Il sacerdote salesiano Giulio Michele era don Michele Giulio, parroco e decano dei parroci della Valsusa, nato a Torino il 9 agosto 1928 e ordinato sacerdote il 29 marzo 1969. Per anni fu parroco di Oulx e poi di Salbertrand, incarico che ricoprì dal 2001 fino a poche settimane prima della morte.
Don Michele Giulio morì nel 2019, all’età di 90 anni, dopo essersi trasferito nella residenza per religiosi salesiani di Torino-Valdocco. La sua figura non va confusa con quella di altri sacerdoti salesiani chiamati Giulio, tra cui don Giulio Bertazzo e don Giulio Trettel, né con i sacerdoti diocesani Michele Di Stefano e Giulio Vannucci, ordinati insieme nella diocesi di Prato.
Don Michele Giulio, sacerdote salesiano della Valsusa
Salbertrand - È morto don Giulio Michele, prete salesiano e decano dei parroci della Valsusa. Aveva 90 anni e da poche settimane era andato in pensione, trasferito in una residenza per religiosi dei Salesiani a Torino Valdocco.
Per anni don Michele Giulio era stato parroco di Oulx e poi di Salbertrand. Ruolo che aveva ricoperto dal 2001 e fino a poche settimane fa: solo domenica 24 febbraio in paese ha fatto ingresso il suo sostituto, don Giorgio Nervo.
Nato il 9 agosto 1928 a Torino, don Michele Giulio è stato ordinato sacerdote il 29 marzo 1969. Insieme a don Penna (classe ’23), era il sacerdote più anziano della Diocesi di Susa.
Il 10 agosto dello scorso anno era stato festeggiato in frazione Plan da alcuni membri della comunità parrocchiale: dopo la messa aveva tagliato la torta di compleanno e brindato con gioia.

Il servizio pastorale a Oulx e Salbertrand
La vicenda di don Michele Giulio si colloca nella storia pastorale della Valsusa e, in particolare, delle comunità di Oulx e Salbertrand. Il suo ministero parrocchiale si è protratto per molti anni, fino al pensionamento e al trasferimento nella comunità salesiana di Torino-Valdocco.
L’incarico svolto a Salbertrand dal 2001 rappresentò una fase significativa del suo servizio sacerdotale. Il passaggio alla pensione avvenne soltanto poche settimane prima della morte, quando il sacerdote lasciò la parrocchia e fece ritorno in una residenza per religiosi della congregazione.
La comunità di Salbertrand accolse il nuovo parroco, don Giorgio Nervo, domenica 24 febbraio, mentre don Michele Giulio si avviava alla conclusione del suo ministero pastorale attivo.
La festa per il novantesimo compleanno
La comunità parrocchiale aveva festeggiato don Michele Giulio il 10 agosto dell’anno precedente alla sua morte. L’incontro si era svolto nella frazione Plan, dove alcuni membri della comunità avevano voluto ricordare il suo novantesimo compleanno.
Dopo la messa aveva tagliato la torta di compleanno e brindato con gioia. Il momento di festa testimoniava il legame costruito negli anni tra il sacerdote salesiano e le persone affidate alla sua cura pastorale.
La morte e il ritorno a Torino-Valdocco
Don Michele Giulio morì dopo aver lasciato la parrocchia e aver raggiunto la residenza salesiana di Torino-Valdocco. Il trasferimento segnò il passaggio dalla lunga attività pastorale nelle comunità della Valsusa alla vita propria di una casa per religiosi anziani.
La sua morte fu ricordata come quella di un sacerdote profondamente legato alle comunità di Oulx e Salbertrand e come la scomparsa di uno dei sacerdoti più anziani della Diocesi di Susa.
Un nome da distinguere da altre figure salesiane
Nel materiale relativo ai sacerdoti salesiani compaiono diverse persone chiamate Giulio o Michele. Per evitare sovrapposizioni, è necessario distinguere don Michele Giulio da don Giulio Bertazzo e da don Giulio Trettel, entrambi salesiani, ma appartenenti a percorsi biografici differenti.
| Nome | Appartenenza | Elementi biografici distintivi |
|---|---|---|
| Don Michele Giulio | Sacerdote salesiano | Nato a Torino il 9 agosto 1928; ordinato il 29 marzo 1969; parroco di Oulx e Salbertrand; morto nel 2019 a 90 anni. |
| Don Giulio Bertazzo | Sacerdote salesiano | Fondatore del centro giovanile salesiano San Giusto e attivo a Porto Viro. |
| Don Giulio Trettel | Sacerdote salesiano | Nato nel Primiero; ordinato l’8 aprile 1963; insegnante e studioso di letteratura latina, greca e patristica. |
| Michele Di Stefano | Sacerdote diocesano | Sacerdote della diocesi di Prato, originario di Gela e già carabiniere di leva. |
| Giulio Vannucci | Sacerdote diocesano | Sacerdote della diocesi di Prato, originario di Pistoia e appartenente ai Ricostruttori nella Preghiera. |
Don Giulio Bertazzo e il centro salesiano San Giusto
Si è spento alla Casa Artemide di Mestre, don Giulio Bertazzo, 85 anni. Era stato uno dei fondatori del centro giovanile salesiano San Giusto. Era stato ordinato sacerdote 57 anni fa.
Sono in molti a ricordare don Giulio a Porto Viro. Era arrivato alla fine degli anni ’70 ed era rimasto fino al 1994, per circa 16 anni.
Nel 1978, insieme a don Giuseppe Miele, aveva fondato il centro salesiano, successivamente, don Giuseppe partì partito per il Madagascar e al suo posto arrivarono don Carlo Chiarotto (che ora è a Gorizia) e don Italo Fantoni (morto qualche anno fa).
Don Giulio, fino a pochi mesi fa, era stato direttore al seminario di San Marco di Monteortone (Padova). Fino a quando si poteva fare aggregazione, i venerdì sera d’estate organizzava delle iniziative culturali musicali a scopo benefico.

Le testimonianze raccolte su don Giulio Bertazzo lo descrivono come una presenza decisiva nella nascita e nello sviluppo dell’oratorio salesiano San Giusto. Il centro offriva attività sportive, ricreative e culturali e divenne un punto di riferimento per numerosi ragazzi.
“Avevo circa sei anni quando ho iniziato a frequentare il centro San Giusto - racconta Enea Marangoni -. Andavo in sala giochi e giocavo a calcio. Quando avevo 16, stava facendo la sala polivalente dove prima c’era una chiesa. E in quell’occasione dissi a don Giulio che mi sarebbe piaciuto che ci fosse un teatro. E lui mi rispose che finalmente c’era qualcuno che glielo chiedeva.”
“Sono quindi stati fatti i lavori e dopo due anni abbiamo fatto la prima commedia dal titolo: “Quel simpatico zio parroco” (di Franco Roberto). Don Giulio era basso si statura ma era un uomo gigante di temperamento e non si fermava davanti ai problemi”.
Nicoletta Ferro gli ha dedicato questo pensiero: “Sei arrivato a Donada, insieme ad un uomo barbuto. Con una macchina scassata e una vespa verde, andavate per i bar ad invitare i ragazzi a venire all’oratorio.
Noi ragazzini vi guardavamo pensando, ma chi sono e cosa vogliono questi qua. Caro don Giulio, tu e don Bepi avete fatto nascere l’oratorio salesiano San Giusto.
Gli anni che sei stato con noi sono stati di insegnamento, incoraggiamento. Ma non mancavano rimproveri e scappellotti.
Hai agito come un padre verso tutti i ragazzi che frequentavano l’oratorio; gran bravo a trovare strategie economiche (una faccia tosta a chiedere soldi, tutti per l’opera salesiana), e ci hai fatto amare don Giovanni Bosco.
Almeno per me, sei e sarai il mio grande maestro. Ora abbraccia don Bosco e Maria Ausiliatrice”.
Un oratorio costruito per i giovani
Roberto dice di avere conosciuto don Giulio e don Giuseppe, nel 1978, il giorno del funerale di sua madre. “Vennero dietro di me e mi dissero “ti aspettiamo in oratorio” e da quel momento ho iniziato a frequentarlo.
Hanno formato noi ragazzi, si facevano attività sportive, ricreative, recital. Don Giulio era severo ma dava l’anima, si impegnava su tutto - afferma -.
Si spendeva tutti i giorni a cercare soldi e finanziamenti per l’oratorio, poi per la squadra di calcio e di pallavolo.
Anche la baracca di legno in mezzo alla pineta era una struttura di recupero dei terremotati del Friuli ed era arrivata a Porto Viro grazia a lui, così come i primi spogliatoi per gli impianti sportivi erano baracche della centrale Enel.
Ci ha fatto appassionare al centro giovanile San Giusto. Era bravissimo”.
Filippo Carlin nel suo messaggio ha scritto: “Caro Giulio, mentre te ne andavi mi stavo immergendo sul Cristo silente, le casualità della vita. Tu per me sei stato il Cristo, ma per nulla silente.
Tu eri il prete delle canzoni di Jovanotti. Il tuo pensiero non è mai stato silenzioso, tutt’altro.
La tua parola ed il tuo modo di porti, seppur garbati, non erano silenziosi. Tu, così fisicamente minuto, occupavi tutto lo spazio, non ti fermava nulla, non ti intimorivano i potenti, o presunti tali, non ti intimorivano la politica ed i politici, se ti ponevi un obiettivo non vi era modo di distogliere la tua attenzione dal raggiungerlo, eri un costruttore, nel pieno spirito di Don Bosco.
Anche il nipote, Cristian Bertazzo lo ricorda: “Riprendendo le parole di Papa Luciani, che fu suo amico a Venezia, don Giulio custodiva una targhetta con la scritta: “un prete è come una candela che si spegne illuminando la vita degli altri”. Sei riuscito, dal nulla, a creare il meraviglioso mondo di San Giusto”.
La memoria lasciata a Porto Viro
Don Michele Canella responsabile della parrocchia di Scalon, dice che, sentendo i racconti delle persone, ha capito che don Giulio era come don Giovanni Bosco.
“Era capace di raccogliere aiuti da tutti, senza distinzioni politiche, sportive, e tutti si spendevano per San Giusto - sottolinea -.
Ha messo il suo carisma al servizio del centro e in quegli anni aveva capito quanto i giovani fossero decisivi per il futuro della città.
Tra l’altro quando era arrivato i mezzi a disposizione erano pochi e aveva capito che c’era bisogno di fare qualcosa di bello.
Una signora che ha un bar mi racconta e che il suo locale era molto frequentato dai giovani e che don Giulio andava di persona e li invitava a frequentare l’oratorio.
In poco tempo il bar si era svuotato perché i giovani andavano tutti a San Giusto. Ma la donna era felice perché era per una cosa bella”.
Don Giulio Trettel, sacerdote salesiano e studioso
Si è spento domenica 12 gennaio all’età di 94 anni don Giulio Trettel, sacerdote salesiano originario del Primiero (Passo Cereda).
Fin da ragazzino frequentò i salesiani in Veneto, studiando teologia a Monteortone (Padova). Venne ordinato prete l’8 aprile 1963: al buon Pastore porta il frutto di quasi 62 anni di ministero.
Dopo l’ordinazione, don Trettel si laureò in Lettere classiche, specializzazione che lo portà ad insegnare greco e latino prima a Este e poi a Verona e Trento.
Era uno stimato studioso dell’epoca patristica, esperto di Fortunaziano (+369) e di san Cromazio (335-408), entrambi vescovi di Aquileia, come anche di Rufino di Concordia (345-411), ai quali aveva dedicato alcune pregevoli pubblicazioni in prestigiose collane e riviste.

Da salesiano, diresse le comunità in vari centri del Veneto: Este, Monteortone, Belluno e Monfalcone.
L’ultima tappa fu nel suo Primiero, all’Istituto salesiano di Mezzano dove è rimasto fino all’autunno del 2023: anche in questi ultimi anni si è reso disponibile per il servizio delle sante Messe nelle parrocchie di Soprapieve e come apprezzato confessore a Fiera.
«Sempre attento - ricorda il parroco don Giuseppe Da Prà, cadorino di nascita - a tessere relazioni belle e sincere con i fedeli e con i sacerdoti».
Da ultimo, don Trettel era ospite della comunità salesiana di Castel Godego dove è spirato. I funerali del sacerdote avranno luogo mercoledì 15 gennaio alle 15 nella chiesa arcipretale di Fiera di Primiero.
Don Giulio sarà sepolto nel cimitero di Transacqua. Anche da parte della diocesi di Belluno-Feltre un pensiero di vicinanza ai fratelli Angela, padre Antonio, Pierina e Giancarlo e alla comunità salesiana di Belluno.
La passione per Aquileia e la storia
Per provare a tratteggiare un ricordo di don Giulio Trettel, sacerdote salesiano mancato alcuni giorni fa all’età di 94 anni ed ex direttore per un lungo periodo dell’Agosti a Belluno, credo si debba partire da questa storica località e dai suoi patroni, Santi Ermagora e Fortunato festeggiati il 12 luglio.
Questa cittadina ricca di storia, di tradizione e di fede era un vero punto di riferimento per don Trettel che raramente mancava alla celebrazione estiva, ma che ancor più aveva rappresentato fino agli ultimi tempi materia di studio appassionato e attento in particolare per le figure di San Cromazio e di Fortunaziano, entrambi vescovi di Aquileia.
Visitarla in compagnia di don Giulio era compiere un lungo viaggio nella storia e nell’evangelizzazione del Veneto e del Friuli Venezia Giulia di cui conosceva ogni dettaglio e piega, ma che sapeva trasmettere agli ascoltatori in modo semplice e condito dall’arguta ironia.
Negli oltre 60 anni di sacerdozio, era stato ordinato l’8 aprile 1963, lo studio e la ricerca hanno sempre rappresentato una priorità per don Giulio, soprattutto la letteratura latina e greca e la storia erano le sue passioni.
Per questo era stato insegnante in diversi istituti del Triveneto e aveva voluto con forza che all’Agosti si aprisse anche una scuola elementare di cui è stato il primo direttore.
Il latino era per lui quasi una madrelingua e negli anni in cui abbiamo collaborato ricevevo sovente suoi biglietti o e-mail scritte in latino e costellate di citazioni di autori classici che mettevano a dura prova le mie scarse conoscenze.
Relazioni, viaggi e attenzione alle persone
La sua passione per la storia era caratterizzata dalla capacità di intrecciare quella locale con quella con la S maiuscola.
Anche nell’ultima visita a Mezzano, aveva voluto tornare nella terra natale a concludere il suo servizio pastorale, mi ha regalato un libro di storia relativo alle vallate del Primiero, ma spiegandomi le relazioni con i grandi avvenimenti del secolo scorso.
Don Giulio era un viaggiatore e amava tessere relazioni. Non si contano i timbri di paesi sul suo passaporto per visitare parenti e amici che dalla sua terra d’origine avevano raggiunto località lontane spinti, a volte, dalla necessità di trovare un lavoro.
Ugualmente nella quotidianità aveva a cuore le persone che incontrava, si informava sulla loro vita, era attento ai bisogni di ciascuno.
La convivialità rappresentava per lui un piacere e la rallegrava con i suoi racconti. Era capace di farsi prossimo per la sua bontà d’animo e generosità.
In queste sue profonde relazioni don Trettel aveva un piccolo vezzo personale. Riteneva che l’onomastico fosse un giorno più importante del compleanno e perciò ricordava sempre la ricorrenza del santo patrono di ciascuno con un biglietto o una telefonata che aveva come incipit l’immancabile citazione in latino o greco.
Certamente era uomo e sacerdote di fede autentica e di grande attenzione ai ragazzi, caratteristiche che l’hanno accompagnato in tutto il suo operato e in ogni casa salesiana in cui è stato presente e di cui spesso aveva la responsabilità.
Giulio Barberis e la pedagogia salesiana
Un’altra figura salesiana di nome Giulio è don Giulio Barberis, sacerdote salesiano, educatore e primo maestro della scuola di pedagogia salesiana a Torino-Valdocco.
Il pensiero e l’opera del sacerdote salesiano Giulio Barberis (1847-1927) sono stati oggetto di studio in diverse pubblicazioni, anche recenti.
Ciò nonostante, resta “molta strada da fare” in un campo di ricerca che offre, senz’altro, prospettive non prive d’interesse.
Don Barberis entra certamente nella cerchia dei discepoli e collaboratori di don Bosco, “riconosciuti oggi come figure chiave per la genesi e lo sviluppo” della Società di San Francesco di Sales “negli aspetti organizzativi, istituzionali, formativi e carismatici”.
Tra gli altri, l’edizione degli scritti di speciale interesse, come alcuni quaderni della sua Cronichetta (1875) e, in prospettiva pedagogica, gli Appunti di pedagogia (1897).
Essi furono adoperati, come libro di testo, nella “scuola di pedagogia”, voluta da don Bosco per i giovani “ascritti” - novizi - della Congregazione religiosa, da lui fondata nel 1859, dedita all’educazione della gioventù.

Il primo maestro della scuola di pedagogia
I primi e più diretti riferimenti ad una “scuola di pedagogia”, nell’Oratorio di San Francesco di Sales di Torino, e, in particolare, al primo incaricato di essa, li troviamo nei verbali di una adunanza - o “conferenza capitolare” -, tenuta a Valdocco il 25 ottobre 1874.
I membri del consiglio della “casa madre” della Congregazione Salesiana si proponevano di esaminare le “particolarità” da tenere presenti nella formazione dei giovani salesiani.
Tra le deliberazioni prese, merita di essere evidenziata una di speciale rilievo, che recitava: Gli “studenti del 10 corso di filosofia ascritti abbiano una scuola di pedagogia sacra, invece di quella di matematica, la quale sarà loro fatta dal loro vice maestro, don Barberis”.
Nel verbale della riunione non sono segnalati, come in altre occasioni, i nomi dei soci salesiani presenti.
In ogni caso, è documentato il fatto che la deliberazione presa venne accolta e confermata dai tre successivi Capitoli generali della Società Salesiana, presieduti da don Bosco.
Nel primo Capitolo, tenuto l’anno 1877, si tracciarono pure, benché sinteticamente, le linee del programma pedagogico da seguire nella regolare “scuola di pedagogia”.
Il primo Capitolo generale approvò inoltre la seguente disposizione: “Nella scuola di pedagogia sacra, che è stabilita tra noi per tutti i chierici di prima filosofia, si facciano leggere più volte e si spieghino le norme da seguirsi dai maestri e dagli assistenti”.
Tre anni dopo, nel Capitolo generale del 1880, venne ribadita la norma concernente gli studi pedagogici nel noviziato salesiano.
Fu statuito: “Nessun maestro sia messo in classe ad insegnare, se prima non ha letto e compreso il Regolamento della casa nella parte che lo riguarda”; e ancora: “Atteso il bisogno di maestri elementari, gli studenti di filosofia siano preparati a sostenere gli esami magistrali”.
La formazione e gli studi di Barberis
Nel 1874 - l’anno in cui era stato chiamato ad assumere l’incarico di primo responsabile della scuola di pedagogia a Valdocco -, don Barberis venne nominato inoltre da don Bosco “primo maestro dei novizi della Società Salesiana”.
Aveva in quel momento 27 anni. Era nato a Mathi Torinese il 7 giugno 1847.
Nel mese di maggio del 1861 ebbe l’iniziale e decisivo incontro con l’ambiente dell’Oratorio di San Francesco di Sales di Torino, dove egli entrò, pochi mesi dopo, come convittore.
Compiuti gli studi ginnasiali, il giovane mathiese decise di “fermarsi sempre con don Bosco”.
Nel 1865 fece la prima professione; nel 1870 ricevette l’ordinazione sacerdotale; e, nel 1873, conseguì la laurea in teologia presso l’Università di Torino.
Secondo alcune testimonianze, Barberis aveva seguito, nel centro universitario torinese, anche i corsi di pedagogia.
Nelle vent’otto pagine autografe del primo quaderno, Barberis sintetizza differenti temi svolti da Giuseppe Allievo, riguardanti la filologia, la antropologia, l’educazione e la pedagogia.
Il secondo quaderno, di undici pagine, vergate con accurata calligrafia da un copista anonimo, porta il titolo: Pedagogia.
I contenuti - definizione, divisione, oggetto e storia della pedagogia; pedagogia morale; il maestro e sua missione; esemplarità di contegno dell’educatore - offrono sufficienti elementi per poter ipotizzare che il giovane Giulio Barberis abbia potuto partecipare ad alcune lezioni tenute dal pedagogista Allievo nell’Università di Torino.
Bisogna precisare, tuttavia, che la partecipazione ipotizzata non sembra che abbia avuto luogo prima del 1876.
Di fatto, nel resoconto autografo del 1875-1876 sullo stato degli ascritti salesiani, il loro maestro aggiunse, in appendice, il rendiconto personale per don Bosco; e, accennandovi al proprio curricolo formativo, affermava: “In pedagogia e studi affini son novizio.
È vero che l’avevo studiato da chierico per prendere poi l’esame di maestro elementare (il quale poi non presi); ma quello l’avevo fatto da fanciullo; ed in quest’anno e mezzo dacché la studio non posso occuparmene sul serio avendo molte cose a cui attendere”.
Gli Appunti di pedagogia
Negli anni seguenti, Barberis ebbe, invece, la possibilità di dedicarsi più seriamente agli studi pedagogici.
Dall’analisi delle fonti da lui utilizzate nell’apprestamento dell’edizione litografata degli Appunti di pedagogia, si evince, infatti, che, nel 1897, il compilatore era giunto ad avere una certa dimestichezza, in particolare, con gli scritti dei due “celebri pedagogisti” segnalati da don Carlos Leòncio nella testimonianza riportata: G. Allievo e G. A. Rayneri.
La lettura e consultazione di determinate opere di questi e di altri autori italiani - nonché, come vedremo, di alcuni noti pedagogisti ed educatori stranieri - si intrecciano con l’attenzione e con il vivo interessamento che Barberis mostra nei confronti degli scritti, della persona e dell’opera di don Bosco, con il quale egli mantenne stretto contatto.
Negli Appunti egli accenna più volte a tale relazione familiare, mantenuta durante quasi tre decade, ritenendola la principale sorgente della personale conoscenza del pensiero pedagogico e dell’esperienza educativa del suo “padre, maestro e fondatore”.
Gli “Appunti di pedagogia” furono pubblicati in formato litografico nel 1897 e destinati soprattutto alla formazione dei giovani ascritti della Società di San Francesco di Sales.
Il compilatore introduce alcune varianti significative nella formulazione del titolo: “Appunti di pedagogia salesiana”; “Appunti di pedagogia sacra, ossia Principi educativi secondo lo spirito del venerabile D. Bosco”; “Appunti di pedagogia secondo lo spirito del venerabile D. Gio. Bosco”; e anche: “Appunti di pedagogia”.
Si tratta, in quest’ultimo caso, di un titolo più breve e comprensivo, coerente con il contenuto dello scritto.
Barberis precisa inoltre che, fino a quel momento (1897), le lezioni si facevano “senza testo determinato, prendendosi ciascun allievo quelle note che gli erano più opportune”.
Ed è perciò - conclude Barberis - che il nostro attuale Superiore, il venerando don Rua, stabilì che esso si pubblicasse.
Michele Rua, primo successore di don Bosco
Un’altra figura salesiana di nome Michele è don Michele Rua, primo successore di don Bosco e sacerdote al quale Paolo VI conferì il titolo di beato il 29 ottobre 1972.
Michele Rua nacque a Torino il 9 giugno 1837, nel popolare quartiere di Borgo Dora dove, nell’arsenale, il padre lavorava e in un alloggio della fabbrica abitava la famiglia.
Nel giro di pochi anni la madre rimase sola con due figli; seguì la terza elementare dai Fratelli delle Scuole Cristiane, chiamati nel borgo, anni prima, dal Marchese Tancredi di Barolo per istruire i bambini del popolo.
Tra i banchi di scuola ci fu l’incontro con don Bosco che intuì, negli occhi del giovane, qualcosa di speciale.
Porgendogli la mano, come era solito fare con tanti ragazzi, gli disse “Noi due faremo tutto a metà”.
Il 28 luglio 1860 Michele Rua venne finalmente ordinato sacerdote.
Tre anni dopo fu mandato ad aprire la prima casa salesiana fuori Torino: un piccolo seminario a Mirabello Monferrato.
Vi stette due anni e tornò in città mentre a Valdocco si costruiva la basilica di Maria Ausiliatrice.
Don Rua divenne il riferimento di molteplici attività, rispondendo persino alle lettere indirizzate a don Bosco.
Lavorava senza soste e nel luglio 1868 sfiorò persino la morte a causa di una peritonite.
Dato per moribondo dai medici, guarì, qualcuno disse per intercessione di Don Bosco e il 7 novembre fu nominato, dal pontefice, vicario con diritto di successione.

L’opera educativa e missionaria di don Rua
Il beato Michele fu un missionario instancabile, fedele interprete del sistema educativo preventivo.
Percorrendo centinaia di chilometri visitò le case della congregazione sparse per il mondo, coordinandole come una sola grande famiglia.
Fu un grande innovatore in campo educativo: oltre alle scuole, in cui introdusse corsi professionali, organizzò ostelli e circoli sociali.
Come responsabile della congregazione affrontava con scrupolo le questioni amministrative che a volte lo portavano ad essere severo con i suoi collaboratori.
Nel 1896 il governo anticlericale dell’Ecuador allontanò dal paese i salesiani, lo stesso accadde in Francia nel 1902.
Nel 1907 in Liguria, a Varazze, si dovette rispondere per vie legali ad alcune pesanti accuse contro la congregazione.
La salute del beato ne rimase seriamente compromessa. Sotto il peso degli anni, fu costretto a letto.
Il suo aiutante, b. Filippo Rinaldi, lo assistette fino all’ultimo.
Morì nella notte tra il 5 e il 6 aprile 1910.
Paolo VI lo beatificò il 29 ottobre 1972, la sua tomba è ora venerata nella cripta della basilica di Maria Ausiliatrice.
La beatificazione secondo Paolo VI
Paolo VI descrisse don Michele Rua come «un esile e consunto profilo di prete, tutto mitezza e bontà, tutto dovere e sacrificio».
Il pontefice lo presentò come il primo successore di don Bosco e come colui che aveva continuato l’opera del fondatore: “figlio, discepolo, imitatore”.
Don Rua aveva fatto “dell’esempio del Santo una scuola, della sua opera personale un’istituzione estesa, si può dire, su tutta la terra; della sua vita una storia, della sua regola uno spirito, della sua santità un tipo, un modello”.
La prodigiosa fecondità della famiglia Salesiana, uno dei maggiori e più significativi fenomeni della perenne vitalità della Chiesa nel secolo scorso e nel nostro, ha avuto in Don Bosco l’origine, in Don Rua la continuità.
È stato questo suo seguace, che fin dagli umili inizi di Valdocco, ha servito l’opera Salesiana nella sua virtualità espansiva, ha capito la felicità della formula, l’ha sviluppata con coerenza testuale, ma con sempre geniale novità.
Don Rua è stato il fedelissimo, perciò il più umile ed insieme il più valoroso dei figli di Don Bosco.
Tradizione, fedeltà e continuità
Don Rua ha inaugurato una tradizione.
Non contestiamo ciò che vi è di salutare e di inevitabile in questo atteggiamento della vita tesa in avanti, che avanza nel tempo, nell’esperienza e nella conquista delle realtà circostanti; ma metteremo sull’avviso circa il pericolo e il danno del ripudio cieco dell’eredità che il passato, mediante una tradizione saggia e selettiva, trasmette alle nuove generazioni.
Non tenendo nel debito conto questo processo di trasmissione, noi potremmo perdere il tesoro accumulato della civiltà, ed essere obbligati a riconoscerci regrediti, non progrediti, e a ricominciare da capo un’estenuante fatica.
Che cosa c’insegna Don Rua? Come ha egli potuto assurgere alla gloria del paradiso e all’esaltazione che oggi la Chiesa ne fa?
Precisamente, come dicevamo, Don Rua c’insegna ad essere dei continuatori; cioè dei seguaci, degli alunni, dei maestri, se volete, purché discepoli d’un superiore Maestro.
Egli insegna ai Salesiani a rimanere Salesiani, figli sempre fedeli del loro fondatore; e poi a tutti egli c’insegna la riverenza al magistero, che presiede al pensiero e alla economia della vita cristiana.
Cristo stesso, come Verbo procedente dal Padre, e come Messia esecutore e interprete della rivelazione a lui relativa, ha detto di Sé: «la mia dottrina non è mia, ma è di Colui che mi ha mandato».
La dignità del discepolo dipende dalla sapienza del Maestro.
L’imitazione nel discepolo non è più passività, né servilità; è fermento, è perfezione.
La capacità dell’allievo di sviluppare la propria personalità deriva infatti da quell’arte estrattiva, propria del precettore, la quale appunto si chiama educazione, arte che guida l’espansione logica, ma libera e originale delle qualità virtuali dell’allievo.
La crescita della famiglia salesiana
La missione che fa grande Don Rua si gemina in due direzioni esteriori distinte, ma che nel cuore di questo poderoso operaio del regno di Dio s’intrecciano e si fondono, come di solito avviene nella forma dell’apostolato che la Provvidenza a lui assegnò: la Congregazione Salesiana e l’oratorio, cioè le opere per la gioventù, e quante altre fanno loro corona.
Qui il nostro elogio dovrebbe rivolgersi alla triplice Famiglia religiosa che da Don Bosco dapprima e poi da Don Rua, con lineare successione ebbe radice, quella dei Sacerdoti Salesiani, quella delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e quella dei Cooperatori Salesiani, ognuna delle quali ebbe meraviglioso sviluppo sotto l’impulso metodico e indefesso del nostro Beato.
Basti ricordare che nel ventennio del suo governo da 64 case salesiane, fondate da Don Bosco durante la sua vita, esse crebbero fino a 314.
Due sacerdoti di nome Michele e Giulio nella diocesi di Prato
Non appartengono alla congregazione salesiana don Michele Di Stefano e don Giulio Vannucci, due sacerdoti ordinati nella diocesi di Prato e spesso accostati nella cronaca per la celebrazione comune dell’ordinazione.
Il Signore non si è scelto manager o super uomini, ma persone semplici e sempre generose.
Carissimi Giulio e Michele, vorremmo sempre sentire il popolo di Dio parlare di voi in questi termini: riconoscendovi non qualità superlative, ma lo zelo ed il fervore di chi anche nel poco mostra un entusiasmo contagioso, sollecitudine, slancio.
È l’augurio che il vescovo Giovanni Nerbini ha rivolto ai due novelli sacerdoti ordinati ieri mattina in cattedrale.
I nuovi preti sono Michele Di Stefano, 39 anni, e Giulio Vannucci, 38 anni, due vocazioni nate nella Chiesa pratese e che all’interno della diocesi sono cresciute e formate, fino ad arrivare al sacramento dell’Ordine.
Alla messa, concelebrata da circa settanta presbiteri, hanno partecipato in tantissimi, provenienti dalle realtà e dalle esperienze di fede frequentante dai due neo sacerdoti.
Michele Di Stefano
Michele Di Stefano è siciliano di Gela, da giovane è stato cuoco e cameriere.
A 19 anni sceglie di fare il carabiniere di leva e viene mandato a Bardonecchia, in alta Val di Susa.
Qui incontra e conosce don Mario Bonacchi, che ha una casa dove accoglie tantissimi ragazzi per le ferie estive.
Il canonico Bonacchi, come veniva chiamato, è stato all’origine di molte vocazioni nella Chiesa pratese.
Michele può essere considerato uno dei suoi ultimi figli spirituali.
Arrivato a Prato nel 2009, due anni dopo la morte del sacerdote pratese, Michele viene accolto dall’allora vescovo Gastone Simoni per frequentare il Seminario e studiare teologia a Firenze.
Attualmente presta servizio alla parrocchia di San Pietro a Mezzana.
“Quello di oggi non è un obiettivo raggiunto, ma l’inizio di un nuovo cammino, anche faticoso, ma ho la certezza di non essere solo e di avere l’aiuto di Dio - dice don Michele Di Stefano - la mia intenzione è quella di stare vicino alla gente che soffre, che si sente sola”.
Giulio Vannucci
Giulio Vannucci è nato a Pistoia, dove ha vissuto fino a otto anni fa, quando ha deciso di entrare a far parte della comunità dei Ricostruttori nella Preghiera di Prato, con sede a Villa del Palco.
Prima di maturare la vocazione ha preso due lauree, in Lettere e in Scienze della formazione, e ha lavorato come insegnante ed educatore.
Ha anche suonato la chitarra a la tastiera in un gruppo folk punk molto attivo in zona, chiamato i Quanti.
“Un periodo nel quale mi sono divertito tantissimo e che non rinnego”, dice don Giulio.
Poi l’incontro con i Ricostruttori e con la figura di padre Guidalberto Bormolini.
Inizia per lui la vita comunitaria e la conseguente scelta del sacerdozio.
Don Giulio ha una folta capigliatura riccia e una lunga barba, tratto distintivo dei membri maschili dei Ricostruttori, comunità conosciuta e apprezzata a Prato per aver realizzato il progetto del borgo Tutto è Vita, un paese abbandonato nel Comune di Cantagallo, rinato dopo essere caduto nell’abbandono.
“Negli ultimi tempi ho fatto il muratore e ho accolto le tante persone venute al borgo, una esperienza bellissima. Per me diventare sacerdote - afferma don Giulio - significa mettersi ancora di più a servizio e prendersi cura di tutto e di tutti”.
Ordinazione diaconi in Cattedrale
Anche per lui in cattedrale erano presenti moltissime persone, tra queste tanti scout, perché il neo sacerdote è la guida spirituale dei gruppi Agesci di Prato insieme al confratello don Matteo Pedrini.
Don Giulio ha celebrato la sua prima messa ieri nella chiesa di Villa del Palco.
Chiesa di Prato in festa per l’ordinazione di due nuovi sacerdoti. Sabato 8 giugno, alle ore 10 in cattedrale, i diaconi Michele Di Stefano e Giulio Vannucci diventeranno preti per le mani del vescovo Giovanni Nerbini.
I due candidati al sacerdozio sono stati ordinati diaconi insieme, lo scorso 18 novembre.
Michele ha 39 anni, è nato a Gela ed è l’ultimo figlio spirituale del canonico Mario Bonacchi, all’origine di numerose vocazioni a Prato.
Durante il servizio di leva come carabiniere a Bardonecchia, conobbe il sacerdote pratese e iniziò il suo discernimento personale, che lo ha portato a entrare nel Seminario pratese.
Giulio ha 38 anni, è pistoiese, fa parte dei Ricostruttori nella Preghiera e appartiene alla comunità di Villa del Palco.
È laureato in Lettere e in Scienze della formazione primaria, ed è impegnato nella ricostruzione del borgo TuttoèVita sull’appennino pratese.