San Giuseppe da Nazareth era bellissimo: il volto umano del padre putativo di Gesù

San Giuseppe di Nazareth era un uomo giusto, discendente della stirpe di Davide, sposo di Maria e padre putativo di Gesù. I Vangeli parlano poco di lui, non riportano nemmeno una sua parola, ma raccontano decisioni decisive attraverso le quali egli accoglie Maria, protegge il bambino Gesù e guida la Sacra Famiglia nei momenti più pericolosi.

La sua bellezza non va quindi cercata soltanto nei tratti fisici, che le Scritture non descrivono, ma nella forza, nella castità, nella sensibilità e nella profondità d’animo di un uomo capace di amare senza possedere, obbedire senza esitazione e trasformare la fede in gesti concreti.

Chi era davvero San Giuseppe

San Giuseppe (I secolo a.C.; † Nazareth, I secolo) è ricordato come lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù. Il nome Giuseppe è la versione italiana dell'ebraico Yosef, attraverso il latino Ioseph. Giuseppe, Maria e Gesù bambino sono anche collettivamente chiamati Sacra famiglia.

Giuseppe era un carpentiere di Nazaret, uomo che apparteneva alla dinastia del re Davide, sposo di Maria e ritenuto padre di Gesù. Del suo mestiere ci parla l’evangelista Matteo (13,55) e vi allude indirettamente anche l’evangelista Marco (6,3), qualificando Gesù stesso come un carpentiere, lavoro che aveva certamente appreso nella bottega di suo padre.

È un personaggio silenzioso. Qualcuno direbbe enigmatico. Di lui si parla poco, eppure opera in modo risolutivo: la vita di Gesù e di sua madre Maria non si sarebbe potuta svolgere, come di fatto si svolse, senza il suo ruolo.

Tutti i vangeli tranne quello di Marco, lo menzionano esplicitamente, ma solo quelli di Matteo e di Luca narrano alcune sue gesta precise, legate all’infanzia di Gesù, per poi scomparire di scena. Eppure, le azioni di quest’uomo, sono “strategiche”: prendere con sé Maria, giovane donna in attesa di un bambino; occuparsi della madre e del bambino, fuggire con loro per evitare pericoli di morte, stabilire una residenza per la famiglia a Nazaret in Galilea, insegnare a Gesù un mestiere necessario per vivere.

San Giuseppe con Gesù Bambino

Perché viene chiamato padre putativo di Gesù

I Vangeli e la dottrina cristiana affermano che Maria concepì Gesù “per opera dello Spirito Santo”, quindi senza che Giuseppe avesse rapporti sessuali con lei. Giuseppe venne poi informato della gravidanza miracolosa da un Angelo, mediante un sogno.

Comprendendo che questi erano i disegni divini, egli accettò di prendere Maria con sé e di riconoscere legalmente Gesù come proprio figlio. Per questo la tradizione cristiana usa per lui l’appellativo di padre putativo, dal latino puto, “credo”, di Gesù: era cioè colui “che era creduto” suo padre.

Questo significa che Giuseppe non è il padre biologico di Gesù, ma è colui che lo accoglie, gli dà un nome e lo inserisce nella discendenza di Davide. Attraverso Giuseppe, Gesù viene riconosciuto all’interno della storia del popolo d’Israele e della promessa messianica.

Non si tratta quindi solo di una presenza familiare, ma di un ruolo che ha conseguenze nella lettura stessa dei Vangeli. Giuseppe viene così “generato” come padre, pur non essendolo, dando a Maria e a Gesù una famiglia e una storia.

Le origini e la discendenza dalla stirpe di Davide

I vangeli canonici non ci forniscono molte informazioni su San Giuseppe. Matteo e Luca parlano di lui, ci dicono che abitava nella piccola città di Nazaret e che era un discendente del re Davide.

Non sappiamo nulla dell’infanzia di Giuseppe. Non sappiamo bene chi fossero i suoi genitori, se non il probabile nome del padre, su cui Matteo e Luca neppure concordano: Giacobbe (Matteo 1,16) o Eli (Luca 3,23).

Esistono due diverse versioni riguardo la genealogia di Gesù e di suo padre Giuseppe. Secondo Luca, Gesù iniziò il suo ministero all’età di trent’anni ed era figlio di Giuseppe, a sua volta figlio di Eli (3,23-38). Secondo Matteo, fu Giacobbe a generare Giuseppe, sposo di Maria e padre di Gesù chiamato Cristo (1,1-16).

EvangelistaIndicazione genealogica
LucaGiuseppe è figlio di Eli (3,23-38)
MatteoGiacobbe generò Giuseppe (1,1-16)

Secondo la tradizione degli apocrifi, in particolar modo il Protovangelo di Giacomo (II secolo), Giuseppe, discendente dalla famiglia di David e originario di Betlemme, prima del matrimonio con Maria si sposò con una donna che gli diede sei figli, quattro maschi (Giuda, Giuseppe, Giacomo e Simeone) e due femmine (Lisia e Lidia).

Rimase però ben presto vedovo e con i figli a carico. Gli apocrifi cercavano in tal modo di giustificare la presenza di fratelli di Gesù nei Vangeli.

La Chiesa cattolica rifiuta questa interpretazione e sostiene che si trattasse di cugini o altri parenti stretti, oppure collaboratori. Questa visione viene accettata dalla Chiesa ortodossa mentre invece viene rifiutata dalla Chiesa cattolica che sostiene invece si trattasse di cugini o parenti stretti.

San Giuseppe era giovane e bellissimo?

I Vangeli non indicano l’età di Giuseppe al momento del suo ingresso nella storia evangelica. Non sappiamo neppure l’età al momento della sua entrata in scena nei racconti evangelici, ma dagli episodi che lo vedono protagonista è verosimile che fosse un uomo ancora piuttosto giovane e pieno di energie.

Le immagini tradizionali hanno spesso rappresentato San Giuseppe come un uomo anziano, con barba e capelli bianchi, accanto a Maria e al bambino Gesù. Tuttavia, questa rappresentazione non è una certezza storica e non esaurisce le possibilità offerte dai racconti evangelici.

Detto ciò, è necessario fare subito un’operazione di rimozione: quella di cancellare dalla nostra testa tutte quelle immagini distorte di San Giuseppe, che lo raffigurano come un vecchietto - tenero, sì - ma anche debole.

Banalmente, potremmo far notare che gli uomini anziani non vanno a piedi in Egitto! O, per dirla diversamente, un San Giuseppe decadente e avvizzito non era per niente adatto per una missione grandissima e delicatissima, quella di essere il custode del Figlio di Dio e del capolavoro di Dio, Maria Santissima.

A quanto pare, anche il ven. Vescovo Fulton Sheen era decisamente dello stesso parere: “Giuseppe era probabilmente un giovane, forte, virile, atletico, bello, casto, padrone di sé. Quel tipo di uomo che si vede talvolta a guardia di un gregge, o pilotare un aereo, oppure al lavoro al banco di un carpentiere.”

“Invece che un uomo incapace di amare, deve essere stato ardente di amore. […] Invece che un frutto avvizzito da servire alla tavola terrena, lui era piuttosto un fiore pieno di promesse e di forza. Non era alla sera della vita, ma al mattino, ribollente di energia, di forza e di passione controllata.”

“Maria e Giuseppe portarono alle loro nozze non soltanto i loro voti di verginità, ma anche due cuori ricolmi dei massimi torrenti di amore che abbiano mai attraversato petti umani. Come diventano più belli ai nostri occhi Maria e Giuseppe, allorché scorgiamo nelle loro vite quello che potrebbe dirsi il primo romanzo divino!”

“Nessun cuore umano si commuove all’amore di un vecchio per una giovane. Ma chi invece non si commuove a quello di un giovane per una giovane, quando il loro legame è Dio? Tanto in Maria quanto in Giuseppe c’era una giovinezza, bellezza e promessa.”

Insomma, tale era il nostro San Giuseppe: un giovane forte e nel pieno delle sue capacità virili. E un giovane casto, vergine, sia al momento del matrimonio che per tutta la sua vita.

Non per niente, nelle litanie è invocato con i titoli di Castissimo e Custode dei vergini. Egli accetta un matrimonio fuori dagli schemi, un matrimonio verginale, andando decisamente controcorrente rispetto alla mentalità del tempo.

Il matrimonio con Maria

Il legame con Maria è altrettanto importante. Giuseppe entra nella sua vita in un momento decisivo, quando si compie il mistero dell’Incarnazione, già raccontato anche nell’episodio della visitazione di Maria.

Giuseppe, giovane fidanzato, si ritrova con Maria, la sua promessa sposa, incinta non di lui. Facile immaginare l’imbarazzo di Maria nello spiegargli l’improbabile - solo a Dio tutto è possibile -; altrettanto facile congetturare la sua reazione, quanto meno di spiazzante sorpresa, di fronte a tale dato di realtà.

Fortemente dibattuto nella sua coscienza, uomo giusto verso la Legge e sensibile verso la sua amata, Giuseppe aveva escogitato una via d’uscita amara, ma legale: licenziarla in segreto, per evitarle il pericolo della lapidazione, pena prevista in caso di adulterio, anche per le promesse spose.

L’evangelista Matteo riporta solo per pennellate sommarie tale inquieto e drammatico conflitto interiore, rivelando una cosa importante: la capacità di Giuseppe di restare comunque aperto all’imprevedibile.

Giuseppe soffre, si interroga, è interiormente dilaniato. Ma - come affermano molti Padri della Chiesa e numerosi santi - Giuseppe non dubita dell’innocenza di Maria.

Egli non vuole possedere ciò che, in quel momento, sembra non gli appartenga. È pronto a rinunciare alla donna che ama pur di non intralciare il progetto dell’Altissimo e di rispettare quel santuario sacro che è diventato il grembo di Maria.

L’uomo giusto del Vangelo

Un particolare motiva e guida il nostro interesse verso questo personaggio della Bibbia. Per introdurlo nella narrazione, tra le tante possibili presentazioni, il vangelo di Matteo usa un “complimento”: di lui si dice che era un “uomo giusto” (Matteo 1,19).

Per un ebreo, in realtà, è più che un complimento: chiamare un giovane “giusto” era come vincere il Nobel a vent’anni. Nella cultura biblica, infatti, la giustizia è un attributo divino: solo Dio è giusto… e poche altre persone.

Una di queste era Noè, “uomo giusto e senza difetti, e si comportava come piace a Dio” (Genesi 6,9). Ironia della sorte, Noè è un carpentiere anche lui, che ascoltando la voce di Dio ha potuto salvare l’umanità dalla distruzione totale costruendo un’arca di legno per mettere in salvo uomini e animali.

Chiamandolo “giusto”, la Bibbia paragona Giuseppe a un patriarca. Per gli ebrei il giusto è capace di distinguere il bene dal male senza terze opzioni o mezze misure.

Il giusto è un uomo che si sa assumere le proprie responsabilità, anche quando ciò richieda di sacrificarsi per gli altri. C’è un bellissimo passo dal libro della Sapienza che dice: «hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini» (Sapienza 12,19).

Il giusto, quindi, è un uomo profondamente “umano”. Credo proprio che questa definizione riassuma bene la vita di Giuseppe, per quel poco che noi possiamo sapere dai racconti evangelici.

La giustizia vissuta come amore

Giuseppe era uno che era “giusto”, dice il Vangelo (Matteo 1,19), cioè che compiva ogni giustizia. E che significa questo? Come viene in aiuto a noi quest’uomo? Come egli applicava questa giustizia?

La risposta a queste domande è di una semplicità estrema: amando! Amando ogni istante della vita che gli è stata donata, amando ogni persona che la vita gli metteva accanto, fidandosi del suo Creatore e custode.

Amava quando piallava un asse, amava quando intarsiava un oggetto, amava quando andava ad attingere l’acqua, amava quando accendeva il fuoco, amava quando pregava Dio, amava quando ringraziava, amava quando aveva paura delle circostanze violente della sua epoca, amava quando riposava nel suo giaciglio.

Amiamo e siamo giusti quando nel nostro lavoro non vediamo solo uno stipendio da incassare, ma un servizio, un prodotto concreto che andiamo a donare al nostro fratello e ci mettiamo cura ed attenzione proprio per questo.

Amiamo quando incoraggiamo una persona sfiduciata, amiamo quando insegniamo con pazienza ai nostri figli, esortandoli sempre, amiamo quando silenziosamente non rispondiamo al male che ci viene fatto.

Amiamo quando facciamo le cose non per essere ammirati e lodati, amiamo quando non ci aspettiamo sempre un “grazie”, amiamo quando andiamo a fare una passeggiata e ringraziamo Dio per quella passeggiata che ci permette di fare.

Amiamo quando facciamo un sorriso, amiamo quando invece di puntare gli occhi su una donna come fosse una preda, la guardiamo davvero come una creatura dalla bellezza speciale, un grande dono che ci corrisponde.

Amiamo quando prima di andare a riposare diciamo grazie a Dio per le fatiche del giorno e per tutti i benefici ed anche per le cose brutte che ci sono capitate.

Concludo chiudendo il cerchio, quando abbiamo fatto tutto questo, lo abbiamo fatto a Gesù, a Maria (Matteo 25,40) esattamente come ha fatto Giuseppe!

La chiamata divina e i quattro sogni

Il Vangelo di Matteo mostra che le decisioni più importanti di Giuseppe maturano quando sembrerebbe addormentato, o forse svenuto per lo stress, e avvengono in sogno.

Dobbiamo ricordare che nella Bibbia i sogni erano considerati come uno strumento attraverso cui Dio comunicava la sua volontà, talvolta un espediente letterario per narrare l’incontro di qualcuno con la Parola di Dio, un incontro sempre unico e impossibile da raccontare.

Giuseppe di Nazaret compie dei sogni nei quali “ascolta” e “decide”. Decisioni difficili, che implicano anche rischi enormi, ma che egli affronta e svolge obbedendo, perché “uomo giusto”, appunto, che esegue senza indugio i suggerimenti di Dio.

Matteo racconta quattro sogni di Giuseppe.

Il primo sogno: accogliere Maria

Il primo sogno avviene in un momento durissimo: Giuseppe, fortemente angustiato davanti alla gravidanza di Maria, sua promessa sposa, una gravidanza di cui egli non è responsabile, deve decidere cosa fare.

Se la accusa pubblicamente di adulterio, rovinerà la vita a lei e al bambino. Non può d’altra parte ignorare l’inspiegabile fatto davanti ai suoi occhi, e decide pertanto di ripudiarla segretamente: in questo modo egli rinuncia ai suoi diritti e pensa al bene di Maria e del bambino, che avrebbero potuto rifarsi una vita.

L’evangelista Matteo sembra qualificare “giusto” proprio questo atteggiamento di Giuseppe: non la giustizia di compiere rigorosamente quanto previsto dalla legge senza guardare in faccia nessuno, ovvero l’allontanamento pubblico del ripudio, ma la giustizia di guardare Maria, intuire il mistero o anche solo le necessità di cui ella è soggetto, e agire di conseguenza.

Mentre la decisione sta maturando, pare giungere una conferma, in sogno, da un angelo: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Matteo 1,20-21).

Al suo risveglio, la decisione è ormai presa: «Quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo» (Matteo 1,24). Giuseppe accoglie il Bambino e sua Madre.

Il secondo sogno: la fuga in Egitto

Il re Erode, dando credito ai Magi venuti da Oriente ad adorare il Messia appena nato, e visto che non erano più tornati a riferirgli dove fosse il bimbo, ritenendolo egli una futura minaccia per il suo regno, decide di uccidere tutti i bambini al di sotto dei due anni (cfr Matteo 2,7-16).

Giuseppe si rende conto che il destino di Gesù, ma in un certo senso del mondo intero, è in pericolo, ma non saprebbe andare. Ed ecco un secondo sogno, nel quale sempre l’angelo ordina a Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Matteo 2,13).

Ancora una volta, Giuseppe ascolta l’invito di Dio senza far tante domande: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Matteo 2,14-15).

Il terzo sogno: il ritorno in Israele

Con tutta probabilità si tratta di una permanenza di qualche anno, durante la quale Giuseppe attende pazientemente l’avviso promesso dal messaggero divino.

Questi gli si presenta in un terzo sogno per informarlo della morte di Erode e per ordinargli ancora: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino» (Matteo 2,20).

Nuovamente, Giuseppe dà ascolto senza esitare alle parole ricevute in sogno: «Si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele» (Matteo 2,21).

Il quarto sogno: stabilirsi a Nazareth

Il viaggio di ritorno subisce una deviazione imprevista. Giuseppe viene a sapere che in Giudea era succeduto a Erode il figlio Archelao, evidentemente non più buono del padre.

Giuseppe è colto da timore e ritiene che non sia sicuro tornarvi. In un quarto sogno, Giuseppe è avvertito dall’angelo di deviare il percorso e di andare a stabilirsi in Galilea, a Nazaret (cfr Matteo, 2,22-23).

Fu una decisione saggia, a conti fatti: fonti extrabibliche riportano che il regno di Archelao fu caratterizzato dalla crudeltà e dal caos finché i Romani non presero possesso della regione e nominarono dei governatori, dei quali il più famoso fu Ponzio Pilato.

La Galilea, invece, fu data a Erode Antipa (cfr Luca 23,6-12) che instaurò un regno relativamente più pacifico e sicuro.

Quattro sogni di San Giuseppe

Un uomo che ascolta e agisce

In questi quattro sogni Giuseppe ha saputo prendere decisioni giuste. Una decisione giusta si prende non solo con la testa, ma anche con il cuore, cioè con tutti noi stessi: in essa si combinano conscio e inconscio, paure e desideri, esperienza e obbedienza.

Il palcoscenico delle decisioni di Giuseppe il sogno. Forse perché il sogno rappresenta un nuovo spazio oltre la mera esperienza umana, uno spazio che rende possibile la “vera giustizia”, quella di chi non si fida solo di sé, ma ascolta, pondera, forse ci prega anche su.

Giuseppe non cerca di interpretare o modificare ciò che gli viene affidato. Accoglie la responsabilità e la traduce in azioni precise, assumendo il compito di proteggere Gesù nei momenti più critici della sua infanzia.

Giuseppe è “giusto” perché i sogni non solo li compie o li interpreta, ma anche li realizza, li sa tradurre nella pratica, con bontà e grandezza di cuore, senza misurarsi troppo sui risultati, ma preoccupandosi solo di amare.

Il mestiere di Giuseppe: falegname, carpentiere o costruttore?

La tradizione cristiana ci ha tramandato l’immagine di Giuseppe come quella di un umile falegname, la cui bottega si trovava a Nazaret. Gesù avrebbe intrapreso lo stesso mestiere paterno, probabilmente dapprima affiancando Giuseppe nel laboratorio artigiano, poi subentrandogli, alla sua morte.

La traduzione CEI della sacra Bibbia, editio princeps del 1971, definisce il mestiere di entrambi come carpentiere, ovvero lavoratore specializzato nella realizzazione di strutture portanti in legno.

L’attività professionale di Giuseppe viene definita con il termine greco “técton”, citato in Matteo 13,55 e Marco 6,3, che la versione latina della Vulgata ha reso come “faber”.

Trattandosi di un vocabolo piuttosto ampio, esso può riferirsi a diversi tipi di lavori manuali. Il termine greco tekton è ampiamente polisemico, potendo indicare il mestiere di carpentiere, falegname, artigiano del legno, muratore o tagliatore di pietre.

Secondo Thiede, che si riferisce agli studi condotti dal professore svizzero Walter Bühlmann e dal professore tedesco Benedikt Schwank, la traduzione corretta è costruttore. Thiede intende tale termine nel senso di muratore o manovale.

Altri autori interpretano la traduzione costruttore nel significato di capomastro, ipotizzando l’esistenza di una piccola impresa edilizia, forse con apprendisti e garzoni.

Il luogo della professione: Nazareth e Sefforis

Carsten Peter Thiede e altri studiosi hanno evidenziato che, ai tempi di Gesù, nei dintorni di Nazareth il legno era praticamente assente e che le case dei duecento abitanti erano costruite in pietra, se non addirittura ricavate dall’adattamento di grotte pre-esistenti.

Ritengono quindi assai improbabile che Giuseppe e, in seguito, Gesù abbiano potuto guadagnarsi da vivere svolgendo il mestiere di falegname o carpentiere a Nazareth.

Secondo questi studiosi il principale luogo di lavoro di Giuseppe e Gesù non era Nazareth, bensì la città di Sefforis, distante circa 6 km e quindi raggiungibile agevolmente a piedi o a dorso d’asino.

Sefforis era stata completamente distrutta dai Romani, guidati da Publio Quintilio Varo, in seguito alla rivolta ebraica avvenuta alla morte di Erode il Grande, dopo il 4 a.C.

Terminate le ostilità, la città fu ricostruita. Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, nominato tetrarca della Galilea nell’1 d.C., ne cambiò il nome in Autocratis, definendola ornamento della Galilea e facendone la capitale del suo Stato.

In un periodo storico immediatamente successivo al trasferimento definitivo di Giuseppe a Nazareth, quindi, a poca distanza dal luogo di residenza, Sefforis, in piena ricostruzione ed espansione, offriva grandi opportunità di lavoro a lunga scadenza ai lavoratori esperti nell’arte delle costruzioni.

Un artigiano né ricco né povero

Che mestiere svolgeva dunque Giuseppe? Era un piccolo impresario edile, oppure un manovale salariato a ore?

I Vangeli ci offrono parecchi indizi che Giuseppe non fosse ricco, ma nemmeno povero. Per esempio, sappiamo che poteva permettersi di compiere tutti gli anni il pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme, portando con sé anche la moglie e fermandosi per tutta la durata della festa.

Sappiamo che poté permettersi di sposare una ragazza di buona famiglia come Maria di Nazareth, imparentata con una discendente di Aronne e, probabilmente, appartenente al casato di Davide lei stessa.

Del resto sappiamo anche che, per la purificazione di Maria dopo il parto, non aveva i mezzi per offrire in sacrificio un agnello di un anno e dovette ripiegare su una coppia di tortore o di colombe, secondo la prescrizione della legge.

Se ne può dedurre che Giuseppe non fosse né un impresario, né un semplice manovale. L’ipotesi più realistica è che fosse un artigiano di villaggio, in grado di risolvere ogni problema pratico, ma particolarmente esperto nel campo delle costruzioni e della lavorazione del legno.

Aveva probabilmente una bottega a Nazareth, ma gran parte della sua attività lavorativa veniva svolta a Sefforis, come operaio edile specializzato, per usare una definizione moderna, nei numerosi cantieri aperti.

Sempre a Sefforis, importante centro commerciale, avrebbe potuto procurarsi il legno necessario per la costruzione di arnesi da lavoro o piccole suppellettili, da rivendere ai compaesani.

Questa duplice attività gli avrebbe permesso di godere di un certo benessere economico, fonte di prestigio nel villaggio.

Gesù imparò il mestiere nella bottega di Giuseppe

Secondo la tradizione ebraica, ai tempi di Gesù i bambini iniziavano all’età di 5 anni a seguire l’istruzione religiosa e con l’apprendimento del mestiere del padre.

Possiamo ipotizzare dunque che Gesù praticò nella sua gioventù il mestiere del falegname. Alla piccola impresa artigianale a carattere familiare si sarebbe aggiunto in seguito Gesù, la cui formazione professionale sarebbe stata curata dallo stesso Giuseppe, in vista di una futura eredità della bottega.

Gesù, assieme al padre putativo o sulle orme dello stesso, avrebbe lavorato nei cantieri di Sefforis e là avrebbe appreso il greco koiné e fatto esperienza di ambienti e tipi umani, utilizzati nel suo successivo insegnamento, come grandi proprietari terrieri, banchieri, commercianti, che, senza uscire del piccolo borgo di Nazareth, gli sarebbero rimasti completamente sconosciuti.

Si noti l’espressione utilizzata da Matteo per indicare Gesù: «Non è egli forse il figlio del carpentiere?». La frase può essere espressa in questi termini solo se a Nazareth fosse esistito un solo tekton, identificabile immediatamente dagli uditori con Giuseppe stesso.

Se ne deduce che con il termine tekton gli evangelisti intendessero indicare una figura professionale più qualificata, un artigiano specializzato, più che un semplice uomo di fatica.

Queste considerazioni fanno cadere la pregiudiziale di eccessiva umiltà del lavoro di carpentiere, visto anche che non si trattava affatto di un mestiere così disprezzabile.

Per gli Ebrei il lavoro manuale era abituale, ed era comune anche tra i rabbini che dedicavano la loro vita allo studio della Legge. Coltivare l’erudizione e, al contempo, praticare un mestiere, era considerata una cosa normalissima.

Il famoso rabbino Hillel guadagnava, lavorando, solo mezzo denaro al giorno, Rabbi Aqiba faceva lo spaccalegna, Rabbi Joshua era carbonaio, Rabbi Meir era scrivano, Rabbi Yochanan era calzolaio.

Lo stesso Paolo si guadagnava da vivere fabbricando tende, ed è celebre la sua disposizione nei riguardi dei fannulloni annidati tra i cristiani di Salonicco: Chi non vuol lavorare neppure mangi.

Resta quindi il significato letterale dei due passi, che è anche il più logico: Giuseppe faceva il carpentiere e Gesù ne ereditò bottega e professione.

Il padre concreto della Sacra Famiglia

All’interno della casa di Nazareth, Giuseppe vive una quotidianità fatta di lavoro e presenza costante. San Giuseppe è stato un vero padre per Gesù: lo ha nutrito, cresciuto, educato; ha giocato con Lui, gli ha insegnato un mestiere.

Lo ha amato con cuore di padre. Gesù ha avuto in lui un modello di paternità, di virilità.

Nel modo di parlare di Gesù, nei suoi gesti, nei suoi atteggiamenti, nel suo modo di vedere le cose e la vita, negli esempi pratici e concreti di cui sono così ricche le sue parabole, c’è molto di San Giuseppe.

In particolare, la paternità di San Giuseppe è stata fondamentale per preparare Gesù ad affrontare la sua ora, per avere la forza, come uomo, di andare fino in fondo nel dono di sé, fino a dare la vita.

In questo senso, possiamo vedere tutta la vita e la missione di San Giuseppe come un preparare Gesù e Maria per quel momento, per quell’ora della Croce.

Il custode di Maria

Il ruolo di Giuseppe non riguarda soltanto Gesù. Egli accoglie Maria, la protegge e la accompagna nelle circostanze più difficili della sua vita.

In Giuseppe, Dio ha preparato e donato a Maria uno sposo, un custode, un cavaliere. Tale è stato San Giuseppe per Maria.

Cuore di padre e cuore di sposo: questo è il Castissimo Cuore di San Giuseppe!

Egli è pronto a rinunciare alla donna che ama pur di non intralciare il progetto dell’Altissimo e di rispettare quel santuario sacro che è diventato il grembo di Maria.

Davvero egli è uomo giusto: massimo amore a Dio e a Maria, fiducia assoluta nell’Altissimo.

La morte di San Giuseppe

I Vangeli non forniscono indicazioni precise sulla morte di San Giuseppe. L’ultima volta in cui viene menzionato è durante l’episodio del ritrovamento di Gesù al Tempio, in occasione della celebrazione della Pasqua ebraica.

Il giovane Gesù partì come pellegrino insieme a Maria e Giuseppe, ma nella strada del ritorno decise di restare a Gerusalemme. Quando i genitori si accorsero della sua mancanza iniziarono a cercarlo e dopo tre giorni lo trovarono seduto nel tempio a discutere con i dottori.

Maria allora gli chiese: “Figlio, perché hai fatto così? Ecco tuo padre ed io, angosciati ti cercavamo”. La risposta di Gesù lasciò i genitori senza parole: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

Dopo questo momento, la sua figura scompare dai racconti evangelici, elemento che ha portato a diverse interpretazioni.

Secondo la tradizione cristiana, Giuseppe sarebbe morto prima dell’inizio della vita pubblica di Gesù. Questo spiegherebbe la sua assenza negli episodi successivi, come la crocifissione.

A partire da questa lettura, si è sviluppata l’idea di una morte vissuta nella casa di Nazareth, accanto a Maria e a Gesù.

San Giuseppe patrono della buona morte

Da qui nasce uno degli aspetti più significativi del suo culto. San Giuseppe viene infatti invocato come patrono della buona morte, perché la tradizione lo descrive assistito dalle persone a lui più vicine nel momento finale.

Questa immagine ha avuto una forte diffusione nella devozione popolare.

Accanto ai Vangeli, alcune informazioni più dettagliate provengono da testi apocrifi. Secondo l’apocrifo Storia di Giuseppe il falegname, Giuseppe aveva 111 anni quando morì, godendo sempre di un’ottima salute e lavorando fino al giorno della sua morte.

Un giorno gli apparve un angelo che lo informò della sua morte imminente. Decise quindi di andare a Gerusalemme ma al suo ritorno viene colpito dalla malattia che l’avrebbe portato alla morte.

Stremato nel suo letto, circondato dalla sposa, viene liberato dalla visione dell’Oltretomba, scacciate da Gesù. L’anima del santo viene raccolta dagli arcangeli e portata in paradiso.

Il suo corpo viene sepolto alla presenza di tutta Nazaret. Nonostante siano racconti considerati inattendibili, sono comunque importanti per comprendere come la figura di Giuseppe sia stata interpretata nel tempo.

Ancora oggi non sappiamo dove si trova la tomba del santo. Nelle cronache dei pellegrini che visitarono la Palestina si trovano alcune indicazioni circa il sepolcro di San Giuseppe.

Alcuni parlano di Nazaret, altre di Gerusalemme, nella valle del Cedron. Non esistono però argomenti consistenti al riguardo.

Le feste di San Giuseppe

La ricorrenza principale legata alla figura di San Giuseppe è quella del 19 marzo, giorno in cui la Chiesa celebra San Giuseppe come sposo di Maria e padre putativo di Gesù.

Questa data è profondamente radicata nella cultura cattolica ed è associata anche alla festa del papà.

Il collegamento nasce dal significato attribuito alla figura di Giuseppe, considerato un modello di paternità vissuta nella cura e nella responsabilità quotidiana.

Accanto a questa celebrazione esiste un secondo momento importante: il 1° maggio, dedicato a San Giuseppe lavoratore.

Questa ricorrenza è stata istituita nel Novecento per offrire un riferimento cristiano al tema del lavoro, riconoscendo in Giuseppe un esempio concreto di vita costruita attraverso il proprio mestiere.

Il mese di marzo è tradizionalmente a lui dedicato, e in molte comunità vengono organizzate celebrazioni e pratiche devozionali legate alla sua figura.

RicorrenzaSignificato
19 marzoSan Giuseppe, sposo di Maria e padre putativo di Gesù
1º maggioSan Giuseppe lavoratore

Patrono e protettore della Chiesa

La sua figura è venerata nella Chiesa cattolica e ortodossa ed è stato dichiarato il patrono della Chiesa cattolica da Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870.

La Chiesa lo riconosce come patrono della Chiesa universale, ma anche come punto di riferimento per le famiglie, per i lavoratori e per chi si trova ad affrontare momenti difficili.

Questa dimensione di protezione è legata alla sua storia. Nei Vangeli, Giuseppe si trova più volte davanti a situazioni che richiedono decisioni rapide, come la partenza per l’Egitto o il ritorno a Nazareth.

In ogni occasione agisce per custodire Maria e Gesù, ecco perché è il santo vicino a chi cerca guida e sostegno.

  • È patrono della Chiesa universale.
  • È modello per i padri di famiglia.
  • È patrono degli artigiani, dei falegnami e dei carpentieri.
  • È riferimento per i lavoratori.
  • È invocato dai moribondi e per la buona morte.
  • È associato agli esiliati e a chi ha bisogno di protezione.

I simboli di San Giuseppe

Tra gli attributi tradizionali di San Giuseppe si trovano il bastone fiorito, gli strumenti da falegname e Gesù Bambino fra le braccia.

Secondo la tradizione apocrifa, ogni celibe avrebbe dovuto portare all’altare un bastone che Dio avrebbe fatto fiorire, scegliendo così il prescelto.

Zaccaria chiese un responso a Dio con la preghiera e restituì i bastoni ai proprietari, l’ultimo era di Giuseppe ed era in fiore. Dal bastone uscì una colomba che si pose sul suo capo.

Tra i simboli associati a San Giuseppe si trova anche il nardo, un fiore che richiama la sua purezza e il suo ruolo di custode.

Nel tempo, questi elementi hanno contribuito a costruire una devozione concreta, fatta di immagini, gesti e oggetti che aiutano a mantenere vivo il legame con il santo.

San Giuseppe dormiente

Un esempio di questa devozione è legato alla figura del San Giuseppe dormiente, particolarmente cara anche a Papa Francesco.

L’immagine richiama i sogni attraverso cui Giuseppe riceveva indicazioni decisive. Ancora oggi, molti fedeli affidano a lui le proprie preoccupazioni, spesso in modo semplice e diretto, attraverso la preghiera.

Statua di San Giuseppe dormiente

San Giuseppe come modello per ogni vocazione

Volete essere dei buoni padri? “Ite ad Joseph”, andate da Giuseppe, in lui trovate il modello di ogni paternità.

Lui che ha scolpito il cuore del Figlio di Dio, vi aiuterà a essere dei padri secondo il suo cuore, vi aiuterà a “scolpire” i cuori dei vostri figli.

Volete essere dei buoni sposi, volete essere l’uomo che ogni donna sogna? “Ite ad Joseph”, andate da Giuseppe!

Andate da lui, il quale ci insegna che l’uomo è chiamato a essere custode, difensore e protettore della bellezza femminile e non consumatore e abusatore del suo mistero.

In Giuseppe, in realtà, troviamo il modello per ogni vocazione. In quanto sposo e padre verginale è anche, allo stesso tempo, modello per tutti quelli che sono chiamati alla Vita Consacrata, per tutti quelli scelgono la verginità, o il celibato, per il regno dei cieli.

È il modello perfetto di ogni paternità spirituale e - in particolare - dei Sacerdoti, chiamati a essere, come lui, sposi casti di Maria e della Chiesa e padri spirituali di tutte quelle anime che vengono loro affidate.

E allora, di nuovo: “Ite ad Joseph”, andiamo tutti da Giuseppe! In lui troviamo un campione di fiducia nei confronti dei progetti di Dio, in lui troviamo il nostro padre spirituale, un grandissimo santo, un amico, un modello per tutti… e, in modo particolare, per tutti gli uomini.

San Giuseppe... l'aggiunto | Vangelo di Matteo 1,18-24

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