Senza Eucaristia il mondo crolla: la presenza di Cristo, la fame spirituale e la comunione che sostiene la Chiesa

“Senza Eucaristia non potrei vivere, non potrei amare e non potrei servire i poveri”, diceva Madre Teresa e Padre Pio usava questa immagine: “E’ più facile che il mondo viva senza il sole piuttosto che viva senza la Messa”. L’Eucaristia è il centro, la fonte e il culmine della vita e della Missione della Chiesa.

Non possiamo vivere senza l’Eucaristia. Il senso chiaramente è che non possiamo vivere da cristiani, non possiamo trovare da qualche altra parte l’energia di amore di cui abbiamo bisogno.

Il pane vivo disceso dal cielo

Nella solennità del Corpus Domini non si celebra un ricordo del passato, ma la presenza viva di Gesù. Prima tornare al Padre, durante l’Ultima Cena, nel suo congedarsi, Egli ebbe una creatività unica che viene solo dall’amore.

Una creatività che deve aver maturato lentamente nella sua coscienza di Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, quando deve aver pensato, anche con un po’ di angoscia, alla domanda: sarò crocifisso, morirò e tornerò al Padre. Cosa lascerò ai miei discepoli come presenza permanente e sicura del mio amore?

In verità aveva già dato qualche accenno a quello che voleva fare, ma loro non l’avevano capito, anzi, l’avevano interpretato male: “Come puoi darci la tua carne come vero cibo, e il tuo sangue come vera bevanda? “.

Ma, nell’Ultima Cena Gesù, compreso che era giunto il momento, il tempo opportuno, celebrò la prima Eucaristia vivente, essendo Lui ancora presente tra i suoi. Non avremo mai la capacità di comprendere questo gesto di amore e di fede che racchiude tutta la nostra speranza e ci nutre nel cammino della vita.

Nel discorso che pronuncia nella Sinagoga di Cafarnao, come racconta Giovanni, Gesù dice di essere il “pane vivo disceso dal cielo”. Gesù, nelle sue parole, fa memoria dell’Antico Testamento, cioè il pane immagine che esprime saggezza, e rimanda alla manna piovuta dal cielo, che ha alimentato gli ebrei durante la peregrinazione nel deserto.

Gesù è il pane vivo disceso dal cielo: “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. È venuto non “per dare qualcosa, ma per dare sé stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in lui”.

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità , in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perchè la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». (dal Vangelo di Giovanni 6,51-58)

L’Eucaristia è un’esperienza da vivere

L’Eucarestia non è principalmente una cosa da spiegare ma prima di tutto è una esperienza da vivere. Non sto ovviamente rigettando in due secondi tutta la riflessione teologica che nei secoli la Chiesa ha prodotto sulla Messa, ma credo che anche nelle intenzioni di Gesù e in quello che i suoi primi apostoli e amici hanno raccolto ci sia un insegnamento di vita concreta per non ridurre l’Eucarestia solamente ad una serie di pensieri astratti.

La realtà dell’Eucarestia ci rimanda ad un incontro personale con Gesù che si propone come “pane”, un cibo che sazia il cuore e la vita interiore e fa sperimentare nella limitatezza dell’esperienza umana l’eternità di Dio.

Credo che davvero la Messa si comprenda se la si inserisce in tutta una vita evangelica. Se in questa settimana di campo estivo non ho obbligato nessuno dei ragazzi a venire a messa, ho cercato però con gli altri educatori di far fare loro una esperienza di comunione profonda e vera, fatta di collaborazione, di amicizia, di perdono reciproco.

Credo davvero che senza il prima e il dopo secondo i principi del Vangelo, la Messa si trasforma in un atto incomprensibile fatto di gesti strani e alla fine noiosamente ripetitivi, che nessuna spiegazione teologica può far brillare.

Se celebrare la presenza viva di Gesù nel pane e nel vino significa entrare in comunione con Lui e tra di noi, allora anche prima e dopo la Messa ci deve esser un contesto di vita in comunione tra noi e con Dio.

Se le parole di Gesù che troviamo nel Vangelo non hanno mai posto nella vita quotidiana, in quello che facciamo in casa, al lavoro, con gli amici e ovunque siamo, allora nemmeno le celebriamo all’interno della Messa ci possono interessare, e diventano poco significative.

I Giudei non capivano le parole di Gesù e le avvertivano come senza senso, perchè non erano suoi amici e non avevano una fiducia quotidiana con lui. Lo stesso dobbiamo chiederlo a noi stessi, in modo da superare il vivere la Messa come semplice dovere esterno a noi, ma che non tocca il cuore.

Solo quando la partecipazione alla Messa sarà avvertita come necessità profonda del nostro esser cristiani, andremo in cerca delle spiegazioni, perchè avremo il desiderio di vivere sempre meglio questa esperienza.

La presenza reale e l’amore che trasforma

Gesù quando l'ha istituita non l'ha fatto perché fosse l'unico modo con cui potesse rimanere fra noi: Dio è con noi sempre e comunque. Se l'ha istituita è perché noi vedessimo e facessimo esperienza anche concreta della Sua presenza.

Ogni volta che faccio un atto di fede nella presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino, non solo aumento la mia fede attuandola, ma sto anche facendo la "mia parte di cammino" verso il Signore, rinnovo la mia consapevolezza del fatto che Dio mi ama tanto da voler stare con me.

Siamo fatti di anima e di corpo ed abbiamo bisogno della concretezza dei Sacramenti e di sapere che questi sono i mezzi straordinari, ma, grazie a Dio per noi italiani, ordinarissimi, attraverso i quali siamo certi di raggiungere il Signore e di farlo agire direttamente nella nostra anima.

Il Signore non è limitato dai Sacramenti: Egli può entrare in noi e santificarci anche se non possiamo fare la comunione.

Ragioniamo un attimo: Chi è che ha fatto sì che il Figlio di Dio s'incarnasse nel seno di Maria? Chi rende possibile in ogni S. Messa che Cristo sia realmente presente in anima, corpo e divinità del Pane Eucaristico? È lo Spirito Santo.

È lo Spirito Santo che entra nel mio cuore e porta con Sé tutta la Santissima Trinità. È così che il mio cuore può diventare più simile a quello di Cristo, quando lascio che lo Spirito Santo Lo renda presente dentro di me.

L’Eucarestia è il dono più grande che il Signore ci ha fatto. Essa è vero corpo e vero sangue di Cristo, in grado di trasformare ogni cosa grazie alla Sua azione salvifica.

Abbiamo detto che con la sua resurrezione e glorificazione l’umanità di Gesù riempie l’universo ed è sempre presente a ciascuno di noi. E’ come le onde magnetiche che portano le armonie più belle nell’atmosfera facendo dell’universo la più grande sala da concerto.

Il mistero dell’Eucarestia è aprirci a questa presenza e farla circolare in noi. Gesù Cristo con la sua divinità e umanità è presente nella nostra casa, come lo sono le onde radiofoniche emesse dalla radio.

La consacrazione è l’apertura della radio che permette di captare questa Presenza già offerta, ma su cui non abbiamo presa. Non c’è da stupirci.

L’intimità dell’anima, l’intimità di un essere non sta nelle mani. Si dà la mano per sentire l’amicizia, ma la nostra amicizia non è nelle dita della mano.

Se il cuore è il simbolo della tenerezza sappiamo bene che la nostra amicizia è dove si trova la nostra persona, dov’è il nostro mistero, mistero che scopriamo soltanto quando si entra in un dialogo di luce e di amore con Dio.

Questa intimità si realizza nell’Eucarestia. Il nostro cuore si apre al Signore, che è l’amore universale, e diviene un cuore senza frontiere, come il Cuore di Cristo.

Ignazio di Antiochia diceva che l’Eucarestia è l’Amore e nel linguaggio di Giovanni della Croce “La fiamma viva di amore”, dove si incontrano il Cuore di Cristo e il cuore della Chiesa.

Quando non è possibile ricevere la Comunione

È vero, se non faccio la comunione, non ho la percezione di Cristo che entra in me, ma la fede mi dice che se faccio una comunione spirituale ben fatta, Lui verrà da me, cenerà con me ed io con Lui. (cfr. Ap 3,20).

Se le Messe pubbliche sono state cancellate, però, quelle private vanno avanti, e se ne possono ricevere grandi grazie, soprattutto quando facciamo la Comunione spirituale.

Come facciamo noi che dipendiamo dai sacramenti a sopravvivere quando veniamo separati dalla santa Messa? Ci sono stati molti santi (come anche milioni di cristiani) che hanno vissuto esperienze simili, con mesi e anni di lontananza dai sacramenti.

Guardare a loro può rafforzarci e aiutarci a perseverare.

Le comunità cristiane senza sacerdoti

Anche se non canonizzati, migliaia di cristiani giapponesi hanno vissuto senza sacerdoti per quasi 250 anni. Battezzavano segretamente i loro figli, trasmettendo la fede in lezioni sussurrate e pregando davanti a immagini della Madonna col Bambino camuffate per sembrare buddiste.

Nel 1858 il Giappone riammise i missionari cristiani, che trovarono ad aspettarli 10.000 cristiani clandestini. Immaginate di essere cresciuti quasi certi di non poter mai assistere a una Messa in vita vostra, conoscendo l’Eucaristia solo perché la nonna della nonna di vostra nonna una volta è andata a Messa.

Tutto questo mette il distanziamento sociale in prospettiva. La Corea del XIX secolo si trovava in una situazione simile.

Dopo che il Vangelo venne predicato per la prima volta dal Servo di Dio God Yi Beok e dai suoi compagni nel 1784, la Chiesa venne gestita interamente da laici fino al 1795, quando il beato James Zhou Wen-Mo arrivò scoprendo 4.000 cattolici, uno solo dei quali aveva visto un sacerdote in vita sua.

Wen-Mo servì come unico sacerdote di tutta la Corea per sei anni, fino al suo martirio. Per i 36 anni successivi non ci furono Messe in Corea, finché nel 1836 giunse un piccolo gruppo di sacerdoti francesi, che vennero uccisi due anni dopo.

La testimonianza dei santi

San Isaac Jogues (1607-1646) era preparato a tortura e martirio quando arrivò in Nordamerica per evangelizzare i nativi americani. Come sacerdote non si aspettava di essere privato dell’Eucaristia, finché venne rapito e gli vennero mutilate le mani.

All’epoca, un sacerdote a cui mancava il pollice o l’indice non poteva celebrare la Messa, e quindi da quando venne ferito al suo ritorno in Francia 17 mesi dopo non poté confessare, celebrare la Messa o perfino assistervi.

Ricevette una dispensa speciale e gli fu permesso di celebrare di nuovo la Messa nonostante le condizioni delle sue mani, e dopo essersi ripreso chiese il permesso di tornare in America.

Fu ucciso poco dopo il suo ritorno, ma in seguito il suo assassino si pentì e venne battezzato con il nome di Isaac Jogues.

La beata Victoire Rasoamanarivo (1848-1894) era una nobile malgascia convertita al cattolicesimo. Figura di spicco della Chiesa in Madagascar, quando i Francesi vennero espulsi dal Paese nel 1883 i sacerdoti che se ne stavano andando lasciarono la cura della Chiesa nelle sue mani e in quelle del beato Raphael Rafiringa, fratello religioso malgascio.

Per quasi tre anni, Victoire e Raphael guidarono i 21.000 laici cattolici del Madagascar, riunendoli ogni domenica per la preghiera comune anche se non c’erano sacerdoti a celebrare la Messa.

Victoire spiegò: “Penso ai missionari che celebrano la Messa e assisto con la mente a tutte le Messe che vengono celebrate nel mondo”. Tre anni dopo, una comunità vibrante affamata dell’Eucaristia accolse con gioia il ritorno dei sacerdoti.

San Marco Ji TianXiang (1834-1900) era dipendente dall’oppio. Visto che il suo sacerdote non capiva la natura di questa dipendenza, gli disse che non poteva assolverlo finché non l’avesse superata, il che significava che non avrebbe potuto neanche ricevere la Comunione.

Per 30 anni, TianXiang continuò a praticare la fede anche se gli venivano negati i sacramenti. Non riuscì ad abbandonare la sua dipendenza, ma morì martire ed è stato canonizzato non solo per il suo martirio, ma anche per i decenni in cui ha cercato di servire Gesù pur se in assenza dei sacramenti.

La beata Laurentia Herasymiv (1911-1952), come innumerevoli altri cattolici nei campi di concentramento nazisti o nei gulag sovietici, trascorse gli ultimi anni della sua vita senza i sacramenti e quasi certa che non avrebbe avuto la possibilità di ricevere il viatico o la Confessione finale.

Arrestata per essersi rifiutata di abbandonare la Chiesa cattolica greco-ucraina per l’ortodossia, suor Laurentia venne mandata insieme alla beata Olympia Bida in Siberia, dove morirono a seguito di tutto ciò che avevano subìto per mano dei comunisti.

Morendo chiese l’Eucaristia, dicendo nel delirio: “Gesù, non voglio morire senza di te!” Morì come aveva vissuto per due anni, senza l’Eucaristia, ma venne pienamente unita a Gesù.

La Comunione spirituale

Con questo desiderio recitiamo la formula della comunione spirituale:

Preghiera per la Comunione Spirituale

Gesù mio, io credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell'anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.

Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a te; non permettere che mi abbia mai a separare da te.

È vero, se non faccio la comunione, non ho la percezione di Cristo che entra in me, ma la fede mi dice che se faccio una comunione spirituale ben fatta, Lui verrà da me, cenerà con me ed io con Lui.

È lo Spirito Santo che entra nel mio cuore e porta con Sé tutta la Santissima Trinità. È così che il mio cuore può diventare più simile a quello di Cristo, quando lascio che lo Spirito Santo Lo renda presente dentro di me.

Il digiuno eucaristico come fame del Signore

Queste storie restituiscono la giusta prospettiva al nostro digiuno temporaneo dal Corpo e Sangue di Cristo. Mentre le diocesi di tutto il mondo cancellano le Messe pubbliche per le settimane a venire, molti cattolici stanno già sentendo la mancanza dell’Eucaristia.

Quando il mondo combatte contro una pandemia, sembra che la Messa sia più necessaria che mai. Se le Messe pubbliche sono state cancellate, però, quelle private vanno avanti, e se ne possono ricevere grandi grazie, soprattutto quando facciamo la Comunione spirituale.

Ho ricevuto da una suora che stimo moltissimo, addolorata fino alle lacrime per la privazione della comunione, una riflessione su come vivere questo momento come un’occasione per riaccendere l’amore per l’Eucaristia, senza cedere alla disperazione ma neppure alla rivolta.

Santa Teresa d’Avila esorta le sue sorelle ad obbedire tranquillamente ed umilmente al confessore che non desse il permesso di comunicarsi quand’anche esse lo desiderassero: “Se si tratta di contentare Dio, [le suore] sanno bene che lo contentano meglio con l’obbedienza che con il sacrificio. E se facendo così si acquista maggior merito, perché turbarsi? […]. E se qualcuno decidesse allora di comunicarsi contro il parere del confessore, per quanto mi riguarda, io non vorrei avere parte al merito di quella comunione”.

Con questo non voglio esortare a contravvenire le leggi e andare a Messa. No! Manifesto il mio stupore di come si riesca facilmente a fare a meno della Messa, sostituendola con un contatto informatico, anche se qualcuno ha mandato la registrazione, sicuramente per un migliore prodotto.

La sofferenza dell’escluso, il suo tendere alla comunione - (sacramentale e di coloro che sono parte vivente di Cristo) - rappresenta il legame che lo tiene unito all’amore salvifico di Cristo.

Diviene allora comprensibile come, nella sofferenza per la lontananza, nel dolore pieno di desiderio e nell’amore che nella sofferenza cresce, l’impossibilità della comunione sacramentale possa condurre paradossalmente al progresso spirituale.

La ribellione invece - come afferma Guglielmo d’Auvergne - necessariamente dissolve il fine positivo, costruttivo della scomunica. La ribellione non salva, ma distrugge l’amore.

Talvolta abbiamo bisogno d’una medicina contro la caduta nella semplice abitudine e nella sua assenza di spiritualità. Talvolta abbiamo bisogno della fame - fisicamente e spiritualmente - per capire di nuovo i doni del Signore e per comprendere la sofferenza dei nostri fratelli che hanno fame.

La fame, tanto spirituale come fisica, può essere uno strumento dell’amore.

L’Eucaristia fa la Chiesa

Paolo non parla molto dell’Eucaristia, ma dice ciò che conta di più: che ciò che è più importante è il suo contenuto, ma ancor più della parola Eucaristia in sé, parola che non è usata né dagli evangelisti né dall’apostolo Paolo.

Sappiamo che l’Eucaristia significa azione di grazie, e Paolo, in poche parole, ci racconta come è avvenuta la prima celebrazione eucaristica: Gesù prende il pane e lo dà, beve il vino e lo dà trasformandoli nella sua carne e sangue, inviando i discepoli a celebrare la sua memoria.

Questo è ciò che la Chiesa non ha mai smesso di fare da allora. Ogni volta che ci riuniamo per celebrare questo mistero, è Gesù che ci unisce e vediamo la bellezza della Chiesa, della comunità.

Senza l’Eucaristia non avremmo la Chiesa e, peggio, non avremmo la presenza viva di Gesù.

“Senza Eucaristia non potrei vivere, non potrei amare e non potrei servire i poveri”, diceva Madre Teresa e Padre Pio usava questa immagine: “E’ più facile che il mondo viva senza il sole piuttosto che viva senza la Messa”.

Non altro affermavano i 49 martiri di Abitène - una località nell’attuale Tunisia - che nel 304 hanno preferito, contravvenendo ai divieti dell’imperatore Diocleziano, andare incontro alla morte, piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore: “Senza la domenica non possiamo vivere” risposero al magistrato che li interrogava.

Erano consapevoli che la loro identità e la loro stessa vita cristiana si basava sul ritrovarsi in assemblea per celebrare l’Eucaristia nel giorno memoriale della Risurrezione.

Per essere convinti di questa verità, che non si può vivere senza Eucaristia basterebbe ricordare il comando del Signore: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19).

Chi prende sul serio Gesù, chi sente di essere legato a Lui in modo indissolubile, che sa di essere a Lui debitore della sua vita, non può che accogliere queste parole con riconoscenza e docilità.

Si deve riconoscere come merito alla fedeltà della Chiesa il fatto che, dopo duemila anni, quel comando del Signore mantiene ancora tutta la sua attualità e la sua forza.

Il Corpo di Cristo e il corpo della Chiesa

Per questo l’Eucaristia fa la Chiesa ed è, nello stesso tempo, una risorsa immensa offerta all’esistenza del mondo.

Anzitutto l’Eucaristia fa la Chiesa. Infatti, secondo l’affermazione ripetuta di san Paolo, “la Chiesa è il corpo di Cristo” (Ef 1,22-23; Col 1,24).

È importante anzitutto ricordare che la Chiesa è un corpo, cioè una realtà sociale visibile e non un puro ideale. La Chiesa non si sperimenta attraverso un’appartenenza puramente interiore, ma è realtà esterna, visibile e concreta, che si inserisce attivamente nella storia del mondo.

Tuttavia quel corpo, che è la Chiesa, “è il corpo di Cristo”, un corpo vivificato e plasmato dallo Spirito di Cristo, in modo tale che la forma sociale della Chiesa manifesta la presenza di Cristo oggi nel mondo.

La parola che la Chiesa annuncia non è sua ma di Cristo. I Sacramenti che la Chiesa celebra non sono suoi ma di Cristo. L’amore che la Chiesa cerca di vivere non è amore che provenga da lei, ma da Cristo Signore.

Per questo chi incontra la Chiesa può, in lei e attraverso di lei, incontrare realmente Cristo, al di là delle manchevolezze e dei limiti che sono inevitabili nelle persone che la compongono.

Se fossimo senza l’Eucaristia, come potrebbe la Chiesa crescere effettivamente come corpo verso il suo capo, Cristo (cf. Col 1,18)?

Certo, avremmo la Parola di Dio che è come un seme che dà forma alla vita della Chiesa, ma la Parola ha bisogno di essere interpretata per essere vissuta; ciò che non sempre risulta facile.

Con l’Eucaristia la Parola ha il suo criterio perfetto d’interpretazione: “Questo è il mio corpo che è dato per voi”.

La sorgente dell’amore concreto

L’Eucaristia è poi, nello stesso tempo, una risorsa offerta all’esistenza del mondo. Il mondo stesso diventa migliore se ci sono alcuni che conoscono e vivono l’Eucaristia.

Che cosa viene immesso nelle strutture del mondo, attraverso l’Eucaristia, se non una forza di amore, di perdono e di riconciliazione? E non sono proprio l’amore, il perdono e la riconciliazione quelle forze che tengono in piedi il mondo?

Spesso c’è chi pensa che il mondo sia sostenuto dall’intreccio dei tanti e diversi egoismi. Ciascuno cerca il suo interesse e la società si forma perché gli interessi di uno sono intrecciati con quelli degli altri; per questo ci sopportiamo e sosteniamo a vicenda.

Tale analisi è però gravemente incompleta e se viene presa in assoluto è dannosa. Il mondo sta in piedi perché ci sono persone che amano davvero, che portano non solo il peso della propria vita, ma anche il peso della vita degli altri, che rinunciano ai propri successi e onori per lasciare spazio all’affermazione degli altri e al loro bene.

Se togliamo tutto questo, il mondo diventa un inferno; e quando il mondo diventa un inferno, scompare il desiderio stesso di vivere e il desiderio di dare vita ad altri.

Per questo il mondo ha bisogno dell’Eucaristia. Non perché essa evidentemente sia l’esclusiva sorgente di amore nel mondo; certamente Dio ha messo la capacità e il desiderio di amare in ogni cuore, e l’esperienza stessa di nascere, di essere accolto da qualcuno diventa un impulso forte che ci spinge ad amare.

Ma è importante ribadire che di fatto l’Eucaristia è una sorgente immensa di amore concreto. E se ripercorriamo la storia della carità in Occidente, cioè nella nostra cultura, possiamo rivedere quanto di questa carità ha avuto la sua sorgente nell’Eucaristia.

Quanto dell’attenzione ai poveri, ai malati, agli anziani, ai bambini sia debitore dell’esperienza dell’Eucaristia; o, per fare un esempio, quanto della vita sacerdotale del vostro amato san Gaetano Catanoso, del suo amore alla povertà, della sua compassione per il prossimo abbia avuto la sua motivazione segreta proprio nell’Eucaristia.

Dal pane spezzato alla fraternità

Nel discorso che precede la recita dell’Angelus, il Papa ha sottolineato “l’effetto mistico” e “l’effetto comunitario” dell’eucaristia, “calice condiviso” e “pane spezzato”.

Il primo, l’effetto mistico, “riguarda l’unione con Cristo, che nel pane e nel vino si offre per la salvezza di tutti. Gesù è presente nel sacramento dell’Eucaristia per essere il nostro nutrimento, per essere assimilato e diventare in noi quella forza rinnovatrice che ridona energia e voglia di rimettersi in cammino, dopo ogni sosta o caduta”.

Questo richiede “la nostra disponibilità a lasciar trasformare noi stessi, il nostro modo di pensare e di agire; altrimenti le celebrazioni eucaristiche a cui partecipiamo si riducono a dei riti vuoti e formali”.

L’effetto comunitario è la “comunione reciproca di quanti partecipano all’Eucaristia, al punto da diventare tra loro un corpo solo, come unico è il pane che si spezza e si distribuisce”.

Per Francesco, “non si può partecipare all’Eucaristia senza impegnarsi in una fraternità vicendevole”, sincera.

Tra i suoi discepoli il Signore sa che “ci sarà sempre la tentazione della rivalità, dell’invidia, del pregiudizio, della divisione”, per questo, afferma Francesco, “ci ha lasciato il sacramento della sua presenza reale, concreta e permanente, così che, rimanendo uniti a lui, noi possiamo ricevere sempre il dono dell’amore fraterno”.

Un amore che entra nella storia

In questa domenica, in cui la chiesa fa memoria del corpo e sangue di Cristo, è proprio l’amore in primo piano: cos’è il donarsi come agnello pasquale, la presenza come pane della vita se non proprio un messaggio d’amore che apre le porte, indica la strada verso la Gerusalemme celeste?

La forza dell’amore, della non violenza che aveva nel Mahatma Gandhi un testimone insuperato. Parlando nella festa di San Pietro disse: “metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, e noi vi ameremo ancora.

Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. L’amore è il potere più duraturo che ci sia al mondo”.

Celebrando il Corpus Domini Benedetto XVI ricordava che “la comunione con il Corpo di Cristo è farmaco dell’intelligenza e della volontà, per ritrovare il gusto della verità e del bene comune”.

Per Francesco, nell’eucaristia adoriamo “il tesoro più prezioso” che Gesù ha lasciato alla comunità cristiana.

Francesco celebra all’altare della Cattedra, prima di incontrare i fedeli per l’Angelus. L’Eucarestia, afferma nell’omelia, è “memoriale che guarisce la nostra memoria”, e accende “il desiderio di servire”, fino a creare “catene di solidarietà” con chi ha fame, non ha lavoro, o è povero.

Senza memoria “diventiamo estranei a noi stessi, ‘passanti’ dell’esistenza; senza memoria ci sradichiamo dal terreno che ci nutre e ci lasciamo portare via come foglie dal vento”. La memoria “non è una cosa privata, è la via che ci unisce a Dio e agli altri”.

Eucaristia, memoriale che “guarisce anzitutto la nostra memoria orfana”, segnata da mancanze di affetto e da delusioni cocenti; guarisce “la memoria negativa, che porta sempre a galla le cose che non vanno e ci lascia in testa la triste idea che non siamo buoni a nulla”; che guarisce la memoria chiusa.

Il dono di Cristo e il dono di noi stessi

Non si tratta però solo di obbedire a un comando formale. Il motivo più profondo per cui non possiamo vivere senza Eucaristia sta nelle parole stesse che Gesù ha pronunciato sul pane spezzato e sul vino versato: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi … questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (Lc 22,19-20).

Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questo straordinario Sacramento, nel quale Gesù ha posto la sua stessa vita come dono per noi. Come non accogliere un tale dono? Come non rispondere con tutto il desiderio del nostro cuore?

Quando ci accostiamo all’Eucaristia, esprimiamo col nostro gesto la disponibilità a ricevere il dono di Gesù per noi, diciamo di sì alla sua volontà di amore e al suo sacrificio di riconciliazione.

E da qui, dal dono che il Signore ci fa della sua vita, parte una corrente di amore, di generosità, di perdono, di servizio reciproco che tende a dilatarsi senza limiti fino a raggiungere tutti gli uomini, per coinvolgerli in un circolo virtuoso.

Il punto di origine è che “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Non possiamo certo restituire a Cristo quello che ci ha dato, ma possiamo restituirlo a coloro che Cristo ama, quindi ai nostri fratelli.

Per riconoscenza, dunque, cerchiamo di amare gli altri e di prenderci cura di loro; ed essi, a loro volta, trasmetteranno il medesimo amore ad altri e ad altri ancora, fino a che, finalmente, il dinamismo dell’amore non raggiunga tutti e tutti vi siano coinvolti.

Questa è la legge dell’Eucaristia.

Il mondo sostenuto dalla comunione

Questo circolo di amore ci rende ben consapevoli dei problemi, delle difficoltà economiche e sociali, che oggi voi vi trovate a vivere in questa particolare zona della Calabria, che a volte si manifestano nel modo più grave e talvolta più drammatico, anche attraverso il fenomeno delle attività criminose e mafiose e le preoccupanti forme di omertà e di corruzione che esso genera.

Tutto questo è esattamente la negazione del messaggio del mistero dell’Eucaristia, perché è egoismo, violenza, sopraffazione, individualismo diabolico. Il circolo d’amore, il mistero della comunione è sostituito dal circolo dell’odio, dal mistero del male che avvelena il cuore dell’uomo.

Da una parte l’uomo è esaltato, amato fino al punto che Dio si dona come sorgente di acqua viva per la vita eterna, dall’altra l’uomo è calpestato, umiliato, odiato fino al punto da perdere ogni suo valore.

Ci sono contraddizioni laceranti per la società che da tempo aspettano le giuste soluzioni; non c’è dubbio che negli ultimi anni molto si è fatto, ma ancora moltissimo rimane da fare sia attraverso l’intervento dello Stato, sia con la coraggiosa imprenditorialità dell’iniziativa privata, sia con la continua formazione delle coscienze.

Da questo punto di vista come comunità cristiana abbiamo una grave responsabilità di educazione, di testimonianza e di annuncio coraggioso del mistero dell’Eucarestia, mistero di amore e di comunione.

Infondere fiducia e speranza nelle nuove generazioni è un compito che come Chiesa non possiamo eludere; sarà la nostra missione in questa amata terra.

Auspico che possiate far convergere tutte le vostre energie di intelligenza e di cuore, che sono tante e così valide, verso l’edificazione di una società migliore, più giusta, più ordinata, più umana, una società degna della tradizione cristiana della vostra terra.

L’offerta dei cinque pani e dei due pesci

La nostra condizione è esattamente quella descritta dal Vangelo che abbiamo ascoltato: sommando insieme tutte le nostre risorse possiamo contare su “cinque pani e due pesci” (Lc 9,13); che non sono da buttare via, ma certo sono poca cosa.

Eppure, il Signore vuole queste nostre piccole risorse, i “cinque pani e i due pesci”, per restituircele moltiplicate, in modo che possano soddisfare la nostra fame e quella di una folla immensa con noi.

Come in ogni celebrazione, tra poco porteremo sull’altare un po’ di pane e un po’ di vino che sono il “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. È ciò che si chiama “presentazione delle offerte”, o come spesso si preferisce dire, “offertorio”.

È interessante vedere la povertà di quello che presentiamo e offriamo: “un po’ di pane e un po’ di vino”, qualcosa, quasi niente. Eppure, “questo poco”, messo nelle mani del Signore, compie un miracolo: “questo è il mio corpo che è per voi… è la nuova alleanza nel mio sangue…”.

La persona di Melquisedec ha sempre suscitato in me un grande interesse, con la curiosità di sapere chi fosse e perché avesse tanta importanza nella liturgia sacerdotale.

La grande conclusione a cui sono giunto è, in realtà, nessuna. Tutti dicono di sapere un po ‘di lui, tuttavia, quello che sappiamo è che era un pagano e che andò a visitare Abramo; che ha offerto il pane e, prima di tutto, quello che aveva.

Se riflettiamo un po ‘meglio su questa persona, scopriremo due realtà importanti: Uno dei punti è che era un sacerdote e, per il disegno di Dio, divenne, sebbene un pagano, un amico di Abramo, offrendo un sacrificio pacifico per il bene di tutti.

E poi, possiamo vedere un preludio di ciò che sarà l’Eucaristia stessa: non più un sacrificio sanguinoso, ma, piuttosto, di pace, di perdono e di amore.

Un altro punto è che Melquisedec è sacerdote per sempre. Egli apre la porta non per un sacerdozio temporaneo, passeggero, ma per un sacerdozio per sempre, e sappiamo che, per Gesù, il sacerdozio non è dovuto a una casta, una famiglia, una tribù, ma è un dono di Dio ed eterno.

L’Eucaristia come nutrimento della vita spirituale

C’è una logica in tutto questo. Una comunione di vita.

La vita ha molte sfaccettature e, per questo, parliamo di vita intellettuale, psicologica, umana, spirituale e così via. Infine, tutte queste vite devono avere un’esistenza equilibrata e di qualità, essere ben alimentate.

Qual è il nutrimento della vita intellettuale? Vincere l’ignoranza, l’analfabetismo. Proprio come quello della vita umana è avere una dieta equilibrata, un clima sano, ecc.

E qual è il nutrimento per avere una vita spirituale di qualità? Questa non è una domanda retorica o inutile, ma fondamentale.

La nostra anima, il nostro spirito, hanno bisogno di nutrirsi per vivere in comunione con Dio. Lo fanno attraverso la lettura della Parola, l’esempio dei buoni servitori, delle biografie dei santi, nutrendosi quotidianamente della preghiera.

Tuttavia, non c’è dubbio che il nutrimento più prezioso per una vita spirituale di qualità sia l’Eucaristia.

Dobbiamo rivolgere tutta la nostra attenzione a questo mistero, a questa presenza viva di Gesù in mezzo a noi, e nutrirci di Lui, che è colui che ci dice: chiunque mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e questa è la vita eterna, che conoscano te, il Dio vero e vivente, e colui che tu hai mandato - già ora viviamo, attraverso l’Eucaristia, la vita in pienezza.

In Brasile, questa festa è molto sentita, attraverso manifestazioni esteriori di processioni, tappeti colorati, musica. Tutto questo è indubbiamente molto buono e ci fa bene, ma non possiamo e non dobbiamo fermarci all’esteriore, dobbiamo entrare nel mistero e vivere questo amore pieno e totale del dono reciproco.

Gesù si dona a ciascuno di noi e noi dobbiamo donarci a lui. In questa donazione che realizza l’amore nella sua pienezza e totalità, Maria, madre dell’Eucaristia, che ha celebrato la prima nel mistero dell’Incarnazione, ci aiuti ad avere Gesù non solo nei nostri pensieri ma, attraverso l’Eucaristia, a renderlo la vita della nostra vita.

La Messa, la missione e l’adorazione

Non c’è Chiesa, non c’è Missione, senza Eucaristia. Essa è “fonte e culmine della vita e della Missione della Chiesa”.

L’Eucaristia è il centro, la fonte e il culmine della vita e della Missione della Chiesa. Senza di essa cioè, non ci può essere Missione, non ci può essere vita.

Già l’enciclica dello scorso anno Ecclesia de Eucaristia aveva insistito su questo tema laddove in apertura affermava: “La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa” (Ecclesia de Eucaristia, 1).

Nell’Eucaristia dunque è racchiuso tutto il mistero della vita della Chiesa e senza di essa nessuna azione missionaria è possibile.

“Ogni impegno di santità, ogni azione tesa a realizzare la Missione della Chiesa, ogni attuazione di piani pastorali deve trarre la necessaria forza dal Mistero eucaristico e ad esso si deve ordinare come al suo culmine” (Ecclesia de Eucaristia, 60).

Ordinare ogni azione pastorale all’Eucaristia significa metterla al centro della propria vita, partire da lei prima di ogni altro sforzo personale, mettere lei nel centro di ogni azione.

È in lei che ogni Sacerdote, ogni Missionario, ogni cristiano può trovare la forza e il senso del proprio agire. E, di più, è per portare lei a tutti gli uomini che l’azione pastorale trova il suo scopo più profondo.

Ce lo ricorda la Redemptoris Missio laddove afferma che “uno degli scopi centrali della Missione è di riunire il popolo nell’ascolto del Vangelo, nella comunione fraterna, nella preghiera e nell’Eucaristia” (Redemptoris Missio, 26).

La stessa storia della Chiesa parla sempre di Eucaristia quale mistero centrale della vita di ogni credente. Quanti santi ci hanno testimoniato che il segreto della loro azione stava proprio nei tanti momenti passati in adorazione davanti al Santissimo?

Quanti Missionari ogni giorno trovano la forza del proprio agire proprio nell’adorazione silenziosa davanti al Santissimo?

Adorazione eucaristica davanti al Santissimo

La mia tentazione è di invitare tutti i lettori a prendersi un pomeriggio di silenzio e stare davanti al Santissimo Sacramento esposto.

Guardare Gesù per un’ora buona nell’ostensorio, in silenzio, senza canto e senza parole, e poi leggere attentamente, con calma e con amore il Vangelo di questo giorno (Lc 9,11b-17), che tratta della moltiplicazione dei pani.

Chiudere il Vangelo e trascorrere un’altra ora chiedendo a Gesù di parlare al cuore del suo amore.

L’Eucaristia non è qualcosa su cui la scienza, la chimica, lo studio abbiano molto da dire. È un mistero d’amore che può essere compreso solo nella misura in cui amiamo.

Il Pane disceso dal cielo non è disceso per tornare in cielo, ma per far tornare noi al cielo, attraverso l’ascensore dell’amore e della fede.

Vale la pena ogni giorno, pioggia o sole, avere un appuntamento fissato con Gesù nell’Eucaristia.

Una Chiesa che prega anche fuori dalla Messa

In questo tempo nel quale celebrare l’Eucaristia è stato impossibile per motivi sanitari, abbiamo osservato che nelle comunità cristiane si è reagito in diversi modi: chi ascoltando le Messe in televisione, chi seguendo celebrazioni solitarie trasmesse sul canale youtube della propria parrocchia, chi incoraggiando anche con appositi sussidi la celebrazione domestica della Parola, chi riprendendo in mano la liturgia delle ore magari recitandola insieme ad altri grazie a piattaforme online.

Alcuni hanno vissuto con disagio questi momenti, come fossero poveri palliativi dell’assemblea liturgica. Altri li hanno apprezzati e goduti come esperienze in cui essere protagonisti e uscire da riti ormai stanchi e senza bellezza.

Alcuni non vedono l’ora di tornare a celebrare la Messa, accettando mascherine, distanziamento e turni. Altri ritengono che la liturgia eucaristica richieda gesti e prossimità in mancanza dei quali sarebbe più opportuno attendere.

Difficile dire quale sia la scelta giusta. A ogni comunità è affidato il compito di individuare con prudenza e buonsenso il modo migliore di tornare a celebrare l’Eucarestia.

Certo è che questa situazione ha scoperchiato una realtà che in diversi luoghi si è rivelata molto povera: le persone non sono abituate a pregare al di fuori della Messa, nelle famiglie c’è poco l’abitudine alla preghiera comune anche se tutti sono credenti e praticanti, alcuni presbiteri si sono trovati soli e disorientati al di fuori del loro ruolo di presidenza dell’assemblea eucaristica.

A partire da queste povertà, come dalle cose belle che abbiamo vissuto in questo tempo, crediamo che il digiuno eucaristico a cui siamo state costrette possa essere l’occasione per ripensare i nostri stili comunitari e rinnovare il nostro modo di essere Chiesa.

La liturgia della Parola e il sacerdozio comune

Abbiamo pochi presbiteri e spesso anziani. Non possiamo accettare di condannarli alla solitudine che in alcuni casi è emersa con drammaticità in questo periodo.

E allora mai più presbiteri soli a guidare una comunità parrocchiale! È necessario che in ogni parrocchia sia aperto e organizzato un “luogo” (nella diocesi di Parma viene chiamato Servizio ministeriale) in cui il presbitero possa condividere fatiche, gioie, proposte e idee con un gruppo di persone che stima e di cui coltiva l’amicizia.

È necessario ricordarsi che la liturgia della Parola è importante tanto quanto la liturgia eucaristica. Nella Chiesa cattolica l’abitudine a celebrare l’Eucarestia non solo la domenica ma in moltissime altre occasioni (funerali, matrimoni, battesimi, ma anche convegni, anniversari, ricorrenze civili…) rischia di renderla un rito abitudinario di cui sfuggono la bellezza e il mistero.

Riconoscere il valore della liturgia della Parola consente anche di valorizzare la Chiesa come popolo di Dio che si riunisce attorno a Cristo e non necessariamente attorno ai ministri ordinati.

Sappiamo bene che se non c’è il ministro ordinato non ci può essere la Messa. ma questo non significa che non ci siano la Chiesa, la liturgia, o la preghiera!

Riscopriamo il sacerdozio comune che ci è stato donato con il battesimo, che ci rende tempio dello Spirito Santo e capaci di celebrare la presenza del Signore in mezzo a noi.

La famiglia come Chiesa domestica

Riscoprire la famiglia come piccola chiesa domestica. La preghiera in famiglia non è semplice.

A volte le famiglie sono composte da una sola persona. A volte al suo interno non tutti sono credenti. E se lo sono possono avere una sorta di pudore a pregare insieme perché la preghiera è un gesto intimo.

Ma è singolare che ci siano famiglie in cui tutti vanno a Messa senza sapere pregare in casa. Forse è anche perché mancano modelli di preghiera adatti alle famiglie?

Forse perché abbiamo presente solo la liturgia delle ore che chiaramente è pensata per la vita monastica e non per le famiglie?

Si potrebbe riscoprire la preghiera prima dei pasti o la lettura quotidiana del Vangelo della domenica per formulare proposte semplici e fattibili che permettano alle famiglie di punteggiare la settimana di momenti di preghiera.

Dall’altare alla vita quotidiana

In queste domeniche non siamo andate a Messa. Ma forse abbiamo avuto più tempo per essere “Chiesa in uscita”.

Magari facendo una telefonata in più alla vicina anziana e sola, magari offrendo messaggi positivi e di speranza alle colleghe o agli amici, o dedicando più tempo ad ascoltare i figli.

Mai e poi mai l’attenzione all’importanza dei riti può farci dimenticare che ogni volta che serviamo una nostra sorella o un nostro fratello, ogni volta che amiamo il nostro prossimo, rendiamo culto a Dio.

Isaia (1,13-17) ce lo ricorda con parole dure ma efficaci: «Smettete di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità.

I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi.

Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista.

Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».

Se le parole di Gesù che troviamo nel Vangelo non hanno mai posto nella vita quotidiana, in quello che facciamo in casa, al lavoro, con gli amici e ovunque siamo, allora nemmeno le celebriamo all’interno della Messa ci possono interessare, e diventano poco significative.

La comunione non è un gesto isolato dal resto dell’esistenza. Nella Comunione è Cristo che ci trasforma in Lui affinché la nostra vita sia carità.

Ed è di questa carità che i fratelli hanno bisogno, una carità che parte da un cuore che ama. Altrimenti il bene che facciamo sarà soltanto “assistenza sociale”, mentre i fratelli hanno bisogno di essere amati.

Ma non soltanto loro hanno bisogno, ma Cristo stesso cerca cuori umani che siano disponibili a trasmettere il Suo Amore.

L’unità con Cristo e la santità

Solo in comunione con Dio nutriamo le nostre anime. Siamo nuovi Cristo per condividere il pane, essendo come lui: sacerdoti, re e profeti.

“Tale missione trova pienezza di senso in Cristo e si può comprendere solo a partire da Lui. In fondo, la santità è vivere in unione con Lui i misteri della sua vita.

Consiste nell’unirsi alla morte e risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui.

Ma può anche implicare di riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di Gesù: la vita nascosta, la vita comunitaria, la vicinanza agli ultimi, la povertà e altre manifestazioni del suo donarsi per amore.

La contemplazione di questi misteri, come proponeva sant’Ignazio di Loyola, ci orienta a renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti.

Perché «tutto nella vita di Gesù è segno del suo mistero», «tutta la vita di Cristo è Rivelazione del Padre», «tutta la vita di Cristo è mistero di Redenzione», «tutta la vita di Cristo è mistero di ricapitolazione», e «tutto ciò che Cristo ha vissuto fa sì che noi possiamo viverlo in Lui e che Egli lo viva in noi».” (Gaudete ed exsultate, 20).

La logica eucaristica del dono

Dicevo che l’Eucaristia mette in movimento un circolo d’amore e di riconoscenza che tende ad allargarsi all’infinito.

Il punto di origine è che “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Non possiamo certo restituire a Cristo quello che ci ha dato, ma possiamo restituirlo a coloro che Cristo ama, quindi ai nostri fratelli.

Per riconoscenza, dunque, cerchiamo di amare gli altri e di prenderci cura di loro; ed essi, a loro volta, trasmetteranno il medesimo amore ad altri e ad altri ancora, fino a che, finalmente, il dinamismo dell’amore non raggiunga tutti e tutti vi siano coinvolti.

Questa è la legge dell’Eucaristia.

Gesù si dona a ciascuno di noi e noi dobbiamo donarci a lui. In questa donazione che realizza l’amore nella sua pienezza e totalità, Maria, madre dell’Eucaristia, che ha celebrato la prima nel mistero dell’Incarnazione, ci aiuti ad avere Gesù non solo nei nostri pensieri ma, attraverso l’Eucaristia, a renderlo la vita della nostra vita.

Ci aiuti il santo e pacifico sacerdote Melquisedec in questi momenti in cui nuvole scure sovrastano i sacerdoti, sapendo che la sua luce, anche di notte, risplende sempre.

Venga in nostro aiuto la Vergine Maria che voi venerate nella Cattedrale di Oppido Mamertina come l’Annunziata. Maria è “donna eucaristica” (Ecclesia de Eucharistia nn. 53-58).

Solo guardando a Lei e seguendo le sue orme potremo celebrare e vivere il mistero eucaristico, “il tesoro della Chiesa, il cuore del mondo, il pegno del traguardo a cui ciascun uomo, anche inconsapevolmente, anela” (ib. n. 59).

La presenza reale di Gesù nell'Eucaristia - Prima parte (don Silvio Barbaglia)

Ecco perché “senza l’Eucarestia non possiamo vivere”! E in questo tempo in cui ci si chiede cosa faremo dopo la pandemia la risposta è pronta: “Faremo Eucarestia”, dove il Signore Gesù ci farà sentire la necessità di amarci come ci ha amato Lui.

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