Se incontrassi Madre Teresa, le chiederei come riconoscere Gesù nel volto dei poveri, come trasformare la preghiera in servizio concreto e da dove cominciare per cambiare il mondo. La sua risposta partirebbe dalla fede, ma arriverebbe immediatamente alla vita quotidiana: «Amatevi gli uni gli altri, come Cristo ci ama».
Madre Teresa ricordava che l’amore comincia in casa, che la famiglia che prega insieme rimane insieme e che il povero può trovarsi accanto a noi, anche dentro la nostra stessa famiglia. Il suo messaggio non chiedeva a tutti di abbandonare tutto, ma di vivere con amore la propria vocazione, il proprio lavoro e le proprie responsabilità.
Chi era Madre Teresa e perché incontrarla idealmente
Madre Teresa di Calcutta, il cui nome di battesimo era Agnese Gonxha, era figlia di un droghiere albanese cattolico. Nata il 26 agosto del 1910 nella cittadina macedone di Skopje, nel 1928 entrò nella congregazione delle Suore di Loreto (irlandesi) e venne inviata a Darjeeling, alle pendici dell'Himalaya.
Nel 1948, dopo alcuni anni di insegnamento alla Saint Mary High School di Calcutta - un collegio per ragazze cattoliche - le giunse l'autorizzazione da Roma, con la firma di papa Pio XII, a lasciare il convento; iniziò allora la sua opera mirata a salvare i poveri, assistere gli ammalati e gli emarginati. Nell’arco di due annitrovò una umile abitazione per accogliere i bisognosi; nel 1950 ottenne dal Vaticano il permesso di creare la congregazione religiosa delle Missionarie della Carità.
Madre Teresa è senza dubbio una di quelle persone che non si possono dimenticare e che hanno marcato un periodo della storia umana. La sua avventura non poteva che nascere in quella terra d’India, dove il modo di affrontare il dolore, la malattia e la morte è segnato dalla dottrina del karma e la vita sociale è marcatamente influenzata dal sistema castale, che pesa negativamente soprattutto sui più poveri.
La parabola del buon samaritano aveva insegnato a Madre Teresa di fermarsi davanti alla sofferenza con amore concreto. La sua vita fu anzitutto un omaggio a Dio e al suo primato, fu vicinanza a tutti coloro che vivevano la tribolazione, dai bimbi abbandonati ai moribondi lasciati a se stessi e al loro destino.
Realizzò molti progetti benefici, tra cui la “città della pace” per lebbrosi, destinata ad ospitare 4000 famiglie di malati. Oggi, i suoi centri di assistenza si trovano in tutti e cinque i continenti. Madre Teresa morì da povera tra i più poveri della terra il 5 settembre 1997 a Calcutta.
La prima domanda: come può esistere la speranza in un mondo ferito?
Madre Teresa, che cosa pensa delle cattive notizie che vediamo ogni giorno sui giornali e alla televisione; la speranza, la gioia di cui lei parla come possono stare assieme con parole di guerra e di disperazione?
«La sofferenza per ciò che avviene nel mondo è dovuta a quanto noi possiamo produrre, dopo che siamo stati lasciati a noi stessi. Molta gente ha cercato di dimostrare che Dio non c’è e Dio sta dimostrando che Egli c’è. La guerra e la disperazione sono quanto noi produciamo quando siamo lasciati a noi stessi».
Pensa allora che gli uomini siano cattivi?
«Gli uomini del mondo non sono cattivi; sono affamati di Dio, e tocca a noi e a voi, tutti insieme, provare loro che Dio è amore, che Egli ci ama e noi dobbiamo amarci l’un l’altro come Egli ci ha amato».
La speranza, dunque, non nasce dalla negazione della sofferenza, ma dalla possibilità di rispondere ad essa con l’amore. Per Madre Teresa, l’uomo non è semplicemente cattivo: è una creatura affamata di Dio, di amore, di accoglienza e di un legame che restituisca dignità.
Che cosa chiedere sui poveri
Madre, chi sono per lei i poveri?
«I non-conosciuti, i non-liberi, anche nelle famiglie ricche abbiamo cuori molto poveri. Gesù ha parlato di un giudizio nell’ultimo giorno: “Ero affamato e voi mi avete nutrito, ero nudo e mi avete vestito, ero senza casa e mi avete accolto”. Vuol dire che noi saremo giudicati sull’amore e il povero è Cristo che ha bisogno di me. Ma il povero potreste essere voi ed io per ogni persona che sia sufficientemente gentile da mostrare a noi il suo amore».
La povertà, nella sua visione, non coincide soltanto con la mancanza di denaro. Può essere solitudine, rifiuto, abbandono, malattia, dipendenza, emarginazione o mancanza di libertà. La peggiore malattia oggi è il non sentirsi desiderati ne' amati, il sentirsi abbandonati.
Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d'amore. Ognuno ha bisogno di amore. Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato, e di essere importante per Dio.
Perché i poveri sono speranza
In che senso i poveri sono speranza?
«Se oggi noi compiamo il nostro lavoro d’amore verso di loro, i poveri saranno per noi la via verso Dio. In questo senso sono speranza: attraverso loro noi andremo in Cielo».
Il “Carisma di Madre Teresa” si fonda sulla fede, perché S. Teresa M.C. dava da mangiare a Dio negli affamati, dissetava Dio negli assetati, lo vestiva di dignità negli ignudi, lo accoglieva nei senzatetto, lo visitava negli ammalati, negli anziani e nelle persone sole, nei lebbrosi, negli ammalati di AIDS e lo consolava in ogni genere di carcerati.
Ogni volta che facciamo qualcosa per qualcuno, Cristo lo ritiene fatto a lui, sia che la persona lo meriti oppure no. Ogni essere umano è un figlio di Dio da rispettare e da amare come tale.
Come vedere Gesù nei poveri
Lei prima ha detto che bisogna vedere Dio in noi per poi poterlo vederle nei poveri: vuol dire che bisogna essere per forza cristiani per fare del bene?
«In India, abbiamo molti indù, musulmani e buddhisti che ci aiutano nel nostro lavoro. Lo stesso tempio, dove noi abbiamo la casa per i moribondi, appartiene alla dea Kalì e a questo tempio noi abbiamo portato più di 27 mila persone raccolte dalla strada. In ventun anni, circa 13 mila sono morti serenamente in Dio».
Madre Teresa non ha mai chiesto alle persone la carta d’identità, né le origini né l’appartenenza culturale, etnica o religiosa. Ha invece cercato, in chi aveva dinanzi, il fratello o la sorella da aiutare e salvare.
Ogni essere umano è la personificazione dell’amore di Dio, non importa da dove viene o a quale religione appartiene. Il nostro colore e il paese d’origine sono casuali. Ciò che è essenziale è la nostra comune fratellanza nell’unica e sola paternità di Dio.
La sua preghiera esprimeva questo atteggiamento:
«Signore amatissimo, fa' ch'io possa vederti oggi e ogni giorno nella persona dei tuoi malati, e servirti curandoli. Se ti nascondi sotto la figura sgradevole del collerico, dello scontento, dell'arrogante, fa' ch'io possa ancora riconoscerti e dire: "Gesù, mio paziente, quanto è dolce servirti. Signore, dammi questa fede che vede chiaro, e allora il mio compito non sarà mai monotono, sempre la gioia zampillerà quando mi presterò ai capricci e risponderò ai desideri di tutti i poveri sofferenti. O Dio, poiché sei Gesù il mio paziente, degnati anche di essere per me un Gesù che ha pazienza, indulgente con i miei errori e che tiene conto dell'intenzione, perché la mia intenzione è di amarti e di servirti nella persona di ogni tuo malato.»
La carità non è soltanto assistenza
A noi Madre Teresa ha molto da dire. La chiesa è attenta al sociale. Papa Francesco ha dato ai poveri un’attenzione particolare ed ha molto sottolineato la dimensione sociale della fede, e non poteva fare scelta più evangelica di questa.
Non basta far del bene, fare della carità, va fatto secondo il Vangelo perché possa essere davvero cristiana. Si può assister i poveri anche facendo “Assistenza sociale”, facendo in maniera che non manchi niente ai cittadini in difficoltà. Una cosa è la carità e altra cosa l’assistenza sociale.
La vera carità cristiana ha per oggetto Dio: Dio è l’unico che può essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze perché solo Lui, che è infinito, può soddisfare il nostro desiderio infinito di amore.
Soltanto se amiamo Dio riusciremo ad amare “il prossimo come noi stessi”, anzi, più di noi stessi, come ha fatto Gesù, modello unico del vero amore. La carità cristiana è sulla linea del dono, del puro dono, come opera Dio con noi, la caratteristica della carità cristiana è il cuore in azione e il disinteresse.
Il cuore in azione
In soldoni potremo sintetizzare così: per fare la carità cristiana ci vuole il cuore, serve il cuore perché i poveri vogliono soprattutto essere amati. L’assistenza sociale si può fare anche soltanto con le cose, a distanza, per delega.
Madre Teresa ha precisato che Le missionarie della carità sono quelle che danno il bicchiere di acqua a chi ha sete non quelle che costruiscono gli acquedotti. E si guardano bene dal disprezzare chi costruisce gli acquedotti anche se è chiaro che la distanza dell’acquedotto da chi ha sete è maggiore della mano che offre il bicchiere di acqua.
Madre Teresa è stato un modello di carità cristiana e ci dice che non è un’utopia ma che è possibile. Lascia la sua comunità pe andare tra gli ultimi senza che nessuno lo sappia, senza che i giornali ne diano notizia.
Va tra i più poveri dei poveri e condivide la loro vita: ultima tra gli ultimi non con gli ultimi per essere la prima. Perché ha fatto questo? Unica risposta: per amore di Gesù Cristo, perché Lui glielo ha chiesto, per soddisfare la sua “sete”.
La preghiera e il servizio
Qual è il vostro modo di pregare? Come e quanto pregate?
«Noi preghiamo e facciamo meditazione come tutte le altre religiose. Cominciamo la giornata con la Messa e la Santa Comunione e la terminiamo con l’adorazione al Santissimo Sacramento. Cerchiamo di vedere Cristo nelle apparenze del pane nel Santissimo Sacramento e lungo la giornata continuiamo a vederlo nelle apparenze dei corpi spezzati dei nostri poveri.
Così noi cerchiamo di pregare attraverso il lavoro, compiendolo con Gesù, per Gesù e verso Gesù. Se riusciamo a fare questo, noi preghiamo tutto il giorno».
Un binomio che questa donna minuta ha sempre difeso, come inseparabile, è la preghiera e l’amore: l’uno alimenta l’altro, uno non può stare senza l’altro, proprio perché l’amore nasce da Dio, che è Amore.
La preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui.
La sete di Gesù
Il “Carisma di Madre Teresa” invita a sperimentare l’intensa e infinita sete d’amore e di anime che Gesù ebbe sulla Croce e che continua ad avere nell’Eucaristia, come l’ha sperimentata S. Teresa M.C., e a saziare questa sete come lei ha cercato di saziare, con tutte le forze e le fibre del suo essere.
“Lo scopo generale della Congregazione delle Missionarie e dei Missionari della Carità”, scriveva Madre Teresa M.C., “è quello di saziare la sete di Gesù. ‘Ho sete’, disse Gesù sulla Croce. Quando gli fu tolta ogni consolazione, morendo in assoluta povertà, solo, disperato, soffrendo nel corpo e nell’anima, Gesù parlò della sua sete, non di acqua, ma d’amore e di sacrifici”.
Madre Teresa M.C. continua: “Gesù è Dio, il suo amore e la sua sete sono perciò infiniti. Il nostro scopo è di estinguere l’infinita sete di Dio fatto uomo.
Ogni Missionario della Carità deve sperimentare la duplice sete con la stessa intensità con cui la sentì Gesù, e condividere questa sete con Gesù. Dio ha sete di noi e di tutti e noi abbiamo sete di Dio e di anime.
La gioia in mezzo alla sofferenza
Madre Teresa, quale gioia provate in mezzo alla povertà, alla miseria, dove uno si sente istintivamente triste?
«“La gioia del Signore è la nostra forza” sta scritto nella Bibbia. Quindi non abbiamo ragione di essere infelici e tristi, ma abbiamo ogni ragione di essere felici e di portare questa gioia al mondo, perché Cristo molto spesso ha insistito di essere la causa della nostra gioia e la Madonna è “causa della nostra gioia”.
Quando un’anima viene battezzata, il sacerdote dice al bambino e alle persone battezzate: “Andate e servite la Chiesa con gioia”. Noi tutti, se abbiamo Gesù in noi, dobbiamo portare la gioia come novità al mondo attraverso la nostra gioia.
Per portare la gioia nel mondo è necessario avere la gioia nella famiglia, perché la pace e la guerra incominciano a casa propria; se realmente vogliamo la pace nel mondo amiamoci prima l’un l’altro nella famiglia, e così avremo la gioia di Cristo, nostra forza, fino alla fine della vita.
È davvero necessario vivere pienamente la vita di famiglia, mostrando la gioia; talvolta è molto difficile sorriderci l’un l’altro. Io insisto continuamente con i nostri collaboratori dicendo loro di rendersi capaci di sorridere nella propria famiglia.
Spesso è difficile per il marito sorridere alla moglie e la moglie al marito, alla fine di una giornata, quando sono stanchi. Una volta mi fu chiesto se ero sposata, risposi di sì e aggiunsi che mi era difficile talvolta sorridere a Cristo.
Noi abbiamo un meraviglioso dono da donare a Dio: offrire nel sorriso i propri cuori al servizio degli altri, nelle proprie famiglie e in quelle dei vicini».
Da dove cominciare a cambiare il mondo
Madre Teresa da dove può iniziare un cambiamento radicale della società?
«Il cambiamento deve venire dalle famiglie, dalla propria casa. Da questa casa e da questa famiglia noi avremo buoni preti e buone religiose. La famiglia che prega sta insieme».
«Vorrei raccomandare che si porti la preghiera all’interno della vita familiare. La famiglia che prega insieme rimane insieme. Il frutto della preghiera è la fede, e il frutto della fede è l’amore, e il frutto dell’amore è il servizio vicendevole.
Se dunque cominciamo a pregare, cominciamo ad amarci. E se non c’è amore, e fino a quando non ce ne sarà, non avremo mai pace nel mondo.
Vorrei anche raccomandare che si impari a vedere dove sono i poveri ed a conoscerli. Ci sono magari dei poveri nella nostra stessa casa, e noi non troviamo del tempo da dedicare a loro. E viceversa se li amiamo impariamo anche a vederli. L’amore comincia in casa, e più si è uniti in casa e più si può dare».
Che cosa chiedere ai giovani
Cosa pensa dei giovani d’oggi? Possono avere speranza?
«I giovani sono i costruttori del domani. E molto dipende dalla loro vita di purezza, dalla loro unione con Dio e dall’amore dell’uno per l’altro».
Che cosa suggerisce perché siano costruttori di un mondo migliore?
«Conoscersi l’un l’altro, amarsi l’un l’altro. E l’amore è guida al servizio».
A quale servizio?
«Dimenticare se stessi. È ciò che la gioventù d’oggi ricerca come una sfida. L’altro giorno a New York una ragazza giovanissima, di istruzione elevata e molto ricca, è venuta da noi ad Harlem, con la macchina, e mi ha detto: “Ho dato tutto ai poveri e sono venuta per seguire Cristo”».
Madre Teresa non considerava la giovinezza soltanto come un’età da proteggere, ma come una responsabilità. Ai giovani affidava la costruzione del domani attraverso la purezza, l’unione con Dio, l’amore reciproco e il servizio.
È necessario abbandonare tutto?
Com’è possibile per chi ha famiglia dedicarsi completamente ai poveri? È necessario abbandonare tutto?
«Non è necessario che tutti facciano ciò che facciamo noi: Cristo deve essere dato a tutti e noi non diamo Cristo ai più ricchi dei ricchi. Per poter fare questo è necessario che voi, nella vostra posizione, nella vostra vocazione, nell’ambiente in cui vivete, date Cristo alla gente.
E quello che voi fate noi non possiamo farlo, e quello che noi facciamo voi non potete farlo. Ma noi insieme siamo annunciatori del Regno di Dio».
«Tutto ciò che tutti dobbiamo fare è portare Gesù fra la gente. La gente è affamata di Dio. Non possiamo però dare se non quello che già noi abbiamo.
Che differenza c’è tra l’annunciare il Vangelo qui e annunciarlo in Occidente, nei Paesi più ricchi?
«Assolutamente nessuna differenza. Ieri, oggi e domani, qui ed ovunque altrove, Gesù è sempre lo stesso. C’è un solo Vangelo, c’è un solo Cristo da portare a tutti».
La famiglia come santuario domestico
Il “Carisma di Madre Teresa” ci ricorda che Calcutta può essere nelle nostre case, se solo abbiamo occhi per vedere e cuore per rispondere, come ha fatto Madre Teresa M.C., seguendo la chiamata di Gesù.
La chiamata di Gesù è gratuita, alla quale diamo la nostra libera risposta. Se impariamo sempre più a prestare servizio gratuito e di tutto cuore ai membri della nostra famiglia, senza badare al costo e senza aspettarci ricompense, la nostra famiglia diventerà il santuario domestico della Chiesa.
Ciò sarà possibile solo se accoglieremo Gesù nella nostra casa e se faremo della nostra famiglia un’altra Nazareth. ”Fate della vostra famiglia/comunità un’altra Nazareth”, soleva dire S. Teresa di Calcutta.
Il primo gradino della santità è la gentilezza.
Fate del bene agli altri, perché fare del bene agli altri e pensare agli altri ti fa dimenticare i tuoi mali, le tue sofferenze e i tuoi problemi.
La vita religiosa e i quattro voti
Cosa chiede a quanti vogliono fare parte delle vostre comunità?
«Salute di mente e di corpo; un sacco di buon senso; una capacità di imparare e una disposizione al buon umore. Chi, dopo aver provato, dimostra di non avere queste quattro disposizioni, non può rimanere.
La capacità di imparare sta nell’apprendere ad essere miti ed umili di cuore».
Il “Carisma di Madre Teresa” ha la fede come fondamento, la speranza come forza motrice e la carità come scopo. Si fonda su una fede profonda e incrollabile, perché S. Teresa di Calcutta era convinta fin dall’inizio che la sua opera con i poveri era l’opera di Dio e che qualsiasi cosa facesse per qualcuno di loro lo faceva a Gesù.
Ritengo però che se restiamo fedeli ai nostri quattro voti: amare Cristo di un amore indiviso nella castità; conservare la libertà che viene dalla povertà; vivere una totale obbedienza; ed infine stare al servizio con tutto il cuore dei più poveri tra i poveri senza nulla chiedere in cambio; se sapremo essere fedeli a tutto ciò - dicevo - la nostra congregazione crescerà.
Se invece essa accetterà di divenire ricca, abbandonando il nostro quarto voto e fidando in qualcosa d’altro che non sia l’aiuto della Divina Provvidenza, allora morirà.
La missione: servizio sociale o annuncio del Vangelo?
A quale scuola di pensiero teologico si è ispirata nel creare questa sua opera?
«Al Vangelo».
Lei sa che spesso la vostra opera viene ritenuta un lavoro di servizio sociale di particolare efficacia. Che cosa pensa al riguardo?
«Noi non siamo assistenti sociali: siamo religiose contemplative «situate nel cuore del mondo». Preghiamo, lavoriamo, facendo tutto con Gesù, per Gesù e verso Gesù. Stiamo alla sua presenza ventiquattro ore su ventiquattro. Facciamo del servizio sociale, ma non siamo assistenti sociali».
La conversione è opera di Dio. Nessuno può convertire una persona se non Dio stesso. Anche Dio onnipotente non forza alcuno alla conversione.
Nostro compito è quello di proclamare la Buona Novella. Gesù ha detto di proclamare il Vangelo ai poveri, e la nostra congregazione è impegnata a dare compimento a questa parte del messaggio evangelico: annunciare la Buona Novella ai più poveri dei poveri.
E nel compiere questo lavoro necessariamente entriamo poi in contatto e coinvolgiamo anche i ricchi.
La pace comincia dalla persona
Che cosa pensa dei giovani d’oggi? Possono avere speranza?
«I giovani sono i costruttori del domani. E molto dipende dalla loro vita di purezza, dalla loro unione con Dio e dall’amore dell’uno per l’altro».
Quale è il suo messaggio per i cristiani che fanno lavoro politico?
«Che siano umili, che siano umili e preghino, e che imparino dal S. Cuore di Gesù ad essere delle autorità miti e umili».
E quale è il suo messaggio per quelli che fanno lavoro culturale?
«La stessa cosa. Ritengo d’altra parte che tutti debbano imparare questa lezione dal S. Cuore di Gesù: amarsi vicendevolmente in ogni circostanza ed imparare dal S. Cuore di Gesù ad essere miti e umili di cuore».
La pace comincia da noi: “Ci sia pace e che cominci da me”.
Le opere dell’amore sono opere di pace.
La sofferenza, la morte e la dignità
Lei sa che la croce sembra a molti un peso troppo pesante per poter essere portato, un peso insopportabile, incomprensibile, insomma ingiusto. Quale è la sua opinione alla luce di una esperienza personale che la mette così spesso vicina all’agonia, alla morte per abbandono, per miseria, per fame?
«Gesù ha detto: «Se volete venire con me prendete la vostra croce e seguitemi». La croce è poi il segno della salvezza. I più poveri sono inoltre gente meravigliosa.
Non ho mai visto nessuno di loro morire nella disperazione, e cito spesso uno che mi disse: «Ho vissuto sulla strada come un animale ma adesso muoio come un angelo».
La morte - osservo infine - costituisce il momento di massima pienezza della vita umana: morire in pace con Dio, questo è il suo massimo compimento. Viviamo per poter morire in pace con Dio.
Ho visto molti morire in modo magnifico accettando la sofferenza dell’agonia non con forzata rassegnazione, ma con letizia; e le due cose sono molto diverse.
La forza che viene dall’Eucaristia
Da dove lei e le sue sorelle ed i fratelli prendete ogni giorno la forza di assistere i moribondi?
«Lei stesso l’ha visto questa mattina: dall’Eucarestia, dalla preghiera, dalla nostra ora giornaliera di adorazione del Santissimo sacramento. La nostra forza viene da qui».
Non ho altra ispirazione se non Gesù e l’Eucarestia. Egli si è fatto pane di vita per soddisfare la nostra fame, che è fame di amore. E noi andiamo in cerca di chi ha fame perché possa essere saziato.
Madre Teresa ha amato Gesù col cuore ed ha lasciato il suo segreto a tutti noi, alle sue Figlie le “Missionarie della carità” che si impegnano a rimanere ameno due ore al giorno davanti all’Eucarestia perché assicurava che “Chi non riconosce Gesù nell’Eucarestia non può riconoscerlo nei poveri”.
La chiamata dell’amore concreto
Il “Carisma di Madre Teresa” è cristologico: è la continuazione della vita, della missione e del ministero di Gesù.
Questo “carisma” è lo sforzo di mettere in pratica il vangelo di Matteo 25,31-46. La parabola del giudizio finale riguarda il regno di Dio, un regno che si inaugura già qui sulla terra.
E’ qui che S. Teresa M.C. vide il Cristo affamato, il Cristo assetato, il Cristo ignudo, il Cristo senzatetto, il Cristo ammalato e carcerato, e cominciò a rispondere con gioia.
E’ qui che, come il buon Samaritano, vide il Cristo ferito e “scese” dal convento di Loreto e cominciò a prendersi cura di lui. Fu un dovere e una sfida.
Il “Carisma di Madre Teresa” invita ciascuno di noi a guardare alla nostra Calcutta, ad aprire gli occhi, il cuore e la mente per capire di nuovo le Scritture.
Attraverso S. Teresa di Calcutta Gesù fece conoscere al mondo che Calcutta è in ogni luogo, a volte nascosta.
“Oggi la malattia più grande non è la lebbra o la tubercolosi, l’AIDS e nemmeno il Corona Virus-19, ma l’indifferenza, il rifiuto e il non essere voluti”, soleva dire Madre Teresa, e più tardi avrebbe detto: “Calcutta è dappertutto, se solo abbiamo occhi per vedere”.
Le domande più importanti da rivolgerle
Se potessi incontrare Madre Teresa, le domande più profonde riguarderebbero il modo di amare senza strumentalizzare, servire senza cercare riconoscimenti e riconoscere la dignità di ogni persona.
- Come riconoscere Gesù nei poveri? «Nei poveri, nei malati, debbono vedere Gesù e servire Lui».
- Da dove cominciare? «Il cambiamento deve venire dalle famiglie, dalla propria casa».
- Come costruire la pace? «Amatevi prima l’un l’altro nella famiglia».
- È necessario abbandonare tutto? «Non è necessario che tutti facciano ciò che facciamo noi».
- Come pregare? «Cerchiamo di pregare attraverso il lavoro, compiendolo con Gesù, per Gesù e verso Gesù».
- Che cosa chiedere ai giovani? «Conoscersi l’un l’altro, amarsi l’un l’altro».
- Qual è il primo passo della santità? «Il primo gradino della santità è la gentilezza».
- Come affrontare la sofferenza? «La croce è poi il segno della salvezza».
La vita come dono e responsabilità
La vita è un grande insegnamento: La vita è bellezza, ammirala. La vita è un’opportunità, coglila. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala. La vita è un dovere, compilo. La vita è un gioco, giocalo. La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è una ricchezza, conservala. La vita è amore, donala. La vita è un mistero, scoprilo. La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala. La vita è un inno, cantalo. La vita è una lotta, accettala. La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è felicità, meritala. La vita è la vita, difendila.
La vita va vissuta con gioia e gratitudine, superando gli odi e i rancori che ancor oggi ci separano, macchiando il libro della vita con il sangue degli innocenti, bambini o adulti, ebrei, cristiani e musulmani e sporcandolo con l’odio, la violenza, l’ira, il pregiudizio, il razzismo e l’intolleranza.
Il programma della vita nelle cinque dita
Potremmo sintetizzare il tutto, attorno alla virtù che lei più ha praticato: la carità, l’amore:
- Amore incomparabile a Gesù;
- Amore preferenziale per i poveri;
- Amore fedele alla Chiesa;
- Amore confidente e filiale a Maria;
- Amore riconoscente all’eucaristia;
- Amore servizievole e gentile verso tutti, specie i più poveri e diseredati.
«Nelle cinque dita della mano hai tutto il programma della vita… nelle tue dita hai tutto il Vangelo: “You have done unto me” - “Tu l’hai fatto a me”, quello che hai fatto al più piccolo dei miei fratelli…».
Il bene che fai può essere poca cosa, può essere una goccia, ma anche l’oceano è fatto di gocce; e questa goccia di bene che fai può cambiare il mondo.
Il messaggio da portare nella vita quotidiana
“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!”
Il “Carisma di Madre Teresa” è un patrimonio inesauribile non solo per la famiglia dei Missionari della Carità, ma anche per tutte le persone di buona volontà di ogni religione, nazionalità, casta e colore.
Il “Carisma di Madre Teresa” è in qualche modo parte della nostra vita quotidiana. E’ la via della pace e della gioia, è la via all’eternità, il visto per entrare in Paradiso, allena le persone per il Paradiso, per udire le parole di Gesù: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo…”.
La carità è l’unica realtà che unifica e purifica profondamente il cuore umano. C’è una sua una frase che fa pensare: “Purifica più la carità che non le fiamme del purgatorio”.
Amare, per Madre Teresa, non significava soltanto provare compassione, ma offrire tempo, presenza, ascolto, rispetto, cura e responsabilità. L’amore è un linguaggio che tutti comprendono. L’amore non ha nazionalità né conosce la divisione delle lingue. È la via maestra.
Amatevi gli uni gli altri, come Cristo ci ama.
