San Charbel soffocato da Dio: la vita, la solitudine e i miracoli del santo libanese

San Charbel Makhlouf fu un monaco e sacerdote libanese dell’Ordine Maronita, vissuto nel XIX secolo, famoso per la sua vita di silenzio, preghiera, penitenza e per i numerosi miracoli avvenuti dopo la sua morte. È un monaco ed eremita dolce e austero al tempo stesso, di rigore e di accoglienza, che dona il senso del mistero e del miracolo.

Proclamato santo da Papa Paolo VI nel 1977, è un santo che convince e colpisce anche chi con la religione, in particolare con la Chiesa cattolica, non ha nulla a che fare. La sua vita nascosta insegna che Dio agisce nel silenzio e che anche un’esistenza vissuta lontano dal mondo può cambiare il mondo.

Chi era San Charbel Makhlouf

San Charbel è un santo appartenente alla Chiesa cristiana cattolica maronita del Libano. Questa Chiesa ha l’onore di avere come lingua liturgica l’aramaico, che notoriamente è la lingua parlata da Gesù; da sola questa Chiesa è rimasta cattolica romana.

Le alte montagne nel nord del Libano sono testimoni di una storia meravigliosa di santità, poiché in mezzo ad esse è nato e vissuto il monaco maronita S. Charbel Makhlouf, simbolo dell’unione tra l’Oriente e l’Occidente, essendo il primo santo orientale a essere stato beatificato e canonizzato, in tempi recenti, nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana.

Charbel Makhluf nacque nel villaggio di Beqaa Kafra, in Libano, nel 1828, probabilmente l’8 maggio, da una famiglia di contadini e visse con i quattro fratelli in un villaggio. Nacque l’8 maggio 1828 a Bekaa Kafra, un villaggio tra le montagne del Libano. È il quinto figlio di una famiglia dove si prega e si recita il rosario.

Il suo nome di battesimo era Youssef Antoun Makhluf. Il suo nome originario era Yousef, Giuseppe. Cresciuto in una famiglia povera e devota, fin da bambino mostrò un grande amore per Dio.

La sua infanzia finì presto: suo padre morì quando lui aveva soltanto tre anni e la madre si risposò con un uomo pio che alla fine, secondo l’usanza orientale, diventò sacerdote. Per Youssef fu sempre una gioia ascoltarlo, come lo fu parlare dei due zii eremiti nella Valle dei Santi.

Per lui erano supereroi e vorrebbe seguirne l’esempio, ma non può: deve aiutare la famiglia, gli dicono, e così a dieci anni inizia a fare il pastore, ma trascorre tutto il suo tempo libero a pregare in una grotta, oggi meta di pellegrinaggi e chiamata “la grotta del Santo”.

Di nome Giuseppe, con una buona istruzione in famiglia, cresce laborioso custodendo le capre e accompagnando gli animali al pascolo, una vita semplicissima da ragazzo, ma spesso andava in una grotta che aveva attrezzato con una statuetta della Madonna e la pregava a lungo.

Il suo cuore si può dire che fin da ragazzo, da giovane, ha già scelto Dio. Dio proprio come unico interesse della sua vita.

La vocazione e l’ingresso nel monastero

Non è che prima Youssef non avesse sentito il Signore che lo chiamava a sé, solo non voleva disobbedire al volere della famiglia. Quella notte, però, la voce del Signore è particolarmente nitida, insistente… non ce la fa più: si alza, e senza salutare nessuno, prima che faccia giorno è già in viaggio verso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq.

È il 1851 e lui ha 23 anni. Ecco allora la coraggiosa decisione che prende inaspettatamente a 23 anni, una notte nel segreto, senza far rumore prese poche cose e lasciò la sua casa proprio di nascosto.

Era una scelta coraggiosa e anche dolorosa per la famiglia, ma per lui era diventata una scelta necessaria. Camminò fino al convento collegato al santuario mariano deciso a non tornare più indietro.

In pochi mesi diventa monaco dell’Ordine libanese maronita e cambia il proprio nome in Charbel, che in siriaco significa “il racconto di Dio”. Presi i voti ed entrato come sacerdote nell’Ordine Libanese Maronita, visse per quindici anni tra il monastero di San Marone ad Annaya e quello di San Cipriano di Kfifen.

Prese il nome di Charbel, era un martire locale. Da consacrato, prese il nome “Charbel”: così si chiamava un martire orientale del II secolo.

Viene trasferito un paio di volte, studia assiduamente teologia e si occupa di poveri e ammalati, in obbedienza alle missioni che via via gli vengono affidate, compreso il lavoro nei campi. Ma sono la preghiera e la contemplazione le attività che preferisce.

Dopo il noviziato, intensificando la preghiera e il digiuno, si preparò alla professione religiosa. Dopo la necessaria formazione teologica fu ordinato anche sacerdote.

Professò i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza e venne ordinato sacerdote il 23 luglio del 1859 a Bekerké, sede del patriarca maronita. Fu ordinato il 23 luglio 1859, aveva allora 31 anni, e fu destinato al convento di Annaya.

Evitò di passare dal suo paese natale, dove tutti lo aspettavano per la celebrazione solenne della prima Santa Messa. Era proprio il segno quanto mai chiaro ed eloquente del suo completo radicale distacco dal mondo e anche dalla sua famiglia e dai suoi cari.

La scelta della vita eremitica

Secondo la tradizione orientale, la vita monastica tocca il suo apice nella vita solitaria: “Stare da soli con l’unico”. La vita comunitaria era considerata come un periodo di transizione o di formazione per la vita eremitica.

Ma non gli bastava; infatti, dopo 16 anni di convento chiese di ritirarsi definitivamente nella clausura di un eremo. Lo fece per vivere proprio da eremita.

San Charbel sentì la chiamata alla vita eremitica dopo 15 anni di vita comunitaria esemplare. Chiese il permesso ai superiori e, dopo tanta insistenza e un piccolo miracolo, gli venne concessa l’autorizzazione di abbracciare la vita eremitica.

Fece il suo ingresso nell’eremitaggio di “S. Paolo e S. Pietro”, ad Annaya, il 1º febbraio del 1875. Quando finalmente la sua richiesta di ritirarsi in solitudine viene accolta, l’eremo dei santi Pietro e Paolo, non lontano da Annaya, diventa la sua casa.

Inizia, così, un’esistenza di nascondimento e di preghiera incessante. Tornava ai suoi compagni monaci solo nella preghiera dell’ufficio notturno che avveniva nella piccola chiesa dell’eremo e poi tornava nella sua cella in piena solitudine.

Lì trascorse la sua vita da eremita. Visse da vero eremita distinguendosi dagli altri monaci e questo per 23 anni. Era isolato da ogni contatto con il mondo.

Da eremita, S. Charbel passava ore e ore prostrato in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Credeva fermamente che “l’eremita deve cercare di essere un nuovo Crocifisso”.

La povertà, il silenzio e la penitenza

La sua cella, di appena sei metri quadrati, aveva solo un materasso di foglie di quercia, una lampada a olio, un piatto di legno, una pietra per sedersi e i libri di preghiera, tra i quali l’Imitazione di Cristo.

Il suo letto era un pagliericcio di foglie di quercia rivestito con tappeto di capra e un panno logoro. Era sollevato da terra per mezzo di due assi legate con una corda; un sasso, a volte uno straccio, fungeva da guanciale.

Dormiva solo 5 ore e consumava un solo pasto al giorno. Mangia una sola volta al giorno, un solo cibo per volta, senza carne e senza frutta.

Non mangiava e beveva nulla fuori dei pasti. Anche se San Charbel era riservatissimo, si poté conoscere che si infliggeva penitenze di ogni tipo e non si lamentava mai di nulla, rimanendo sempre amabile anche nella sofferenza e nelle contrarietà.

La pratica assidua, spinta all’estremo, dei tre voti di religione era vissuta nel silenzio e nel depauperamento monastico: la più stretta povertà per quanto riguarda l’alloggio, il vestito e l’unico e frugale pasto quotidiano; una castità rigorosa; e soprattutto un’obbedienza totale ai superiori, ai confratelli e alla regola degli eremiti.

Ai tre voti monastici ne aggiunse un quarto, cioè il voto di umiltà. Era l’uomo del silenzio, della semplicità; il silenzio era indispensabile per lui per pensare a Dio.

Viveva soprattutto la povertà in modo talmente radicale che neppure il più grande poveraccio indigente avrebbe accettato il suo cibo, il suo letto, i suoi vestiti. Non accettava abiti nuovi neppure dietro le insistenze del superiore, ma lo pregava di fornire gli abiti dismessi dagli altri monaci.

Le sue incessanti preghiere, i digiuni prolungati, lo spirito di mortificazione e l’unione con Dio hanno reso la sua vita un esempio di donazione e di generosità: riservava, infatti, per sé, i lavori più umili e pesanti.

Il lavoro e l’obbedienza monastica

Da monaco eremita non era sempre in ginocchio a pregare, ma svolgeva anche dei lavori tipici dei monaci per vivere. Si occupava di piantare e bagnare le piante, coltivare gli orti, occuparsi anche degli animali, ma eseguiva i lavori più bassi e pesanti nel monastero con grande umiltà.

Quando lavorava nei campi e nella vigna zappava con lena, ma con lo sguardo abbassato. Senza guardarsi intorno teneva il cappuccio calato sugli occhi e non lo sollevava neppure per asciugarsi il sudore che gli colava dalla fronte.

Si fermava solo per farsi di tanto in tanto con calma, con solennità, il segno della croce e si capiva che durante il lavoro pregava senza interruzione.

Se gli ordinavano di portare dei carichi pesanti o dei rami spinosi, ubbidiva senza lamentarsi. Egli era un esempio per tutti soprattutto grazie alla sua obbedienza monastica.

Partecipava anche attivamente alle attività del monastero, in certe circostanze collaborando con gli altri monaci. Desiderava però la vita eremitica come manifestazione piena della consacrazione monastica.

La sua vita di preghiera

Charbel aveva un rapporto con Dio. Sin da ragazzino si ritirava spesso in una grotta a pregare davanti a un’immagine della Madonna, ma guidato dai monaci imparò attraverso le Sacre Scritture a vivere una vera vita contemplativa in compagnia di Dio.

Il modo con cui Charbel si faceva il segno della croce dava un senso di grande e benefica compostezza, segno di una grande fede; restava ore e ore in ginocchio davanti al tabernacolo per implorare certe grazie.

Cercava un forte incontro con i santi, si aiutava con le immagini che aveva collocato alle pareti della sua cella. Aveva una grande venerazione oltre che per la Madonna, per i santi Pietro e Paolo, per Sant’Antonio Abate e per San Marone.

La preghiera rilassa le membra del corpo più del sonno, la povertà favorisce la salvezza, la sobrietà rafforza l’anima. Voglio vivere nelle privazioni, ignorando i piaceri e le dolcezze di questo mondo, voglio essere il servitore di Cristo e dei miei fratelli.

Quando confessava leggeva nel cuore delle persone. Portava in tutti la riconciliazione e tanta, tanta pace interiore; la sua persona emanava un fascino straordinario. La gente avvertiva in lui la presenza e l’azione di Dio.

L’acqua benedetta da lui operava meraviglie, annientava maledizioni, fatture, incantesimi; arrivano numerose guarigioni di malati e infinite guarigioni, questo mentre era in vita, ma come abbiamo detto le meraviglie di Dio si manifestarono in maniera incredibile dopo la morte.

La morte durante la Messa

Trascorsi 23 anni di vita eremitica, vissuta radicalmente nella sequela di Cristo, il primo giorno della novena di Natale, il 16 dicembre del 1898, S. Charbel iniziò la celebrazione della Santa Messa.

Durante la recita delle parole della preghiera eucaristica: “Padre di verità, ecco qui tuo Figlio reso vittima gradita a Te”, fu colpito da una paralisi ed entrò in agonia, continuando a ripetere la medesima preghiera.

È proprio durante la Messa che Charbel si sente male, al momento dell’elevazione. San Charbel si sentì male durante la Messa, mentre alzava l’Eucarestia al cielo, e morì la notte della vigilia di Natale del 1898, dopo un’agonia di otto giorni trascorsi in preghiera.

L’agonia si prolungò fino alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, giorno in cui morì, a 70 anni di età. Morì il 24 dicembre 1898, mentre celebrava la Messa.

Dopo un’agonia di otto giorni in cui gli altri monaci lo sentono pregare e in cui continua a osservare la Regola, rifiutando, ad esempio, del cibo più nutriente, si spegne.

La sua vita trascorre in grande semplicità e la sua stessa morte è segnata dalla preghiera. Il suo volto, secondo i testimoni, era come illuminato da una luce celeste.

La luce sulla tomba e il corpo incorrotto

Il suo corpo avvolto fu deposto nella nuda terra. Sepolto nella fossa del cimitero attiguo alla cappella, tutto sembra finito e invece incominciano le meraviglie.

Ma la morte, come sappiamo, non è la fine. Dopo qualche mese iniziano a verificarsi prodigi. Molti monaci giurano di vedere la tomba di frate Charbel, di notte, illuminata da luci non naturali.

All’indomani della morte, cinque mesi dopo la sepoltura, una luce intensissima partiva da quella tomba, una luce così intensa che fu vista fino a 40 chilometri di distanza.

Dopo la morte, il Monaco viene sepolto nella fossa comune del monastero e, inspiegabilmente, per molti giorni, quando cala la sera una luce che si sprigiona dal luogo della sepoltura si irradia per tutta la vallata.

Lo spettacolo è stupefacente. Neanche a dirlo, quella luce richiama la gente del luogo. I monaci, allora, vista la quantità di persone che giunge al monastero cresce di giorno in giorno, decidono di spostare il corpo nel convento.

Si fece la riesumazione della salma, il corpo era quello di un uomo vivo che dorme. Da esso usciva abbondante liquido rossastro di composizione sconosciuta simile al sangue.

Una volta aperto il sepolcro, i confratelli si trovarono davanti a un corpo flessibile che trasudava uno strano liquido. Il panno utilizzato per asciugare il corpo di Charbel è conservato nel monastero di Annaya, ed è diventato ben presto strumento di guarigione per moltissime persone.

Nel tempo ci sono state quattro ricognizioni del corpo e ogni volta lo si è trovato morbido come se fosse ancora vivo. Nel 1927, dopo 28 anni dalla morte, viene esumato il corpo; fu trovato perfettamente conservato, incorrotto.

Nel 1952 si fece ancora una riesumazione e il corpo apparve intatto, ancora morbido ed elastico come vivo, anche se completamente ricoperto e bagnato fradicio come sempre da quel liquido rossastro.

Durante l’ultima ricognizione, nel 1950, il suo volto rimane impresso su un panno e si verificano molte guarigioni istantanee tra i presenti intervenuti.

Dopo la morte, il suo corpo rimase incorrotto e trasudò sangue e acqua fino al giorno della sua beatificazione, avvenuta il 5 dicembre del 1965. Dopo la beatificazione, il corpo di frate Charbel non ha più trasudato.

I miracoli attribuiti a San Charbel

Si raccontano fatti veramente sbalorditivi subito; ecco i numerosissimi miracoli che avvengono accanto a quel corpo, a quella tomba, avvengono prodigi.

In quei giorni conversioni, primo a centinaia poi a migliaia, un liquido rossastro di composizione sconosciuta emana abbondante dal corpo. Al contatto con quel liquido avvenivano guarigioni, miracoli e conversioni, prima a centinaia e poi a migliaia.

Questo da subito accrebbe la sua popolarità e i monaci cominciarono ad annotare i miracoli, ma il lavoro ben presto divenne insostenibile. Da allora fino ad oggi numerosi miracoli si susseguono in tutto il mondo grazie a San Charbel, il quale appare anche negli ospedali e dove è chiesto il suo aiuto.

I miracoli fisici e spirituali attribuiti all’intercessione di san Charbel non si contano, ma alcuni episodi sono stati considerati per la causa di beatificazione e di canonizzazione.

La guarigione di suor Maria Abel Kamari

Il primo miracolo riconosciuto è quello ricevuto da suor Maria Abel Kamari, a Bikfaya. La suora era affetta da un’ulcera pilorica che le procurava fortissimi dolori da quattordici anni.

Le consorelle, l’11 luglio del 1950, decisero di portarla sulla tomba del monaco Charbel. Desideravano che toccasse la tomba per trovare un po’ di conforto.

Quello che accadde fu sensazionale: la suora raccontò di essersi sentita attraversare da una scossa elettrica e il giorno dopo si alzò da sola davanti allo stupore di tutti, completamente guarita.

La guarigione di Iskandar Obeid

Il secondo riguarda Iskandar Obeid, un fabbro di Baabdat. L’uomo, dopo un incidente, riportò il distacco della retina destra.

I medici volevano asportare l’occhio malato per evitare che infettasse anche l’altro, ma Iskandar si rifiutò in maniera categorica. Nel 1950 decise di andare in pellegrinaggio sulla tomba dell’eremita Charbel.

Dopo soli tre giorni sentì un forte dolore nell’occhio malato che, dopo essersi gonfiato, tornò a vedere come prima dell’incidente.

La guarigione di Mariam Assaf Awad

Il terzo miracolo è quello che portò il Monaco alla canonizzazione. Una donna siriaca, residente in Libano, Mariam Assaf Awad, aveva subito tre operazioni a causa di un tumore.

I medici le avevano detto che non c’era più niente da fare. Alla donna ormai non restava altro che attendere la morte; la sua devozione per il beato Charbel era grande e già da tempo si rivolgeva a lui per accogliere con fede ciò che l’attendeva.

Una notte del 1967 la sua preghiera fu più accorata. Il mattino seguente una strana sensazione le suggerì che era guarita, cosa che poi fu accertata dai medici.

Altre guarigioni attribuite alla sua intercessione

Guarì completamente un paralitico dalla nascita che si recò davanti alla sua tomba. San Charbel è ricordato da tutti: cattolici, ortodossi, musulmani e atei, come segno della presenza di un Dio Padre di tutti.

Tra i miracoli più famosi ebbe un ruolo Nohad El Shami, una donna affetta da emiplegia e con una doppia occlusione della carotide, che raccontò di aver sognato due monaci maroniti e che uno di essi le aveva posato le mani sul collo, come per operarla.

Al risveglio aveva due ferite sul collo, una su ogni lato, ed era guarita. In seguito riconobbe in Charbel Makhlouf il monaco che l’aveva operata.

Dafné Gutierrez, un’altra donna divenuta cieca, si era recata presso la chiesa maronita di San Giuseppe, dove era esposta una reliquia di San Charbel. Il parroco della chiesa le aveva posato una mano sulla testa e una sugli occhi, pregando San Charbel per la sua guarigione.

La donna sentì un intenso prurito e i suoi occhi ricominciarono a vedere. Da allora numerose guarigioni fisiche e spirituali sono state attribuite alla sua intercessione in Libano e in tutto il mondo.

L’olio di San Charbel

Oltre alle preghiere, ci sono anche oggetti devozionali associati a San Charbel. L’olio di San Charbel, che viene benedetto presso la sua tomba e distribuito durante le celebrazioni speciali, viene spesso utilizzato per ungere i malati o per pregare per la guarigione.

È considerato un oggetto sacro e può essere richiesto dai monasteri maroniti in tutto il mondo. All’olio di San Charbel sono attribuiti numerosi prodigi.

L’olio richiamerebbe il liquido miracoloso trasudato dal corpo intatto del Santo poco dopo la morte. Nel 2007 una bimba gravemente malata venne unta per giorni con l’olio di San Charbel e in qualche tempo guarì perfettamente.

Il racconto di questo miracolo menziona spesso il profumo particolare che la mamma della piccola avvertiva intorno al lettino, profumo scaturito dall’olio stesso.

Le parole e l’insegnamento spirituale di San Charbel

Il peccato ti dà solo ansia, tristezza, infelicità e vuoto. Se una persona non si trasforma in amore, muore. La croce è la chiave della porta del paradiso.

Santifica il momento presente della tua vita. La santità è uno stato di trasformazione permanente dalla materia alla luce. La santità è una grazia e una volontà, la grazia è di Dio e la volontà proviene da te.

Guida i tuoi sensi per glorificare Dio. Il segno più importante, più grande e più sacro è il segno della croce. Il messaggio più importante e più grande è il messaggio del Vangelo. Il versetto più importante e più grande è l’Eucaristia.

L’uomo desidera molte cose di cui non ha bisogno e ha bisogno di molte cose che non desidera. La saggezza è controllare te stesso. Dio è amore, Dio è vero, Dio è vero amore.

L’uomo non raggiunge se stesso se non attraverso l’amore. Dal cuore di Dio è uscito l’uomo, e al cuore di Dio ritorna. L’amore è universale, senza limiti e senza condizioni.

La tua felicità non è nella pietra, non dà felicità. La tua felicità non viene dagli esseri umani perché non ce l’hanno. L’uomo è molto più prezioso dell’oro, l’uomo è figlio di Dio e il suo valore è da lui e in lui.

L’oro non libera una persona dalle sue catene, ma piuttosto la rende più splendente. La tua ricchezza è misurata dalla mancanza dei tuoi bisogni e non dall’abbondanza dei tuoi beni.

Fa’ che tutta la tua vita sia preghiera e servizio. Non iniziare nulla sulla terra a meno che non finisca in cielo. Non camminare in un sentiero sulla terra se non ti porta in cielo.

Se vuoi giudicare qualcuno, giudica prima te stesso. A che serve la velocità e la corsa se la direzione è sbagliata? La santità non è una possibilità, ma la santità è una scelta.

Il cristianesimo non è né una religione né un tempio, né un libro né un tempio: il cristianesimo è la persona di Gesù Cristo stesso.

Non dimenticare che non sei di questo mondo, non annegare in esso, attraversalo. Sorgi da esso e innalzalo al Signore per la potenza del Signore.

Solo Gesù Cristo è in grado di liberare tutti gli esseri umani da tutti i loro pesi, fardelli e fardelli, perché uno schiavo non può liberare uno schiavo.

Sii pienamente impegnato nella Chiesa e in tutti i suoi insegnamenti, e persevera nella preghiera senza annoiarti, onora la Vergine Maria e armati del rosario, perché il nome di Maria dissipa le tenebre e schiaccia il male.

Una lacrima di pentimento non cade se non sulla guancia di un credente coraggioso. Mantieni calda la famiglia, perché il calore di tutto il mondo non può compensarlo.

Dalla Croce, dalla Chiesa, dal Vangelo e dall’Eucaristia, siete santificati. Dio ti ha creato per essere santificato, non per morire.

L’uomo non realizza la verità se non nel mondo di Dio. Non puoi andare alla santità senza passare attraverso l’umanità. Le cose che ti accadono sono molto più importanti delle cose che ti accadono.

La prima arma essenziale contro Satana è l’onestà. Ogni parola di verità che dici è una freccia che scagli nel cuore degli empi.

Confessa i tuoi peccati uccidendo il male che è in te, tutta la preoccupazione di Satana è che ti sta distraendo da Dio. La tua preghiera privata con il Signore ti mette nel cuore del Signore.

San Charbel e il valore della solitudine

San Charbel è un grande taumaturgo, ma prima ancora è un uomo di Dio. La sua vita ci insegna la fede umile e sincera, capace di vivere in pienezza nell’adesione fedele alla volontà di Dio.

La vita e la morte di questo santo aiutano a capire che quanto più la persona cerca la solitudine per avvicinarsi a Dio, tanto più si avvicina agli uomini e alle loro necessità.

Un figlio ben singolare, un artigiano paradossale della pace, poiché l’ha cercata lontano dal mondo, in Dio solo, del quale era come inebriato. Ma la sua lampada, accesa sulla cima della montagna del suo eremo, nel secolo scorso, ha brillato di uno splendore sempre più grande.

La morte di San Charbel ha mostrato che la cosa più importante è rispondere con amore alla vita, là dove si è, con le persone con cui si è, nella fedeltà preziosa dello scorrere dei giorni.

San Charbel, il monaco eremita libanese, con una vita semplice e nascosta è diventato per tutta la cristianità, e non solo, un’ispirazione e un modello. La sua fama è esplosa solo dopo la morte, avvenuta la notte della vigilia di Natale del 1898.

La vicenda unica dei miracoli che lo hanno reso noto, solo una volta salito in cielo, ha molto da insegnare. Charbel è nel mondo ma è chiaro a tutti che non gli appartiene.

San Charbel e la santità cristiana

L’austerità, nel suo caso, lo ha messo sulla via della serenità perfetta e della vera felicità; ha lasciato tutto lo spazio allo Spirito Santo. La gente di Dio non si è sbagliata.

Fin da quando era vivo, la santità di Charbel Makhlouf irradiava; i suoi compatrioti, cristiani o non cristiani, lo veneravano e accorrevano a lui come al medico delle anime e dei corpi.

La peggior condizione umana è accettare del Vangelo solo ciò che fa comodo: Gesù lo mostra come un usare scritture e fede per i propri fini ed Egli dice che a chi agisce così sarà tolto tutto.

I cristiani compiuti, invece, come risultato della loro adesione, vivono una trascendenza tale da fare prodigi più grandi dei suoi, come Egli stesso ha preannunciato; prodigi che, anche quando nessuno se ne accorge, sono la loro diffusa e semplice normalità quotidiana.

Incarnano un paradigma naturale e alternativo alla mondanità standardizzata, ma non scontata. Premesso questo, se l’Europa fosse cristiana rifiuterebbe la guerra.

San Charbel ricorda che i beni di questo mondo non portano la felicità. Egli compie miracoli in Oriente come Padre Pio in Occidente, anche verso persone di altre religioni in tutto il mondo.

Beatificazione, canonizzazione e memoria liturgica

San Charbel fu beatificato da Papa Paolo VI il 5 dicembre 1965, nel momento della chiusura del Concilio Vaticano II. Fu canonizzato da Papa Paolo VI il 9 ottobre 1977 nella Basilica Vaticana.

La Chiesa non ha più dubbi: è Paolo VI a beatificarlo e poi a canonizzarlo. Paolo VI lo definì un modello di santità per tutto l’Oriente cristiano.

Quando e come morì? Morì il 24 dicembre 1898, mentre celebrava la Messa. Quando è stato canonizzato? Fu canonizzato da Papa Paolo VI il 9 ottobre 1977.

Quando si celebra la sua memoria liturgica? Anche se San Charbel morì il 24 dicembre, la sua memoria liturgica si celebra il 24 luglio, per evitare la vicinanza con le feste natalizie e permettere una maggiore partecipazione dei fedeli.

La sua memoria liturgica è fissata per il 24 luglio, ma ad Annaya lo ricordano il 24 dicembre, data della sua morte.

Preghiera a San Charbel

San Charbel, tu che hai scelto il silenzio e la solitudine per ascoltare solo la voce di Dio, insegnaci a trovare tempo per la preghiera e a vivere con cuore puro e umile.

Tu che intercedi per tanti malati e afflitti, ottienici la guarigione del corpo e dell’anima. Rendici forti nella fede, capaci di offrire ogni dolore con amore, e di testimoniare Cristo con la vita. Amen.

La coroncina e la novena di San Charbel

La Coroncina di San Charbel è un’altra pratica devozionale usata dai fedeli del Santo libanese per onorarlo e chiedere la sua intercessione. Si tratta di uno speciale Rosario composto da 3 grani, che si ripetono 5 volte.

Nelle prime 3 ripetizioni i grani sono rossi, nella quarta bianchi o trasparenti, nell’ultima azzurri, simbolo della venerazione del santo verso la Madonna. Tra un gruppo e l’altro c’è un grano nero, mentre un grano bianco segna l’inizio delle ripetizioni.

La Coroncina si apre con la preghiera recitata da San Charbel durante la sua ultima Messa: Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O Padre della verità, ecco il tuo Figlio, vittima a te gradita. Accettalo, o Padre, perché è morto per me. Ecco, il suo Sangue versato sul Golgota intercede per la mia salvezza. Per i suoi meriti, accetta la mia offerta. Se ho peccato molto, tanto più grande è la tua Misericordia.

La Novena a San Charbel viene recitata dai suoi devoti nei nove giorni che precedono il 24 luglio, giorno della sua memoria liturgica. I fedeli si rivolgono a San Charbel con umiltà e fiducia, chiedendo la sua intercessione in situazioni difficili e chiedendo grazie particolari.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto. O San Charbel, specchio di virtù, vieni in mio aiuto e chiedi a Dio la grazia di cui ho bisogno, per la gloria del Suo nome e la salvezza dell’anima mia. Amen.

San Charbel, intercedi per me. Amen. O Signore Gesù che hai dato a san Charbel il dono della fede, ti prego di concedermi per sua intercessione la grazia che Ti chiedo, per vivere secondo i Tuoi comandamenti e il Tuo santo vangelo. A Te la gloria nei secoli. Amen.

San Charbel in dati essenziali

VoceInformazione
Nome di battesimoYoussef Antoun Makhlouf
Nascita8 maggio 1828
Luogo di nascitaBekaa Kafra, Libano
Ingresso nella vita religiosa1851, a 23 anni
Ordinazione sacerdotale23 luglio 1859
Ingresso nell’eremo1 febbraio 1875
Morte24 dicembre 1898
Beatificazione5 dicembre 1965
Canonizzazione9 ottobre 1977
Memoria liturgica24 luglio
noimgs

tags: #san #charbel #soffocato #da #dio