Ruperto di Deutz fu un monaco benedettino del dodicesimo secolo, scrittore fecondo e autore di numerose opere esegetiche, teologiche e monastiche. Nei suoi commenti alla Bibbia, Cristo è sempre al centro: l’intera Scrittura costituisce per lui un unico libro, orientato verso il Verbo divino e capace di rivelare l’unità della storia della salvezza.
La sua esegesi appartiene al metodo allegorico-morale dell’alto Medioevo, ma presenta anche una notevole originalità. Ruperto interpreta l’Antico e il Nuovo Testamento come un cammino che va dalla creazione alla consumazione finale dei tempi, legge il Cantico dei Cantici in riferimento a Maria santissima e individua nei testi biblici il fondamento di una riflessione sulla Trinità, sull’Incarnazione, sulla Chiesa, sulla liturgia e sulla vita spirituale.
La vita e la formazione monastica
Ruperto di Deutz, nato nei dintorni di Liegi verso il 1076, divenne monaco nel monastero di San Lorenzo, alle porte di Liegi. Ancora bambino, egli fu accolto come “oblato” nel monastero benedettino di San Lorenzo a Liegi, secondo l’usanza dell’epoca di affidare uno dei figli all’educazione dei monaci, intendendo farne un dono a Dio.
Ruperto amò sempre la vita monastica. Apprese ben presto la lingua latina per studiare la Bibbia e per godere delle celebrazioni liturgiche. Si distinse per l’integerrima dirittura morale e per il forte attaccamento alla Sede di san Pietro.
Giovanissimo entrò come oblato nell’abbazia benedettina di S. Lorenzo a Liegi. Allorché questa fu coinvolta nella lotta delle investiture, il R. - secondo quanto egli stesso racconta nel Chronicon S. Laurentii Leodiensis - dovette andare esule nella Francia settentrionale (1091-95) insieme con l’abate Berengario.
I suoi tempi erano segnati da contrasti tra il Papato e l’Impero, a causa della cosiddetta “lotta delle investiture”, con la quale - come ho accennato in altre Catechesi - il Papato voleva impedire che la nomina dei Vescovi e l’esercizio della loro giurisdizione dipendessero dalle autorità civili, che erano guidate per lo più da motivazioni politiche ed economiche, non certo pastorali.
Il Vescovo di Liegi, Otberto, resisteva alle direttive del Papa e mandò in esilio Berengario, abate del monastero di San Lorenzo, proprio per la sua fedeltà al Pontefice. In tale monastero viveva Ruperto, il quale non esitò a seguire il suo Abate in esilio e solo quando il Vescovo Otberto rientrò in comunione con il Papa fece ritorno a Liegi e accettò di diventare sacerdote.
Fino a quel momento, infatti, aveva evitato di ricevere l’ordinazione da un Vescovo in dissenso con il Papa. Ruperto ci insegna che quando sorgono controversie nella Chiesa, il riferimento al ministero petrino garantisce fedeltà alla sana dottrina e dona serenità e libertà interiore.
Da giovane compose varî inni; divenuto sacerdote, dopo il 1106, si dedicò a studî teologici ed esegetici, dei quali il primo fu il De divinis officiis, molto importante per la storia della liturgia.
Dopo la disputa con Otberto, egli dovette abbandonare il suo monastero ancora due volte. Nel 1116 gli avversari lo vollero addirittura processare. Benché assolto da ogni accusa, Ruperto preferì recarsi per un certo tempo a Siegburg, ma poiché le polemiche non erano ancora cessate quando fece ritorno nel monastero di Liegi, decise di stabilirsi definitivamente in Germania.
Morto Berengario nel 1113, si trasferì nell’abbazia di Siegburg, per invito dell’abbate Kuno suo amico. A Siegburg lo raggiunse la nomina di Federico arcivescovo di Colonia, che nel 1120 lo elesse abbate del monastero di Deutz.
Nel 1121 l’arcivescovo Federico lo nominò abate del monastero benedettino di San Eriberto a Deutz. Nominato abate di Deutz nel 1120, vi rimase fino al 1129, anno della sua morte. Se ne allontanò solo per un pellegrinaggio a Roma, nel 1124.
Ruperto rimase nella cittadina tedesca, finché si spense il 4 marzo 1129. Secondo un’altra indicazione biografica, morì nel 1135 o 1136. In sostanza il R. rappresenta l’indirizzo benedettino-cluniacense dell’alto Medioevo.
Il profilo degli studi biblici
Scrittore fecondo, Ruperto ha lasciato numerosissime opere, ancora oggi di grande interesse, anche perché egli fu attivo in varie e importanti discussioni teologiche del tempo. Scrittore di sorprendente fecondità e audacia, nelle sue numerose opere toccò temi prevalentemente esegetici, teologici e monastici.
L’itinerario attraverso gli scritti di Ruperto qui proposto parte da uno dei temi a lui più cari, quello delle Scritture e della parola di Dio, si snoda attraverso altri temi ricorrenti nella sua riflessione teologica e spirituale a partire dai testi biblici, e giunge a presentare il rapporto del credente con Dio quale intima partecipazione alla vita di Dio stesso, familiarità che trova il suo compimento nel frutto della carità e dell’edificazione ecclesiale.
Nel campo della teologia dogmatica il R. mostra una mira costante verso l’unità sistematica, per cui Cristo è il centro di tutte le vicende del mondo. In esegesi egli rappresenta il metodo allegorico-morale dell’alto Medioevo.
| Opera | Ambito principale |
|---|---|
| De divinis officiis | Liturgia e teologia sacramentaria |
| De Trinitate et operibus eius | Interpretazione dell’Eptateuco, dei Profeti e dei Vangeli |
| De gloria et honore Filii hominis | Commento parziale al Vangelo di Matteo |
| De victoria Verbi Dei | Teologia della vittoria del Verbo divino |
| In Canticum Canticorum | Interpretazione allegorica e mariologica del Cantico dei Cantici |
| Commento a Giovanni | Esegesi evangelica |
| De voluntate Dei | Volontà divina e problema del male |
| De omnipotentia Dei | Onnipotenza di Dio e origine del male |
La Scrittura come unico libro orientato a Cristo
Cristo è sempre al centro delle spiegazioni esegetiche fornite da Ruperto nei suoi commenti ai Libri della Bibbia, ai quali si dedicò con grande diligenza e passione. Egli ritrova così un’unità mirabile in tutti gli eventi della storia della salvezza, dalla creazione sino alla consumazione finale dei tempi.
“Tutta la Scrittura”, egli afferma, “è un solo libro, che tende allo stesso fine [il Verbo divino]; che viene da un solo Dio e che è stato scritto da un solo Spirito” (De glorificatione Trinitatis et processione Sancti Spiritus I,V, PL 169, 18).
Questa affermazione riassume il principio fondamentale della sua ermeneutica biblica. La pluralità dei libri, degli autori e degli eventi non elimina l’unità profonda della rivelazione: l’intera Bibbia viene ricondotta a un solo disegno, a un solo Dio e a un unico centro, il Verbo divino.
La storia della salvezza è letta come un organismo unitario, nel quale la creazione, le promesse, la vicenda d’Israele, la venuta del Figlio, la vita della Chiesa e il compimento finale sono ordinati alla manifestazione di Cristo.
Il suo metodo non consiste soltanto nella ricerca del significato letterale dei testi, ma nella percezione delle corrispondenze spirituali che collegano le diverse parti della Scrittura. Gli eventi biblici diventano così figure e anticipazioni di realtà ulteriori, soprattutto del mistero di Cristo e della vita della Chiesa.
L’interpretazione biblica di Ruperto nasce dall’intreccio tra studio, liturgia, preghiera e contemplazione. Come tutti i rappresentanti della teologia monastica, egli ha saputo coniugare lo studio razionale dei misteri della fede con l’orazione e con la contemplazione, considerata il vertice di ogni conoscenza di Dio.

De Trinitate et operibus eius
Il De Trinitate et operibus eius, che è un’interpretazione dell’Eptateuco, dei Profeti, e dei Vangeli, come rivelazione delle tre Persone divine, contiene molti tratti di teologia storica.
L’opera interpreta gli eventi biblici alla luce dell’azione trinitaria di Dio. La storia della rivelazione non è considerata una semplice successione di episodi, ma il dispiegarsi delle opere del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La lettura dell’Eptateuco, dei Profeti e dei Vangeli permette a Ruperto di mettere in rapporto le diverse fasi della storia sacra. L’Antico Testamento non viene separato dal Nuovo, perché entrambi appartengono all’unico disegno nel quale il Verbo conduce la creazione verso il suo compimento.
Il legame tra esegesi e teologia storica è particolarmente significativo: commentare la Bibbia significa anche comprendere il modo in cui Dio agisce nel tempo. La storia diventa quindi il luogo della rivelazione progressiva dell’identità divina e della destinazione cristologica dell’umanità.
La centralità dell’Incarnazione
Come altri teologi del Medioevo, anche Ruperto si domandava: perché il Verbo di Dio, il Figlio di Dio, si è fatto uomo? Alcuni, molti, rispondevano spiegando l’incarnazione del Verbo con l’urgenza di riparare il peccato dell’uomo.
Ruperto, invece, con una visione cristocentrica della storia della salvezza, allarga la prospettiva, e in una sua opera intitolata La glorificazione della Trinità sostiene la posizione che l’Incarnazione, evento centrale di tutta la storia, era stata prevista sin dall’eternità, anche indipendentemente dal peccato dell’uomo, affinché tutta la creazione potesse dare lode a Dio Padre e amarlo come un’unica famiglia radunata attorno a Cristo, il Figlio di Dio.
In questa prospettiva, l’Incarnazione non è soltanto una risposta al peccato, ma il centro originario del progetto divino. Tutta la creazione è orientata verso Cristo e trova in lui la propria unità, la propria destinazione e la propria possibilità di partecipare alla vita di Dio.
Egli vede allora nella donna incinta dell’Apocalisse l’intera storia dell’umanità, che è orientata a Cristo, così come il concepimento è orientato al parto, una prospettiva che sarà sviluppata da altri pensatori e valorizzata anche dalla teologia contemporanea, la quale afferma che tutta la storia del mondo e dell’umanità è concepimento orientato al parto di Cristo.
La figura apocalittica della donna incinta diventa così una rappresentazione della storia universale. L’umanità porta in sé un orientamento verso il compimento, e il compimento è identificato con la manifestazione piena di Cristo.
Il commento ai Vangeli
Tra le opere esegetiche di Ruperto occupano un posto importante i commenti evangelici. Il De gloria et honore Filii hominis è un commento parziale al Vangelo di Matteo.
Ruperto stesso parla della propria vita in una delle sue opere più importanti, intitolata La gloria e l’onore del Figlio dell’uomo, che è un commento parziale al Vangelo di Matteo.
Il titolo dell’opera concentra l’attenzione sulla figura del Figlio dell’uomo e sulla sua gloria. La lettura di Matteo viene quindi inserita nel più ampio movimento della storia della salvezza, nel quale la passione, l’umiliazione e l’esaltazione di Cristo fanno parte dell’unico disegno del Verbo.
La sua migliore opera esegetica è il commento a Giovanni. Il quarto Vangelo offriva a Ruperto un testo particolarmente adatto alla contemplazione del mistero del Verbo, della sua preesistenza, della sua incarnazione e della sua presenza nella vita dei credenti.
Il commento giovanneo rappresenta il vertice della sua attività esegetica. In esso la lettura del testo evangelico si unisce alla ricerca della profondità teologica, alla contemplazione del mistero di Cristo e alla comprensione dell’unità tra il Verbo eterno e la storia umana.
Il Cantico dei Cantici e l’interpretazione mariana
Nell’interpretazione della Bibbia, Ruperto non si limita a ripetere l’insegnamento dei Padri, ma mostra una sua originalità. Egli, per esempio, è il primo scrittore che ha identificato la sposa del Cantico dei Cantici con Maria santissima.
La spiegazione del Cantico dei Cantici è un’applicazione allegorica a Maria Vergine. Così il suo commento a questo libro della Scrittura si rivela una sorta di summa mariologica, in cui sono presentati i privilegi e le eccellenti virtù di Maria.
Ruperto interpreta la sposa del Cantico come figura di Maria, nella quale si raccolgono la purezza, l’umiltà, l’integrità e la piena disponibilità al disegno di Dio. L’immagine sponsale non è quindi limitata al rapporto tra l’anima e Dio, ma viene applicata alla persona concreta della Vergine.
In uno dei passaggi più ispirati del suo commento Ruperto scrive: “O dilettissima tra le dilette, Vergine delle vergini, che cosa loda in te il tuo Figlio diletto, che l’intero coro degli angeli esalta? Vengono lodate la semplicità, la purezza, l’innocenza, la dottrina, il pudore, l’umiltà, l’integrità della mente e della carne, vale a dire l’incorrotta verginità” (In Canticum Canticorum 4,1-6, CCL 26, pp. 69-70).
L’interpretazione mariana del Cantico di Ruperto è un felice esempio della sintonia tra liturgia e teologia. Infatti, vari brani di questo Libro biblico erano già usati nelle celebrazioni liturgiche delle feste mariane.
La liturgia offriva dunque il contesto concreto nel quale la lettura mariana del Cantico poteva essere ascoltata, celebrata e approfondita. La teologia di Ruperto non si sviluppa separatamente dalla preghiera della Chiesa, ma nasce anche dalla familiarità con i testi proclamati nelle celebrazioni.
Maria e la Chiesa
Ruperto, inoltre, ha cura di inserire la sua dottrina mariologica in quella ecclesiologica. In altri termini, egli vede in Maria santissima la parte più santa della Chiesa intera.
Maria non è considerata soltanto come una figura individuale, separata dal popolo dei credenti. In lei è rappresentata la Chiesa nella sua forma più pura e compiuta, perché la Vergine manifesta ciò che la Chiesa è chiamata a essere nella sua fedeltà a Cristo.
Ecco perché il mio venerato predecessore, il Papa Paolo VI, nel discorso di chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II, proclamando solennemente Maria Madre della Chiesa, citò proprio una proposizione tratta dalle opere di Ruperto, che definisce Maria portio maxima, portio optima - la parte più eccelsa, la parte migliore della Chiesa (cfr. In Apocalypsim 1.7, PL 169,1043).
La lettura del Cantico dei Cantici conduce così a una visione nella quale mariologia ed ecclesiologia si illuminano reciprocamente. Maria è la parte più santa della Chiesa e, nello stesso tempo, la figura nella quale la Chiesa riconosce la propria vocazione alla purezza, all’obbedienza e alla comunione con Cristo.
La liturgia come chiave dell’esegesi
Il primo studio teologico ed esegetico di Ruperto fu il De divinis officiis, molto importante per la storia della liturgia. L’opera mostra come la celebrazione cristiana sia un luogo privilegiato per comprendere la continuità tra la Scrittura, il mistero di Cristo e la vita della Chiesa.
La sua esegesi non è quindi un’attività puramente accademica. Il testo biblico viene letto nella trama della liturgia, dove le parole della Scrittura diventano preghiera, memoria della salvezza e partecipazione al mistero celebrato.
L’interpretazione mariana del Cantico di Ruperto è un felice esempio della sintonia tra liturgia e teologia. Infatti, vari brani di questo Libro biblico erano già usati nelle celebrazioni liturgiche delle feste mariane.
La liturgia consente di riconoscere l’unità tra il testo biblico e l’esperienza ecclesiale. Per Ruperto, i testi della Scrittura non sono soltanto oggetti di spiegazione, ma parole vive che formano il corpo della Chiesa e orientano i credenti alla contemplazione di Cristo.
Il realismo eucaristico e la lettura biblica
Ruperto intervenne con determinazione nella controversia eucaristica, che nel 1077 aveva condotto alla condanna di Berengario di Tours. Questi aveva dato un’interpretazione riduttiva della presenza di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia, definendola solo simbolica.
Nel linguaggio della Chiesa non era entrato ancora il termine “transustanziazione”, ma Ruperto, adoperando a volte espressioni audaci, si fece deciso sostenitore del realismo eucaristico e, soprattutto in un’opera intitolata De divinis officiis (Gli offici divini), affermò con decisione la continuità tra il Corpo del Verbo incarnato di Cristo e quello presente nelle Specie eucaristiche del pane e del vino.
L’interesse di questo tema per gli studi biblici risiede nel rapporto tra il Verbo incarnato, la parola della Scrittura e il sacramento. La presenza di Cristo nell’Eucaristia viene compresa all’interno dell’intero disegno biblico, nel quale il Verbo si manifesta, entra nella storia e continua a essere presente nella vita della Chiesa.
Il realismo eucaristico non costituisce dunque un elemento isolato della teologia di Ruperto. Esso è collegato alla sua concezione cristocentrica: lo stesso Cristo che è il centro della Scrittura è realmente presente nel sacramento.
Il problema del male e la lettura della Genesi
Un’altra controversia, nella quale l’abate di Deutz fu coinvolto, riguarda il problema della conciliazione della bontà e dell’onnipotenza di Dio con l’esistenza del male. Se Dio è onnipotente e buono, come si spiega la realtà del male?
Ruperto infatti reagì alla posizione assunta dai maestri della scuola teologica di Laon, che con una serie di ragionamenti filosofici distinguevano nella volontà di Dio l’“approvare” e il “permettere”, concludendo che Dio permette il male senza approvarlo e, dunque, senza volerlo.
Ruperto, invece, rinuncia all’uso della filosofia, che ritiene inadeguata di fronte a un problema così grande, e rimane semplicemente fedele alla narrazione biblica. Egli parte dalla bontà di Dio, dalla verità che Dio è sommamente buono e non può che volere il bene.
Così egli individua l’origine del male nell’uomo stesso e nell’uso sbagliato della libertà umana. Quando Ruperto affronta questo argomento, scrive delle pagine piene di afflato religioso per lodare la misericordia infinita del Padre, la pazienza e la benevolenza di Dio verso l’uomo peccatore.
Il problema del male viene quindi affrontato a partire dalla narrazione biblica e non soltanto mediante distinzioni concettuali. La libertà umana, la bontà originaria di Dio e la realtà del peccato vengono ricondotte alla trama della storia sacra.
Le opere De voluntate Dei e De omnipotentia Dei appartengono al periodo delle controversie con Anselmo di Laon e Guglielmo di Champeaux sull’origine del male in relazione a Dio.
La visione cristocentrica della storia della salvezza
La teologia esegetica di Ruperto si distingue per la costante ricerca di un centro unitario. Cristo è il centro di tutte le vicende del mondo, e l’interpretazione dei singoli libri biblici acquista il suo significato pieno quando viene inserita nel movimento complessivo della storia della salvezza.
Egli ritrova così un’unità mirabile in tutti gli eventi della storia della salvezza, dalla creazione sino alla consumazione finale dei tempi. La creazione stessa viene letta come il primo momento di un cammino diretto verso il Verbo incarnato.
La prospettiva cristocentrica impedisce di separare l’Antico Testamento dal Nuovo e di considerare i diversi libri biblici come testimonianze indipendenti. Ogni parte della Scrittura partecipa all’unico disegno che trova in Cristo il proprio principio e il proprio compimento.
La storia dell’umanità viene così interpretata come un processo orientato. L’immagine della donna incinta dell’Apocalisse esprime il carattere dinamico della storia: essa porta in sé una promessa e tende verso una nascita, verso la manifestazione di Cristo.
Il metodo allegorico-morale
In esegesi Ruperto rappresenta il metodo allegorico-morale dell’alto Medioevo. Il testo biblico viene letto non soltanto per ricostruire ciò che è accaduto, ma per riconoscere il significato spirituale degli eventi e il loro rapporto con la vita del credente.
L’allegoria consente di mettere in relazione persone, eventi e immagini bibliche con il mistero di Cristo, con la Chiesa e con il cammino interiore dell’uomo. La morale non è separata dalla dottrina: la comprensione del testo conduce alla conversione, alla contemplazione e alla partecipazione alla vita divina.
Questa metodologia appare con particolare evidenza nel commento al Cantico dei Cantici, nella lettura dell’Apocalisse e nell’interpretazione dei libri storici dell’Antico Testamento. Il senso spirituale non cancella il testo, ma lo apre alla pienezza del disegno salvifico.
La lettura allegorica di Ruperto è inoltre sostenuta dalla convinzione che la Bibbia sia un testo unitario. Poiché tutta la Scrittura proviene da un solo Dio e da un solo Spirito, le immagini e gli eventi dei diversi libri possono essere messi in rapporto tra loro.
Scrittura, contemplazione e esperienza mistica
Come tutti i rappresentanti della teologia monastica, Ruperto ha saputo coniugare lo studio razionale dei misteri della fede con l’orazione e con la contemplazione, considerata il vertice di ogni conoscenza di Dio.
La conoscenza biblica non si compie soltanto nella spiegazione intellettuale. Lo studio deve condurre alla contemplazione, e la contemplazione deve approfondire la comprensione della parola di Dio.
Egli stesso parla qualche volta delle sue esperienze mistiche, come quando confida l’ineffabile gioia di aver percepito la presenza del Signore: “In quel breve momento - egli afferma - ho sperimentato quanto sia vero ciò che egli stesso dice: Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (De gloria et honore Filii hominis. Super Matthaeum 12, PL 168, 1601).
La sua esperienza spirituale mostra il legame tra esegesi e trasformazione interiore. La parola biblica conduce alla conoscenza di Cristo e, nello stesso tempo, rende il credente capace di riconoscere la sua presenza.
Le principali opere e i loro ambiti
La produzione di Ruperto comprende opere esegetiche, teologiche, liturgiche, storiche e monastiche. La varietà dei generi non elimina la coerenza dell’insieme, perché tutti gli scritti sono attraversati dalla ricerca dell’unità cristocentrica.
- De divinis officiis: opera di grande importanza per la storia della liturgia e per la riflessione sul mistero eucaristico.
- De Trinitate et operibus eius: interpretazione dell’Eptateuco, dei Profeti e dei Vangeli come rivelazione delle tre Persone divine.
- De gloria et honore Filii hominis: commento parziale al Vangelo di Matteo.
- De victoria Verbi Dei: opera collegata alla teologia della vittoria del Verbo divino.
- In Canticum Canticorum: commento allegorico e mariologico al Cantico dei Cantici.
- Commento a Giovanni: considerato la sua migliore opera esegetica.
- De voluntate Dei: riflessione sulla volontà divina e sul problema del male.
- De omnipotentia Dei: riflessione sull’onnipotenza di Dio e sull’origine del male.
- De incendio oppidi Tuitii: trattazione dell’incendio di Deutz del 25 agosto 1128.
- Vita Heriberti: opera di carattere storico e agiografico.
- Spiegazione della Regola di San Benedetto: riflessione sui punti controversi fra benedettini e nuovi ordini dei cisterciensi e dei premostratensi.
D’argomento storico sono il De incendio oppidi Tuitii, che tratta dell’incendio di Deutz del 25 agosto 1128, la Vita Heriberti e la spiegazione della Regola di S. Benedetto, che tratta dei punti controversi fra i benedettini e i nuovi ordini dei cisterciensi e dei premostratensi.
Ruperto nella tradizione benedettina
Ruperto rappresenta l’indirizzo benedettino-cluniacense dell’alto Medioevo. La sua opera conserva i tratti fondamentali della teologia monastica: centralità della liturgia, lettura spirituale della Scrittura, equilibrio tra dottrina e preghiera, attenzione alla vita comunitaria e interpretazione della storia alla luce di Cristo.
La sua formazione benedettina non è un semplice elemento biografico, ma la matrice del suo metodo teologico. Il monastero è il luogo nel quale la Scrittura viene studiata, cantata, celebrata e trasformata in forma di vita.
La spiegazione della Regola di San Benedetto mostra inoltre l’interesse di Ruperto per la continuità della tradizione monastica e per i rapporti con i nuovi ordini dei cisterciensi e dei premostratensi. La riflessione sulla vita religiosa si inserisce nel più ampio tema della fedeltà alla vocazione cristiana e della costruzione ecclesiale.
L’importanza di Ruperto per gli studi biblici
Ruperto di Deutz occupa un posto significativo nella storia dell’esegesi medievale perché unisce ampiezza della produzione, audacia interpretativa e forte coerenza teologica. La Bibbia viene da lui considerata come una realtà organica, nella quale ogni libro contribuisce alla rivelazione del Verbo.
La sua originalità emerge soprattutto nella lettura mariana del Cantico dei Cantici, nella centralità accordata all’Incarnazione e nella capacità di collegare esegesi, liturgia, dottrina trinitaria, ecclesiologia e spiritualità.
La sua interpretazione della Scrittura non si limita a riproporre l’insegnamento dei Padri. Ruperto sviluppa una visione personale, nella quale l’unità della Bibbia viene percepita come unità della storia, della liturgia e della vita della Chiesa.
Il suo contributo consiste anche nella convinzione che lo studio biblico debba condurre a un incontro con Cristo. La parola di Dio non è soltanto una testimonianza del passato, ma il luogo nel quale il credente è chiamato a riconoscere la presenza del Signore e a partecipare alla sua vita.
Anche noi possiamo, ognuno nel suo modo proprio, incontrare il Signore Gesù, che incessantemente accompagna il nostro cammino, si fa presente nel Pane eucaristico e nella sua Parola per la nostra salvezza.