La parete divisoria tra presbiterio e zona dei fedeli nella chiesa paleocristiana

Nella chiesa paleocristiana la separazione tra il presbiterio, riservato al clero e all’altare, e la zona dei fedeli, collocata nelle navate, era realizzata attraverso cancelli, transenne, recinti e strutture architettoniche di diversa forma e altezza. Questa divisione non costituiva una chiusura assoluta: i fedeli erano parte viva e integrante della cerimonia liturgica, perciò i cancelli tra la zona dell’altare e quella dei laici non erano più alti di un metro.

La parete divisoria poteva assumere il nome di transenna, pergula, iconostasi o, in epoca medievale, pontile o jubé, a seconda della forma, della funzione e del periodo storico. Nell’architettura paleocristiana l’esigenza fondamentale era separare il santuario vero e proprio dai fedeli, mantenendo tuttavia la partecipazione visiva e rituale della comunità.

La distinzione tra presbiterio e zona dei fedeli

Il principale problema delle prime comunità cristiane è l’elaborazione di un edificio specifico per la celebrazione eucaristica. Essi hanno bisogno di un luogo per incontrarsi, pregare, ascoltare la lettura delle Sacre Scritture e rievocare il sacrificio di Cristo.

La basilica a pianta longitudinale, sviluppata cioè in lunghezza su una forma rettangolare, diventa la soluzione migliore. Infatti, la definizione degli spazi aiuta la distinzione del clero (presbiteri e vescovi) rispetto ai fedeli, catecumeni (non battezzati), postulanti (che desiderano convertirsi) e penitenti.

L’organizzazione della basilica è determinata da una precisa differenziazione di funzioni e rimarca la gerarchia di ruoli tra officiante e fedeli. L’officiante sta nella zona rialzata dove c’è l’altare, evidenziata anche dalla luminosità dell’abside; i fedeli occupano, divisi per sesso, le navate.

Quello che sappiamo della cultura medievale ci racconta dell’esistenza di una tripartizione dello spazio sacro nelle chiese medievali d’Occidente, ovvero della presenza di uno spazio dell’altare, il vero santuario, di uno riservato al clero, il coro, e di uno destinato ai laici, ai fedeli quindi, cioè la navata.

Le origini della separazione liturgica

Nell’architettura paleocristiana non è ancora apertamente dichiarata una netta divisione tra uno spazio dell’altare e uno spazio per il coro, mentre viene avvertita da subito l’esigenza di separare il santuario vero e proprio dai fedeli attraverso cancelli o transenne.

Già Eusebio di Cesarea nella sua descrizione della basilica di Tiro, dedicata nel 317, menziona l’alto recinto di legno che impedisce alla folla dei fedeli di avvicinarsi all’altare.

Anche nell’Africa mediterranea e in Grecia, dove a volte la nave centrale era riservata al clero, è sentita questa necessità, e le navatelle, destinate ai fedeli, vengono separate con transenne da quella principale.

Tuttavia, dal momento che i fedeli sono parte viva e integrante della cerimonia liturgica, i cancelli di separazione tra la zona dell’altare e quella dei laici non sono più alti di un metro.

SpazioFunzione principale
Presbiterio o santuarioZona dell’altare e celebrazione riservata al clero
CoroSpazio destinato al clero e ai cantori
NavataZona occupata dai fedeli
Quadriportico e narteceSpazi destinati soprattutto ai catecumeni e all’attesa

La basilica cristiana e il percorso verso l’altare

Contrariamente ai riti pagani, quelli cristiani si svolgevano al chiuso e alla presenza di tutta l’ecclesia (la comunità di fedeli). Non era possibile quindi prendere in prestito la forma del tempio classico perché non sarebbe stata funzionale, il tempio con la sua piccola cella buia non era adatto alle necessità di una liturgia che prevedeva la presenza di molte persone nello stesso ambiente.

Guardano allora alle basiliche romane perché erano le uniche costruzioni realizzate per ospitare moltitudini di persone in uno spazio chiuso. Prendendo a esempio le grandi aule di giustizia imperiali (le “basiliche”) vengono così costruite le prime chiese longitudinali.

La basilica cristiana ha una pianta rettangolare, ma l’ingresso è su uno dei lati minori. La lunghezza del percorso delle navate, indica simbolicamente il cammino che i fedeli devono fare per avvicinarsi all’altare, cioè a Cristo.

Rispetto al modello della basilica romana, quella cristiana presentava l’ingresso in uno dei lati minori, per cui si seguiva l’asse longitudinale ingresso-altare-abside. Questo sottolineava idealmente il percorso da compiere per il fedele, e il suo avvicinamento verso l’altare era interpretabile come un simbolico cammino verso Dio.

Lo sguardo dei devoti infatti, in questo modo convergeva sempre verso l’altare. Tutto concorre a produrre una traiettoria visiva privilegiata che porta lo sguardo verso l’altare, il centro spirituale e religioso in cui si svolge la liturgia.

La basilica è divisa in una, tre o cinque navate da file di colonne, architravate o sormontate da archi. La navata centrale è maggiore delle altre per larghezza e lunghezza; più alta rispetto alle laterali, nella parte superiore del muro atta a contenere le aperture, che possono illuminare dall’alto lo spazio della navata centrale.

La parte terminale, di solito riservata al clero, prende il nome di presbiterio, separato da un arco, dal resto della basilica. Al centro del presbiterio è posto l’altare, che può essere sormontato dal ciborio.

L’aula si conclude con la parte adibita al rito, il presbiterio, generalmente rialzato e con abside semicircolare sul fondo. A volte il presbiterio è separato nettamente dal resto della chiesa con l'iconostasi, una transenna più o meno elaborata.

Pianta basilica paleocristiana con presbiterio

Transenne e cancelli paleocristiani

La parete divisoria paleocristiana non deve essere intesa necessariamente come una parete piena e continua. Nella maggior parte dei casi si trattava di una struttura aperta, composta da cancelli, lastre, colonne, pilastrini o elementi architravati.

La sua funzione era rendere riconoscibile il limite del santuario, impedire l’accesso indiscriminato all’area dell’altare e organizzare il movimento del clero e dei fedeli durante la celebrazione.

In origine dunque, data la netta divisione tra fedeli e membri del clero, questi ultimi trovano posto in un lungo banco che segue l’andamento dell’abside, posto dietro l’altare e caratterizzato dalla presenza della cattedra papale o vescovile, ovvero un seggio, mobile o fisso, dotato di dossale e appoggi per le braccia.

La cattedra individua un’insegna del potere vescovile, tanto da essere derivato dalla sua presenza il nome di cattedrale all’edificio che la ospita. La sua attribuzione al vescovo è un fenomeno precoce, già stabilizzato agli inizi del IV secolo, come parallelo tra la funzione ammaestrante del vescovo e il tradizionale attributo della docenza.

Il fastigium della basilica lateranense

Una riflessione sulla precoce separazione vigente negli edifici di culto cristiani tra clero officiante e fedeli può venire dall’esistenza nell’antica basilica romana di San Giovanni in Laterano di una struttura chiamata fastigium argenteum, citata dal Liber Pontificalis come dono dell’imperatore Costantino e posizionata proprio tra la zona dell’altare e quella della navata.

Ci sfugge purtroppo in dettaglio la sua ricostruzione, ma dalle fonti si può dedurre che era composta da quattro colonne bronzee dorate che, con i loro capitelli, raggiungevano gli otto metri di altezza e su cui doveva poggiare una trabeazione sulla quale si trovavano nel lato verso l’ingresso le statue in argento di Cristo e degli apostoli, mentre sul lato verso l’abside quelle di Cristo in trono con quattro angeli.

Dalla descrizione potrebbe sembrare una monumentale quinta di divisione tra i due spazi della chiesa, ma alcuni studiosi hanno ipotizzato che potesse avere una forma più simile a un ciborio, come quello che doveva vedersi sopra la tomba dell’apostolo Pietro nella basilica vaticana.

È probabile quindi che il fastigium, che anche il Liber Pontificalis non lega all’altare della chiesa, sia da vedere come un’architettura di prestigio, una sorta di porta triumphalis che separa il presbiterio dalle navate.

La solea: il percorso recintato nella navata

In questo dispositivo liturgico trova il suo contesto ideale, nella basilica lateranense come in altri edifici della Roma paleocristiana, il lungo corridoio recintato, largo dai due ai tre metri, che si estende al centro della nave maggiore, lungo l’asse della chiesa, per mezza navata o fino alla porta d’ingresso.

In questo corridoio, che gli archeologi chiamano solea, perché leggermente sopraelevato rispetto al pavimento dell’edificio, fanno il loro ingresso solenne il vescovo e il clero all’inizio della celebrazione, ma, soprattutto, da queste barriere i fedeli osservano lo svolgersi della liturgia, offrono i loro doni e ricevono l’eucarestia.

La solea non era quindi soltanto un elemento di separazione, ma anche un dispositivo per ordinare la processione, collegare l’ingresso al presbiterio e regolare il rapporto tra il clero e l’assemblea.

Solea paleocristiana nella navata

Dalla transenna alla pergula

Sible de Blaauw, studioso dell’arredo liturgico delle chiese di Roma, ritiene che dal fastigium del Laterano possano essere derivate le pergulae altomedievali, ovvero quei monumentali colonnati, sormontati da un architrave, che si estendevano per tutta la lunghezza del presbiterio davanti all’altare, solitamente destinati anche a ospitare immagini sacre.

Pergole di questa tipologia sono attestate tra VII e IX secolo in San Giovanni in Laterano, in San Pietro e in Santa Maria Maggiore, e un esempio ben conservato si può ancora vedere oggi nella chiesa di San Leone a Capena vicino Roma.

La pergula era dunque una struttura composta da elementi verticali, generalmente colonne o colonnine, collegati superiormente da un architrave. Poteva funzionare come limite visivo e rituale davanti al presbiterio e, allo stesso tempo, come supporto per immagini, croci, tessuti o altri elementi decorativi.

Naturalmente allo sviluppo delle pergulae non può essere estranea l’influenza del templon bizantino, che dopo il 500 si trova con grande frequenza nelle chiese della Grecia e di Costantinopoli.

Il templon bizantino e l’iconostasi

Il termine iconostasi indica un recinto che separa il presbiterio dalla navata e che può essere costituito da un architrave sostenuto da colonne. Il suo sviluppo è legato alla necessità di evidenziare la sacralità della zona presbiteriale e di organizzare la visibilità delle immagini e della liturgia.

Lo schema planimetrico della basilica paleocristiana si rinnova gradualmente a partire dal V sec. a causa di alcuni influssi orientali. Ciascuna navata laterale si conclude con uno spazio quadrangolare.

A sinistra, sorge il diacònicon, riservato alla vestizione dei diaconi e alla custodia dei paramenti sacri, libri liturgici e offerte. A destra, c’è il pròthesis per la conservazione ed esposizione dell’ostia consacrata.

Il presbiterio è separato nettamente dalle navate per evidenziare la sua importanza. Viene, spesso, innalzato ed isolato tramite recinti chiamati iconòstasi costituiti da un architrave sostenuto da colonne.

L’iconostasi, nella sua forma più articolata, non coincide quindi con una parete opaca, ma con un sistema di separazione che conserva una relazione visiva tra i due ambienti. La sua struttura può comprendere colonne, lastre, architravi e immagini sacre.

Il coro e la tripartizione dello spazio sacro

Quello che invece nel Medioevo chiamiamo comunemente coro e che trova la sua collocazione canonica davanti all’altare deve probabilmente la sua nascita alla formazione a Roma della cosiddetta schola cantorum.

Questa, la cui fondazione si lega per tradizione alla figura di papa Gregorio Magno, era un’istituzione pontificia, con il principale compito di accompagnare le varie fasi della liturgia con il canto, rendendole più solenni e sacrali.

La “scuola dei cantori” trova posto, dunque, nelle chiese romane e si materializza in un recinto, delimitato da transenne, che occupa lo spazio compreso tra l’altare e la metà approssimatamente della navata centrale.

Nasce così a partire circa dal VII secolo il chorus medievale e prende forma quella tripartizione dello spazio sacro propria delle chiese cristiane d’Europa, come attestano anche in modo esplicito le disposizioni del concilio di Toledo del 633, dove si legge che sacerdos et levita ante altare communicent, in choro clerus, extra chorum populus (“il sacerdote e il levita si comunicano davanti all’altare, il clero nel coro, oltre il coro il popolo”).

Il coro, il cui primo esempio noto è in Sant’Adriano a Roma (625-638), oltre a essere il luogo destinato ai cantori e agli offici quotidiani, viene a costituire una sorta di tramite, materiale e spirituale, fra i fedeli e l’altare, spazio sacro del santuario.

Delle piccole porte lo mettevano infatti in comunicazione con il resto della navata e lì i fedeli facevano le loro offerte e ricevevano la comunione.

La funzione della separazione durante la liturgia

La parete divisoria tra presbiterio e zona dei fedeli svolgeva diverse funzioni contemporaneamente:

  • delimitava il santuario e rendeva riconoscibile la zona dell’altare;
  • separava il clero dall’assemblea senza interrompere completamente la visibilità;
  • regolava l’accesso al presbiterio;
  • organizzava l’ingresso solenne del vescovo e del clero;
  • guidava il movimento dei fedeli durante le offerte e la comunione;
  • poteva sostenere immagini sacre e altri elementi ornamentali;
  • evidenziava la gerarchia degli spazi e dei ruoli liturgici.

Il coro viene a costituire una sorta di tramite, materiale e spirituale, fra i fedeli e l’altare, spazio sacro del santuario. La separazione, quindi, non aveva soltanto un significato di esclusione, ma definiva una sequenza di avvicinamento e di partecipazione.

A Roma quindi, siamo lontani da ciò che avveniva ad esempio in Gallia, dove il concilio di Tours (567) aveva prescritto che i laici potessero accedere all’area dell’altare per prendere la comunione.

Tuttavia la situazione creatasi a Roma e presente, secondo le ricostruzioni degli studiosi, già in San Pietro in Vaticano intorno al 600, si irradia ben presto in tutta Europa.

La basilica di San Pietro e la separazione del presbiterio

L’antica Basilica di San Pietro viene costruita nel IV secolo dall’imperatore Costantino sopra la tomba dell’apostolo Pietro. È una grande basilica a cinque navate, preceduta da un ampio atrio porticato e illuminata da finestre alte che rischiarano la navata centrale.

Il presbiterio e l’altare si trovano direttamente sopra la sepoltura di Pietro, rendendo l’edificio uno dei principali luoghi di pellegrinaggio del cristianesimo.

Nota anche come Basilica di Costantino, era ubicata a Roma, nell'area attualmente occupata dalla nuova basilica vaticana. Aveva dimensioni gigantesche per accogliere i pellegrini che affluivano alla tomba di Pietro.

Era costituita da un’aula a cinque navate con la centrale rialzata e più larga, aveva il transetto ed era coperta da capriate lignee. Le navate erano divise da quattro colonnati di ventidue colonne ciascuno, coperti da architravi nella navata centrale e da archi in quelle laterali.

La facciata a spioventi della basilica era preceduta ad est da un quadriportico dove sostavano anticamente i catecumeni durante la celebrazione dell'eucaristia. Al centro del quadriportico c'era una vasca in cui il fedele poteva purificarsi e rammentare il proprio battesimo.

Il quadriportico aveva anche una funzione cimiteriale. La presenza di un grande spazio destinato ai catecumeni mostra come la separazione degli utenti della chiesa fosse organizzata già prima della distinzione più precisa tra coro, presbiterio e navata.

Santa Sabina: una basilica orientata verso l’altare

La basilica di Santa Sabina (422-432) a Roma, si presenta come un’ambiente unico intervallato da colonne, archi e architrave, con un soffitto piano e un’interno luminoso, chiaro e armonico.

La basilica di Santa Sabina (420 - 432) ha una semplice pianta basilicale, suddivisa in tre navate da due file di colonne di ordine corinzio. La navata centrale è alta e ampia, quelle laterali sono più basse, l’abside ha una copertura a catino.

L’articolazione degli spazi è unitaria, austera e razionale, per favorire la preghiera e portare l’attenzione sull’altare. All’interno, sopra le arcate, si apre una fitta sequenza di grandi finestre, tre finestre simili si aprono anche nell’abside.

Per numero e ampiezza delle aperture, la zona alta e centrale dell’edificio appare molto luminosa e alleggerisce l’intera struttura. La copertura è a capriate lignee, ma oggi risulta “nascosta” da un soffitto a cassettoni costruito secoli dopo.

L’esempio di Santa Sabina mostra come la separazione tra presbiterio e fedeli non dipendesse soltanto da una barriera fisica. Anche l’asse longitudinale, l’altezza della navata centrale, la luce e la posizione dell’abside indirizzavano progressivamente lo sguardo verso l’altare.

Il pontile o jubé

A partire dall’anno Mille, giunge a maturazione il processo di revisione degli spazi della chiesa dettata da nuove esigenze liturgiche, da un nuovo modo di fruire l’edificio da parte dei fedeli e dall’importanza che, sul piano simbolico, esso viene ad assumere per la comunità.

Le novità si concentrano soprattutto nella zona presbiteriale che viene ampliata in profondità poichè deve ospitare un clero sempre più numeroso: davanti all’altare principale, si crea un coro, nel quale i religiosi recitano preghiere comunitarie.

In area piemontese, nella chiesa abbaziale di Santa Maria di Vezzolano, esiste una separazione realizzata in pietra arenaria grigia dipinta, composta da una serie di cinque campate di archi a sesto acuto retti da colonnine in pietra con capitelli fogliati e un doppio registro di bassorilievi policromi raffiguranti le scene della Dormitio, Ascesa al cielo ed Incoronazione della Vergine.

Si tratta di un pontile (o jubè, francesismo desunto dall’invito “jube Domine benedicere” rivolto dal predicatore ai fedeli).

Il pontile rappresenta una forma più complessa della semplice transenna paleocristiana. È una struttura sopraelevata e monumentale, spesso dotata di arcate e decorazioni figurative, che separa il coro o il presbiterio dalla navata e può svolgere anche la funzione di luogo per la lettura o la predicazione.

Pontile medievale di Santa Maria Vezzolano

La differenza tra transenna, pergula, iconostasi e pontile

ElementoCaratteristicheFunzione
TransennaRecinto o cancellata bassa, spesso composta da lastre e colonnineSeparare il santuario dai fedeli mantenendo la visibilità
FastigiumStruttura monumentale con colonne e trabeazioneCreare una quinta prestigiosa tra navata e presbiterio
SoleaCorridoio centrale recintato e leggermente sopraelevatoOrganizzare processioni, offerte e comunione
PergulaColonnato con architrave davanti all’altareDelimitare il presbiterio e sostenere immagini sacre
IconostasiRecinto architettonico con colonne, architrave e immaginiSeparare la zona liturgica riservata dal resto della chiesa
Pontile o jubéStruttura monumentale, spesso con arcate e rilieviSeparare coro e navata e sostenere funzioni di lettura o predicazione

Il ciborio non è una parete divisoria

Una sorta di ciborio doveva invece coprire e insieme aulicamente evidenziare la sepoltura di san Pietro nella basilica vaticana al tempo dell’imperatore Costantino: la memoria dell’apostolo era recintata da una serie di transenne sui cui poggiavano quattro colonne tortili, a loro volta sostenenti due costoloni ad arco incrociati, alle quali si aggiungevano altre due colonne con architravi che collegavano il baldacchino all’abside.

Il ciborio aveva quindi soprattutto la funzione di coprire e mettere in risalto una tomba venerata o un altare. Non deve essere confuso con la parete divisoria tra il presbiterio e la zona dei fedeli, anche se poteva trovarsi all’interno della stessa area liturgica.

Nel corso del Medioevo il ciborio assume dunque sempre più il ruolo di copertura dell’altare, che costituisce naturalmente l’elemento più significativo dell’arredo di una chiesa cristiana, in quanto punto di riferimento della celebrazione eucaristica.

Dall’età di Costantino in avanti, l’altare è di norma costruito in muratura o in materiali preziosi, con una tipologia “a mensa”, cioè un piano con relativi sostegni, “a blocco”, in cui il tavolo è sorretto da un supporto chiuso, di forma compatta, o “a cassa”.

Il rapporto tra altare, transenna e arredo liturgico

La liturgia infatti e, di conseguenza, il mobilio a essa collegato non sono in semplice correlazione con l’architettura sacra e il suo apparato decorativo, ma ne costituiscono il nodo centrale, perché l’edificio chiesastico e la sua decorazione furono concepiti per la liturgia.

In epoca paleocristiana e altomedievale ogni chiesa possedeva di norma un unico altare, posto in origine nella zona più avanzata del presbiterio.

L’altare accoglieva solitamente addobbi mobili, come le tovaglie, dalle quali si svilupperanno poi gli antependia, o paliotti in materiale rigido, che recano nel nome che li designa la traccia della loro origine tessile.

La posizione dell’altare, la cattedra, il banco del clero, il coro e la transenna contribuivano insieme a costruire una gerarchia visibile dello spazio sacro.

La decorazione della parete divisoria

Le pareti decorate con pitture semplici diventano un linguaggio discreto e potente. I cristiani, per non attirare sospetti, adattano simboli già diffusi nel mondo romano, attribuendo loro un significato nuovo e profondamente legato alla loro fede.

I mosaici paleocristiani, realizzati tra il III e il VI secolo d.C., rappresentano una forma d’arte straordinaria, ricca di significati simbolici e religiosi. Questi mosaici decoravano pavimenti e pareti di basiliche, battisteri e mausolei, spesso con immagini bibliche, figure di Cristo, apostoli e motivi geometrici o naturalistici.

La tecnica del mosaico era conosciuta e ampiamente usata dai romani, ma adesso si evolve tecnicamente e dall’uso di questa tecnica solo per decorazioni pavimentali, si espande alle superfici murarie, sfruttando la trasparenza e la brillantezza delle nuove tessere di pasta vitrea colorata.

Le pergole e le iconostasi potevano ospitare immagini sacre, mentre la luminosità dell’abside e la brillantezza dei mosaici rendevano immediatamente riconoscibile il centro spirituale dell’edificio.

La superficie del mosaico non è uniforme, le tessere erano calcolatamente collocate in modo da offrirsi alla luce con diverse inclinazioni e quindi aumentarne i riflessi luminosi. Il mosaico moltiplica la luminosità degli ambienti, dando vita a effetti di brillio vibrante e continuo.

Il significato simbolico della separazione

La separazione tra presbiterio e zona dei fedeli rispondeva a una precisa organizzazione liturgica e gerarchica. L’altare indicava il centro della celebrazione eucaristica, il presbiterio definiva l’area dell’azione del clero, il coro accoglieva i religiosi e i cantori, mentre le navate erano destinate all’assemblea.

La parete divisoria rendeva visibile la differenza tra i ruoli senza trasformare la chiesa in una successione di ambienti completamente indipendenti. Le aperture, le porte, le colonne e le arcate permettevano di mantenere una relazione tra il santuario e la comunità.

Il percorso longitudinale della basilica e la posizione dell’altare sul fondo dell’aula indicavano simbolicamente il cammino dei fedeli verso Cristo e verso Dio. La transenna segnava una soglia all’interno di questo cammino, distinguendo la zona più sacra senza cancellare l’unità della celebrazione.

La chiesa, come edificio, è fondamentale perché, simbolicamente, diventa il preambolo di come sarà il Paradiso.

L’evoluzione successiva della separazione

La basilica paleocristiana esprime un’unità ambientale e una continuità direzionale. La basilica romanica (X-XII sec.) prevede, invece, una articolazione spaziale ricca e complessa che si manifesta internamente negli elementi di sostegno (pilastri a fascio) e nelle massicce pareti.

A partire dall’anno Mille, la zona presbiteriale viene ampliata in profondità per ospitare un clero sempre più numeroso. Davanti all’altare principale si crea un coro, nel quale i religiosi recitano preghiere comunitarie.

L’intensificarsi della presenza di reliquie di santi all’interno delle basiliche decreta, sul piano spirituale, un rafforzamento del rapporto tra Dio e fedeli, e, sul piano architettonico, lo sviluppo di un’aula sotteranea, più o meno estesa, chiamata cripta.

Nelle grandi chiese di pellegrinaggio, la zona presbiteriale si organizza inoltre con il deambulatorio, un corridoio posto intorno al coro e all’abside per permettere ai pellegrini di circolare attorno all’altare maggiore, osservare le reliquie del santo ed accedere alle varie cappelle radiali.

Nel periodo barocco vengono eliminati tramezzi e altri elementi che ostruiscono la vista, forzando la concentrazione dei fedeli verso il centro dell’altare.

Dopo il concilio Vaticano II l’architettura sacra conobbe un periodo di riorganizzazione e di ricerca di una diversa identità. L’altare viene rivolto verso il pubblico, seguendo la tradizione paleocristiana e vengono del tutto eliminate le balaustre di separazione.

ARTE PALEOCRISTIANA - Quando Roma Diventa Cristiana

La parete divisoria tra presbiterio e zona dei fedeli nasce dunque dall’esigenza di organizzare la liturgia cristiana all’interno della basilica. Nelle prime chiese essa si presenta soprattutto come transenna o recinto basso; in seguito assume forme monumentali come il fastigium, la pergula, l’iconostasi e il pontile. Queste strutture stabiliscono una soglia tra il santuario e la navata, regolano i movimenti della celebrazione e rendono visibile la distinzione tra clero, coro e assemblea.

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