Cosa dice il Vangelo sulla scuola e sull’educazione

Il Vangelo presenta l’educazione come un cammino integrale della persona, orientato alla verità, alla libertà, alla responsabilità, alla capacità di amare e alla vita buona. Gesù è il Maestro che educa con le parole, con i gesti, con la misericordia e con la testimonianza della propria vita.

La scuola, letta alla luce del Vangelo, non è soltanto il luogo in cui si trasmettono conoscenze, ma uno spazio di crescita umana, relazionale e spirituale. L’educazione coinvolge l’intelligenza, la volontà, la coscienza, la capacità di discernere il bene dal male e la disponibilità a costruire relazioni fondate sull’ascolto, sul dialogo e sulla fraternità.

Gesù è il Maestro e il modello dell’educatore

Gesù rispose: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato.» Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Mentre risuonano in noi le parole del Vangelo - «uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8) - vorremmo poter dire con Sant’Agostino: «Parliamo a voi come a condiscepoli alla stessa scuola del Signore… Sotto questo Maestro, la cui cattedra è il cielo - è per mezzo delle sue Scritture che dobbiamo essere formati - fate dunque attenzione a quelle poche cose che vi dirò».

Educare alla vita buona del Vangelo significa, infatti, in primo luogo farci discepoli del Signore Gesù, il Maestro che non cessa di educare a un’umanità nuova e piena. Egli parla sempre all’intelligenza e scalda il cuore di coloro che si aprono a lui e accolgono la compagnia dei fratelli per fare esperienza della bellezza del Vangelo.

Con i suoi gesti e con le sue parole Gesù ha mostrato il volto autentico di Dio: quello di un Padre ricco di misericordia verso tutti, in particolare verso chi è maggiormente in difficoltà.

Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo.

Gesù insegna ai discepoli

Il significato cristiano dell’educazione

Da sempre la Chiesa riserva peculiare attenzione all’educazione. La nostra scelta intende, in particolare, riproporre e approfondire l’insegnamento del Concilio Vaticano II: «La santa madre Chiesa, nell’adempimento del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell’intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione sopran-naturale; essa perciò ha un suo compito specifico in ordine al progresso e allo sviluppo dell’ed-ucazione».

La Chiesa continua nel tempo la sua opera: la sua storia bimillenaria è un intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione. Annunciare Cristo, vero Dio e vero uomo, significa portare a pienezza l’umanità e quindi seminare cultura e civiltà. Non c’è nulla, nella nostra azione, che non abbia una significativa valenza educativa.

Tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c’è la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente. Ciò comporta la specifica responsabilità di educare al gusto dell’autentica bellezza della vita, sia nell’orizzonte proprio della fede, che matura nel dono pasquale della vita nuova, sia come prospettiva pedagogica e culturale, aperta alle donne e agli uomini di qualsiasi religione e cultura, ai non credenti, agli agnostici e a quanti cercano Dio.

Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità. Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive.

Riecheggia in queste parole l’insegnamento del Concilio Vaticano II: «Ogni uomo ha il dovere di tener fermo il concetto della persona umana integrale, in cui eccellono i valori dell' intelligenza, della volontà, della coscienza e della fraternità, che sono fondati tutti in Dio Creatore e sono stati mirabilmente sanati ed elevati in Cristo.».

La scuola come luogo di formazione integrale

Il mondo della scuola appare oggi sempre più lontano dal mondo della fede. Tuttavia, ciò è dovuto più a una questione di metodo, di linguaggio che ad altro. Tutte le componenti educative, infatti, famiglia, scuola e Chiesa - esorta Papa Leone XIV - è necessario che facciano “rete” per fare fronte insieme alle nuove forme di disagio esistenziale che caratterizzano il vissuto dei giovani odierni.

Si rileva l’urgenza di promuovere una vera e propria pedagogia dell’ascolto che sappia coniugare la questione educativa con l’annuncio della fede a cui ogni cristiano battezzato è chiamato a dare il suo contributo.

Pensiamo all’isolamento che provocano dilaganti modelli relazionali sempre più improntati a superficialità, individualismo e instabilità affettiva; alla diffusione di schemi di pensiero indeboliti dal relativismo; al prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, con la solitudine che ne deriva.

La pedagogia di De La Salle mira ad un’educazione integrale dell’alunno in cui all’interno dell’azione didattica si dà particolare rilevanza all’esperienza dei discenti promuovendo in essi una partecipazione attiva, responsabile, consapevole anche alla vita sociale.

Pertanto, l’elemento trascendente della vita non è posto ai margini del processo educativo ma integrato in esse allo scopo di fornire agli allievi un orizzonte di senso entro cui comprendersi e una chiave di lettura ‘ermeneutica’ attraverso cui leggere e interpretare la realtà a partire da una visione cristiana della vita.

Famiglia, scuola e Chiesa: una responsabilità condivisa

Non ignoriamo, certo, le difficoltà che l’educazione si trova oggi a fronteggiare. Fra queste, spicca lo scetticismo riguardo alla sua stessa possibilità, sicché i progetti educativi diventano programmi a breve termine, mentre una corrente fredda scuote gli spazi classici della famiglia e della scuola. Noi stessi ne siamo turbati e sentiamo l’esigenza impellente di ribadire il valore dell’educazione proprio a partire da questi suoi luoghi fondamentali.

La scelta di dedicare un’attenzione specifica al campo educativo affonda le radici nel IV Convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nell’ottobre 2006, con il suo messaggio di speranza fondato sul “sì” di Dio all’uomo attraverso suo Figlio, morto e risorto perché noi avessimo la vita.

A ciascuno consegniamo con fiducia questi orientamenti, con l’auspicio che le nostre comunità, parte viva del tessuto sociale del Paese, divengano sempre più luoghi fecondi di educazione integrale.

La pedagogia di San Giovanni Battista De La Salle si focalizzava sui bisogni educativi degli allievi, in particolar modo, vi si riservava particolare attenzione agli ultimi, agli svantaggiati.

La peculiarità della pedagogia di San Battista e i suoi collaboratori si focalizzava sui bisogni educativi degli allievi, in particolar modo, vi si riservava particolare attenzione agli ultimi, agli svantaggiati, al punto che San Battista abolì l’uso del latino nelle scuole cristiane e introdusse quello della lingua francese per garantire a tutti l’accesso all’istruzione.

San Giovanni Battista de La Salle non ha voluto che fra i maestri delle Scuole cristiane ci fossero sacerdoti, ma solo “fratelli”, perché ogni vostro sforzo fosse indirizzato, con l’aiuto di Dio, all’educazione degli alunni. Amava dire: “Il vostro altare è la cattedra”, promuovendo così nella Chiesa del suo tempo una realtà fino ad allora sconosciuta: quella di insegnanti e catechisti laici investiti, nella comunità, di un vero e proprio “ministero”, secondo il principio di evangelizzare educando ed educare evangelizzando.

Il compito dei genitori secondo la Bibbia

La Bibbia attribuisce ai genitori una responsabilità decisiva nella formazione dei figli. E’ scritto nella Bibbia, in Proverbi 22:6 (NR): “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà.”

I genitori devono essere esempi devoti in parole e azioni. E’ scritto nella Bibbia, in Deuteronomio 6:6,7 (NR): “Questi comandamenti, che oggi ti do ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.”

Dio si aspetta che i genitori siano pazienti. E’ scritto nella Bibbia, in Colossesi 3:21 (NR): “Padri, non irritate i vostri figli, affinché non si scoraggino.” E’ scritto nella Bibbia, in Proverbi 31:26 (NR): “Apre la bocca con saggezza, e ha sulla lingua insegnamenti di bontà.”

Lo scopo della disciplina è aiutare i figli a maturare, non a farli arrabbiare. E’ scritto nella Bibbia, in Efesini 6:4 (NR): “E voi, padri, non irritate i vostri figli, ma allevateli in disciplina e nell’istruzione del Signore.”

Quale reazione si aspetta Dio dai figli? E’ scritto nella Bibbia, in Efesini 6:1 (NR): “Figli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori, perché ciò è giusto.”

Disciplina, correzione e amore

Il timore del Signore è il principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione. Chi ama la disciplina ama la scienza, chi odia la correzione è stolto.

Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto.

La disciplina è un’espressione dell’amore dei genitori. E’ scritto nella Bibbia, in Proverbi 13.24 (NR): “Chi risparmia la verga odia suo figlio, ma chi lo ama, lo corregge per tempo.” La correzione gentile e decisa aiuta i bambini ad imparare. E’ scritto nella Bibbia, in Proverbi 29:15 (NR) “La verga e la riprensione dànno saggezza; ma il ragazzo lasciato a sé stesso, fa vergogna a sua madre.”

Il testo parla, dunque, della educazione/correzione che Dio impartisce al suo popolo. Israele è stato condotto nel deserto per imparare a riconoscere il dono che è a fondamento della sua vita e della sua libertà.

Il fatto che Dio si comporti come un padre nei confronti del proprio figlio permette di riconoscere l’intenzionalità positiva che sta dietro ai suoi interventi “correttivi”, come emerge chiaramente in un passaggio della lettera agli Ebrei.

La correzione come cammino di maturazione

E avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: «Figlio mio, non disprezzare la correzione [paideia] del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso [elenchomenos] da lui; perché il Signore corregge [paideuei] colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio».

È per la vostra correzione [paideia] che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che il padre non corregge [paideuei]? Se invece non subite correzione [paideia], mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!

Del resto noi abbiamo avuto come educatori [paideutas] i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita?

Costoro infatti ci correggevano [epaideuon] per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento ogni correzione [paideia] non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

Dio, quale “educatore energico”, interviene con decisione per produrre necessarie correzioni di rotta nell’esistenza dei suoi fedeli, per purificare la loro coscienza da attese ambigue, orientamenti illusori e progetti fuorvianti.

L’educare di Dio, in questo senso, non è un paternalistico sostituirsi al figlio, ma metterlo in condizione di agire in piena autonomia e maturità.

Educare alla sapienza e al discernimento

Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato.

Ti indico la via della sapienza; ti guido per i sentieri della rettitudine. Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana.

Buono e retto è il Signore, la via giusta addita ai peccatori; guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie.

Il motivo della severa educazione che Dio impartisce come fa un padre con il proprio figlio è tipicamente sapienziale. Su di esso insiste in modo particolare il libro del Siracide.

Figlio, se tu vuoi, l’educazione ti renderà saggio [paideuthêsê]. È un percorso lungo il quale deve essere condotto ogni figlio.

Identificando Torah e sapienza, l’Autore sottolinea con forza che un figlio di Israele non deve arrossire del suo patrimonio religioso. In esso, e non nella cultura alla moda, ha la possibilità di trovare il vero nutrimento.

Se sceglie di farsi carico del giogo della sapienza, egli accetta di sottoporsi a un percorso educativo certo esigente, ma che si rivelerà liberante e lo renderà a sua volta saggio.

Il Vangelo, il bene e il male

La mia anima anela a te di notte, al mattino il mio spirito ti cerca, perché quando pronunzi i tuoi giudizi sulla terra, giustizia imparano gli abitanti del mondo.

L’azione pedagogica di Dio, che talora fa ricorso come mezzo anche alla collera, tende allora a un fine ben preciso: far maturare uomini e donne capaci di riconoscere e distinguere il bene e il male, compiere il primo e combattere il secondo.

Quando i profeti dicono che Dio dà libero sfogo alla sua collera ardente, all’ira contro i peccatori, intendono affermare che Egli non assiste passivamente al dilagare del male.

La sua non è l’ira di chi cerca una condanna senza remissione; è la reazione appassionata di chi non accetta la condizione di fatto in cui versa l’umanità.

La Scrittura, dicendo che Dio si adira e interviene decisamente contro i peccatori, ricorda che Egli è all’opera per smascherare il male e le sue rovinose conseguenze.

Tutte le strade che Dio percorre, tutti gli stratagemmi a cui ricorre, tutti gli interventi “punitivi” che, nella sua ira, mette in atto, scaturiscono dal suo amore misericordioso e fedele.

L’educazione evangelica non mira quindi a creare persone passive o dipendenti, ma uomini e donne capaci di giudizio, di responsabilità e di azione. L’obiettivo è imparare a compiere il bene, a resistere al male e a contribuire alla trasformazione della società.

La responsabilità dell’insegnante e dell’educatore

Tu però insegna ciò che è secondo la sana dottrina. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!

L’insegnante e l’educatore è chiamato ad offrire una testimonianza di vita credibile, impegnarsi ad essere testimone autentico dei valori e dei principi che intende insegnare e trasmettere.

“Evangelizzare educando ed educare evangelizzando”. Tale principio molto caro anche a Papa Francesco si rivolge principalmente alla figura dei docenti e, in generale, degli educatori e richiama l’importanza fondamentale di ‘formarsi per formare’.

La Chiesa continua nel tempo la sua opera: la sua storia bimillenaria è un intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione.

La pedagogia di San Giovanni Battista De La Salle si focalizzava sui bisogni educativi degli allievi, in particolar modo, vi si riservava particolare attenzione agli ultimi, agli svantaggiati.

Papa Leone XIV sottolinea il carattere attuale del metodo educativo delle scuole cristiane che ancora oggi costituiscono una risorsa notevole per la questione educativa cristiana.

Il valore dell’ascolto e della relazione

Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri, come gia fate. La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.

La pedagogia dell’ascolto nasce dalla consapevolezza che ogni studente è una persona concreta, con una storia, bisogni, fragilità, capacità e domande proprie.

Il prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, produce solitudine.

Tutte le componenti educative, infatti, famiglia, scuola e Chiesa - esorta Papa Leone XIV - è necessario che facciano “rete” per fare fronte insieme alle nuove forme di disagio esistenziale che caratterizzano il vissuto dei giovani odierni.

La scuola diventa così un luogo di relazioni, non soltanto di prestazioni; un ambiente nel quale la persona può essere ascoltata, accompagnata e aiutata a sviluppare le proprie capacità.

I bambini e i piccoli nel Vangelo

Versetto della Bibbia del Giorno Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.

Il richiamo evangelico ai piccoli sottolinea il valore e la dignità di ogni persona, soprattutto di chi è più fragile, indifeso o svantaggiato.

L’attenzione educativa cristiana deve quindi rifiutare ogni forma di esclusione e considerare la scuola come un luogo nel quale ciascuno possa ricevere ascolto, cura e opportunità di crescita.

La Bibbia come guida per giovani e studenti

«È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura» (DV 22). È un imperativo del Vaticano II che non può esimerci di aprire la porta della Bibbia all’elemento giovanile nella Chiesa.

È quanto sta facendo con determinazione, a 40 anni da Dei Verbum, Benedetto XVI: «Cari giovani, vi esorto ad acquistare dimestichezza con la Bibbia, a tenerla a portata di mano, perché sia per voi come una bussola che indica la strada da seguire».

La Bibbia può essere per un giovane una bussola, perché offre parole, storie e figure capaci di illuminare le domande sull’identità, sulle relazioni, sulla libertà, sulla sofferenza e sul futuro.

La Bibbia non soltanto «dice Dio», ma anche «come si dice Dio». È questo uno degli aspetti peculiari del contributo biblico all’educazione della fede: imparare ciò che è il contenuto tramite la modalità della comunicazione, come mediazione non accidentale, ma costitutiva del messaggio stesso.

Per cui non si apprende soltanto ciò che è da credere, ma anche il modo di esprimerlo a se stesso e agli altri.

La Scrittura e la formazione della persona

Assunzione dei «contenuti» della fede alla sorgente, nella esperienza fondante di Gesù Cristo e della prima comunità. Ciò favorisce la formazione al senso della radicalità cristiana, del discernimento e gerarchizzazione delle verità della fede.

Riconoscimento della memoria come dimensione costitutiva dell’esistenza cristiana.

La coscienza del distanziamento e del non possesso da parte nostra della Parola, e quindi del carattere gratuito e trascendente del suo donarsi. Ciò fonda l’animus del povero e dell’ascolto.

Di qui anche la percezione del carattere permanentemente profetico e di promessa della Parola di Dio per l’esperienza della fede: una Parola che ha futuro e che fa futuro!

Percezione del ruolo di documento di fondazione che spetta alla Bibbia nella religione ebraico-cristiana.

Infine - ed è la finalità più alta - l’incontro con la Bibbia fa entrare in comunione con Dio, perché la Bibbia non soltanto contiene, ma è veramente Parola di Dio, primo avvio alla sua esperienza di amore.

In sintesi, andare alla Bibbia è andare alle radici, donde proviene la linfa della fede; è ritrovare la grammatica per una autentica ortodossia e ortoprassi; è riscoprire la segnaletica che indica la direzione di marcia dell’esistenza cristiana nel tempo e gli effetti conseguenti; è entrare in dialogo con Dio, perché «nei libri sacri il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi» (DV 21); è andare incontro a Gesù di Nazaret, il Signore risorto.

Giovani, identità e incontro con Gesù

Scoperta di Gesù Cristo nel suo «diario dell’anima». Così infatti è stato pensato e voluto dalla prima chiesa, il Vangelo nelle sue quattro forme: non come arsenale di verità, ma esperienza di vita di un grande comune Amico, di cui il mondo della Bibbia è insieme sua patria e sua storia.

Perciò tutta la Bibbia andrà intesa in una prospettiva cristocentrica, per cui il mistero di Gesù fa da guida alla scoperta di Lui stesso e della Scrittura nella sua totalità.

Entro questa affermazione di principio si deve poi snodare la lettura dei vangeli come scoperta e incontro con una persona nella sua dimensione corporea, spirituale, affettiva, religiosa, sottolineando le tante domande che altre persone fanno su di lui e che Gesù stesso fa agli altri.

Grazie alla scoperta di Gesù e del suo mondo di relazioni, va messa a fuoco la scoperta necessaria e del resto inevitabile, che il ragazzo viene a fare di se stesso e delle sue relazioni, insomma a ritrovare tra le righe del Vangelo, un invito, ed anzi traccia suggestiva per un proprio «diario dell’anima».

Sappiamo come sia proprio della condizione giovanile la ricerca della propria identità e di una giusta impostazione relazionale con l’altro.

Nella proposta della fede non si potrà trascurare di leggere «Gesù secondo il giovane» e «il giovane secondo Gesù», rispettando l’alterità e la prossimità, in un intreccio di due rivelazioni, di Gesù al ragazzo e del ragazzo a se stesso alla luce di Gesù.

Educazione, comunità e vita sociale

Una scoperta di Gesù e di se stesso all’interno di una comunità. La Bibbia ha un luogo vitale di rilettura nella comunità.

Si trova dunque fissato nella Scrittura il mondo di una comunità di persone, cui il giovane è chiamato a ritrovarsi come nella sua famiglia.

La concentrazione esclusiva su questi due poli, senza coinvolgimento sociale, rischia la strumentalizzazione della Parola, la sua ghettizzazione che non porta a maturità il soggetto.

Dunque scoperta di Gesù, scoperta di se stesso, scoperta della comunità: ecco tre risorse della Bibbia - tramite i Vangeli - proposte al giovane perché superi felicemente la sua crisi di crescita, giungendo ad una nuova, decisiva opzione di fede come ragione di vita.

Il cristianesimo, infatti, è religione calata nella storia. L’incarnazione del Figlio nel grembo di Maria, culminata nella Pasqua e nel dono dello Spirito, «costituisce il cuore pulsante del tempo, l’ora misteriosa in cui il Regno di Dio si è fatto vicino, anzi ha messo radici, come seme destinato a diventare un grande albero, nella nostra storia».

Al tempo stesso ha incontrato un consenso crescente l’opzione di declinare la testimonianza nel mondo secondo gli ambiti fondamentali dell’esistenza umana, cercando nelle esperienze quotidiane l’alfabeto per comporre le parole con le quali ripresentare al mondo l’amore infinito di Dio.

Una speranza affidabile per educare

Una speranza affidabile, anima dell’educazione. Tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c’è la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente.

Cogliamo in tutta la loro gravità le parole del Papa, quando avverte che «oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini ‘senza speranza e senza Dio in questo mondo’, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12).

Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è, infatti, una crisi di fiducia nella vita.

«Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile». La sua sorgente è Cristo risuscitato da morte.

Dalla fede in lui nasce una grande speranza per l’uomo, per la sua vita, per la sua capacità di amare.

Mentre, dunque, avvertiamo le difficoltà nel processo di trasmissione dei valori alle giovani generazioni e di formazione permanente degli adulti, conserviamo la speranza, sapendo di essere chiamati a sostenere un compito arduo ed entusiasmante: riconoscere nei segni dei tempi le tracce dell’azione dello Spirito, che apre orizzonti impensati, suggerisce e mette a disposizione strumenti nuovi per rilanciare con coraggio il servizio educativo.

La missione educativa della comunità cristiana

Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.

La missione educativa cristiana consiste quindi nel trasmettere una verità vissuta, non soltanto una serie di nozioni. L’educatore è chiamato ad accompagnare, correggere, incoraggiare e testimoniare, affinché l’alunno possa maturare nella libertà e nella responsabilità.

Stilli come pioggia la mia dottrina, scenda come rugiada il mio dire; come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano.

L'educazione cristiana da San Tommaso d'Aquino a San Giovanni Bosco

La scuola, la famiglia e la comunità cristiana possono diventare luoghi nei quali la parola, l’ascolto, la disciplina, la misericordia e la ricerca della verità concorrono alla formazione di persone capaci di amare, di scegliere il bene e di assumersi responsabilità nella storia.

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