimins è uno degli arredi principale dell’altare utilizzato durante la liturgia tradizionale delle Chiese Cristiane orientali. Questa parola deriva dal greco Antimension, cioè “al posto della mensa”, proprio ad indicarne la sua precisa funzione.
L’antimìnsion (dal greco αντιμήνσιον - «al posto dell’altare») - è un’apposita stoffa di forma rettangolare, utilizzata per celebrare la Divina Liturgia.
Si tratta di un rettangolo di stoffa sul quale è raffigurata la deposizione di Cristo nel sepolcro. Questa raffigurazione è adornata da scene evangeliche e dai quattro Evangelisti ai lati.
Sull’antimìnsion, solitamente, è raffigurata la deposizione di Cristo nel sepolcro, a memoria del Suo sacrificio. Vi è cucita, inoltre, una piccola tasca che custodisce una reliquia di un santo martire, a richiamare il legame con la Chiesa primitiva, dove la Liturgia veniva spesso celebrata sopra i sepolcri dei martiri.
Al centro della deposizione si eregge la S. Croce ed all’incrocio dei due pali di essa, dalla parte posteriore, vi è cucita una piccola tasca contenente le reliquie dei Martiri.
Senza l’antimìnsion il sacerdote non può celebrare l’Eucaristia. L’antimìnsion deve essere necessariamente consacrato e firmato dal vescovo.
Origine storica dell’antimìnsion
Nella Chiesa primitiva, i cristiani erano soliti celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri, soprattutto durante i periodi di persecuzione. Questo legame con il martirio e il sacrificio di Cristo si è conservato nella tradizione di inserire nell’antìminsion una reliquia di un santo martire.
Col tempo, quando il cristianesimo è diventato una religione consentita e con la progressiva costruzione di chiese permanenti, emerse la necessità di disporre di altari mobili per celebrare la Liturgia in luoghi privi di altari consacrati.
Così nacque l’antìminsion - come tessuto consacrato che «sostituisce» temporaneamente l’altare. Quest’ultimo poteva essere disteso su qualsiasi tavola e, grazie alla presenza della reliquia e alla benedizione episcopale, rendeva possibile la celebrazione della Liturgia.
Come dice il nome, in luogo della mensa, era originariamente utilizzato come altare mobile. È attualmente considerato un corrispondente alla pietra sacra usata nel rito romano dai missionari in terra di missione o della pietra santa posta nel cuore dell’altare maggiore.
Uso dell’antimìnsion durante la Divina Liturgia
L’antimìnsion è conservato ripiegato all’interno dell’ilitòn, un rettangolo di stoffa adornato da ricami o merletto, ed è posto al centro della Sacra Mensa, l’altare, al di sotto del Vangelo.
E’ dispiegato durante il canto dell’inno cherubico (grande ingresso /offertorio) e su di esso posti i Doni. Subito dopo la la distribuzione della Eucarestia, quando il calice e la patena sono riposti sulla Prothesis, il tavolo delle oblazioni, è nuovamente ripiegato, così come l’eiliton, e viene posto sotto il Vangelo.
Le stesse pieghe col quale è riavvolto prima di essere riposto sotto al Vangelo hanno la loro sequenza. Il sacerdote segue un ordine ben preciso di movimenti, formando così una croce che viene spiegata “preparata” al momento della sua apertura e richiusa al termine del sacrificio.
Generalmente, viene posto sull’altare dove si celebra la Divina Liturgia. Oggi l’antimìnsion è un elemento imprescindibile per la celebrazione della Liturgia nella Chiesa greco-cattolica ucraina.
L’antimìnsion come altare mobile
In molti casi di emergenza, come durante una guerra o al di fuori di una chiesa, l’antiminsion può essere utilizzato come un sostituto dell’altare.
Il sacerdote, infatti, può celebrare l’Eucaristia sull’antiminsion, anche se non vi è un altare consacrato.
Di fatto, a tal proposito il Diritto Particolare della Chiesa greco-cattolica ucraina recita: «Il luogo ordinario per la celebrazione della Divina Liturgia è l’altare consacrato nel tempio, sul quale vi è l’antimìnsion del vescovo eparchiale. In circostanze straordinarie, la Liturgia può essere celebrata in un luogo debitamente predisposto, con l’uso obbligatorio dell’antimìnsion» (Can. 89, § 8).
La consacrazione dell’antimìnsion
Gli antiminsia possono essere consacrati esclusivamente da un vescovo, in quanto successore degli apostoli e simbolo dell’unità della Chiesa.
La consacrazione si svolge secondo un rituale specifico, durante il quale gli antiminsia vengono aspersi con acqua benedetta, unti con il crisma e completati con l’inserimento delle reliquie di un martire.
l’antimìnsion consacrato viene poi firmato dal vescovo e affidato a un determinato sacerdote per la celebrazione della Liturgia in una specifica parrocchia.
È consacrato solennemente dal Vescovo che ne firma la dichiarazione scritta sullo stesso ed è assegnato ad una chiesa o ad un sacerdote.
E’ altresì simbolo di appartenenza al proprio vescovo, in quanto ogni vescovo ordinato a capo della propria diocesi distribuisce al clero ed alle parrocchie i suoi antiminsion, consacrandoli solennemente al suo insediamento o durante la consacrazione di una nuova chiesa, asciugando con gli stessi il Sacro Myron (Crisma) dal nuovo altare.
Rappresenta lo strumento attraverso il quale il vescovo indica il consenso per i Santi Misteri, i Sacramenti, da celebrare in sua assenza.
Quando il vescovo visita una chiesa o un monastero sotto la sua giurisdizione, è solito entrare nell’iconostasi, l’altare del santuario, e controllare l’antimension.
Quando si consacrano gli antiminsia
Il rito di consacrazione degli antiminsia si celebra solitamente il Giovedì Santo. Questa è una prassi successiva, sviluppatasi nel rito bizantino in epoca medievale, in particolare nei monasteri.
Il giorno del Giovedì Santo non è scelto a caso. Nel Giovedì Santo, Cristo ha istituito l’Eucaristia - ossia il fondamento stesso del culto liturgico per cui l’antimìnsion è destinato.
Inoltre, in questo giorno il vescovo consacra il crisma - simbolo della pienezza del sacerdozio e dello Spirito Santo, che opera nei Sacramenti.
La pratica della consacrazione degli antiminsia nel Giovedì Santo è una tradizione radicata e ampiamente diffusa nella Chiesa Orientale.
In particolare, i Patriarcati di Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme e altri, così come la Chiesa greco-cattolica ucraina, hanno conservato questo rito come simbolo di unità con la fede apostolica e con il sacrificio di Cristo.
Incontro di spiritualità della liturgia bizantina - Padre Pietro Tatulli - 09/12/25
Chi presiede il rito
Gli antiminsia possono essere consacrati esclusivamente da un vescovo, in quanto successore degli apostoli e simbolo dell’unità della Chiesa.
Nella vita liturgica della Chiesa greco-cattolica ucraina, questo Rito è solitamente celebrato dal Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav, nella Cattedrale Patriarcale della Risurrezione di Cristo a Kyiv.
Tra questi, vi è il Rito di consacrazione degli antiminsia, che tradizionalmente viene presieduto da Sua Beatitudine Sviatoslav il Giovedì Santo, durante i Vespri con la Divina Liturgia di San Basilio Magno
Il legame tra altare, antimìnsion e vescovo
La consacrazione degli antiminsia non è un semplice atto formale o amministrativo, ma rappresenta un simbolo di comunione nella Chiesa.
Attraverso l’antimìnsion, ogni parrocchia riceve un «collegamento» con il vescovo e, di conseguenza, con tutta la Chiesa di Cristo.
Questo è testimonianza della successione apostolica, della continuità della tradizione eucaristica e della presenza viva di Cristo nel Suo Corpo - la Chiesa.
Allo stesso tempo, l’antimìnsion è anche una rievocazione del martirio - come fondamento della Chiesa, che, secondo le parole di Tertulliano, è «costruita sul sangue dei martiri».
È altresì simbolo di appartenenza al proprio vescovo, in quanto ogni vescovo ordinato a capo della propria diocesi distribuisce al clero ed alle parrocchie i suoi antiminsion.
La dedicazione della chiesa e dell’altare
La dedicazione di una chiesa è un rito risalente all’epoca dell’imperatore Costantino, quando con il suo editto sulla libertà religiosa (anno 313) permise ai cristiani di uscire dalle catacombe o dalle case private, e di costruirsi edifici sacri adibiti al proprio culto.
L’avvenimento è descritto dallo storico Eusebio di Cesarea, vissuto nel IV secolo, con queste parole: «Ebbe luogo uno spettacolo da tutti auspicato e desiderato: feste di dedicazione in ogni città, consacrazioni di chiese di nuova costruzione, riunioni, a questo scopo, di vescovi, concorso di genti da regioni lontane e straniere, sentimenti d’amicizia di un popolo verso l’altro, unione delle membra del corpo di Cristo in una sola armonia di partecipanti».
Gratitudine, festa, partecipazione di tutto il popolo: sono i sentimenti che hanno guidato non solo le dedicazioni ma il ricordo dei loro anniversari.
La cerimonia antica era costituita dalla celebrazione eucaristica. Successivamente essa si è arricchita di numerosi riti.
L’odierno rituale (Ordo dedicationis ecclesiae et altaris), del 1977, è nuovamente centrato sull’eucaristia, con l’inserimento di alcuni riti simbolici: l’aspersione lustrale (segno di penitenza e del battesimo), la deposizione di reliquie dei santi sotto l’altare (divenuta facoltativa), l’unzione con il crisma dell’altare e delle pareti della chiesa, l’incensazione, l’illuminazione dell’edificio (segno di festa e della luce di Cristo).
Suggestiva è la “preghiera di dedicazione” recitata dal vescovo, che invoca la benedizione divina: «Qui la santa assemblea celebri il memoriale della Pasqua […]. Qui salga a te incessante la preghiera per la salvezza del mondo […]. Qui il povero trovi misericordia, l’oppresso ottenga libertà vera e ogni uomo goda della dignità dei tuoi figli, finché tutti giungano alla gioia piena nella santa Gerusalemme del cielo».
La chiesa come luogo della presenza di Dio e dell’assemblea
Il calendario liturgico, personalizzato secondo le varie diocesi, prevede una festa dedicata al giorno anniversario delle chiese già consacrate, cattedrali e parrocchie.
È l’occasione per ringraziare del dono ricevuto, frutto del lavoro e della fede dei padri, e per meditare sul mistero del tempio.
Innanzitutto, paradossalmente, che Dio è presente ovunque. Egli non ha bisogno di un tempio di pietre per essere vicino agli uomini, è il Signore del cosmo e l’universo intero è la sua casa.
Quando Israele era un popolo nomade non aveva templi, ma una “tenda” (hekal) che si ripiegava e si spostava, come le altre tende della tribù. Confidavano in un Dio pellegrino, che lasciava le sue orme sulla strada percorsa dal popolo.
La costruzione di un tempio non deve far pensare che imprigioniamo Dio, ma è il segno che egli abita in mezzo a noi.
La seconda riflessione porta a ricordare che il tempio cristiano è Cristo. Gesù stesso lo dice nel noto episodio della cacciata dei mercanti dal tempio (Gv 2,13-22).
Il significato teologico di un una chiesa-edificio proviene dal fatto che al suo interno si ascolta la parola di Cristo e si celebra il suo mistero pasquale.
Un rito antico prevedeva l’incisione sul pavimento della nuova chiesa di alcune lettere greco-latine come la X, che abbreviava la parola Xristos (Cristo), mettendo ai lati l’alfa e l’omega di cui parla Apocalisse 22,13. Indicava che Cristo stesso prendeva possesso di quel luogo.
La terza riflessione ci chiama in causa. Se i nostri edifici sacri si chiamano “chiese” è perché fin dall’origine sono stati percepiti come luoghi di raduno dell’assemblea (Chiesa dal greco Ekklèsia si traduce con “assemblea”).
L’idea è espressa da san Paolo quando dice: «Voi siete il tempio di Dio» (1Cor 3,16).
Ne deriva che non ha molto senso costruire belle chiese se poi restano vuote. Una chiesa di mattoni che non si anima riunendo la Chiesa di persone è destinata a diventare un monumento muto.
La dedicazione di una chiesa-edificio o la memoria del suo anniversario rimanda dunque il mistero della Chiesa che noi siamo.

L’antimìnsion nel rito romano
Nel rito romano vi è stata una forte attrazione da parte di questo particolare suppellettile, che spesso è utilizzato come un normale corporale.
A detta di molti sacerdoti, aiuta il celebrante a non distrarsi durante la celebrazione, in quanto, mantenendo lo sguardo fisso su di esso e meditando la Passione di Nostro Signore durante la consacrazione attraverso la visione delle icone raffigurate, ogni fattore esterno di disturbo viene rimosso.
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