Bersetto: la pecora nel pozzo e la parabola della pecora smarrita nella Bibbia

La ricerca biblica «bersetto bibbia pecora nel pozzo» rimanda soprattutto ai numerosi passi in cui la pecora, il gregge, il pastore e il pozzo diventano immagini della cura di Dio, della perdita, del ritorno e della salvezza. Il riferimento centrale è la parabola della pecora smarrita in Luca 15,1-7, dove Gesù racconta di un pastore che lascia le novantanove pecore nel deserto e va in cerca di quella perduta finché non la trova.

La Bibbia non presenta però un unico episodio intitolato «la pecora nel pozzo». Il pozzo compare in particolare nel racconto di Giacobbe e Rachele, in Genesi 29, dove le greggi si radunano per essere abbeverate; la pecora smarrita appartiene invece alla parabola della misericordia narrata da Gesù. I due motivi sono collegati dal simbolismo biblico dell’acqua, del gregge e della cura pastorale, ma non devono essere confusi come se appartenessero allo stesso racconto.

La parabola della pecora smarrita in Luca 15

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: "Costui accoglie i peccatori e mangia con loro". Ed egli disse loro questa parabola:

"Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta". Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

La parabola della pecora smarrita e ritrovata viene di solito, per motivi di brevità, indicata unicamente con l’aggettivo "smarrita". Eppure, nell’intenzione di Gesù, c’era sicuramente la volontà di sottolineare un altro aspetto, ossia il comportamento del pastore e la gioia del ritrovamento.

Il brano si colloca nel contesto delle parabole del capitolo 15, e per essere correttamente compresa, deve essere "vista" nella sua prospettiva complessiva, e non deve essere isolata dal contesto di tutto il capitolo di Luca.

Perché Gesù racconta la parabola

Gesù era decisamente un personaggio affascinante: piaceva a tutti, ascoltarlo, e il fascino della sua parola sapiente, sostanziosa e profonda, veniva colto anche dai farisei e dagli scribi, che lo ascoltavano spesso anche loro. Come però a volte succede quando ci si trova davanti ad un personaggio che si ammira, può nascere la gelosia, quell’atteggiamento del volere solo per sè ciò che si ammira.

È proprio per gli scribi e i farisei che Gesù racconta questa parabola, per questa loro gelosia che è anche zelo religioso: mangiare con pubblicani e peccatori non è ammissibile per un rabbi, che viene reso impuro da questo tipo di contatto.

La mormorazione che troviamo qui ha come retroterra una domanda sulla persona di Gesù: perché un personaggio di tale spessore e sapienza, e quindi vicino a Dio, si accosta ai peccatori e, facendo questo, mostra di preferire di prendere le distanze da “noi”, che abbiamo a cuore la volontà di Dio e abbiamo passato la vita ad osservarla? Chi è veramente?

La parabola si gioca tutta su questo retroterra: porta in luce la figura centrale di Gesù e il suo comportamento; tira in ballo il gruppo dei “giusti”, e la necessità della gioia condivisa.

Questa stupenda parabola descrive la gioia del "buon pastore" quando ritrova la pecorella smarrita; una chiara risposta di Gesù a coloro (Scribi e Farisei) che "mormoravano" perché accoglieva e rivolgeva la sua "Parola" anche ai peccatori, "liberandoli" dalla durezza di una religione che s’imponeva come giudizio e non come misericordia.

Il contesto di Luca 15: le tre parabole della misericordia

Nel proporre le parabole Gesù si ispira alle situazioni di vita dei suoi contemporanei. Questa volta prende spunto da un uomo che possiede un gregge numeroso: cento pecore.

Gesù allora spiega questa amicizia con tre parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta, un figlio che se ne va e si perde.

La narrazione parabolica di Gesù presenta come simbolici dell’agire di Dio dei comportamenti umani che colpiscono e scandalizzano. I vangeli in effetti mostrano spesso Gesù “in cattiva compagnia”: è commensale e ospite di peccatori e pubblicani, si lascia avvicinare da prostitute, si fa prossimo di uomini che le convenzioni sociali e religiose emarginavano.

Il giudizio di “perduti”, di “irrecuperabili”, su costoro, spesso era ciò che produceva e nutriva l’emarginazione di tali persone, ma Gesù proprio della loro compagnia si compiace, perché così narra la vicinanza di Dio anche agli ultimi, ai dimenticati e agli scartati.

Gesù, semplicemente, avvicina queste persone, le toglie dal loro isolamento sociale e dalla vergogna a cui erano costretti, li coglie come persone, come uomini e donne.

Possiamo affermare che, in radice, la misericordia è il considerare l’altro come una persona, rispettandone radicalmente la dignità, quali che siano le sue opzioni, le sue opinioni, i suoi desideri, il suo status e anche i suoi comportamenti negativi, i suoi peccati.

Riconoscere la misericordia di Dio implica pertanto il riconoscere in verità chi si è umanamente, vedendo i peccati e le ombre che abitano in noi. E implica l’accettare gli altri senza giudicarli e disprezzarli, che è il problema di scribi e farisei.

Il pastore e le pecore nella Bibbia

L’immagine pastorale evocata dalla parabola non è nuova. La Bibbia ricorre più volte a questo simbolismo, che evoca il rapporto tra Israele e le sue guide e Dio stesso.

Tra i profeti, Geremia (c. 23) ed Ezechiele (c. 34) vi ricorrono in modo molto prossimo al nostro testo, Ezechiele in particolare.

Questo profeta, che è un sacerdote, è costretto all’esilio in Babilonia insieme al resto del suo popolo nel 587 aC. Nella terra dell'esilio riceve la sua vocazione profetica ed è incaricato da Dio di accusare i capi del popolo: Israele è come un gregge disperso a causa dell’incuria e della cecità delle sue guide.

Queste, che hanno tradito il loro compito, saranno rimpiazzate da Dio stesso, che pascolerà le sue pecore in pascoli ricchi e nominerà un pastore, un nuovo Davide, che saprà farlo come lui stesso.

Ogni pecora dispersa sarà ricondotta indietro (letteralmente, “le farò fare un’inversione”, viene usato il verbo shub, impropriamente tradotto con “ovile”, un verbo che indica il cambiamento della sorte (si veda ad es, in Geremia 32,44).

Il Signore stabilirà quindi un’alleanza nuova: farà tornare il suo popolo nella sua terra, a casa sua, e farà diventare ogni luogo, un luogo ospitale e tranquillo per il suo gregge, anche il deserto e i boschi selvatici.

Abitare tranquilli nel deserto è, insieme al ritorno a casa, il segno escatologico di un rapporto rinnovato con il Signore.

Già nell'A.T. Dio si era paragonato a un pastore: "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnelli sul petto e conduce pian piano le pecore madri" (1).

Dopo aver rimproverato i capi del popolo: "Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati" (2), Dio promette: "Radunerò io stesso il resto delle mie pecore" (3).

In Ezechiele troviamo lo stesso concetto: "Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta, e ricondurrò all'ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata. " (4).

Le principali immagini bibliche del pastore

  • Isaia presenta Dio come colui che pascola il gregge, raduna gli agnelli e conduce con dolcezza le pecore.
  • Geremia denuncia i pastori che hanno disperso le pecore e promette il loro radunamento.
  • Ezechiele rimprovera le guide che non hanno curato le pecore deboli, malate e ferite.
  • La parabola di Luca mostra il pastore che cerca personalmente quella perduta.
  • Il pastore diventa così un’immagine della responsabilità, della misericordia e della salvezza.

Le novantanove pecore nel deserto

La parabola di Lc 15, che intende spiegare il comportamento di Gesù, ci mette davanti ad un pastore che non intende perdere neanche una pecora del suo pure numeroso gregge.

La scena è conosciuta e molto comune, all’epoca ancora più di oggi: un pastore conduce il suo gregge al pascolo. Anche in Galilea, che è una regione più verde rispetto al resto di Israele, le colline dove si trovano pascoli sono lontane dall’essere rigogliose, e per questo solo il pastore sa dove trovare erba ed acqua.

In questo vagare tra le colline, succede quello che tutti i pastori temono: al momento della conta nella sosta, si accorge che manca una pecora. Sa perfettamente di quale pecora si tratta, e torna indietro sui suoi passi cercandola, anche se deve lasciare le altre lì dove si trovano, en te eremo.

Come questo, diversi dettagli della parabola ci lasciano perplessi: che pastore è mai questo? Vale la pena “abbandonare” un gregge intero per una sola pecora? Non si mettono a rischio tutte le altre?

Lascia perplessi anche il fatto che, dopo il ritrovamento, la pecora viene condotta “a casa”, e non insieme alle altre, che pure hanno ancora bisogno del pastore per tornare a loro volta.

Non è un dettaglio senza significato: una parabola insiste solo sui dettagli utili a trasmettere l’insegnamento e tralascia quelli che, per la logica della narrazione, ci aspetteremmo di trovare; quindi, il particolare delle pecore lasciate en te eremo, nel deserto, o all’addiaccio, ha una sua importanza.

pastore con pecora sulle spalle

Il significato simbolico del deserto

Nella Bibbia il “deserto” ha una valenza simbolica vastissima: oltre a indicare l’addiaccio, è il luogo della tentazione, il luogo della peregrinazione di Israele verso la terra, ma anche un luogo di fuga, di rifugio.

Si tratta, quindi, di una situazione di temporanea privazione dentro la quale, restando uniti, si è protetti e si può vivere.

Dai profeti sappiamo che pure il deserto può diventare una terra ospitale nel tempo dell’Alleanza rinnovata.

Il racconto della parabola si svolge nel deserto, luogo di morte e di solitudine dove è importante rimanere "in gruppo"; per questo il pastore, prima di allontanarsi a cercare la pecorella smarrita, lascia le altre al sicuro nel gruppo dove si sentono protette e sostenute.

Il deserto è il luogo dell’insicurezza dove l’uomo, anche il più forte, rischia la perdita della sua sicurezza interiore; è per tradizione il "posto del diavolo" (colui che disperde), dove l’uomo è "messo a nudo".

A questo gregge “abbandonato” si allude nuovamente solo al termine della parabola: Gesù lo riferisce chiaramente ai “giusti che non hanno bisogno di ritornare”.

Questi, se lasciati nel deserto, lo sono per volontà del pastore, che è volontà di cura, e possono stare tranquilli perché sono comunque al sicuro.

Lo sono perché sono tutti insieme, mentre ogni peccatore è solo. Nel deserto, solo l’unione consente di sopravvivere.

Questi “giusti” sono al sicuro non perché sono forti, ma perché hanno a cuore la presenza e partecipazione di tutti alla vita del gregge, il che è causa della loro gioia di vedere tornare chi se ne era allontanato.

Novantanove giusti che vivono così, anche nel deserto sono già al sicuro.

La pecora perduta e la responsabilità del pastore

Si potrebbe pensare che la perdita di una pecora non abbia molta importanza per il pastore, invece, egli abbandona le altre novantanove per andare in cerca di quella smarrita.

Il lettore si può legittimamente chiedere: è sensato l’agire di questo pastore? La parabola suppone che il pastore abbia fatto la conta delle pecore e si sia accorto che ne manca una.

Una su cento. Cosa è più logico fare? Assicurarsi che le altre novantanove siano al riparo o mettersi in cerca dell’unica perduta lasciando le altre “nel deserto” (15,4)?

Il testo dice che la pecora si è perduta, ma il pastore non può per questo esentarsi dalla responsabilità della cura e della ricerca chiudendosi nel “è colpa sua”, “se l’è cercata”, “non avrebbe dovuto fare ciò che ha fatto”, e così via …

In ogni caso, nel segreto della coscienza, il pastore quella domanda se la deve porre. E forse il resto del gregge non è stato attento e non si è reso conto quando quella pecora si è attardata o è incespicata o si è azzoppata ed è rimasta indietro.

Forse c’è una responsabilità anche del resto del gregge che non ha vigilato …

Non sappiamo cosa sia successo a quella pecora, perché si sia smarrita: è caduta in un burrone? È rimasta ferita?

Di certo, quando il gregge avanza la pecora ritardataria è minacciata di morte. Se rimane sola non ha scampo e diverrà preda degli animali selvaggi.

La sventura per la pecora è perdere contatto con il gregge e restare sola. Allora sì che la perdita rischia di divenire ineluttabile.

Ecco dunque che il pastore diviene cercatore e cerca finché non abbia trovato (15,4): qui si sottolinea la durata della ricerca.

La pecora nel pozzo: il racconto di Giacobbe e Rachele

Il riferimento alla «pecora nel pozzo» può essere collegato ai passi della Genesi in cui il pozzo è il luogo presso il quale si radunano i greggi e dove le pecore vengono abbeverate.

Guardò, e vide un pozzo in un campo, e là vicino tre greggi di pecore accovacciate, perché da quel pozzo abbeveravano le greggi; e la pietra sulla bocca del pozzo era grande.

Là si radunavano solitamente tutte le greggi; allora i pastori rotolavano via la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano le pecore; poi rimettevano la pietra al suo posto, sulla bocca del pozzo.

Egli disse loro: «Sta egli bene?». Essi risposero: «Sta bene; ed ecco sua figlia Rachele che viene con le pecore».

Egli disse: «Ecco, è ancora pieno giorno e non è tempo di radunare il bestiame; abbeverate le pecore e poi andate a pascolarle».

Ma essi risposero: «Non possiamo, finché tutte le greggi siano radunate, e abbiano rotolata via la pietra dalla bocca del pozzo; allora faremo bere le pecore».

Egli stava ancora parlando con loro quando giunse Rachele con le pecore di suo padre, perché ella era una pastora.

Quando Giacobbe vide Rachele figlia di Labano, fratello di sua madre, e le pecore di Labano fratello di sua madre, si avvicinò, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e abbeverò il gregge di Labano, fratello di sua madre.

In questo episodio il pozzo non è una prigione per la pecora e non rappresenta direttamente la pecora smarrita di Luca 15. È il luogo dell’acqua, dell’incontro e della vita quotidiana del gregge.

Immagine biblicaPasso principaleSignificato
Pecora smarritaLuca 15,1-7Ricerca della persona perduta e gioia del ritrovamento
Pecore presso il pozzoGenesi 29,2-10Abbeverata del gregge e incontro presso l’acqua
Gregge dispersoGeremia 23; Ezechiele 34Fallimento delle guide e cura diretta di Dio
Pastore che radunaIsaia 40,11Protezione, dolcezza e accompagnamento

La ricerca finché la pecora viene trovata

Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all'ovile, se ne sta allontanando; il pastore non la punisce, è viva e tanto basta.

E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno.

Trovatala, la mette sulle spalle, fa tutt’uno con essa e, dal deserto dove si trovava, va a casa e convoca amici e vicini per far festa con loro.

Trovatala non la bastona né le rompe le zampe, secondo la consuetudine, per evitare che si perda di nuovo come farebbe uno che non ama le proprie pecore e pensa solo ai suoi interessi, anzi, se la mette sulle spalle e, tutto contento, la riporta a casa, rallegrandosi con gli amici per il suo ritrovamento.

Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non traccia consuntivi, ma preventivi.

Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.

La pecora condotta a casa

Ma nella nostra parabola la pecora ritrovata viene portata direttamente a casa, e non insieme al resto del gregge.

La pecora perduta “torna”, fa una conversione. La casa del pastore è il luogo dove si trovano amici e vicini con cui condividere la gioia del ritrovamento.

Si apre, qui, uno spiraglio escatologico della parabola, che allude a quella casa che è il Regno di Dio, abitato da una moltitudine in festa (“nel cielo”).

Se la parabola fosse finita con la ricollocazione della pecora perduta con le altre, saremmo davanti ad un insegnamento morale.

In realtà, la parabola dice chi è Gesù e perché mangia con i peccatori e ipubblicani.

Il fatto che la pecora venga portata a casa permette di accorgersi della portata escatologica dell’azione di questo pastore, il quale non ha il solo compito di mettere al sicuro una pecora che rischia di morire nella solitudine e nell’inedia, ma quello di salvarla definitivamente, di portarla “a casa”.

Qui Gesù parla di una salvezza definitiva, e si rivela “quel” pastore davidico di cui parla la profezia di Ezechiele.

Si tratta di un pastore che non agisce solo in nome di una giustizia terrena, ma che ha a che fare con la salvezza escatologica e con la partecipazione alla gioia del regno di Dio.

Una pecora vale quanto l’intero gregge

Nell'ottica di questa parabola i grandi numeri non contano. Ciò che viene a mancare al pastore e alla donna che spazza è, insieme, essenziale e gratuito.

Il pastore ha altre 99 pecore, la donna ha altre nove monete, eppure senza una di queste il numero resta incompleto.

Il comportamento del pastore e della donna indica che nessuno è senza valore e merita di essere lasciato indietro.

La ricerca del pastore ha di mira la completezza. C’è l’abbondanza, si, e rispetto a coloro che si perdono i “giusti” sono tanti, ma non è ancora abbastanza: l’abbondanza deve diventare completezza.

Ebbene, l’unica pecora è importante perché senza di lei la sala del banchetto escatologico non sarebbe piena.

Si vede, qui, il dislivello tra la mormorazione dei farisei e degli scribi, che è tutta terrena, fatta di gelosia, di scrupolo per una legge di purità che lascia fuori chi non sa starle dietro, e questa realtà immensa che è il Regno di Dio.

Gesù porta alla luce questo dislivello. Egli è il pastore inviato a cercare quelli senza i quali la “sala” non sarebbe riempita in tutta la sua infinita capacità.

Il significato della conversione

Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

Gesù è stato inviato dal Padre proprio per andare in cerca delle pecore smarrite (che rappresentano quanti si allontanano da Dio), per questo si intrattiene con i peccatori.

Agli occhi di Gesù non c'è situazione disperata per nessuno, la salvezza che egli è venuto a portare è per tutti.

E però necessario riconoscersi peccatori, bisognosi di lui e del suo perdono.

Gesù è venuto proprio per richiamare i peccatori alla conversione.

La conversione è dono di Dio: è lui che cambia il cuore, però richiede la risposta dell'uomo.

Siccome Dio non si compiace della morte del peccatore, ma desidera che viva, la conversione è fonte di gioia.

La gioia, con cui Il brano finisce, è la componente più importante del racconto.

Dai giusti ci si attende questa, insieme alla nostalgia per chi è ancora perduto e per il pastore, che deve tornare a prenderle.

La gioia del pastore e la gioia del cielo

Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta".

La gioia del pastore per il ritrovamento della pecora smarrita è la gioia di Dio che ha ripreso possesso dell’oggetto del suo amore; una gioia intimamente legata alla sua realtà di Padre e Creatore.

Dio è felice di essere un Padre che dona gratuitamente il suo amore accogliente; una gioia così traboccante che non può che essere condivisa.

La parabola della pecora smarrita, in Luca, ha il suo vertice nell’invito a partecipare alla gioia di Dio nel perdonare; Matteo invece vuol dare particolare evidenza al compito del pastore nel cercare la pecora smarrita.

Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L'ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti.

Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici.

La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa.

Una gioia specchiata in quella del pastore e anche della donna che ritrova il soldo perduto della parabola seguente, come la gioia del padre del figlio ritornato e che dovrebbe contagiare anche il figlio che era rimasto sempre con lui.

La pecora smarrita come immagine dell’uomo

La pecora che lascia il gruppo e si perde nel deserto è l’immagine dell’anima che si è "staccata" dall’amore del suo Pastore, e si è inoltrata nell’indistinto e nell’isolamento; una separazione che facilita il dubbio e l’angoscia e predispone il sopravvento del “demonio”, perché l’uomo che si stacca dal Padre cerca disperatamente altre sicurezze che possono portare alla completa perdita di se stesso.

Nonostante questo, l’uomo rimarrà per sempre l’oggetto dell’amore di Dio, come una pecora sarà sempre di un valore enorme per il pastore che, per questo, lascia le altre novantanove da sole al sicuro per cercarla nel deserto.

Il Dio che Gesù rivela attraverso questa parabola manifesta un amore forte, quasi possessivo; egli è il Dio "geloso" dell’Antico Testamento, che non vuole rassegnarsi a perdere chi rappresenta per lui un grande valore, perché parte integrale del suo gregge e del suo amore.

Un Dio che al tempo stesso evidenzia anche una cura e una preoccupazione materna, perché da solo, nel "deserto", separato da lui, qualsiasi uomo è in pericolo e può essere perso per sempre.

In questo comportamento di Dio emerge il suo amore e la sua sofferenza (se così si può dire); egli, in un certo senso, si sente tradito e soffre perché, per lui, la perdita di un’anima è sempre una sconfitta, e per questo cercherà sempre di ricondurre all’ovile ogni pecora smarrita.

Il pastore entra nel deserto dell’uomo

Per trovare la pecora smarrita pastore deve ripercorrere nel deserto lo stesso cammino pieno d’insidie e pericoli "entrando" nella stessa realtà di solitudine, e rifare la stessa esperienza esponendosi, così, al pericolo della morte e al rischio del non ritorno.

Anche Dio con l’Incarnazione del Verbo è entrato nel deserto dell’esperienza umana alla ricerca dell’uomo peccatore; egli "abbracciando" la condizione umana, in Cristo, ha lasciato la sua gloria per condividere la prova del "deserto" dell’uomo, e per andarlo a ritrovare proprio là dove più grande era il pericolo.

Qui contempliamo una misericordia senza limiti di Dio.

Ognuno di noi, deve fare i conti ogni giorno con le proprie fragilità e i propri limiti, ma possiamo sempre contare sull’amore smisurato di Dio.

Possiamo anche sbattere la porta di casa per fuggire alla ricerca di nuove sensazioni, allontanarci, perderci, rimanere schiavi dei nostri stessi sbagli, ma Dio non ci abbandona al nostro destino.

Anzi, più prendiamo le distanze da Lui e più ci cerca.

Colui che è stato da sempre pensato in termini di onnipotenza, di inavvicinabilità e di giustizia, vive invece all’insegna di un amore folle, perché è, prima di tutto e soprattutto, Padre!

Il pastore nei profeti Geremia ed Ezechiele

Geremia denuncia i pastori che hanno disperso il gregge: Perciò così dice l'Eterno, il DIO d'Israele, contro i pastori che pascolano il mio popolo: «Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ne avete avuto cura; ecco, io vi punirò per la malvagità delle vostre azioni», dice l'Eterno.

Ma la promessa continua: «Ma radunerò il resto delle mie pecore da tutti i paesi dove le ho disperse e le ricondurrò ai loro pascoli, e saranno feconde e si moltiplicheranno.

Ezechiele formula la stessa denuncia con immagini ancora più vicine alla parabola: Voi mangiate il grasso, vi vestite di lana, ammazzate le pecore grasse, ma non pascete il gregge.

Non avete fortificato le pecore deboli, non avete curato la malata, non avete fasciato quella ferita, non avete riportato a casa la smarrita e non avete cercato la perduta, ma avete dominato su loro con forza e durezza.

Le mie pecore vanno errando per tutti i monti e su ogni alto colle; sì, le mie pecore sono state disperse su tutta la faccia del paese, e nessuno è andato in cerca di loro, o ne ha avuto cura.

Come un pastore ha cura del suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io avrò cura delle mie pecore e le strapperò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di dense tenebre.

Io stesso pascerò le mie pecore e le farò riposare», dice il Signore, l'Eterno.

«Voi siete le mie pecore, le pecore del mio pascolo; siete uomini e io sono il vostro DIO», dice l'Eterno.

La pecora smarrita e la dignità della persona

Dietro alla pecora si delineano le persone, quelle ritenute perdute, lontane, senza dignità, i pubblicani e i peccatori, coloro che vivono nel peccato, coloro che per le loro stesse inclinazioni e attività si trovano a essere giudicati e disprezzati.

Si intravedono tutti coloro che vengono chiamati non con il loro nome ma con il nome di una categoria, con un’etichetta, con un nome che non identifica ma che spersonalizza: prostituta, pubblicano, malfattore, bandito, …

E il pastore, con il suo comportamento, narra la sollecitudine di Dio per ogni uomo, per ogni persona. Che ai suoi occhi è preziosissima.

Gesù abbatte nella sua pratica quotidiana tabù culturali e religiosi che considerano come “contagiosa” la vicinanza con persone che per etnia o per genere o per condizioni di salute o altro ancora venivano costrette all’isolamento, a vergognarsi di se stesse, a scomparire.

La misericordia, quando passa dall’essere un’affermazione teologica riguardante l’invisibile Dio all’essere una pratica esistenziale, un reale incontro di un uomo con altri uomini e donne, con persone con cui si vivono scambi, relazioni, affetti o amicizie, può divenire scandalosa, scomoda, intollerabile.

La mormorazione smaschera l'insufficienza della pretesa giustizia.

Il confronto con Matteo 18

La parabola della pecora smarrita compare anche nel Vangelo secondo Matteo:

Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

La versione di Matteo mette in risalto il compito del pastore nel cercare la pecora smarrita, mentre quella di Luca insiste soprattutto sulla gioia del ritrovamento e sulla partecipazione alla gioia di Dio.

In Matteo la conclusione sottolinea che il Padre celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

Il pozzo nella Genesi: acqua, gregge e incontro

Nel racconto di Genesi 29, il pozzo è un luogo intorno al quale si raccolgono le greggi. La grande pietra che chiude la bocca del pozzo impedisce di attingere individualmente all’acqua, e i pastori attendono che tutti i greggi siano radunati.

Ma essi risposero: «Non possiamo, finché tutte le greggi siano radunate, e abbiano rotolata via la pietra dalla bocca del pozzo; allora faremo bere le pecore».

Il particolare mostra che il gregge è un’immagine di una comunità raccolta e che l’acqua è una risorsa condivisa. La pecora non viene descritta dentro il pozzo, ma accanto ad esso, nel momento in cui il gregge viene condotto all’abbeverata.

Quando Giacobbe vide Rachele figlia di Labano, fratello di sua madre, e le pecore di Labano fratello di sua madre, si avvicinò, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e abbeverò il gregge di Labano, fratello di sua madre.

Il pozzo, in questa scena, è quindi associato alla vita, alla sete, alla cura degli animali, al lavoro dei pastori e all’incontro tra le persone.

pozzo biblico con gregge di pecore

Il gregge, l’acqua e la protezione

La Bibbia collega spesso il gregge alla necessità di trovare pascoli e acqua. Anche in Galilea, che è una regione più verde rispetto al resto di Israele, le colline dove si trovano pascoli sono lontane dall’essere rigogliose, e per questo solo il pastore sa dove trovare erba ed acqua.

Il pozzo rende visibile una dimensione della cura che nella parabola di Luca resta implicita: il pastore conosce i luoghi in cui il gregge può nutrirsi e dissetarsi, mentre la pecora isolata è esposta alla fame, alla sete e ai pericoli del deserto.

Dio è come il pastore, a lui stanno a cuore tutte le pecore, una a una.

Se ne manca una sta male, va in angoscia, come se difettasse qualcosa di sé.

Dio ha un amore totale per ogni singolo e la perdita di uno lo ferisce perché ognuno è parte di sé.

Ognuno ha un valore incommensurabile agli occhi di Dio.

La casa, l’ovile e il ritorno

La pecora perduta “torna”, fa una conversione.

Il termine «casa» nella parabola di Luca indica il luogo dell’accoglienza e della festa, non soltanto un riparo fisico per il gregge.

La casa del pastore è il luogo dove si trovano amici e vicini con cui condividere la gioia del ritrovamento.

Il ritorno a casa richiama la promessa profetica di un popolo ricondotto alla propria terra e alla comunione con Dio.

Il Signore stabilirà quindi un’alleanza nuova: farà tornare il suo popolo nella sua terra, a casa sua, e farà diventare ogni luogo, un luogo ospitale e tranquillo per il suo gregge, anche il deserto e i boschi selvatici.

La sala del banchetto escatologico non sarebbe piena senza l’unica pecora ritrovata.

Troviamo qualcosa di simile nella parabola di quel banchetto, per offrire il quale il Servo viene inviato fuori a chiamare gli invitati, che rifiutano, e poi chiunque si trovi nelle strade perché la sala, in cui c’è ancora posto, si riempia.

La misericordia come ricerca instancabile

Non smette di cercare "finché non la trova".

Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai.

La passione del pastore è quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie.

Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.

Il Dio misericordioso è anche il Dio della gioia, il Dio che si rallegra del peccatore che si converte, di colui che si riconosce nell’errore e accetta di essere trovato e accolto.

Questa è la logica della parabola: la perdita non annulla il valore della pecora, e l’allontanamento non cancella l’appartenenza fondamentale al gregge.

La misericordia di Dio non si limita a constatare la distanza, ma la attraversa con una ricerca concreta e perseverante.

Il buon Pastore e la salvezza

Nei tempi di oggi è necessario riscoprire e prendere coscienza che Dio è il Pastore Bello, Dio è nostro Padre, è Amore Misericordioso, buono e premuroso, che ama stare con i suoi figli; essere stimolati a vivere questa meravigliosa realtà significa attingere alla sorgente di acqua viva, zampillante, eterna, che si chiama Amore Misericordioso.

Dio vuole essere non soltanto Dio ma Padre, dire "Padre" significa raggiungere la ragione di una proprietà intima, poiché è manifestare che Dio ha generato e che quindi ha dei figli, "Padre" è dunque in certo qual modo il nome più vero di Dio, il suo nome proprio per "eccellenza".

Essendo Padre, il suo amore non viene mai meno: è "misericordioso", poiché la caratteristica della bontà di Dio è di "donare i suoi benefici a coloro che egli ama".

Gesù Cristo è il buon Pastore che pascola il suo gregge, le sue pecore. Egli possiede del buon Pastore le due condizioni indispensabili: conoscere le proprie pecore e dare la vita per esse.

Gesù mostrò la sua infinita carità mettendosi alla ricerca della pecora perduta e lasciando nel deserto le novantanove ben custodite, cioè, scendendo dal cielo sulla terra, percorrendo un lungo cammino e sopportando molte sofferenze per cercare i peccatori.

Gesù ci mostra la sua infinita carità anche nel momento in cui incontra la pecora smarrita, perché non la percuote con la verga, né la trascina, ma la pone sulle sue spalle.

Egli infatti non fugge dalla presenza del peccatore, se questi non fugge da Lui.

La croce come compimento dell’immagine del pastore

Ciò che Gesù ha insegnato in teoria nella parabola del buon Pastore lo concretizza di nuovo sulla croce.

Questo episodio manifesta la carità quasi incomprensibile del buon Pastore.

Sembra che Gesù schiodi un braccio dalla croce per liberare la povera pecora impigliata fra le spine di un roveto per stringersela al cuore.

"Io offro la mia vita per le mie pecore; nessuno me la toglie, io stesso la dono".

E nell'ultima cena dice: "Questo è il mio corpo che è dato per voi. Questo è il mio sangue versato per la salvezza di molti e per la remissione dei peccati". (5).

Il pastore della parabola non si limita a recuperare una pecora da un pericolo immediato, ma la porta verso la casa, la festa e la salvezza.

Qui Gesù parla di una salvezza definitiva, e si rivela “quel” pastore davidico di cui parla la profezia di Ezechiele.

La chiamata della comunità cristiana

Cristo è veramente il Buon Pastore che conosce per nome ognuna delle sue pecorelle, e la sua missione di ricondurre all’ovile le pecore perdute d’Israele (l’intera umanità) è ora demandato ad ogni vero cristiano.

Egli si è chinato in particolare verso gli umili ed i peccatori, ai quali ha offerto i tesori del suo amore misericordioso affinché ritrovassero la salvezza in Dio.

Con la parabola della pecora condotta a casa, Gesù parla ai farisei, agli scribi, e al resto delle pecore lasciate nel deserto.

La comunità non è chiamata a trasformare la misericordia in mormorazione, gelosia o giudizio, ma a partecipare alla gioia del pastore quando chi era perduto viene ritrovato.

Dai giusti ci si attende questa, insieme alla nostalgia per chi è ancora perduto e per il pastore, che deve tornare a prenderle.

Il senso della «pecora nel pozzo»

Se l’espressione «pecora nel pozzo» viene usata per cercare un versetto della Bibbia, è importante distinguere tre immagini.

  • La pecora smarrita: è la persona perduta che Gesù cerca finché non la trova, secondo Luca 15,1-7.
  • La pecora presso il pozzo: appartiene al racconto di Genesi 29, dove i greggi si radunano per essere abbeverati.
  • Il pozzo come simbolo: richiama l’acqua, l’incontro, il sostentamento e la vita del gregge.

La pecora di Luca non viene descritta dentro un pozzo, ma nel deserto, separata dal gregge e minacciata dalla solitudine.

Il pozzo della Genesi non è invece il luogo della perdita, ma il punto di raccolta presso il quale i pastori abbeverano le pecore.

Le due immagini possono essere accostate perché entrambe parlano della cura, ma il loro significato narrativo è diverso: nella Genesi il gregge viene condotto all’acqua; in Luca il pastore attraversa il deserto per trovare quella che si è perduta.

Solo Dio ha compassione di noi, solo lui ha il coraggio di venire a cercarci, solo Dio è pieno di gioia per averci "ritrovato", perché è stata accolta la grazia della salvezza.

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