San Giuseppe Allamano fondò a Torino, il 29 gennaio 1901, l’Istituto dei Missionari della Consolata, una famiglia religiosa dedicata all’annuncio della Buona Novella e alla promozione dell’essere umano. Otto anni dopo, il 29 gennaio 1910, fondò anche le Suore Missionarie della Consolata.
Impedito a partire per le missioni a causa della salute cagionevole, Allamano trasformò il suo desiderio missionario in un’opera destinata a raggiungere popoli e culture lontane. I Missionari e le Missionarie della Consolata portano il Vangelo in Africa, America, Europa e Asia, superando barriere territoriali, razziali, culturali, sociologiche e religiose.

Infanzia, famiglia e formazione
Giuseppe Allamano nasce a Castelnuovo d’Asti, poi Castelnuovo Don Bosco, il 21 gennaio 1851. È il penultimo di cinque figli e viene subito battezzato nella chiesa del paese, dedicata a Sant’Andrea.
Sua madre Maria Anna affronta con coraggio la perdita del marito Ottavio, avvenuta quando Giuseppe ha due anni, e vive la carità anche al di fuori della famiglia: confeziona vestiti e prepara cibo per i poveri del paese. Dalla madre, donna caritatevole e religiosa, Giuseppe impara ad avere fede e a non lasciarsi scoraggiare.
A sei anni incontra san Giuseppe Cafasso, zio materno, famoso a Torino perché assiste i condannati a morte fino al loro ultimo respiro. Anche dalla parte del padre ha uno zio sacerdote, don Giovanni Allamano, che, con discrezione, contribuisce alle spese per far studiare i nipoti.
Giuseppe Allamano è concittadino di due santi: don Bosco, che l’ha avuto studente a Torino, e Giuseppe Cafasso, che è anche suo zio materno. Nel 1862 entra nell’oratorio di San Giovanni Bosco a Valdocco, a Torino.
Gli anni all’Oratorio di Valdocco
A conclusione delle elementari, Giuseppe viene inviato all’Oratorio di don Giovanni Bosco, a Valdocco, dove già studia suo fratello Natale. In realtà all’inizio è confuso, ma viene convinto ad accettare dal sindaco di Castelnuovo, Matteo Bertagna, e dall’insegnante di religione, don Alessandro Allora.
Durante la giornata s’incontra spesso con il fondatore dei Salesiani: ha quasi l’impressione che gli legga nella mente. La sera, invece, ascolta con gli altri compagni la “buonanotte” sotto i portici dell’Oratorio.
Una volta, però, viene rimproverato severamente da don Bosco: durante le vacanze ha letto «Beatrice Cenci», un romanzo storico su di una tragica vicenda familiare, molto diverso dalle «Letture Cattoliche» che i primi Salesiani hanno iniziato a curare.
Proprio a Valdocco, nel giugno del 1864, arriva in visita monsignor Guglielmo Massaja, vicario apostolico dei Galla e futuro cardinale. I suoi racconti sull’evangelizzazione dell’Etiopia, a cui si è dedicato per decenni, lasciano il segno nel giovane Giuseppe.
Tutti si aspettano che resti all’Oratorio: invece, il 19 agosto 1866, dopo il quarto e ultimo anno del ginnasio, torna a Castelnuovo, senza salutare nessuno. La sua intenzione si palesa nei giorni seguenti: proseguirà gli studi nel Seminario diocesano.
Ordinazione sacerdotale e formazione del clero
Nonostante la salute cagionevole e le frequentissime emicranie, peggiorate dal rigore della disciplina seminaristica, Giuseppe s’impegna negli studi verso il sacerdozio. Viene ordinato suddiacono il 21 dicembre 1872 e diacono il 29 marzo 1873.
Diventa sacerdote a Torino il 20 settembre 1873, a ventidue anni. Dopo alcuni mesi di lavoro pastorale a Passerano d’Asti, passa al seminario diocesano prima come assistente e poi, a soli venticinque anni, come direttore spirituale dei chierici.
Quasi subito viene nominato rettore del Convitto Ecclesiastico di Torino, struttura per l’approfondimento della formazione dei giovani sacerdoti. Con loro è equilibrato e serio; li aiuta a essere obbedienti e rispettosi.
Nel 1876 lo zio don Giovanni Allamano muore lasciandolo suo erede universale, ma soprattutto gli affida una consegna: deve fare il bene senza alcuna riserva. Lo sostituisce nella parrocchia di Passerano, ma dopo tre mesi deve tornare in seminario.
Nel Convitto Ecclesiastico, in seguito, è incaricato anche d’insegnare Teologia Morale come lo zio don Cafasso. Come il Cafasso, è un eccezionale formatore di caratteri, maestro di dottrina e di vita.
Rettore del Santuario della Consolata
Sul finire dell’estate 1880 è nominato rettore del Santuario della Beata Vergine Consolata a Torino, sotto la cui competenza è anche il santuario di Sant’Ignazio a Lanzo. A ventinove anni diventa così rettore del santuario mariano più caro ai torinesi e formatore del giovane clero al Convitto ecclesiastico.
Il santuario della Consolata è un luogo da sempre caro ai torinesi di ogni ceto sociale e stato di vita, ma da tempo versa in un abbandono quasi totale. L’antica costruzione è in rovina e il Convitto per la preparazione dei giovani sacerdoti è chiuso a motivo delle tante polemiche sull’insegnamento della morale.
Don Giuseppe accetta per obbedienza, anche se gli costa moltissimo, e chiede di essere aiutato da don Giacomo Camisassa, compagno di Seminario e suo grande amico. Il teologo Giacomo Camisassa, fedele, attento e silenzioso, gli rimarrà accanto per tutta la vita.
Con fatiche che non cesseranno mai, Allamano rivitalizza il santuario e fa rifiorire il Convitto, come quando vi insegnava il Cafasso. Il giovane rettore si adopera con tutti i mezzi perché il Santuario diventi nuovamente un centro spirituale per la città.
Al restauro della chiesa affianca la cura per le associazioni di lavoratori e lavoratrici già legate al santuario. In più fonda il Laboratorio della Consolata, per educare le giovani sarte alla sobrietà nella moda e al rispetto del giorno festivo.
Pone mano a moltissime iniziative: messe, comunioni, confessioni, novene, sabati mariani, pellegrinaggi, liturgia curata, restauri e ampliamenti innovativi. Nel frattempo, si interessa ai problemi sociali degli operai; è un pioniere della stampa cattolica e migliora e incrementa l’Opera degli Esercizi spirituali per il clero e per i laici presso il Santuario di Sant’Ignazio.
Uomo di preghiera, semplice, umile, dal silenzio laborioso, Giuseppe riporta all’antico splendore la basilica, anche grazie alla rivista La Consolata, da lui fondata con successo di diffusione. Chi lo avvicina si sente felice, sereno, amato.
Nelle cerimonie solenni non pretende mai un posto tra i primi, che gli spetterebbe anche in quanto canonico del Duomo. Per sé riserva un piccolo angolo, nel coretto interno alla chiesa, da cui può contemplare il Tabernacolo.
Il desiderio delle missioni
Fin da ragazzo, Allamano guarda alle missioni con passione e interesse. Lui sogna l’Africa: diventare missionario per diffondere il Vangelo tra i popoli di terre lontane, creare scuole all’aperto, assistere gli ammalati e insegnare a coltivare la terra.
La sua salute cagionevole, però, lo costringe a rimanere a Torino. Consapevole che la missione è la massima realizzazione della vocazione sacerdotale, comprende con sempre maggior chiarezza che ogni sacerdote è missionario.
Vede uscire dai seminari molti preti entusiasti di farsi missionari, ma ostacolati dalle diocesi, che danno volentieri alle missioni l’offerta, ma non gli uomini. E decide: i missionari se li farà lui.
Sa bene che a Torino e in tutto il Piemonte ci sono tanti sacerdoti e così gli nasce l’idea di radunarli insieme. Pensa per anni a questo progetto, mentre ostacoli e contrattempi lo bloccano.
Le prime mosse per concretizzare questa ispirazione avvengono nel 1888: durante un viaggio a Roma, don Giuseppe avvicina il prefetto e il segretario della Congregazione di Propaganda Fide, che coordina i missionari cattolici in tutto il mondo, ottenendo un’approvazione informale.
In realtà, Torino non riesce ancora ad attuare il rinnovamento missionario che si sta compiendo in altre diocesi italiane: molti sacerdoti non hanno il coraggio di lasciar partire i giovani confratelli per terre lontane.
La guarigione e il progetto dell’Istituto
Nei primi mesi del 1900 don Giuseppe si ammala di polmonite doppia: tutta Torino prega per lui. Lo fa anche il cardinale Agostino Richelmy, arcivescovo di Torino e suo amico dagli anni del Seminario, che viene spesso a trovarlo.
Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio guarisce improvvisamente: a vegliare su di lui c’è un quadretto con l’immagine della Consolata. È il segno che stava aspettando: Dio e la Madonna vogliono che lui fondi un nuovo istituto missionario.
Questo istituto sarebbe stato simile a quelli che in altre città e diocesi italiane erano sorti nello stesso periodo e che a Torino mancava, obbligando quindi i sacerdoti piemontesi a entrare in altre realtà o, peggio, a partire totalmente da soli.
Sulla sua guarigione sono state spese parole che chiamano in causa visioni o apparizioni. Lui stesso, più praticamente, affermerà in seguito: «Quand’ero presso a morire feci promessa, se fossi guarito, di fondare l’Istituto. Guarii e si fece la fondazione. Ecco tutto».
La lettera al cardinale Richelmy
Il 6 aprile 1900 è in convalescenza a Rivoli, nella villa ereditata da monsignor Angelo Demichelis. Scrive al cardinale Agostino Richelmy, arcivescovo di Torino e suo amico dagli anni del Seminario, per riferirgli un pensiero che da tempo lo sta preoccupando.
La questione riguarda l’Istituto della SS. Annunziata, un pensionato per maestre che gli è stato affidato da monsignor Demichelis, con gravi questioni amministrative in sospeso. È indeciso se cambiare interamente il personale o se chiudere tutto e assecondare, così, «un antico suo desiderio», come lo definisce.
Espone quindi minutamente tutti i motivi che lo inducono a fondare una nuova famiglia missionaria. Conclude con un rinnovato sentimento di obbedienza: «Ecco, Eminenza, quanto a scarico di coscienza e per la maggior gloria di Dio pensai di manifestarti ancora. Rifletti alla cosa davanti a Dio e, ritornato che sia io a Torino mi dirai il da farsi».
«Sulla tua parola getterò le reti»
Il 24 aprile 1900 la lunga lettera è posta sull’altare durante la celebrazione eucaristica, nella memoria liturgica di san Fedele da Sigmaringa, il missionario cappuccino martirizzato nel 1622 e diventato tanto caro all’Allamano da essere in seguito proclamato protettore dell’Istituto.
Ricevendolo, l’arcivescovo dà via libera alla fondazione: «Eh, nella tua lettera hai messo più contro, che in favore della fondazione. Tuttavia, devi farla tu, perché Dio lo vuole».
Di fronte a tale autorevole manifestazione della volontà divina, don Giuseppe non può che ripetere le parole rivolte da Simon Pietro a Gesù: «Ebbene, Eminenza, “sulla tua parola getterò le reti”».
La fondazione dei Missionari della Consolata
Appianate tutte le difficoltà e gli ostacoli, con l’approvazione del suo Arcivescovo, monsignor Agostino Richelmy, e della Conferenza Episcopale Subalpina, il 29 gennaio 1901 Allamano fonda a Torino l’Istituto dei Missionari della Consolata.
Il bollettino del santuario, La Consolata, ne dà l’annuncio con un’espressione sibillina: «Il culto della Consolata non sarà soltanto contemplativo, ma attivo». Con le missioni, il santuario mariano acquista una dimensione universale.
I Missionari della Consolata sono una famiglia religiosa fondata dal beato Giuseppe Allamano nel 1901, dedita all’annuncio della Buona Novella e alla promozione dell’essere umano. Nati a Torino nel 1901 per ispirazione del Beato Giuseppe Allamano, si impegnano a portare il Vangelo nel mondo.
La prima spedizione in Kenya
L’8 maggio 1902 partono per il Kenya i primi quattro missionari, due sacerdoti e due fratelli coadiutori, seguiti, alla fine dello stesso anno, da altri quattro sacerdoti e un laico.
Nel 1902 parte il primo gruppetto di pionieri per il Kenya, presto seguito da molti altri. I primi missionari partono per il Kenya e l’Etiopia, sulle orme di un altro grande missionario astigiano, il cardinale Guglielmo Massaja.
Allamano non parte, ma sta loro accanto: guida, consiglia e tiene una fitta corrispondenza. Mantiene una fitta corrispondenza con i missionari e le missionarie già in Africa e, da loro, sollecita lettere, relazioni e diari, tutto e sempre per poter meglio annunciare il Vangelo.

La fondazione delle Missionarie della Consolata
Allamano sente presto l’urgenza della presenza di donne consacrate a tempo pieno per l’evangelizzazione. In Africa serve una presenza femminile: dapprima ottiene la collaborazione preziosa delle Suore del Cottolengo di Torino.
Su esplicita richiesta del Papa san Pio X, costituisce pure un ramo femminile. Così, il 29 gennaio 1910, fonda l’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata.
Le Missionarie della Consolata affiancano l’annuncio del Vangelo con la cura degli ammalati, l’educazione, la vicinanza alle comunità e la promozione della persona. Allamano segue da vicino il cammino dei due Istituti: accoglie personalmente i candidati e si incontra settimanalmente con loro.
Sollicita aiuti e trasforma il bollettino del Santuario in un organo di collegamento vivo e diretto con le missioni. Pur continuando incessantemente il suo ministero di rettore del Santuario della Consolata, segue lo sviluppo dei due Istituti fino alla morte.
Il carisma missionario di Allamano
L’intuizione fontale per Allamano è la chiamata a collaborare con Dio nell’attuare il suo progetto di salvezza, che è universale e si concretizza in tre dimensioni caratteristiche: ad gentes, ad pauperes, ad vitam.
Missione ad gentes
La missione ad gentes è il fine che caratterizza e qualifica la spiritualità e il carisma dell’Allamano. Affermava con chiarezza: «Perché siete qui? Tutti rispondete: per essere missionari. Se qualcuno avesse altro scopo sbaglierebbe, perché qui l’aria è buona solo per chi vuole essere missionario».
Questa scelta fu per lui frutto di attento discernimento, tanto da non accettare campi di lavoro se non esplicitamente diretti ai “pagani”. La sua convinzione nasce da un solido e chiaro principio: la configurazione a Cristo, inviato del Padre.
Prima che un’opera da compiere, la missione è comunione di vita con il “missionario” per eccellenza, che è Gesù Cristo.
Missione ad pauperes
La Santissima Vergine “Consolata”, titolare dei due Istituti missionari, ispira il modo di attuare il carisma e caratterizza la vita consacrata ad pauperes.
Nella tradizione derivante dal Fondatore, portare il lieto annunzio del Vangelo significa mirare al benessere e alla felicità delle persone, condividere la vita dei poveri, lavorando per la giustizia e la pace.
Sull’esempio di Maria, Consolata e consolatrice, i Missionari e le Missionarie della Consolata vogliono portare al mondo Gesù, la vera Consolazione.
Accanto al Vangelo promuovono la vicinanza agli emarginati, il conforto agli afflitti, la cura dei malati, la difesa dei diritti umani, la promozione della persona, della giustizia e della pace.
Vita fraterna ad vitam
Allamano vede realizzato l’ideale missionario nella comunione fraterna, in una “famiglia” in cui tutti si accolgono, vivono in unità di intenti e fanno proprie le gioie, le sofferenze e le speranze degli altri.
Un suo pensiero significativo è: «Ricordate che l’Istituto non è un collegio, neppure un seminario, ma una famiglia. Siete tutti fratelli; dovete vivere assieme, prepararvi assieme, per poi lavorare assieme per tutta la vita».
La vita fraterna è suggellata nella professione perpetua dei consigli evangelici. Per Allamano, questo ideale è tanto grande da essere assunto con radicalità e totalità, orientando a esso l’esistenza, la spiritualità, le scelte e le attività.
Vangelo e promozione umana
Da vivo, rimproverano ad Allamano e al suo preziosissimo vice, il teologo Giacomo Camisassa, di pensare troppo al lavoro “materiale”, di curare più l’insegnamento dei mestieri che le statistiche trionfali dei battesimi.
Lui è così, infatti: Vangelo e promozione umana, perseguiti con passione e con capacità. «Fare bene il bene»: ecco un altro suo motto.
I suoi li vuole esperti in scienze “profane”. Per Allamano, l’evangelizzazione non è separata dalla formazione, dall’educazione, dalla cura della salute, dal lavoro e dalla promozione della dignità umana.
Questa attenzione anticipa un orientamento che arriverà fino al Vaticano II, che ai teologi dirà di «collaborare con gli uomini che eccellono in altre scienze, mettendo in comune le loro forze e i loro punti di vista».
La dimensione universale della missione
Il Beato Allamano si sentì chiamato a essere sacerdote e lo fu per tutta la vita. La sua passione consisteva nel meditare sul sacerdozio di Cristo, di cui era stato fatto partecipe e di cui scopriva ogni giorno di più le prerogative.
Ebbe del sacerdozio un concetto dinamico, di servizio, perché il sacerdote è tale non per sé, ma per gli altri. Impedito a partire per le missioni, restò per tutta la vita sacerdote diocesano, senza rimpianti.
La vasta attività a servizio della Chiesa, anziché limitarne gli orizzonti, glieli aprì alle dimensioni del mondo. Per lui, «ogni sacerdote è missionario di natura sua; la vocazione ecclesiastica e quella missionaria non si distinguono essenzialmente; non si richiede che un grande amore per Dio, e zelo per le anime».
Non tutti potranno realizzare il desiderio di recarsi in missione, ma tale desiderio dovrebbe essere di tutti i sacerdoti. L’apostolato tra gli infedeli è, sotto questo aspetto, il grado superlativo del sacerdozio.
Questa dimensione missionaria del sacerdozio non è che un potenziamento dell’essere cristiano. La vita cristiana è sforzo di attuare, in unione a Cristo, il comandamento nuovo: «Amatevi come io vi ho amato».
La carità non esclude nessuno e, se ha delle preferenze, queste sono per i poveri, primi destinatari del Vangelo.
La proposta della Giornata Missionaria Mondiale
Allamano sente che sull’evangelizzazione bisogna scuotere l’intera Chiesa. Nel 1912, con l’adesione di altri capi di istituti missionari, denuncia a Pio X l’ignoranza dei fedeli sulla missione e l’insensibilità diffusa nella gerarchia.
Chiede al Papa di intervenire contro questo stato di cose e propone in particolare di istituire una giornata missionaria annuale, «con obbligo d’una predicazione intorno al dovere e ai modi di propagare la fede».
Declinano le forze di Pio X e scoppia la guerra nei Balcani. L’audace proposta cade, ma non per sempre.
Pio XI Ratti realizza l’idea di Giuseppe Allamano, istituendo nel 1927 la Giornata Missionaria Mondiale. Un anno dopo la morte di Allamano, il 20 ottobre 1927, viene istituita da Papa Pio XI la Giornata Missionaria Mondiale proposta dallo stesso Allamano.
Gli ultimi anni e la morte
Allamano continua la sua multiforme attività anche in vecchiaia. Nel 1925 ha la grande consolazione di assistere, a Roma, alla beatificazione dello zio materno Giuseppe Cafasso, definito da Papa Pio XI “la perla del clero italiano”.
La sua malferma salute si aggrava. Giuseppe Allamano muore serenamente a Torino, nella sua abitazione accanto alla Consolata, il 16 febbraio 1926.
Muore lasciando dietro di sé un rimpianto nella Chiesa locale, di cui era sempre stato presbitero, e nelle sue due famiglie missionarie. La sua memoria liturgica ricorre il 16 febbraio, giorno della sua nascita al Cielo.
I resti mortali di don Giuseppe Allamano riposano nella Casa Madre dei Missionari della Consolata, a Torino, in corso Francesco Ferrucci 14. La sua salma è conservata e venerata nella Casa Madre dei Missionari della Consolata.
Beatificazione e canonizzazione
La fama di santità goduta dal Beato Giuseppe Allamano in vita e dopo la morte, arricchita da tante grazie ricevute tramite la sua intercessione, indusse i due Istituti Missionari a muovere i passi per aprire la causa di beatificazione e canonizzazione del loro fondatore.
Il Processo Informativo incominciò presso la Curia Arcivescovile di Torino nel 1944 e si concluse nel 1951. La sua validità giuridica fu riconosciuta il 5 ottobre 1984.
Il 13 maggio 1989 veniva promulgato il Decreto sulle virtù eroiche. Il 7 ottobre 1990 san Giovanni Paolo II, in Piazza San Pietro, procedette alla beatificazione di Giuseppe Allamano.
Per la beatificazione fu riconosciuta come miracolosa la guarigione, ottenuta per sua intercessione, di una missionaria laica affetta da “epatite virale acuta a decorso fulminante”. La Consulta Medica, nella seduta del 25 ottobre 1989, ritenne la guarigione scientificamente inspiegabile.
In vista della canonizzazione, la Postulazione della Causa sottopose alla valutazione del Dicastero delle Cause dei Santi la presunta guarigione miracolosa di un indigeno brasiliano della foresta amazzonica.
Il miracolo attribuito all’intercessione del Beato Giuseppe Allamano è avvenuto nella foresta amazzonica brasiliana, nello Stato di Roraima. Sorino, uomo dell’etnia Yanomami, fu attaccato da un giaguaro che lo ferì gravemente alla testa, aprendo la scatola cranica.
L’aggressione avvenne il 7 febbraio 1996, primo giorno della novena del Beato Giuseppe Allamano. Trasportato all’Ospedale di Boa Vista e accudito dalle Missionarie della Consolata, che non cessavano di chiedere la sua guarigione per intercessione del Padre Fondatore, Sorino recuperò miracolosamente la salute in pochi mesi e vive tuttora nella sua comunità indigena.
L’Inchiesta Diocesana si è svolta nel 2021 presso la Curia Diocesana di Roraima, in Brasile. La Consulta Medica, riunitasi il 14 settembre 2023, ha dato riscontro positivo circa la guarigione, dichiarandola scientificamente inspiegabile.
Il 5 marzo 2024 i Consultori Teologi si sono pronunciati favorevolmente circa il miracolo e la sua attribuzione all’intercessione del Beato Giuseppe Allamano. Alla medesima conclusione è giunta il 21 maggio 2024 la Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi.
L’iter del Dicastero delle Cause dei Santi si è concluso il 23 maggio 2024 con l’approvazione del decreto di riconoscimento del miracolo. Durante il Concistoro Ordinario Pubblico del 1° luglio 2024, Papa Francesco ha annunciato la canonizzazione di Giuseppe Allamano.
Giuseppe Allamano è stato canonizzato da Papa Francesco il 20 ottobre 2024, a Roma, nella Giornata Missionaria Mondiale. La sua festa è stata fissata per il 16 febbraio, giorno del suo ritorno alla Casa del Padre.
Celebrazione in preparazione alla Canonizzazione di SAN GIUSEPPE ALLAMANO
L’eredità dei Missionari della Consolata
I Missionari della Consolata portano il Vangelo nel mondo in spirito di famiglia, come consacrati a vita per la missione e con uno sguardo teso oltre i propri confini. Guardano e hanno a cuore il mondo, tutti i popoli.
Sono testimoni dell’universalità del cristiano e della Chiesa in quattro continenti: Africa, America, Europa e Asia. Questo “andare oltre” si esprime in qualunque posto si trovino, nel superare non soltanto le barriere territoriali, ma anche quelle razziali, culturali, sociologiche e religiose.
Guardano soprattutto a coloro che sono lontani da Cristo e dalla Chiesa. La loro missione unisce l’annuncio del Vangelo alla vicinanza agli emarginati, al conforto degli afflitti, alla cura dei malati, alla difesa dei diritti umani e alla promozione della persona, della giustizia e della pace.
A fine XX secolo i missionari e le missionarie erano oltre duemila, presenti in 25 Paesi di quattro continenti. Oggi i Missionari della Consolata sono centinaia, presenti in quattro continenti: Africa, Americhe, Asia ed Europa.
La Fondazione Missioni Consolata Onlus è un’organizzazione non governativa fondata nel 2001 dall’Istituto Missioni Consolata. Svolge attività di cooperazione e educazione allo sviluppo in 27 Paesi del mondo, avvalendosi dell’esperienza più che centenaria dei Missionari della Consolata.
La suggestiva casa natale di Allamano è visitabile a Castelnuovo Don Bosco, così come le case dei suoi compaesani San Giuseppe Cafasso e San Giovanni Bosco.
Il suo insegnamento continua a essere sintetizzato nel motto: «Il bene va fatto bene e senza rumore», ovvero nel miglior modo possibile, in silenzio. La sua visione missionaria continua nella vita di sacerdoti, consacrati, laici e comunità impegnati a portare consolazione, giustizia e Vangelo ai popoli.
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