Missionari e pellegrini nel Medioevo: fede, viaggio e diffusione del cristianesimo

Nel Medioevo missionari e pellegrini furono protagonisti della circolazione della fede, delle idee e delle persone nell’Europa cristiana. I missionari viaggiavano per predicare, convertire, fondare comunità e organizzare strutture ecclesiastiche; i pellegrini intraprendevano viaggi verso luoghi sacri per devozione, penitenza, espiazione, richiesta di guarigioni o ottenimento di indulgenze.

Il pellegrinaggio era un viaggio verso una meta considerata sacra, ma anche un’esperienza sociale, culturale ed economica. Le strade percorse da fedeli, chierici, monaci, mercanti e guerrieri collegavano monasteri, santuari, città e regioni lontane, contribuendo alla diffusione di culti, racconti, pratiche artistiche e forme di assistenza.

Il significato di pellegrino e la natura del viaggio religioso

Il termine pellegrino deriva dalla parola latina peregrinus, che significa “straniero” o “viaggiatore”. Il termine di pregrinos che lo qualifica specifica la sua condizione. In latino classico significa straniero, forestiero, chi non ha diritto di cittadinanza.

La parola “pellegrino” potrebbe derivare da “peregrino”, cioè colui che va per campi oppure da “peregrare” ossia viaggiare ma anche investigare, quest’ultimo significato si collega benissimo a “la Cerca“, così chiamavano in antichità il viaggio in Terra Santa dove le persone andavano alla ricerca dei luoghi del Vangelo e di sante reliquie.

Il pellegrinaggio è una pratica antica che ha caratterizzato molte culture e religioni, rappresentando un viaggio di fede verso luoghi sacri. Il pellegrinaggio affonda le sue radici nelle tradizioni religiose più antiche e ha assunto un ruolo centrale soprattutto nel cristianesimo medievale.

Sappiamo come nelle antiche religioni, da quella ebraica a quella buddista, il pellegrinaggio rituale fosse normalmente praticato, così come numerosi ex voto pagani ci testimoniano che anche la Grecia e Roma erano a conoscenza dei pellegrinaggi votivi alle divinità taumaturgiche.

Assumendo questa eredità il cristianesimo la trasfigura e la esalta. Innanzitutto liberandola da ogni obbligo legale o riduzione a gesto stereotipato, poi offrendo alla venerazione non più una cornice astratta, arbitraria, convenzionale, di vecchio tempo, di monte o fiumi sacri, bensì offrendo luoghi palpabili dove si evocava il Cristo-Dio fatto carne.

Infine alimentando, con rispetto, la memoria di coloro che sulla terra furono gli imitatori del Maestro. Il bisogno di accedere fisicamente ad un luogo santo era la priorità del pellegrino.

Missionari, pellegrini e viaggiatori cristiani

Nella nutrita schiera dei viaggiatori medievali dell’Occidente cristiano, meno esigua di quanto una storiografia datata ci ha portato a lungo a pensare, si distinguono alcune categorie di persone mosse da necessità o volontà differenti.

C’è chi viaggia per lavoro: mercanti, soldati, marinai, talvolta artisti, artigiani, ambasciatori e politici. C’è chi tesse e mantiene le reti del potente mondo dei monasteri, soprattutto nei secoli a cavallo dell’anno Mille, con il progressivo affermarsi dell’influenza benedettina cluniacense.

Ancora, c’è chi viaggia mosso dalla fede e anche da un poco di spirito d’avventura. Fra queste categorie si collocano coloro che sono l’uno e l’altro: ad esempio i crociati.

Il pellegrino era un viaggiatore religioso, mentre il missionario aveva soprattutto il compito di trasmettere e organizzare la fede. Entrambe le figure, tuttavia, attraversavano le stesse strade, incontravano le medesime popolazioni e dipendevano spesso dalle medesime strutture di ospitalità.

Ogni persona è essenzialmente un viandante, e chi si incammina da solo scopre di essere “tutto se stesso”. L’uomo è da sempre pellegrino, il suo corpo e la sua anima tendono a raggiungere un’unica meta.

Il suo viaggio è una ricerca, una missione, un itinerario che conduce verso un progresso. Si viaggia per avere l’opportunità di vivere esperienze che vanno dalla condivisione, agli incontri gratuiti e alla sfida con se stessi.

Le origini del pellegrinaggio cristiano

Abbiamo pochissime notizie circa i pellegrinaggi nella tradizione cristiana antica. Nel IV secolo, quando Costantino concede la libertà di culto ai cristiani, vengono costruite chiese sui luoghi della passione di Cristo, attività che mette in risalto la devozione che i pellegrini hanno per questi luoghi e per le reliquie dei Santi.

L’origine del pellegrinaggio cristiano risale al IV secolo d.C., quando l’imperatore Costantino e sua madre Elena promossero la costruzione di chiese e santuari nei luoghi legati alla vita di Gesù Cristo in Terra Santa.

Il culto della reliquia, unione fra Dio e gli uomini, diventa, insieme all’esilio e al tema monastico, uno degli elementi caratteristici del pellegrinaggio.

La precisione del racconto evangelico fa si che dopo l’Editto di Costantino fosse possibile visitare i luoghi dove Gesù visse e parallelamente organizzare l’itinerario sacro alla Terra Santa con tanto di guida.

Si tratta di un documento prezioso detto “Itinerarium Jerusalem usque” comunemente abbreviato in “burdigalien” (IV secolo) che riporta le varie tappe del pellegrino che partendo da Bordeaux raggiungeva Gerusalemme lungo la via “Domitia”.

Queste comunità riprendono alcuni istituti di assistenza precedenti: l’istituto della diaconia, un luogo in cui si provvede alla registrazione e ridistribuzione di aiuto ai poveri; le matricule, liste di poveri che hanno diritto ad essere assistiti; e gli xenodochia, originariamente un ospizio per stranieri, che poi con il tempo diventa un luogo di assistenza per le persone in stato di necessità.

Il culto dei santi e delle reliquie

All’inizio i resti di questi uomini e donne - collocati in edifici detti martyria - servono essenzialmente per avvicinare i fedeli attraverso il ricordo di chi, per difendere i propri ideali e la propria fede, ha pagato con la vita.

Nasce così e si alimenta nel tempo quel fenomeno che Lucetta Scaraffìa definisce “potenza del Sacro”: i corpi dei santi venerati dalla Chiesa Cattolica, ormai privi di vita, mantengono quella “forza magica” della virtus che proviene dalla vicinanza con Dio dopo la propria morte.

In questo modo i santi e i martiri, o per meglio dire le loro spoglie mortali, assumono nella tradizione e nel sentire cristiano per lunghissimo tempo vere e proprie proprietà magiche e al solo contatto con i fedeli si prega e si spera che siano capaci di guarire, proteggere e consolare da ogni male.

In questa ottica, il pellegrinaggio serve dunque per dimostrare la propria fede a Dio e per favorire l’intercessione dei santi presso di lui: si viaggia spesso per ottenere una grazia, o per sciogliere un voto.

Il culto dei santi fin dai primi secoli del cristianesimo ha rivestito un ruolo centrale dal punto di vista non solo religioso, ma anche sociale, politico e culturale.

La Chiesa sostituisce gli eroi dell’epica greca con i santi e, soprattutto, con i primi martiri cristiani. Il monoteismo cristiano differenzia il culto dei propri “eroi” da quello degli eroi pagani, pur assumendo la stessa concezione di innalzamento di un essere mortale a figura degna di culto.

Ciò che si venera nel santo è il divino che è in lui. I martiri, in particolare, diventano santi sacrificando la propria vita per il proprio credo e in questo possono essere assimilati, secondo Momigliano, ai filosofi antichi che preferivano la morte alla sottomissione all’autorità tirannica dell’imperatore: il martire è l’uomo libero, colui che sacrifica la vita in nome di un ideale.

Reliquie, autenticità e potere sacro

Le reliquie vengono trattate nelle scritture dell’epoca come oggetti che hanno una loro volontà: chiedono rispetto e quando non viene loro accordato le reliquie agiscono da sole.

È la volontà del santo: i santi proteggono, o condannano, e il potere che esercitano attraverso le reliquie è grande. Sacralizzano un luogo, ad esempio, e le promesse e i giuramenti fatti all’interno del recinto sacralizzato hanno un peso speciale per chi li pronuncia.

Nel Medioevo a nessuno interessava la citazione delle fonti o la verifica puntuale di esse. Ciò che più importava era offrire un racconto convincente, interessante, ricco di particolari affascinanti sul santo di turno, in modo da aumentarne la popolarità e accrescere l’affluenza dei devoti al santuario che ne custodiva i resti.

Nel corso dei secoli, moltissimi sono i casi di falsificazione delle reliquie. Talvolta, gli stessi agiografi hanno raccontato di figure che in realtà non sono mai esistite e hanno arricchito di particolari inventati le vite di santi dei quali è attestata l’esistenza.

L’ironia, la critica di Guiberto rimane sferzante nel nome della ricerca di autenticità, di smascheramento delle contraffazioni intorno alla questione estremamente seria, e meritevole di rispetto, dei resti dei corpi dei santi.

Le principali mete del pellegrinaggio medievale

Le mete principali dei pellegrinaggi nel Medioevo erano la Terra Santa, Santiago di Compostela e Roma. Questi luoghi sono le mete finali di lunghi sentieri che oggi godono di una seconda stagione di grande popolarità: si pensi, come esempio, al Cammino di Santiago o alla Via Francigena.

MetaMotivo principaleNome del pellegrino
Gerusalemme e Terra SantaVisita dei luoghi legati alla vita, alla passione e alla resurrezione di CristoPalmiere
RomaVenerazione delle tombe degli apostoli Pietro e Paolo e delle reliquie dei santiRomeo
Santiago di CompostelaVisita delle reliquie dell’apostolo GiacomoJaquot, jaquet o jaquaire

Gerusalemme e la Terra Santa

La prima prevedeva la visita dei luoghi legati alla vita di Gesù, ovvero Betlemme, Nazareth e Gerusalemme. Gerusalemme è la città per eccellenza nel XII secolo.

I primi pellegrinaggi cristiani erano rivolti a Gerusalemme, dove si trovavano le reliquie della crocifissione e della resurrezione di Cristo.

Il pellegrino di Terra santa era detto palmiere, dal nome delle palme che andava a cogliere a Gerico.

Così nel 1033, nel millenario della passione di Cristo si organizzano grandiose spedizioni, poi quando i Turchi nel 1078 conquistano la Palestina e bloccano ogni pellegrinaggio alla tomba di Cristo, scoppia una grande indignazione in tutto l’Occidente che conduce alla prima crociata del 1095.

Riprendono i pellegrinaggi per terra lungo la Burdigalien o attraverso la via del mare. Quando nel 1095 il Papa Urbano II indisse la prima crociata per liberare Gerusalemme dagli invasori Turchi, quest’ultima fu più che altro un pellegrinaggio armato e coloro che partivano non chiamavano se stessi crociati, ma pellegrini.

Per la difesa dei luoghi sacri vengono creati due ordini militari: i Templari originario della Champagne e sostenuto da san Bernardo e quello dell’Ospedale di san Giovanni di Gerusalemme.

Il loro compito è anche quello vegliare sulla sicurezza, sempre precaria, lungo il cammino sia in Francia, sia in Spagna, come in Italia.

Roma e il pellegrinaggio giubilare

A Roma, capitale della cristianità e città di sepoltura di San Pietro, i pellegrini confluivano da ogni parte d'Europa per venerare le reliquie di Cristo e dei primi martiri cristiani.

L’impossibilità di raggiungere Gerusalemme apre la strada verso Roma dove il fedele può pregare sulle tombe di san Pietro, san Paolo e venerare le reliquie dei santi apostoli Bartolomeo, Giacomo il minore, Filippo, Simone, Giuda, Andrea, Matteo, che vi erano state trasferite in epoche differenti.

A partire dal 1300 i papi hanno periodicamente indetto un “anno santo” nel quale, a quanti si fossero recati in pellegrinaggio a Roma, ne avessero visitato le basiliche e si fossero confessati e comunicati, era concessa l’indulgenza plenaria, vale a dire la remissione della pena da espiare per i peccati commessi.

Fu solo dopo il 1300 però, anno in cui Bonifacio VIII proclamò il primo Anno Santo con la Bolla Antiquorum habet fida relatio emanata nel febbraio del 1300, che il pellegrinaggio verso Roma si rafforzò notevolmente.

In questa ricorrenza il Papa concedeva l’indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero fatto visita trenta volte, se erano romani, e quindici se erano stranieri, alle Basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura, per tutta la durata dell’anno 1300.

Quest’Anno Santo si sarebbe ripetuto in futuro ogni cento anni. Tra i pellegrini che si recarono a Roma per ottenere l’indulgenza ci fu anche Dante Alighieri.

Inizialmente due furono i poli di riferimento del pellegrinaggio giubilare: le tombe e le memorie degli apostoli Pietro e Paolo; successivamente, nel 1350 Urbano VI aggiunse la basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, e Bonifacio IX per l'Anno Santo del 1390 ne estese l'obbligo anche a Santa Maria Maggiore, primo santuario mariano della cristianità occidentale.

Furono queste le "basiliche patriarcali" nelle quali, dal Giubileo del 1500, si iniziò a ripetere in contemporanea, da parte di delegati papali, la cerimonia che il Pontefice compiva in San Pietro.

Poi, nell'ultimo quarto del XVI secolo, per merito di San Filippo Neri, invalse la pratica della visita alle sette basiliche: San Pietro, San Paolo, Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo, San Sebastiano.

Santiago di Compostela

La terza via di quel tempo è Compostela. Dopo il IX secolo i re cristiani di Spagna hanno brandito il patronato dell’apostolo Giacomo nella lotta contro i mussulmani, mentre gli ordini religiosi e in particolare Cluny hanno messo a disposizione del pellegrinaggio la loro influenza e una parte delle loro immense risorse.

Santiago simboleggia la reconquista della Spagna sui mori: croce contro mezzaluna, Cristo contro Maometto.

Durante l’XI e il XII secolo esplode questo movimento di riconquista, la crociata è posta sotto il segno di san Giacomo anche perché secondo la leggenda avrebbe evangelizzato la Spagna e nell’844 sarebbe apparso spada alla mano, cavalcando un cavallo bianco mettendo in fuga gli arabi.

Fu così denominato Matamoro, lo sgominatore dei mori. Il pellegrino di Compostela era chiamato jaquot, jaquet o jaquaire.

La cattedrale di Santiago de Compostela custodiva le reliquie di San Giacomo, uno degli apostoli di Cristo. Il Cammino di Santiago divenne una delle rotte di pellegrinaggio più popolari in Europa, attirando pellegrini da tutto il continente.

La Via Francigena e gli itinerari medievali

La via Francigena nacque per una necessità strategica dei Longobardi che, stabilitisi in Italia nel corso del VI secolo, avevano bisogno di collegare la loro città principale, Pavia, con i ducati meridionali di Spoleto e Benevento, circondati dai bizantini.

Durante il dominio dei Longobardi questa era chiamata via di Monte Bardone e solo con l’inizio di quello franco si inizia a denominarla Via Francigena.

La via non era propriamente una via, quanto piuttosto un insieme di vie con diversi itinerari.

I due pellegrinaggi europei invece, percorrevano itinerari che nel corso del tempo sono diventati celebri. I più famosi sono il Cammino Francés per Santiago di Compostela e la via Francigena per Roma.

I pellegrini si muovevano lungo rotte prestabilite, come il già citato Cammino di Santiago, la Via Francigena che portava a Roma, o le rotte verso Gerusalemme, spesso attraversando territori pericolosi e ostili.

Si usavano tratturi, antiche vie romane, sentieri di montagna, fiumi navigabili o il mare nel caso della Terra Santa.

La Guida del pellegrino di Santiago

Nascono delle vere e proprie scuole di pensiero culla di quello che oggi chiamiamo architettura romanica dove trovano spazio gli artisti con i loro affreschi dal carattere prettamente didattico, i cantori con le famose canzoni popolari, e si scrivono le prime guide, la più famosa è la Guida del pellegrino di Santiago datata XI secolo.

Raymond Oursel nel quinto capitolo presenta la celeberrima “Guida del pellegrino di Santiago” definendola un’opera semplice e allo stesso tempo potente.

La Guida scritta, sembra, da tal Aymery Picaud sacerdote, denominato pure Olivier d’Asquines maritato con una tale Gerbenda di Fiandra, è in realtà il quinto e ultimo libro del manoscritto intitolato Codex Calixtinus (o libro di san Giacomo) dal nome del papa Callisto II (1119-1124).

Nei suoi undici capitoli, la Guida, si suddivide in quattro articolazioni. Si apre con la presentazione delle quattro strade che percorrendo la Francia di sbieco convogliano verso i Pirenei i pellegrini, poi elenca le tappe dell’itinerario spagnolo.

Qui le due vie di Roncisvalle e Sonport d’Aspe convergono a Puente la Reina, città situata a ventiquattro chilometri da Pamplona sul rio Arga. Da là- annuncia la Guida - una sola via conduce a Santiago.

La seconda parte dell’opera enumera le terre e le persone che si incontrano sul cammino. È una relazione geografica, sociale, folcloristica.

La terza parte è dedicata ai “corpi santi” che riposano lungo le vie per Santiago e che i pellegrini devono visitare. Un elenco interminabile di strade e santuari con aneddoti, miracoli ed agiografie.

Seguono, nell’ultima parte, indicazioni pratiche per il pellegrinaggio.

Le quattro strade francesi

Il capitolo settimo del libro approfondisce le vie di Spagna e Francia del cammino di Compostela. La Guida disegna e descrive le quattro strade.

Una passa da Sant’Egidio, Montpellier, Tolosa e i passi d’Aspe; un’altra attraversa Santa Maria Maddalena di Vézelay, San Leonardo in Limosino e la città di Pèrigeux; un’altra ancora attraversa San Martino di Tours, Sant’Ilario di Poitiers, San Giovanni d’Angèly, Sant’Eutropio di Saintes e la città di Bordeaux.

Quelle che passano per Santa Fede, San Leonardo e San Martino si riuniscono a Ostabat e, passato il passo di Cize, raggiungono a Puente la Reina la via che scavalca i passi d’Aspe e da lì si raggiunge Santiago per una sola via che caratterizza il cammino spagnolo.

Le motivazioni dei pellegrini

I pellegrini erano individui mossi dalla spiritualità e dal desiderio di ottenere benedizioni o espiazione dei peccati, intraprendendo viaggi lunghi e spesso pericolosi verso santuari e mete religiose.

Molti erano i motivi per i quali si intraprendeva un pellegrinaggio: si poteva partire per esempio per adempiere un voto o per espiare un crimine commesso, per ottenere indulgenze per sé o per i propri cari o ancora per cercare di ottenere una cura miracolosa.

Diversi erano i motivi che spingevano il fedele a partire: per penitenza, per ricevere un’indulgenza (per sé o per altri), per devozione, per scontare delle pene giudiziarie ma anche per turismo o addirittura spionaggio.

Nel Medioevo, il pellegrinaggio assunse un significato ancor più profondo. I pellegrini medievali si recavano in luoghi lontani per dimostrare la propria devozione, espiare i peccati o per ringraziare Dio di una guarigione o di una grazia ricevuta.

Il pellegrino fosse esso popolano, borghese, ignorante o colto sceglie nel segreto della sua coscienza di intraprendere il viaggio, tale è la dimensione popolare di questa ricerca interiore che non si può limitarne le motivazioni a questioni personali ma da allargarsi ad un contesto sociale e frutto di una mentalità corale.

A riprova sono i nobili, i re, i priori e i vescovi che vi si cimentarono, certi di ricavarne un bene superiore alla fatica.

La partenza e la preparazione

Momento cruciale del pellegrinaggio è la partenza. Il pellegrino si stacca dai parenti, visita la chiesa della parrocchia e raccomanda a Dio e ai santi tutelari, la famiglia e gli interessi.

Molti prima della loro partenza facevano: testamento, atti di carità e saldavano ogni debito.

Egli sa che sta per intraprendere un viaggio a piedi pericoloso, dove mette a rischio la vita e che durerà anni.

Il pellegrino, dal latino peregrinus, ossia “straniero”, prima di compiere il viaggio doveva prepararsi con delle pratiche di purificazione, ritenute necessarie per arrivare ad un pentimento sincero.

La spiritualità che acquisterà lungo il viaggio sarà forgiata di volta in volta dal denudamento e dalla rassegnazione o l’indifferenza agli allettamenti, ma anche dalla solidarietà tra i pellegrini, dall’eucarestia che cerca di partecipare con pienezza nelle varie cappelle, oratori e santuari che incontra lungo il percorso.

Il pellegrinaggio non era solo un viaggio fisico, ma anche un’esperienza spirituale. I pellegrini consideravano ogni passo come un atto di penitenza, e molti portavano con sé oggetti simbolici, come croci, rosari o reliquie.

Abbigliamento, oggetti e simboli del pellegrino

San Giacomo o il suo discepolo san Rocco pellegrino a Roma nel XIV secolo, portano i tipici abiti del viandante: mantello a forma pellegrina (appunto) che copre tutto il corpo fino ai piedi, sandali, cappello rotondo a larghe tese, o cappuccio, il bastone per la marcia (detto bordone), la bisaccia per contenere poche cose e per lo più pane.

Un simbolo distintivo era il bastone da pellegrino, chiamato anche “bordone”, che serviva non solo come supporto per camminare, ma anche come simbolo di viaggio e penitenza.

Il bastone era spesso lungo e robusto, utile anche per difendersi da animali selvatici o banditi. Il pellegrino portava anche una borraccia, una piccola borsa di pelle e pochi oggetti indispensabili.

Un altro elemento caratteristico era il mantello, spesso fatto di lana pesante, che proteggeva i pellegrini dalle intemperie. Il mantello era di solito lungo fino alle caviglie e dotato di un cappuccio.

I pellegrini indossavano anche sandali o scarpe semplici, adatte ai lunghi viaggi a piedi.

Un simbolo importante per i pellegrini diretti a Santiago de Compostela era la conchiglia di San Giacomo, che veniva portata appuntata al mantello o al cappello.

La conchiglia non solo indicava la meta del pellegrinaggio, ma serviva anche come contenitore per raccogliere l’acqua lungo il cammino.

Per dimostrare di essere giunti alla meta si prendevano degli oggetti locali da mostrare al ritorno: chi si recava sulla tomba di San Giacomo prendeva una conchiglia a Finisterre; chi andava in Terra Santa riportava con sé le palme di Gerico e chi andava a Roma, sulle tombe di San Pietro e San Paolo, riportava delle croci di legno.

La vita lungo la strada

Il pellegrino deve fare i conti anche con la fame e la malattia, gli incidenti e i dolori ecco dunque gli ospizi e le locande disseminati lungo le varie strade.

Un ruolo quello degli ospedali sostenuti dai frati Antonini o del Tempio di San Giovanni di Gerusalemme, indispensabile tanto che un’iscrizione incisa sulla campana dell’ospizio di Aubrac così declama.

I pellegrini medievali viaggiavano spesso in gruppi, seguendo rotte prestabilite e sostando presso locande o ospizi gestiti dalla Chiesa o da ordini religiosi.

In molti, non a caso, preferivano partire in gruppo per paura di essere attaccati da briganti o animali selvatici.

Per assicurare a queste persone un sicuro rifugio per la notte, le strade si riempiono di hospitia.

Gli hospitia devono essere tenuti in buono stato, provvedendo anche al loro restauro, qualora ce ne sia il bisogno; per i pellegrini è anche importante, oltre ad un tetto e ad un pasto caldo, che venga loro offerta un’accoglienza spirituale e parole di conforto.

Le principali tappe intermedie di questi lunghissimi cammini sono caratterizzate, fin dai secoli dell’Alto Medioevo, dalla presenza di luoghi di ristoro non di rado corrispondenti a monasteri o presidi ecclesiastici, anche esterni a qualunque centro abitato.

L’unica cosa che permetteva alle persone più povere di partire era il fatto che il pellegrino, nell’età di mezzo, veniva visto come un inviato dal Cielo e quindi andava trattato come se fosse Gesù stesso.

Lungo i percorsi, nei paesi e nelle città, i pellegrini venivano ospitati gratuitamente (sia per un pasto che per un posto per dormire) in ospizi, pievi o monasteri.

La protezione dei pellegrini e i pericoli del viaggio

Adempiere un pellegrinaggio è un rischio, ma è il metodo giusto per un popolo che per secoli fu nomade, così guerrieri, giullari, chierici, pellegrini ogni giorno attraversano le vie della Francia.

Questi lunghi spostamenti erano molto pericolosi e il percorso non era di certo segnato come lo è oggi, ci si poteva perdere facilmente.

Nonostante i pericoli rappresentati da malattie, banditi e condizioni climatiche avverse, i pellegrini erano mossi da una forte fede.

Per tutto il Medioevo, verso gli stranieri, viene sempre mantenuto un atteggiamento ambivalente. Da un lato si riscontrano degli atti protettivi, in concomitanza con l’insegnamento evangelico secondo il quale ogni uomo è pellegrino sulla terra, in attesa della via eterna; dall’altro, invece, la loro presenza viene percepita come un pericolo, perché lontana dalle relazioni solite con i parenti.

È sempre difficile distinguere la presenza di pellegrini e vagabondi, ma è certo che in alcune occasioni loro ci vengono presentati come una folla.

Nelle fonti normative di Rachis la parola peregrini indica espressamente i fedeli o i chierici che, nei loro itinerari, viaggiano verso Roma.

Le normative del sovrano longobardo dispongono attenti controlli verso questa gente; è, infatti, importante capire le loro intenzioni e, nel caso in cui si sia certi che viaggino senza malizia, bisogna lasciare loro un diploma da mostrare in seguito.

Le tutele in epoca carolingia

In epoca carolingia, con Carlo Magno e Carlomanno (Pipino re d’Italia), i pellegrini ricevono alcune tutele, grazie alla stesura dei capitolari, atti giuridici dell’Impero carolingio, stesi per iscritto e suddivisi in articoli.

Nel 782 Pipino raccomanda di non uccidere coloro che in Dei servitio si recano verso i luoghi santi e, in particolare a Roma.

L’omicidio del pellegrino comporta il pagamento di una somma di denaro, fissata per legge, alla famiglia del defunto, più altri 60 soldi destinati al fisco regio.

Molti sono poi, in questo periodo, i falsi pellegrini, che aspettano il momento migliore per aggredire e derubare i compagni di viaggio.

Questi soggetti, nei capitolari, sono denominati extra ordinem, e sono i mendicanti e i vagabondi, messi al margine perché pericolosi.

Nel capitolare dell’803 di Carlo Magno si esprime la necessità di individuare l’origine di questi stranieri.

Guide, credenziali e informazioni pratiche

Per poter viaggiare, il pellegrino, ha bisogno di informazioni chiare, di vere e proprie “guide” che lo aiutino a comprendere quello che vedrà.

È necessario sapere dove soggiornare, quali distanze percorrere, i disagi da affrontare e i dovuti accorgimenti.

Queste precauzioni portano alla nascita di una vera e proprio letteratura, come è testimoniato dall’Itinerarium a Burdigala Hierosolymam usque, compilato dall’anonimo Pellegrino di Bordeaux nel 333 e dalla Peregrinatio ad loca sancta, un testo del V secolo che ripercorre il cammino di una monaca, Egeria, mentre compie il suo cammino verso il Sinai, la Mesopotamia, la Calcedonia e Costantinopoli.

In seguito troviamo i resoconti dei viaggi compiuti dagli stessi pellegrini, così come gli opuscoli informativi preparati dai direttori dei santuari.

Molto importante, nell’equipaggiamento, era la credenziale cioè il documento ufficiale rilasciato dalle autorità ecclesiali che testimoniava che si sta viaggiando per motivi religiosi e andava dimostrato nelle frontiere e in qualsiasi controllo militare come ad esempio all’ingresso di città e castelli.

I pellegrini medievali dovevano rispettare una serie di regole e pratiche durante il loro viaggio. Ad esempio, molti ordini monastici e confraternite organizzavano pellegrinaggi collettivi, in cui i partecipanti dovevano seguire un rigido codice di comportamento.

Donne, chierici e gruppi di pellegrini

Nonostante il pellegrinaggio sia molto incoraggiato nel Medioevo, questo viene comunque sconsigliato alle donne, pensando che la loro presenza possa snaturare l’essenza del viaggio.

Per questo, nel 751, il concilio di Fréjus vieta il pellegrinaggio alle donne, tuttavia durante l’Alto Medioevo non è raro vederle peregrinare lungo la strada.

A sostegno della proibizione ci sono anche dei motivi pratici, come il pericolo di essere schiacciate e calpestate più facilmente dalla folla che si reca per venerare le reliquie.

Il pellegrino poteva essere popolano, borghese, nobile, re, priore, vescovo, chierico o monaco. Il viaggio religioso non apparteneva a una sola classe sociale, anche se le condizioni materiali del percorso variavano profondamente.

Nobili, ecclesiali, diplomatici o mercanti potevano permettersi economicamente strutture migliori per le loro soste, ad esempio locande, e di conseguenza hanno aiutato a crescere “turisticamente” e culturalmente numerosi luoghi situati su queste importanti vie di collegamento.

Cluny, monasteri e organizzazione dei percorsi

Questo è il secolo della dissoluzione dell’impero carolingio e la nascita di potentati feudali. I commerci ricominciano, le terre vengono dissodate, nascono i villaggi con le loro parrocchie e si espandono i conventi mediante la riforma di Cluny.

In questo clima disteso riprendono i pellegrinaggi alle tombe dei santi e dei martiri cristiani.

L’autore, dopo un accurato approfondimento storico inerente al periodo medioevale francese pone una domanda chiave. Il pellegrinaggio di Compostela fu organizzato dal monastero di Cluny?

L’abbazia mette in gioco tutta la sua potenza per organizzare le tre crociate francesi e secondo studi di imminenti storici porta alla ribalta dell’opinione pubblica il cammino di Santiago.

Lungo le strade che conducono ai Pirenei, infatti, operano monasteri cluniacensi, così come in terra di Spagna.

Certamente Cluny, benché non fosse tra i primi a mettere in moto il pellegrinaggio, lo potenzia e ne fa cassa di risonanza ad ogni livello, perché perfino i re di Castiglia si possono enumerare tra i benefattori dell’abbazia.

Il ruolo dei monasteri non si limitava alla preghiera. Essi offrivano ospitalità, conservavano reliquie, trasmettevano informazioni, curavano malati e viandanti e contribuivano alla sicurezza e alla continuità dei percorsi.

Rituali e pratiche del pellegrinaggio a Santiago

Uno degli aspetti più significativi del pellegrinaggio cristiano e medioevale in particolare è giustamente l’assenza di ogni formalismo rituale, in una religione come questa tutta penetrata di gesti e simboli liturgici e ricca di esorcismi solenni e anche la libertà lasciata ad ognuno di organizzare, quasi a suo piacimento, la forma religiosa del suo cammino.

Deve comunque sottostare a precetti spirituali per arricchire l’animo e visitare le tombe dei vari santi che incontra lungo il cammino, ma soprattutto è pregato di compiere tre gesti di carattere più o meno rituali.

Il primo consiste nel piantare una croce sulla sommità del passo di Cize o vicino al passo di Bentarté, oppure sul passo stesso “dopo aver piegato le ginocchia rivolti verso la patria di san Giacomo e dopo aver pregato come di consueto”.

La tradizione risale a Carlo Magno che inizia per primo questa pratica, secondo la Guida di Santiago.

Il secondo è di trasportare a spalle da Tricastela, località ricca di pietre da calce, a Santa Maria de Castañeda una pietra utile alla fabbrica della chiesa del santo.

Il terzo rituale è l’uso “per amore dell’Apostolo” di lavarsi, in un fiume a due miglia da Compostela, mentulas suas, cioè le parti intime, ed ogni sporcizia del corpo.

Norma igienica, indispensabile prima di entrare in una città che era solita accogliere grandi masse di devoti itineranti, o abluzione purificatoria, come sembra volerla presentare la Guida.

Il pellegrino è ormai vicino al santuario della Galizia e può ammirarla da un’altura detta appunto Montjoie, a giorni entrerà in Santiago ed acquisterà la conchiglia quale testimonianza del cammino intrapreso e prova concreta dell’adempimento del suo voto.

Il pellegrinaggio come fenomeno sociale e culturale

Il pellegrinaggio, inoltre, rappresentava una delle poche occasioni per molte persone di uscire dal proprio villaggio e scoprire nuove terre e culture.

Nel corso della storia, i pellegrini hanno giocato un ruolo fondamentale nella diffusione delle idee religiose e culturali, lasciando un segno indelebile sulla storia e sulla geografia dell’Europa e oltre.

Non esiste la nozione del domicilio e per le strade è possibile fare incontri straordinari che portano alla conversione.

La spiritualità del cammino nasce anche dalla solidarietà tra i pellegrini, dall’eucarestia celebrata nelle cappelle, negli oratori e nei santuari, dal suono delle campane e dai canti condivisi lungo la strada.

Il pellegrinaggio di Galizia deve la sua notorietà anche al sapore leggendario delle sue origini, conserva il suo aspetto di kermesse stravagante, di quell’inverosimile accostamento di sacro e profano, la mescolanza di magnifiche liturgie e di carnevale in cui lo straniero è preso, rapito e ne diviene attore in un contesto corale unico nel suo genere.

Missione, conversione e circolazione della fede

Gli incontri lungo le strade potevano portare alla conversione, alla conoscenza di nuovi culti e alla fondazione di rapporti tra comunità lontane. In questo ambiente, missionari e chierici avevano la possibilità di predicare, assistere i viandanti e rafforzare la presenza cristiana nei territori attraversati.

La rete dei monasteri e delle parrocchie accompagnava la mobilità religiosa, offrendo luoghi di preghiera, assistenza e istruzione. Gli affreschi dal carattere prettamente didattico, i canti popolari, le agiografie e le guide contribuivano a rendere comprensibili le storie sacre anche a chi non sapeva leggere.

Il missionario e il pellegrino partecipavano così a un medesimo sistema di comunicazione religiosa: il primo attraverso la predicazione e l’organizzazione delle comunità, il secondo attraverso la testimonianza personale del viaggio, della penitenza e della venerazione dei luoghi santi.

I pellegrini hanno contribuito alla diffusione di racconti, devozioni e simboli, mentre i missionari hanno trasformato quei percorsi in reti più stabili di culto, assistenza e istruzione.

Il pellegrinaggio tra Medioevo e presente

In epoca moderna sono state riprese molte di queste disposizioni, e la creazione di un itinerario è diventata molto più facile, così come più approfondita è la cura verso questi viaggiatori.

Un esempio su tutti è la creazione della Carta del Pellegrino, un documento in grado di attestare la propria identità e le proprie intenzioni.

Nel XXI secolo le comunità cristiane offrono anche dei vademecum per il credente, con preghiere ed esperienze condivise con altri viaggiatori, elaborati con il chiaro scopo di facilitare il cammino.

Oggi, anche la differenza tra pellegrini e comuni viandanti è notevolmente ridotta, e la si evince dallo scopo del viaggio e dalla disposizione interiore.

Come scrive Roberto Lavarini: “Se il pellegrino guarda soprattutto il cielo e là fissa la sua meta ultima, il turista religioso sta con i piedi per terra e sbircia il cielo come luogo di nostalgia e memoria”.

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