Giuseppe Amato Isaia: amore di Dio, Spirito effuso e dignità dell’uomo

Il messaggio centrale delle riflessioni di Giuseppe Amato su Isaia è che Dio non abbandona il suo popolo, ma lo chiama per nome, cancella le sue trasgressioni, effonde il suo Spirito e lo riconduce a una vita nuova. «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei onorato e io ti amo» è una delle espressioni più intense di questa promessa.

Nel profeta Isaia, la speranza nasce dall’iniziativa gratuita di Dio: Egli crea, sceglie, redime, perdona e accompagna. L’uomo è invitato a non temere, a tornare al Signore, a vivere nella sua presenza e a diventare testimone di un amore capace di trasformare la fragilità, la paura e il peccato.

La promessa dello Spirito effuso

«Ora ascolta, o Giacobbe mio servo, o Israele, che io ho scelto! Cosí dice l’Eterno che ti ha fatto e ti ha formato fin dal seno materno, colui che ti aiuta: Non temere, o Giacobbe mio servo, o Jeshurun che io ho scelto! Poiché io spanderò acqua sull’assetato e ruscelli sulla terra arida; spanderò il mio Spirito sulla tua progenie, e la mia benedizione sui tuoi discendenti. Essi cresceranno in mezzo all’erba come salici lungo corsi d’acqua.

Sebbene Isaia 43 si sia concluso con un avvertimento di giudizio, ciò non significava che Dio avrebbe ritirato la Sua promessa di speranza e restaurazione. Israele poteva ancora conoscere la bontà del SIGNORE se solo si fosse rivolto di nuovo a Lui. Questo ci ricorda che Dio è ancora attivo e responsabile della creazione.

Non ha semplicemente creato Adamo ed Eva e poi lasciato andare tutto. C’è un senso in cui Dio ha fatto ciascuno di noi, quindi ognuno di noi ha un obbligo personale verso di Lui come nostro Creatore. Il nome Jeshurun significa “il retto”. È usato qui come contrasto al nome Giacobbe, proprio come Israele è talvolta usato come contrasto a Giacobbe.

Il nome Jeshurun appare solo altre tre volte nell’Antico Testamento: Deuteronomio 32:15, 33:5, 26; e in tutti i casi è usato per Israele…questa parola esprime una meraviglia della grazia, poiché Egli chiama il Suo popolo profondamente peccatore Suo amato, il Suo retto.

Questa è una promessa gloriosa per un Israele umile e pentito. Dio non darà loro semplicemente il Suo Spirito; Egli verserà il Suo Spirito su di loro come se l’acqua fosse versata su di loro. Questa è una libertà nel dare lo Spirito. Questo è un flusso nel dare lo Spirito. Questa è abbondanza nel dare lo Spirito. Questo è un dare evidente dello Spirito.

Dio vuole versare il Suo Spirito sul Suo popolo! Se Lei sperimenta poche gocce, Dio vuole versare. Se Lei è completamente arido, Dio vuole versare. Se Lei conosce il versamento, Dio vuole continuare a versare! Dobbiamo imparare a smettere di dire “basta” mentre Dio versa.

Chi riceve questo dono? Io verserò acqua su chi ha sete. Quando abbiamo sete dell’effusione dello Spirito, chiediamola e riceviamola con fede, possiamo aspettarci di essere inondati. Dio sta cercando terra arida su cui versare torrenti.

«Senza lo Spirito di Dio non possiamo fare nulla; siamo come navi senza vento, o carri senza cavalli, come rami senza linfa, siamo avvizziti; come carboni senza fuoco, siamo inutili; come un’offerta senza la fiamma sacrificale, non siamo accettati.»

La vita germoglia e cresce dove lo Spirito di Dio è versato. Dio non vuole solo versare il Suo Spirito; vuole anche versare la Sua benedizione, su di noi e sulla nostra progenie.

Acqua sulla terra arida e Spirito Santo

Appartenere al Signore

L’uno dirà: “Io sono dell’Eterno”; l’altro si chiamerà col nome di Giacobbe, e un altro scriverà sulla sua mano: “Dell’Eterno”, e si onorerà di portare il nome d’Israele».

Un altro effetto dello Spirito effuso è che Egli ci identifica come appartenenti al Signore. Quando lo Spirito Santo è versato su di noi, sappiamo di appartenere al Signore, e non abbiamo paura di dirlo. Lo Spirito Santo è un sigillo identificativo sul credente (Efesini 1:13).

Quando lo Spirito Santo è versato su di noi, vogliamo prendere il nome del Signore. Vogliamo che tutti sappiano che apparteniamo a Lui, e Lui appartiene a noi.

Il testo può avere un’altra traduzione, perché, se Lei nota, la parola ‘con‘ nel testo è in corsivo, per mostrare che è stata inserita dai traduttori. Potrebbe essere così: ‘Un altro sottoscriverà la sua mano al Signore.’ Questo allude all’usanza che esiste ancora, ma che era più comune in quei giorni, di un servo che veniva marchiato o tatuato sulla mano con il nome del suo padrone.

Il Signore solo è Dio

Cosí dice l’Eterno, il re d’Israele e suo Redentore, l’Eterno degli eserciti: «Io sono il primo e sono l’ultimo, e all’infuori di me non c’è DIO. Chi è come me? Lo proclami pure, lo dichiari e ne fornisca le prove davanti a me da quando ho stabilito questo popolo antico. Annuncino loro le cose che avverranno e gli avvenimenti che avranno luogo. Non spaventatevi, non temete! Non te l’ho forse annunciato e dichiarato da tempo? Voi siete miei testimoni. C’è forse un Dio all’infuori di me? Non c’è altra Rocca; non ne conosco alcuna».

Il SIGNORE ha già preso questo titolo unico in Isaia 41:4, nello stesso contesto di proclamare la Sua gloria contro i deboli falsi dèi. Un idolo non può mai essere il Primo, perché un idolo ha bisogno di qualcuno che lo faccia. Un idolo non può mai essere l’Ultimo perché si consumano e si rompono.

Ma il Signore DIO d’Israele è sia il Primo che l’Ultimo; Egli è completamente unico, e oltre a Lui non c’è Dio. Come primo non deriva il suo essere da nessun altro, ma è auto-esistente; come ultimo rimane supremo alla Fine.

Gesù prende lo stesso titolo di il Primo e l’Ultimo in Apocalisse 1:17 e 22:13. Se il SIGNORE è il Primo e l’Ultimo secondo Isaia 44:6, e se Gesù è il Primo e l’Ultimo secondo Apocalisse 1:17 e 22:13, poiché non possono esserci due primi o due ultimi, Gesù deve essere il SIGNORE Dio.

Poiché Dio è il Primo e l’Ultimo, Egli vive al di fuori del nostro dominio temporale e può proclamare le cose prima che accadano. Egli può proclamare le cose che stanno venendo e verranno.

Questo mostra che Dio è davvero chi dice di essere, osservando e dirigendo la parata della storia umana e cosmica mentre percorre il Suo cammino stabilito. Conoscere queste verità su Dio non è solo utile per vincere quiz teologici. Quando conosciamo veramente chi è Dio, e la Sua grande saggezza e autorità su tutte le cose, cancella ogni paura nelle nostre vite.

Come se Dio dicesse al Suo popolo, “Voi siete tutti testimoni di queste verità. Ditemi voi stessi - c’è qualche Dio oltre a me?” Poiché non c’è altro Dio oltre al SIGNORE, significa che Dio Padre è il SIGNORE, Dio Figlio è il SIGNORE, e Dio Spirito Santo è il SIGNORE.

Yahweh - il nome tradotto con il SIGNORE in maiuscolo - è il Dio Trino, l’Unico Dio in Tre Persone. Non ci sono “gradi” o “livelli” di vera deità. Ci sono falsi dèi, dèi simbolici, e il vero Dio - e l’unico vero Dio è Yahweh, il SIGNORE.

Poiché Dio è l’unico Dio, Egli è l’unico terreno solido su cui costruire la nostra vita.

La follia dell’idolatria

Isaia mostrerà brillantemente la follia dei fabbricanti di idoli. Un semplice sguardo a come vengono fatti gli idoli mostra quanto sia sciocco considerarli come dèi, quindi i fabbricanti di idoli stessi sono i loro stessi testimoni contro se stessi.

Coloro che fanno un’immagine, tutti loro sono inutili, E le loro cose preziose non gioveranno; Essi sono i loro stessi testimoni; Essi non vedono né conoscono, affinché possano essere svergognati.

Chi formerebbe un dio o fonderebbe un’immagine Che non gli giova a nulla? Certamente tutti i suoi compagni sarebbero svergognati; E gli artigiani, essi sono semplici uomini. Siano tutti radunati insieme, Si alzino in piedi; Eppure temeranno, Saranno svergognati insieme.

Il fabbro con le tenaglie ne lavora uno nei carboni, Lo modella con martelli, E lo lavora con la forza delle sue braccia. Anche così, ha fame, e la sua forza viene meno; Non beve acqua ed è sfinito.

L’artigiano stende la sua riga, Ne segna uno con il gesso; Lo modella con una pialla, Lo segna con il compasso, E lo fa come la figura di un uomo, Secondo la bellezza di un uomo, affinché possa rimanere nella casa.

Taglia cedri per sé, E prende il cipresso e la quercia; Se lo assicura tra gli alberi della foresta. Pianta un pino, e la pioggia lo nutre.

Poi sarà per un uomo da bruciare, Poiché ne prenderà una parte e si scalderà; Sì, lo accende e cuoce il pane; Infatti fa un dio e lo adora; Ne fa un’immagine scolpita, e si prostra davanti ad essa.

Ne brucia la metà nel fuoco; Con questa metà mangia carne; Arrostisce un arrosto, ed è soddisfatto. Si scalda persino e dice, “Ah! Sono caldo, Ho visto il fuoco.”

E il resto di esso lo fa in un dio, La sua immagine scolpita. Si prostra davanti ad essa e la adora, Le prega e dice, “Liberami, perché tu sei il mio dio!”

Isaia guardò le persone che facevano idoli e notò che erano solo uomini deboli e fragili. Il fabbro diventa affamato, e la sua forza viene meno. L’artigiano lavora duramente con il legno, ma è solo legno.

Metà dell’albero è trasformata in un oggetto di adorazione e fiducia, e l’altra metà è bruciata per un fuoco caldo e per cucinare. L’idolo di legno dalla bottega dell’artigiano è solo un fuoco caldo lontano dall’essere cenere.

Essi non sanno né comprendono; Poiché Egli ha chiuso i loro occhi, così che non possono vedere, E i loro cuori, così che non possono comprendere.

Prima hanno amato le tenebre e hanno scelto la loro cecità, poi il SIGNORE ha dato loro ciò che volevano. Isaia indica questo quando scrive, nessuno considera nel suo cuore, né c’è conoscenza né comprensione per dire…un cuore ingannato lo ha sviato.

Quando Dio indurì il cuore del Faraone, stava permettendo al cuore del Faraone di fare ciò che il Faraone voleva fare - Dio stava abbandonando il Faraone al suo peccato (Romani 1:18-32). L’idolatra scelse un’illusione e divenne illuso.

Adorare e servire un idolo - qualsiasi falso dio - è tanto saggio e soddisfacente quanto mangiare cenere. Possiamo soddisfare la nostra anima solo in Dio.

Colui che è abbandonato a un falso dio è così incantato dalla menzogna da essere in schiavitù. Tiene l’idolo nella sua mano destra - la mano del potere e dell’autorità - eppure non può vedere che è una menzogna.

L’idolatra raccoglie la statuetta nella sua mano, tenendola, ma in realtà essa tiene lui. Egli è in schiavitù a una menzogna.

Ricordare, tornare e lodare

«Ricorda queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato, tu sei il mio servo; o Israele non sarai da me dimenticato. Ho cancellato le tue trasgressioni come una densa nube, e i tuoi peccati come una nuvola; torna a me, perché io ti ho redento».

Esultate o cieli, perché l’Eterno ha operato. Giubilate, o profondità della terra. Prorompete in grida di gioia, o montagne, o foreste, con tutti i vostri alberi! Poiché l’Eterno ha redento Giacobbe e ha manifestato la sua gloria in Israele.

Mentre Israele ricorda la follia di fare e adorare idoli, dovrebbe ispirare maggiore fiducia e confidenza in Dio. Quando pensiamo alle alternative al seguire il SIGNORE, dovrebbe farci seguirLo ancora più da vicino.

Come Pietro disse a Gesù, Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. (Giovanni 6:68)

«Tu sei prezioso ai miei occhi»

Uno dei canti preferiti da Dio è questo: “Tu sei prezioso ai miei occhi”. Sappiamo che il sentirsi accettato, il percepire che la propria esistenza nasce dall’amore dei propri genitori, sta alla base di ogni sana crescita umana, così per la crescita spirituale è indispensabile la consapevolezza d’essere amato dal proprio creatore.

Chi si mette al servizio dell’educazione e della direzione spirituale non può non cercare di far risuonare nel cuore delle persone questo canto d’amore di Dio: “Tu sei prezioso ai miei occhi”. Le precise espressioni di questo canto si trovano nel libro del Secondo Isaia.

Siamo nell’epoca dell’esilio. Ad un popolo depresso e disorientato Dio infonde coraggio e speranza: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni… Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,1-4).

Ma questa non è l’unica volta in cui Dio manifesta con tale ardore e tenerezza il suo amore. Non si tratta di un canto raro o isolato, anzi, è uno dei ritornelli più cantati da Dio, risuona in diverse circostanze della storia, rivolto a diverse persone, cantato con melodie e tonalità diverse, formulato con parole diverse, ma sempre con grande intensità e passione.

Il quadro non è mai totalmente coperto di colori, spesso lo spazio bianco supera di molto in ampiezza la parte dipinta. Lo spazio bianco però non vuoi dire vuoto, assenza di significato, ma è indispensabile all’armonia di tutto il quadro; è carico di potenzialità, è un’apertura verso l’infinito, un invito ad andare oltre, dal visibile all’invisibile, dal detto all’indicibile.

Abramo: promessa e speranza

Prima di inviarci il suo Figlio fatto uomo, Dio ha intonato il suo canto d’amore attraverso tante voci e in tante circostanze. “Tu sei prezioso ai miei occhi, per questo ti darò…”. Promessa e speranza.

Partiamo da Abramo, padre del popolo eletto. Nella Genesi la storia di Abramo è situata su uno sfondo cupo, da cui ci si aspetterebbe, invece di una promessa benevola, l’irrompere dell’ira di un Dio offeso.

Il racconto della vocazione di Abramo (Gn 12) segue immediatamente quello della costruzione della torre di Babele (Gn 11), che segna il punto culmine del susseguirsi di peccati. Nonostante il grande amore di Dio l’uomo gli volta le spalle e si allontana da Lui.

Attraverso una serie di eventi il male cresce e dilaga fino a delinearsi in dimensione universale. Dal peccato di Adamo ed Eva al fratricidio di Caino, alla violenza di Lamech, alla malvagità irrefrenabile della generazione di Noè e all’orgoglio sfacciato dei costruttori della torre di Babele, gli anelli della catena del male s’infittiscono e diventano sempre più robusti.

Dio, pur castigando, ha dei gesti di tenerezza sorprendente: le tuniche di pelli con cui egli riveste Adamo ed Eva (3,21), il segno di protezione imposto a Caino (4,15), l’arca di Noè (6,14ss) e l’arcobaleno (9,12-17).

Sono tutte espressioni di un amore sovrabbondante, esagerato rispetto alle misure umane; sono garanzie sicure che il creato può ancora avere un futuro bello, testimonianze incontestabili che tra delitto e castigo non c’è pura e semplice simmetria. Paolo dirà: “Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20).

Con la costruzione della torre di Babele sembra che la rottura tra uomo e Dio e la perdita dell’unità dell’umanità siano ormai definitive, ma non è questa la fine della storia. Fra i gruppi dispersi c’è il clan di Terach, da cui Jahwè chiamerà Abramo come colui nel quale saranno benedette tutte le genti (12,3).

Gli uomini prendono l’iniziativa dicendo l’un l’altro: “Venite, facciamo mattoni…”; “Venite, costruiamo una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo” (Gn 11,3), mentre Dio dice ad Abramo: “Vàttene… verso il paese che io ti indicherò” (12,1).

Il motivo della costruzione della torre è: “facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra” (11,3), quello che Dio presenta ad Abramo è invece: “renderò grande il tuo nome,… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (12,2-3).

La conclusione dell’episodio di Babele è: “il Signore disperse gli uomini su tutta la terra” (11,9), al contrario, quello de Ila chiamata di Abramo: “in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (12,3).

Il Signore disse ad Abramo: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gn 12,1). Il Signore si presenta senza tanti preamboli, così farà anche con Mosè, con Samuele, con Isaia, Geremia e tanti altri personaggi biblici.

Egli non si impone con il suo essere Creatore e Signore potente, ma si fa percepire come una presenza misteriosa, una forza attraente, un’apertura affascinante, una sfida che risveglia le energie, le risorse e gli aneliti dentro l’uomo.

Egli incontra l’uomo nel momento esatto in cui l’uomo si sforza di essere uomo, cioè quando coltiva dentro di sé ideali autentici e lotta per realizzarli. Abramo parte.

Questa risposta all’invito di Dio non lo trasforma automaticamente in un uomo santo; semplicemente la sua vita assume un nuovo spessore, un nuovo senso, una nuova determinazione e s’impregna di una nuova presenza.

Da nomade vagante nel mondo egli diventa cittadino della terra promessa. È noto il paragone che il filosofo Emmanuel Lévinas fa tra Ulisse e Abramo.

Ulisse, alla fine di un lungo viaggio si ritrova nella sua stessa casa, al punto di partenza; Abramo invece, si mette in cammino affidandosi completamente a quella presenza misteriosa che lo precede, e alla fine si trova in una terra nuova, spazio di vita designato a lui e alla sua discendenza.

In fondo, per un nomade come Abramo, conducendo un’esistenza precaria e instabile ai margini dei grandi imperi del secolo XX a.C., il sogno più grande era di avere una vita sicura, una terra fertile, pascoli tranquilli, figli numerosi.

Dio gli viene incontro proprio qui. Avviene così un abbraccio fra promessa divina e speranza umana. Entrando nei desideri e nei sogni dell’uomo, Dio non li soffoca, non li blocca, ma li dilata, li eleva.

Con le sue promesse egli incoraggia l’uomo a trascendersi, a mirare più in alto. “Farò di te un grande popolo e ti benedirò,… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gn 12,2-3).

La promessa di Dio eccede i desideri. Abramo intuisce che ciò che lo attende va oltre la sua fragile vita, la sua breve storia, la sua piccola famiglia e i suoi timidi sogni di prosperità e sicurezza.

Le promesse di Dio ad Abramo possono essere riassunte in queste parole: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” (Gn 15,5); “Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente” (Gn 13,14).

Sono parole molto belle, simboliche, suggestive, poetiche; parole di amicizia e di fiducia. Il Signore invita il padre del suo popolo eletto ad uscire all’aperto, a guardare in alto e guardare in avanti.

Dio dialoga con l’uomo nei larghi spazi dell’amore e della bellezza, non nell’angustia dei diritti e doveri. Egli vuole che i cittadini della sua terra abbiano uno guardo ampio e rivolto in alto, che siano capaci di affrontare l’infinito con il candore e la semplicità del bambino che si mette a contare le stelle.

Siamo creature fatte per guardare in alto, ma purtroppo non sviluppiamo a sufficienza questo dono. Assomigliamo più agli animali se non sappiamo guardare in cielo.

Nel libro del profeta Osea il Signore dice con rammarico: “Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo” (Os 11,7).

Nella liturgia della messa, all’inizio della preghiera eucaristica, il celebrante invita l’assemblea: “Sursum corda - In alto il vostro cuore!”, perché è necessario avvicinarsi al mistero con il cuore in alto.

Il contare le stelle dice stupore, innocenza e semplicità, fantasia e bellezza, ampiezza di orizzonte, grandezza di cuore, speranza e gioia, senso ludico e poetico della vita.

La fiducia di Dio nell’uomo suscita la fiducia dell’uomo in Dio e in se stesso. La promessa di Dio all’uomo infonde nell’uomo gioia e gratitudine, coraggio e ottimismo, e lo spinge a donarsi con generosità agli altri.

Così vediamo Abramo che abbandona tutto e parte secondo le indicazioni di Dio, innalza un altare in ringraziamento a Dio, tratta con generosità Lot, accoglie con amore gli ospiti, riceve il dono inatteso del figlio Isacco ed è pronto ad offrirlo in sacrificio, pur con immenso dolore.

La promessa di Dio ha fatto grandi cose nel padre del popolo d’Israele. Dio promette ad Abramo la terra spaziosa, la discendenza numerosa: tutti beni desiderati e graditi, tutti beni che rendono la vita felice; ma il dono di Dio non si limita qui.

Il Dio che ha creato la terra bella e buona e l’ha resa feconda per l’uomo, non desiste dal suo progetto originario, nonostante la risposta negativa dell’uomo alla sua iniziativa gratuita e misericordiosa.

Egli vuole ancora assicurare all’umanità felicità, dignità e libertà su questa terra. Egli è ancora amante della vita, ha ancora fiducia nell’uomo e nella sua potenzialità di bene.

Per questo riprende il suo piano in termini nuovi con l’elezione di Abramo. C’è ancora di più. Dio non solo promette dei beni, ma Egli si compromette personalmente, entra in una relazione più profonda, stabilisce legami di prossimità e di comunione, stringe un’alleanza con l’uomo.

Egli dichiara: “Sarò il vostro Dio” (Gn 17,8). “Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione” (Gn 12,1), promette ancora Dio ad Abramo.

Dio ha voluto qualificarsi con il nome di Abramo, si è compiaciuto d’essere proclamato ed invocato “il Dio di Abramo” (Es 3,15).

Qui sta la grandezza del nome di Abramo: è entrato a far parte del biglietto da visita di Dio. E qui sta soprattutto la grandezza di Dio, un Dio che non si vergogna di legarsi al nome, al volto, alla vita e alla storia delle sue creature, un Dio che si fida, si compromette, pur conoscendo la fragilità dell’uomo.

L’autore della lettera agli Ebrei dice bene: “Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città” (Eb 11,16).

Memoria, decisione e impegno

“Tu sei prezioso ai miei occhi, ricordati di quello che ho fatto per te e deciditi”. Memoria e impegno.

Desideri, sogni, attese, aneliti, ecc. non possono essere disgiunti dalla decisione e dall’impegno, altrimenti rimangono vuoti o, peggio ancora, si trasformano in amarezze e delusioni.

L’amore non promette soltanto, ma esige anche, l’amore lancia verso il futuro, ma conduce anche a riflettere sul passato ed a decidere per il presente.

Il comandamento dell’amore

Qual è il più grande comandamento? Fu chiesto a Gesù e Lui rispose: l'Amore. Ma è possibile? L'amore che diventa un comandamento? Un amore comandato è ancora amore?

Evidentemente non è ciò che Gesù voleva dire e che intendevano i Giudei facendo la domanda. Dagli scritti più antiche della Bibbia è sempre Dio che prende l'iniziativa d'amare Israele, scelto tra tutti i popoli della terra legandoselo "con dei legami di amore" diranno i profeti, finendo di trattarlo come la "sposa amata".

"Il tuo Dio è il tuo sposo " dirà Isaia. Al punto che nel Cantico dei cantici, che non è che un canto d'amore, Dio cerca di tutto per sedurre la sua amata.

Riflettendo su questa straordinaria storia di amore, l'amore di un Dio, lo dirà ancora più esplicitamente san Giovanni: "In questo consiste l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unico nel mondo. In questo consiste l'amore: non è che noi abbiamo amato Dio, ma è Lui che ci ha amati e che ha mandato suo Figlio".

Di amare Dio e il prossimo ne siamo strettamente incapaci a meno di essere stati toccati in precedenza interiormente, feriti, colpiti dall'amore che Dio ha per noi, da aver riconosciuto in un modo o nell'altro a che punto ci ama e di essere caduti innamorati tra le braccia di colui che ci ama ostinatamente e meravigliosamente di una grande tenerezza.

Questo amore irresistibile che ci spinge dal di dentro non è il nostro. E' colui che, sempre secondo San Paolo "è stato diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato" al momento del nostro battesimo.

Un amore che da allora ha stabilito la sua dimora nel più intimo del nostro cuore al punto che tutta la nostra vita può riassumersi in una delle ultime parole che, secondo San Giovanni, Gesù ci ha lasciato prima della sua passione "Dimorate nell'amore".

"Come il Padre ha amato me, dice Gesù, anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore. e la mia gioia sarà in voi, e la vostra gioia sarà perfetta".

Non c'è che un solo comandamento anche se è duplice: "Ecco qual'è il mio comandamento, aggiunge Gesù, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato".

Essendo stati così gratuitamente amati, non possiamo cessare di amare a sua volta e di riversare questo amore su tutti coloro che ci circondano. Allora sarà ben più di un comandamento. Sarà la nostra unica dimora.

Sarà lo stesso Dio in persona. Perché Dio è Amore e colui che dimora nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.

Il Servo sostenuto dallo Spirito

Il secolo è il VI°, l’editto di Ciro re di Persia, ha consentito al popolo di Israele, deportato a Babilonia (l’impero che lo stesso Ciro ha conquistato), il rientro in patria.

Le pagine del “secondo Isaia” (capitoli dal 42 al 55),si aprono come in una “scena” a teatro e il “presentatore”, Dio, lo annuncia: “Ecco il mio servo che io sostengo,il mio eletto di cui mi compiaccio.Ho posto il mio spirito su di lui;egli porterà il diritto alle nazioni”.

La “dignità” del Servo:in ebraico ’ebed,personaggio “misterioso”, che è stato “identificato” da taluni con Mosè, da altri come il profeta Geremia, lo stesso Isaia? Il popolo in ritorno? , ipotesi di “maestro di sapienza” o “messianica”… sicuramente un uomo “sostenuto da Dio”, uomo in cui Dio ha posto il “suo spirito”.

Un “servo” dunque che non è “schiavo”, che vive a corte, secondo la tradizione antica, quasi un “primo ministro”. Un uomo coraggioso ma mite, un uomo che porta una verità ma senza “gridare”, con efficacia delicata ma potente, una “fiamma” che “accende” di verità la vita senza alzare la voce.

E Dio rassicura, “io ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano”, chiamato e preso per mano… Una vita a “disposizione” del Signore.

“Servo” che utilizzerà la dolcezza, la mitezza,la pazienza,il coraggio,la perseveranza… Un “servo” che non condanna, me che porta giustizia, proclama il diritto nella verità.

Un Dio che “prende per mano” per una “missione”: “perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri,dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”.

E in questo “servo” si intravede la figura di Gesù, “servo sofferente”. Servo che “testimonia”. Servo che ha una “missione”: “apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”.

Inviato a “liberare”, a “guarire”, a “portare luce”, a “riaggregare” i dispersi per un “progetto” di Dio.

Il battesimo di Gesù e l’Epifania dell’Amore

San Matteo ci presenta Gesù: arriva camminando come gli altri uomini, si “mette in fila”, attende “il suo turno”, arriva davanti a Giovanni.

Gesù “si presenta” e Giovanni “lo presenta”: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”.

Non si “scompone” Gesù, non lo fa tacere, non abbassa la voce ma neppure grida. Afferma: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. “Allora egli lo lasciò fare”.

Una immagine che ci racconta quella “volontà” di Dio che caratterizza l’atteggiamento di ogni credente: “lascia fare” a Dio. Affidati, abbi fiducia, abbi pazienza, non affannarti… si compirà la giustizia di Dio.

E Giovanni lo “battezza”, in fila come gli altri, “entra” nella dimensione dell’esistenza dell’uomo per “lasciare” spazio a Dio. E Dio ha un “progetto”.

Il progetto presentato dall’evangelista Matteo è la giustizia di Dio nel disegno rivelato da Gesù. Dio si fa vicino: fedeltà a Dio e solidarietà con l’uomo.

E il Padre “lo riconosce”. L’Epifania dell’Amore: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Il Padre presenta il Figlio. Un Figlio amato.

Un “Figlio amato” in fila con i peccatori… spiazzante. Gesù immerso in quell’acqua con i peccatori, sarà “immerso” fino alla fine con i peccatori.

Un Dio in dialogo con i peccatori. Un Dio che rivela e ci rivela il suo volto. Il Figlio amato che ama.

Rivelazione grandiosa: Dio incarnato, amato, ama. Dio è lì con quegli uomini: Figlio - Dio come il Padre. Dio “immerso” nell’umanità.

Gesù “viene” per essere “immerso” nell’umanità che ha bisogno di lui, per condividere le difficoltà, i cammini faticosi.

Gesù “viene” perché vuole “immergersi” con l’uomo, perché nessuno si senta solo, abbandonato, sconfitto, inadeguato, fallito.

Gesù “viene” perché dice all’uomo: “hai fatto sbagli ma non sei sbagliato”. Gesù “viene”, Figlio amato,per “essere” con l’uomo,per “essere amore”, per essere “amore che ama”.

Gesù “viene” per “entrare” e “immergersi” nella vita di ogni uomo e illuminarla di Amore.

E dopo che si è “immerso”, “egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui”. Vede quello Spirito che aleggiava sulle acque nel tempo dell’“In Principio”.

Spirito che trasforma e dona vita. Incontro tra la “voce” che grida ed invita alla conversione ed il “Signore”:battesimo “di acqua” e battesimo “nello Spirito”.

L’esperienza di Amore che Gesù ha “vissuto” nello Spirito, ora è proclamata dal Padre al mondo: In lui mi sono compiaciuto, in lui ho realizzato il mio disegno, in lui lascio vivere il mio Amore.

Il progetto di Dio è un progetto d’Amore. “In Lui ho posto il mio compiacimento”: Dio è felice, Dio esulta di gioia per il Figlio Incarnato.

Lui porterà a “compimento” il disegno di Amore del Padre per il mondo. Figlio sono “orgoglioso” come Padre per te, che hai scelto di essere “servo” per amore.

Lo Spirito ricevuto nel Battesimo

Il “disegno” proclamato da San Pietro è questo: “dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Annuncio della salvezza, annuncio per tutti. Lui ne è stato testimone. Il “respiro” dell’universalità dell’accoglienza,del dono della pace,del “risanamento” attraverso Gesù.

Con il Battesimo siamo stati “generati”,figli e fratelli, lo Spirito è stato “effuso” e ci ha “inondati” d’Amore generoso e totale che ci abbraccia. Non possiamo “tenerlo per noi”.

La vite, i tralci e la comunione

Il Vangelo di questa domenica ci propone l’immagine della vite e dei tralci con la quale Gesù spiega ai discepoli il rapporto tra lui e il Padre.

L’identità del Signore “Io sono” (Gv 15,1) è il nome di Dio. Dio gli risponde: “Io sono” (Es 3,13-15). Il termine non indica affatto un soggettivismo e individualismo estremo.

Il Signore, mentre definisce la sua identità, dà un’identità anche a chi rimane in Lui, e crea un legame non di possesso, ma di amore liberante: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9).

Nel Vangelo che leggiamo in questa domenica, mentre si autodefinisce, “io sono la vite”, dà il nome a ciascuno di noi: “Voi siete i tralci” (Gv 15,5).

Non solo definisce la relazione con noi: gregge e tralci, ma ci lega in stretta connessione anche con il Padre, a cui dà il nome di agricoltore (Gv 15,1).

La cura della vigna è una perfetta simbologia della cura che il Signore ha nei confronti del suo popolo e per ciascuno di noi.

Se non rimaniamo in Lui, perdiamo la nostra vita; se ci separiamo da Lui, la linfa vitale che ci tiene in vita non ci raggiunge più.

I tralci hanno vita e producono i grappoli d’uva solo se rimangono innestati nella vite. Così i nostri frutti di bene sono possibili solo se in profonda comunione con Lui.

Affinché si producano frutti abbondanti, come la vite ha bisogno della potatura, così la nostra vita redenta ha bisogno di continua cura (Gv 15,2-3).

Le prove che sperimentiamo nella nostra vita di credenti accrescono la nostra capacità di amare, amplificando le nostre opere buone.

Nella vita di fede, se ci lasciamo andare, se non curiamo più il legame vitale con il Signore, siamo come i rami secchi: morti, incapaci di generare nuova vita.

Vite e tralci nella vigna

Paolo e la potatura del Signore

Nella Parola di questa domenica troviamo uno dei frutti più belli della potatura del Signore: Paolo di Tarso.

Si definisce fariseo quanto alla legge, persecutore dei cristiani quanto allo zelo (Fil 3,5-6), e la sua fama era rimasta anche dopo la conversione: “Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui” (At 9,26).

Ma l’incontro con il Cristo risorto lo rende cieco alla sua pretesa di vedere (At 9,3-9). Paolo ha iniziato invece a vedere con occhi nuovi, e lo stesso zelo si è trasformato nella passione per il Signore e per l’annuncio del Vangelo.

Il legame con Cristo, per Paolo, è divenuto inscindibile dalla sua stessa vita: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Gesù ha preso possesso della sua vita, rendendolo veramente libero. Per questo, Paolo può affermare: “Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).

Ma anche Paolo, innamorato di Cristo, tutt’uno con Cristo, ha bisogno della Chiesa per verificare la verità del suo amore per Cristo.

Infatti la prima lettura ci dice che Paolo “aveva predicato con coraggio a Damasco” e nello stesso tempo “andava e veniva da Gerusalemme” per stare con gli altri apostoli (At 9,27-28).

L’amore per Cristo è inscindibile dall’amore per la Chiesa: l’amore per la Chiesa è prova dell’amore per Cristo.

Il rimanere in Lui è reso possibile dal rimanere con la Chiesa: solo così si è discepoli di Cristo, e quindi tralci ricolmi di grappoli maturi.

Chiamati per nome

Il titolo di questa veglia è una carezza tanto tenera quanto intensa, una parola che non consola in superficie ma scende in profondità: “Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”.

È Dio che parla. È Dio che si rivolge al suo popolo ferito, disperso, impaurito. È Dio che non chiama per categorie, non riduce le persone a definizioni, non guarda da lontano, ma chiama per nome.

Chiamare per nome significa riconoscere una storia, un volto, una dignità. Significa dire: tu non sei un errore, non sei uno scarto, non sei una minaccia. Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima, io ti amo.

La fede cristiana non ci autorizza mai a ferire. Mai. Non possiamo usare il nome di Dio per alimentare paura, disprezzo, esclusione.

Non possiamo difendere la verità senza la carità, perché una verità senza carità diventa pietra; e una carità senza verità diventa sentimento fragile e ingannevole.

In Cristo, invece, verità e amore camminano insieme. Il Vangelo ci porta nel Cenacolo. Gesù, il Maestro e il Signore, si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugatoio e lava i piedi ai discepoli.

Non tiene una lezione dall’alto. Si abbassa. Tocca la polvere. Si avvicina alla parte più fragile, più esposta, più stanca dell’altro.

Questo è il gesto che interpella e scuote tutti noi e ci invita ad essere quella Chiesa che il Signore sogna, capace di inginocchiarsi davanti alle ferite dell’umanità.

Una Chiesa che non si alimenta del sospetto, ma vive del prendersi cura; una Chiesa che non rinuncia al Vangelo, ma lo rende visibile attraverso la misericordia.

Gesù dice: “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. E poi aggiunge: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.

Non dice: vi riconosceranno dalla capacità di tracciare confini; ma afferma: vi riconosceranno dall’amore.

Superare l’omotransfobia significa anzitutto purificare il cuore da ogni paura dell’altro. Significa vigilare sulle parole, perché sappiamo che le parole possono benedire o ferire.

Significa educare le nostre comunità a non trasformare la diversità in minaccia. Significa accompagnare le persone con rispetto, con prudenza, con verità, e sempre con quella tenerezza che è il modo di Dio di avvicinarsi alla vita.

Nessuno di noi possiede Cristo. Tutti siamo chiamati a seguirlo. Tutti abbiamo bisogno di essere evangelizzati. Tutti dobbiamo imparare a lavarci i piedi gli uni gli altri.

Il segno che compiremo, portando un nome e una parola preziosa ai piedi del Crocifisso, ci ricorda proprio questo: ogni nome appartiene al cuore di Dio.

Ogni storia può essere deposta davanti alla Croce. E la Croce non è il luogo della condanna, ma dell’amore che si consegna. Sulla Croce Gesù non respinge nessuno: spalanca le braccia a tutti.

Lasciamoci allora raggiungere da quella parola: “Tu mi appartieni”. Non apparteniamo alla paura. Non apparteniamo al nostro passato, né alle ferite ricevute, e neppure alle nostre chiusure. Apparteniamo a Dio.

E se apparteniamo a Dio, siamo chiamati a riconoscerci fratelli e sorelle, perché tutti siamo amati. Il Signore ci doni occhi nuovi.

Ci insegni a chiamare i suoi figli per nome e mai a ferire con etichette. Ci liberi dalla violenza, anche da quella sottile che passa attraverso battute, silenzi, esclusioni, sospetti.

Ci renda capaci di lavare i piedi, cioè di servire la vita dell’altro nel punto in cui è più fragile.

Comunità cristiana accogliente e inclusiva

Il dono del Figlio e dello Spirito

«Poiché sei prezioso ai miei occhi, sei onorato e io ti amo.» Oggi il tuo SIGNORE Dio dice: mi ricordo di te. Sono dalla tua parte.

Anche quando siete nella disobbedienza, vi amo e vi perdono in Mio Figlio. Sappi questo: sei sempre preziosa ai Miei occhi.

Forse ti starai chiedendo quanto puoi essere prezioso quando Mi hai peccato e Mi hai disobbedito, ma ascolta le Mie Parole scritte dal Mio profeta Isaia: “Io, proprio io, sono Colui che cancella le tue trasgressioni per amor Mio e non ricorda i tuoi peccati”.

La Mia risposta potrebbe essere più chiara? E come ho cancellato tutti i tuoi peccati, ma ho comunque soddisfatto la giustizia divina ed estorto la pena che il salario del peccato è la morte, la morte eterna? L'ho fatto per te in Mio Figlio.

E questo è Natale. Riguarda te tanto quanto riguarda Mio Figlio, perché c'è solo una ragione per cui è nato quella notte a Betlemme: TU.

Il mio regalo più perfetto per te che ti dà tutto? Mio Figlio e con Lui viene il Mio Santo Spirito.

Mio Figlio è il mio dono al mondo, a tutti coloro che lo riceveranno, e il mio Spirito Santo è il mio dono al suo corpo, la Chiesa, a tutti coloro che sono in Cristo.

Ho spazzato via le tue trasgressioni come una densa nube e i tuoi peccati come una fitta nebbia. Ritorna a me perché ti ho redento. Isaia 44:22.

In Mio Figlio ti ho dato il Mio eletto in cui è tutta la Mia gioia, il Mio amato Figlio in cui mi compiaccio.

Ed ora avete ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo spirito che viene da me, affinché possiate conoscere le cose che vi sono state date gratuitamente da me.

E lo Spirito Santo attesta con il vostro spirito che siete Miei figli e come tali, Miei eredi, coeredi di Cristo.

Perché? A causa del Natale e di tutto ciò che ne è seguito nel Cristo che ha cambiato ogni cosa per te per il tempo e l'eternità.

Colui che non ha conosciuto peccato, sia peccato per voi, affinché possiate diventare giustizia di Dio in Lui.

Io sono stato in Cristo a riconciliare il mondo con me stesso, non imputando a te le tue colpe.

ti ho amato di un amore eterno; perciò ti ho attirato con amorevole benignità.

In Gesù mi vedi, ed in Lui ti tirai con corde umane, con vincoli d'amore, e mi feci per te come chi solleva un bimbo alla guancia, e mi chinai per nutrirti.

Se ascolti la voce del buon Pastore e apri il tuo cuore, Egli verrà a cenare con te e sarà con te per sempre.

E con Lui ti do tutto. Egli riversa il Mio Spirito su di te, nel tuo cuore, e tu hai pieno accesso a Me.

E il Mio Spirito ti guida a tutta la verità e ti conduce nella Via che dovresti percorrere.

Lascia che Io riempia di bene la tua coppa, il vaso della tua vita, finché non trabocchi e inondi la terra con la conoscenza della Mia gloria, come le acque ricoprono il mare.

Siate ambasciatori di riconciliazione, annunciando la buona novella di Mio Figlio.

Una promessa aperta a tutti

E non commettete l'errore, come fanno alcuni, di dire che le Mie promesse d'amore sono rivolte al Mio popolo Israele nell'Antico Testamento e non sono per voi.

Ma lasciate che vi assicuri che ogni promessa e buona parola nella Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, sono per VOI che siete in Cristo.

Questo mistero è che per mezzo del vangelo le genti sono eredi insieme con Israele, membra insieme di un solo corpo e partecipi insieme della promessa in Cristo Gesù.

Ma ora in Cristo Gesù voi che un tempo eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo.

Perché lui stesso è la nostra pace, che ha unito i due gruppi e ha distrutto la barriera, il muro divisorio dell'ostilità.

Il suo scopo era creare in sé una nuova umanità dai due, facendo così la pace, e in un solo corpo riconciliarli entrambi con Dio attraverso la croce.

Egli è venuto e ha predicato la pace a voi che eravate lontani e la pace a coloro che erano vicini.

Perché per mezzo di lui entrambi abbiamo accesso al Padre mediante un solo Spirito.

Di conseguenza, non siete più stranieri e forestieri, ma concittadini del popolo di Dio e anche membri della sua casa.

E in lui anche voi venite edificati insieme per diventare una dimora in cui Dio abita per mezzo del suo Spirito.

E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando per noi maledizione - sta scritto infatti: Maledetto chi è appeso al legno -, affinché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo giungesse alle genti, affinché ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.

Ti ho onorato dandoti il meglio: Mio Figlio. E in Lui ti ho dato tutto, compreso Me stesso e il Mio Regno.

In Lui ci sono tutti i tesori della saggezza e della conoscenza, tutte le Mie magnifiche promesse, tutta la bellezza, tutta la gloria, tutte le ricchezze, la vita abbondante, la vita eterna.

Gesù ha portato la Nuova Alleanza, che ha tutte le promesse del vecchio fatte nuove e più grandi in Gesù con la promessa della vita eterna adempiuta, tutti i peccati sono andati nel Suo sacrificio una volta per tutte, e ogni benedizione spirituale in Cielo ti è stata conferita.

Tutto ora ti è “sì” in Gesù, nell'Amato. E com'è Lui, così sei tu in questo mondo.

Alza il tuo stendardo, suona la tromba e sappi che io sono Re. E la Mia bandiera su di te è amore.

Quindi unisci le tue voci e canta l'amorevole benignità del tuo Signore, l'amorevole benignità del tuo Signore.

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