Sacerdote condannato a sette anni e riabilitato dalla Chiesa: differenze tra giustizia penale e canonica

La vicenda di don Luciano Massaferro mostra come una condanna definitiva della giustizia italiana possa coesistere con una successiva riabilitazione nell’ordinamento ecclesiastico. L’ex parroco di Alassio era stato condannato in Cassazione a 7 anni e 8 mesi di carcere per aver molestato una chierichetta della chiesa di San Vincenzo nel 2009, mentre il Tribunale regionale ecclesiastico ha stabilito che «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti».

La riabilitazione canonica non ha annullato né modificato la condanna penale italiana. Resta immutata la posizione del sacerdote Luciano Massaferro come venne disposto a suo tempo nella sentenza penale della magistratura italiana.

La condanna penale di don Luciano Massaferro

L’ex parroco di San Vincenzo e San Giovanni di Alassio aveva finito di scontare la sua pena il 5 marzo 2016. Nel 2012 era stato condannato a 7 anni e 8 mesi di carcere nel in Cassazione.

L’arresto del sacerdote, da parte della squadra mobile della questura di Savona e del commissariato di Alassio, però risale al 29 dicembre 2009. L’ex parroco aveva trascorso un certo periodo di detenzione nelle carceri di Sanremo e La Spezia, quindi ai domiciliari nel convento di Diano Castello.

Dal 2015 era stato affidato in prova alla Casa della Carità di Imperia. Nella struttura gestita dalla Diocesi di Albenga e Imperia, don Luciano Massaferro lavorava come addetto allo smistamento degli aiuti alimentari per le persone bisognose.

Avrebbe dovuto espiare la pena fino all’estate 2017 ma ha usufruito di uno sconto per «buona condotta»: 45 giorni ogni 6 mesi scontati. Alla fine ha espiato 6 anni e 2 mesi.

«Sono libero dopo aver pregato il Signore per sette anni» aveva confidato il sacerdote agli amici e collaboratori più stretti una volta espiata la pena. Durante la detenzione il prete aveva scritto 100 lettere ribadendo la sua innocenza e ora il «Tribunale della Chiesa» ha confermato la sua tesi.

La riabilitazione da parte della Chiesa

Riabilitato «don Lu», l’ex parroco di Alassio condannato in Cassazione a 7 anni e 8 mesi di carcere per aver molestato una chierichetta della chiesa di San Vincenzo nel 2009.

Lo ha comunicato ieri mattina, nel corso dell’Assemblea del Clero, monsignor Guglielmo Borghetti dopo aver ricevuto una comunicazione ufficiale del cardinale Angelo Bagnasco circa la sentenza pronunciata dal Tribunale regionale ecclesiastico.

Il testo recita che il sacerdote Luciano Massaferro «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti» e che pertanto debbano cessare le pene cautelative imposte dal vescovo di Albenga- Imperia.

Dopo quattro anni di processo penale canonico, tra prove raccolte e testimonianze acquisite, su segnalazione della Congregazione per la dottrina della fede, i giudici ecclesiastici hanno «assolto» il sacerdote alassino.

Con la sentenza canonica di assoluzione il sacerdote Luciano Massaferro può tornare a celebrare pubblicamente la Santa Messa e i Sacramenti della vita cristiana. Il vescovo diocesano Guglielmo Borghetti ha prospettato, in pieno accordo con il sacerdote, un suo reintegro graduale nel ministero pastorale e nella vita diocesana.

«Auspico che la sentenza canonica sia accolta con animo sereno dai fedeli che in questi anni hanno seguito l’intera vicenda», ha detto il presule.

Giustizia penale e giustizia canonica

Nel frattempo, secondo le disposizioni ecclesiastiche, si è aperto anche il procedimento canonico, che prescinde - è bene ricordarlo - dall’esito di quello della giustizia italiana.

La distinzione tra i due procedimenti spiega perché la riabilitazione canonica non abbia cancellato la condanna penale. La sentenza ecclesiastica riguarda infatti la valutazione del caso nell’ordinamento della Chiesa e le conseguenze sul ministero sacerdotale, mentre la sentenza della magistratura italiana resta valida nell’ordinamento statale.

La sentenza canonica di assoluzione ha quindi consentito al sacerdote di tornare a celebrare pubblicamente la Santa Messa e i Sacramenti della vita cristiana, senza modificare la posizione stabilita dalla magistratura italiana.

Il procedimento penale e canonico in un’altra vicenda

Una diversa vicenda riguarda don Ciro Panigada, sacerdote bresciano accusato di abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi che frequentavano le parrocchie in cui prestava servizio. Lo ha stabilito il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia al termine del processo celebrato con rito abbreviato.

L'imputato, 49 anni, era accusato di episodi avvenuti tra il 2011 e il 2014 ai danni di sette minori, all'epoca di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, nelle parrocchie di Adro e di San Paolo, in provincia di Brescia.

Secondo l'accusa, il sacerdote avrebbe compiuto e fatto compiere ai ragazzi atti di natura sessuale approfittando del rapporto di fiducia instaurato nell'ambito delle attività parrocchiali. Le presunte vittime, pur non avendo presentato denuncia, hanno confermato i fatti durante le indagini.

Il giudice ha pronunciato una sentenza di condanna per parte delle contestazioni, mentre per altri cinque episodi ha dichiarato il non luogo a procedere. La Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi.

Gli episodi contestati a don Ciro Panigada

Don Ciro Panigara è stato condannato a cinque anni. Il sacerdote è accusato di violenza sessuale su sette ragazzini dagli 11 ai 13 anni di Adro e San Paolo.

I fatti sarebbero accaduti in due momenti. Don Panigara era stato parroco prima in Franciacorta, poi nella Bassa Bresciana. E qui si è dimesso dopo il racconto di un ragazzino del paese.

Al religioso erano stati contestati nove episodi. Per cinque il gup ha dichiarato il non luogo a procedere. Quattro casi invece sono stati presi in considerazione.

Don Panigara era imputato per aver indotto alcuni giovani parrocchiani a toccarlo nelle parti intime e per averli palpeggiati. Vittime che, pur non avendo mai sporto denuncia formale, hanno confermato le accuse durante le indagini preliminari.

La difesa ha annunciato ricorso in appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari dall'aprile 2025.

Le prove e la testimonianza del vescovo

Per don Panigara il pm Ines Bellesi aveva chiesto sei anni e otto mesi di carcere. Il pm non solo ha raccolto le dichiarazioni dei ragazzi ma ha anche prodotto le copie forensi di pc, tablet e telefono del don.

Non solo: ha anche presentato la testimonianza di monsignor Luciano Monari, vescovo quando ad Adro emersero i dubbi sulla condotta del prete. Fu lui a rimuovere don Panigara dall’incarico dopo le voci relative alle molestie per cui è stato ora processato.

Nel corso delle indagini, la Procura ha acquisito anche il contenuto dei dispositivi elettronici in uso al sacerdote e raccolto, tra gli altri elementi, la testimonianza dell'allora vescovo della diocesi, che aveva rimosso il religioso dall'incarico dopo le prime segnalazioni.

Prescrizione e qualificazione giuridica

A incidere in modo decisivo sulla sentenza sarebbero state, in primo luogo, le lancette dell’orologio: i fatti contestati al sacerdote risalgono infatti al 2011 e ai primi mesi del 2012, un lasso di tempo che ha fatto scattare la prescrizione per diversi episodi.

A ridefinire la portata del verdetto avrebbe contribuito anche la qualificazione giuridica dei reati. Il giudice avrebbe infatti riconosciuto l’attenuante della "particolare tenuità" del fatto.

Sulla determinazione della pena potrebbero aver inciso la prescrizione di alcuni fatti risalenti al 2011 e all'inizio del 2012 e la diversa qualificazione giuridica di alcune condotte.

Sarà necessario attendere i 90 giorni stabiliti dal gup Stefano Franchioni per il deposito delle motivazioni. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.

La posizione della Diocesi di Brescia

Intanto la Diocesi di Brescia esprime "vicinanza e solidarietà alle vittime di questa dolorosa vicenda, che ha provocato e provoca dolore e tristezza nell’intera comunità". La Curia si offre di "ascoltare e prendere in carico le vittime".

Intanto, la Diocesi di Brescia esprime "rammarico per la vicenda" e ribadisce il proprio impegno a sostegno delle vittime e nella collaborazione con la magistratura.

In una nota diffusa oggi, si sottolineano "vicinanza e solidarietà a tutte le persone coinvolte in questa dolorosa vicenda, che ha provocato e provoca dolore e tristezza nell'intera comunità".

Il significato ecclesiale della riconciliazione

« Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera ».

È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l'appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore.

È chiamato sacramento della Confessione poiché l'accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una « confessione », riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l'uomo peccatore.

È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l'assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ». È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l'amore di Dio che riconcilia: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20).

La conversione e la fragilità umana

Bisogna rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è fatto nei sacramenti dell'iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per colui che si è rivestito di Cristo.

L'apostolo san Giovanni però afferma anche: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Gv 1,8). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: « Perdonaci i nostri peccati » (Lc 11,4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe.

La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi « santi e immacolati al suo cospetto » (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, Sposa di Cristo, è « santa e immacolata » (Ef 5,27) davanti a lui.

Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell'iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo.

La conversione dei battezzati

Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell'annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15).

Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione.

Ora, l'appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che « comprende nel suo seno i peccatori » e che, « santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ».

Questo sforzo di conversione non è soltanto un'opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito » attirato e mosso dalla grazia a rispondere all'amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.

La penitenza interiore

Come già nei profeti, l'appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore.

Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all'espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.

La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un'avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse.

Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell'aiuto della sua grazia.

Le forme della penitenza nella vita cristiana

La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l'elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri.

Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l'intercessione dei santi e la pratica della carità che « copre una moltitudine di peccati » (1 Pt 4,8).

La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l'esercizio e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l'esame di coscienza, la direzione spirituale, l'accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia.

Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.

Peccato, perdono e comunione ecclesiale

Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con lui. Nello stesso tempo esso attenta alla comunione con la Chiesa.

Per questo motivo la conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa, ciò che il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione esprime e realizza liturgicamente.

Dio solo perdona i peccati. Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: « Il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati » (Mc 2,10) ed esercita questo potere divino: « Ti sono rimessi i tuoi peccati! » (Mc 2,5).

Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini affinché lo esercitino nel suo nome.

Il ruolo della Chiesa nella riconciliazione

Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue.

Ha tuttavia affidato l'esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18).

L'Apostolo è inviato « nel nome di Cristo », ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20).

Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l'effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi.

La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile dalla riconciliazione con Dio.

Il sacramento della Penitenza

Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale.

A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come « la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta ».

La distinzione tra assoluzione canonica e riabilitazione nel ministero, da una parte, e condanna penale, dall’altra, rimane essenziale per comprendere la vicenda di don Luciano Massaferro: la Chiesa può revocare le pene cautelative e prospettare un reintegro pastorale, mentre la sentenza della magistratura italiana conserva i propri effetti nell’ordinamento statale.

noimgs

tags: #sacerdote #condannato #a #sette #anni #e