«Va’ e ripara la mia chiesa»: San Francesco e il Crocifisso di San Damiano

Il messaggio «Francesco, va e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» segnò la conversione di Francesco d’Assisi e divenne il centro della sua vocazione. In un primo momento egli interpretò quelle parole in senso concreto, dedicandosi alla riparazione della chiesa di San Damiano; in seguito comprese che la «casa» da restaurare era soprattutto la Chiesa, cioè la comunità dei credenti, e che il rinnovamento doveva cominciare dal proprio cuore.

San Damiano fu quindi il luogo dell’incontro tra Francesco e il Cristo crocifisso, della rottura con il padre Pietro di Bernardone, della nascita della sua missione e, più tardi, della composizione del Cantico delle Creature. Qui vissero Chiara e le Povere Dame, e qui il corpo stimmatizzato di Francesco fu mostrato alle sorelle la mattina del 4 ottobre 1226.

Crocifisso di San Damiano ad Assisi

La chiesa di San Damiano e il Crocifisso

Il giovane Francesco, ancora all’inizio nella sua ricerca spirituale, un giorno era uscito nella campagna per meditare. Trovandosi a passare vicino alla chiesa di San Damiano, che minacciava rovina, vecchia com’era, spinto dall’impulso dello Spirito Santo, vi entrò per pregare.

Pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e, mentre fissava gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: «Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!».

All’udire quella voce, Francesco rimane stupito e tutto tremante, perché nella chiesa è solo e, percependo nel cuore la forza del linguaggio divino, si sente rapito fuori dei sensi. Tornato finalmente in sé, si accinge ad obbedire, si concentra tutto nella missione di riparare la chiesa di mura, benché la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa, che Cristo acquistò col suo sangue (At 20,28), come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati.

Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato.

Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso - cosa da sempre inaudita! (Gv 9,32) - l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra. «Francesco, - gli dice chiamandolo per nome (Cfr Is 40,26) - va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».

Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio.

La chiamata di Francesco

Il servo dell’Altissimo, in questa sua nuova esperienza, non aveva altra guida, se non Cristo, perciò Cristo, nella sua clemenza, volle nuovamente visitarlo con la dolcezza della sua grazia. Un giorno era uscito nella campagna per meditare (Gen 24,63).

Trovandosi a passare vicino alla chiesa di San Damiano, che minacciava rovina, vecchia com’era, spinto dall’impulso dello Spirito Santo, vi entrò per pregare. Pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e, mentre fissava gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: «Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!».

All’udire quella voce, Francesco rimane stupito e tutto tremante, perché nella chiesa è solo e, percependo nel cuore la forza del linguaggio divino, si sente rapito fuori dei sensi. Tornato finalmente in sé, si accinge ad obbedire, si concentra tutto nella missione di riparare la chiesa di mura, benché la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa, che Cristo acquistò col suo sangue (At 20,28), come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati.

Una volta uscì nella campagna, a meditare. Mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, che minacciava rovina per la eccessiva vecchiezza, si senti spinto dallo Spirito ed entrò a pregare.

Prostratosi davanti all’immagine del Crocifisso, durante la preghiera fu ricolmato da non poca dolcezza e consolazione. E mentre, con gli occhi pieni di lacrime, fissava lo sguardo nella croce del Signore, udì con le orecchie del corpo in modo mirabile una voce che proveniva dalla croce e che per tre volte gli disse: «Francesco, va, ripara la mia casa, che, come vedi, va tutta in rovina».

Alla stupefacente esortazione di quella voce mirabile, l’uomo di Dio dapprima rimase atterrito; poi, colmo di gioia e di ammirazione, prontamente si alzò, e si impegnò totalmente a compiere l’incarico di riparare l’edificio esterno della chiesa: ma l’intenzione principale della Voce era diretta alla Chiesa, che Cristo acquistò con lo scambio prezioso del suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe insegnato ed egli stesso in seguito avrebbe rivelato ai suoi intimi.

Francesco prima della conversione

È il Santo che ha segnato un’epoca. Nato ad Assisi nel 1182, visse una giovinezza ricca di piaceri. Poi, la chiamata e la conversione. Abbandonò ogni ricchezza, si fece povero, iniziò a predicare, fondò l’Ordine francescano.

Francesco, l’apostolo della povertà, in effetti era figlio di ricchi, nacque ad Assisi nei primi del 1182 da Pietro di Bernardone, agiato mercante di panni e dalla nobile Giovanna detta “la Pica”, di origine provenzale. Secondo le Fonti Francescane la nascita potrebbe però datarsi all’estate o all’autunno 1181.

Crebbe tra gli agi della sua famiglia, che come tutti i ricchi assisiani godeva dei tanti privilegi imperiali, concessi loro dal governatore della città, il duca di Spoleto Corrado di Lützen. Come istruzione aveva appreso le nozioni essenziali presso la scuola parrocchiale di San Giorgio e le sue cognizioni letterarie erano limitate; ad ogni modo conosceva il provenzale ed era abile nel mercanteggiare le stoffe dietro gli insegnamenti del padre, che vedeva in lui un valido collaboratore e l’erede dell’attività di famiglia.

Non alto di statura, magrolino, i capelli e la barbetta scura, Francesco era estroso ed elegante, primeggiava fra i giovani, amava le allegre brigate, spendendo con una certa prodigalità il denaro paterno, tanto da essere acclamato “rex iuvenum” (re dei conviti) che lo poneva alla direzione delle feste.

Con la morte dell’imperatore di Germania Enrico IV (1165-1197) e l’elezione a papa del card. Lotario di Segni, che prese il nome di Innocenzo III (1198-1216), gli scenari politici cambiarono; il nuovo papa sostenitore del potere universale della Chiesa, prese sotto la sua sovranità il ducato di Spoleto compresa Assisi, togliendolo al duca Corrado di Lützen.

Ciò portò ad una rivolta del popolo contro i nobili della città, asserviti all’imperatore e sfruttatori dei loro concittadini, essi furono cacciati dalla rocca di Assisi e si rifugiarono a Perugia; poi con l’aiuto dei perugini mossero guerra ad Assisi (1202-1203). Francesco, con lo spirito dell’avventura che l’aveva sempre infiammato, si buttò nella lotta fra le due città così vicine e così nemiche.

Dopo la disfatta subita dagli assisiani a Ponte San Giovanni, egli fu fatto prigioniero dai perugini a fine 1203 e restò in carcere per un lungo terribile anno; dopo che i suoi familiari ebbero pagato un consistente riscatto, Francesco ritornò in famiglia con la salute ormai compromessa.

La madre lo curò amorevolmente durante la lunga malattia; ma una volta guarito egli non era più quello di prima, la sofferenza aveva scavato nel suo animo un’indelebile solco, non sentiva più nessuna attrattiva per la vita spensierata e i suoi antichi amici non potevano più stimolarlo.

Come ogni animo nobile del suo tempo, pensò di arruolarsi nella cavalleria del conte Gualtiero di Brenne, che in Puglia combatteva per il papa; ma giunto a Spoleto cadde in preda ad uno strano malessere e la notte ebbe un sogno rivelatore con una voce misteriosa che lo invitava a “servire il padrone invece che il servo” e quindi di ritornare ad Assisi.

Colpito dalla rivelazione, tornò alla sua città, accolto con preoccupazione dal padre e con una certa disapprovazione di buona parte dei concittadini. Lasciò definitivamente le allegre brigate per dedicarsi ad una vita d’intensa meditazione e pietà, avvertendo nel suo cuore il desiderio di servire il gran Re, ma non sapendo come; andò anche in pellegrinaggio a San Pietro in Roma con la speranza di trovare chiarezza.

«Va’ e ripara la mia chiesa in rovina»

Ritornato deluso ad Assisi, continuò nelle opere di carità verso i poveri ed i lebbrosi, ma fu solo nell’autunno 1205 che Dio gli parlò; era assorto in preghiera nella chiesetta campestre di San Damiano e mentre fissava un crocifisso bizantino, udì per tre volte questo invito: “Francesco va' e ripara la mia chiesa, che come vedi, cade tutta in rovina”.

Pieno di stupore, Francesco interpretò il comando come riferendosi alla cadente chiesetta di San Damiano, pertanto si mise a ripararla con il lavoro delle sue mani, utilizzando anche il denaro paterno. A questo punto il padre, considerandolo ormai irrecuperabile, anzi pericoloso per sé e per gli altri, lo denunziò al tribunale del vescovo come dilapidatore dei beni di famiglia.

Notissima è la scena in cui Francesco denudatosi dai vestiti, li restituì al padre mentre il vescovo di Assisi Guido II, lo copriva con il mantello, a significare la sua protezione. Il giovane fu affidato ai benedettini con la speranza che potesse trovare nel monastero la soddisfazione alle sue esigenze spirituali; i rapporti con i monaci furono buoni, ma non era quella la sua strada.

Ben presto riprese la sua vita di “araldo di Gesù re”, indossò i panni del penitente e prese a girare per le strade di Assisi e dei paesi vicini, pregando, servendo i più poveri, consolando i lebbrosi e ricostruendo oltre San Damiano, le chiesette diroccate di San Pietro alla Spira e della Porziuncola.

Il significato della riparazione

Intanto si prese cura di quella immagine, e si accinse, con ogni diligenza, ad eseguirne il comando. Subito offrì denaro ad un sacerdote, perché provvedesse una lampada e l’olio, e la sacra immagine non rimanesse priva, neppure per un istante, dell’onore, doveroso, di un lume.

Poi, si dedicò con impegno al resto, lavorando con intenso zelo a riparare la chiesa. Perché, quantunque il comando del Signore si riferisse alla Chiesa acquistata da Cristo col proprio sangue (At 20,28), non volle di colpo giungere alla perfezione dell’opera, ma passare a grado a grado dalla carne allo spirito.

La risposta più immediata, più genuina, più impulsiva e più semplice nel tradurre la volontà di Dio per lui, è quella di mettersi a riparare materialmente la chiesa di San Damiano, che sappiamo dal Celano essere abbandonata da tutti (FF 593). Non si ferma qui l’opera restauratrice del santo, che prosegue nell’intento ristrutturando anche la chiesa di San Pietro della Spina, e quella di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola.

Nell’aprile del 1208, durante la celebrazione della Messa alla Porziuncola, ascoltando dal celebrante la lettura del Vangelo sulla missione degli Apostoli, Francesco comprese che le parole di Gesù riportate da Matteo (10, 9-10) si riferivano a lui: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento. E in qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se ci sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza”.

Era la risposta alle sue preghiere e domande che da tempo attendeva; comprese allora che le parole del Crocifisso a San Damiano non si riferivano alla ricostruzione del piccolo tempio, ma al rinnovamento della Chiesa nei suoi membri; depose allora i panni del penitente e prese la veste “minoritica”, cingendosi i fianchi con una rude corda e coprendosi il capo con il cappuccio in uso presso i contadini del tempo e camminando a piedi scalzi.

Iniziò così la vita e missione apostolica, sposando “madonna Povertà” tanto da essere poi definito “il Poverello di Assisi”, predicando con l’esempio e la parola il Vangelo come i primi apostoli.

Francesco, riparatore di sé stesso

“Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! “ (1 Corinzi 6, 19-20)

La centralità della vita di Francesco, non fu riposta sulla povertà quanto sul fare misericordia. È da questa consapevolezza che il santo riconosce sé stesso nell’altro; ed è solo passando per i lebbrosi che ha inizio la sua conversione: egli non può incontrare il volto del Cristo di San Damiano prima di aver visto il suo, riflesso nel fratello che soffre.

Scrive infatti nel suo testamento “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.” (FF 110)

Francesco da figlio entra in questa relazione col Padre, ma può farlo solamente dopo essersi fatto portare tra i lebbrosi, perché è proprio nel lasciarsi guardare da questi occhi che egli sperimenta su di sé l’amore, e da quest’amore che salva e genera vita, può finalmente introdursi nell’intimità dell’io che viene riparato fino al raggiungimento del suo apice massimo sul monte della Verna, quando ricevendo nel proprio corpo i segni della passione, egli da soggetto che ama, diviene copia dell’amato e quindi un altro Cristo.

Qui risiede forse, tutta la bellezza dell’Assisiate, perché il miracolo più grande è che dopo 800 anni, Francesco ha ancora da dire alla mia vita e alla tua vita, che non bisogna aspettare il paradiso per godere della pienezza dell’amore, ma che già da ora si può iniziare a riparare sé stessi, immergendosi nell’amore misericordioso del Padre, che non ti lascia così come sei, ma che ti trasforma a sua immagine.

Francesco, riparatore della Chiesa

“E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.” Matteo 16, 18

Se volessimo dare un significato più profondo alla prima obbedienza analizzata come muratore, certamente possiamo affermare che essa è allegoria di un riparare la Chiesa in senso molto più ampio, che non può limitarsi alla sola San Damiano, ma all’intera Chiesa.

Qui non parliamo di strutture, o meglio non di quelle esclusivamente architettoniche, ma di un periodo storico fortemente di prova, dove ancor prima di Lutero e Calvino, la Chiesa si trova a fare i conti con l’esigenza di riforma.

Mentre sorgono gruppi importanti come i catari e i valdesi, non di meno fazioni più circoscritte ma ugualmente piene di fervore, si ribellano all’autorità dei vescovi e del papa, organizzandosi con una propria gerarchia popolare, e scindendosi dalla comunione con la Sede Apostolica.

Il Papa non sta a guardare, e risponde con scomuniche e crociate; ed è proprio in questa storia che Francesco, seppur ispirato da principi evangelici e genuini, deve fare i conti con il secolo che vive, e a dover ricevere le diffidenze del collegio cardinalizio riunito attorno al Papa, a cui chiede l’accettazione della sua regola di vita.

Francesco si reca con alcuni compagni alla curia romana riunita in San Giovanni in Laterano, espone a papa Innocenzo III la sua richiesta di approvazione del modo di vivere il santo Vangelo, ma ottiene come risultato quello di essere cacciato via.

In Francesco si vede tutta la fede cristallina di un uomo che continuamente cerca di vivere in modo straordinario l’ordinarietà; Egli ha piena fiducia in Dio che se il progetto di vita dei frati minori venisse da lui, allora egli troverà la strada per attuarlo.

Avviene così che nella notte, secondo il racconto del biografo san Bonaventura, Innocenzo III sogna il poverello di Assisi mentre sosteneva con le sue spalle la chiesa lateranense, che ormai si trovava tutta in rovina.

Nel testamento, Francesco scriverà: “Poi il Signore mi dette e mi da una cosi grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ad essi soli amministrano agli altri.” (FF 112-113)

In frate Francesco, davvero la Chiesa viene riparata! I suoi sermoni, il suo stile di vita nei confronti dei chierici e l’invio a predicare dei suoi frati in tutto il mondo, metterà pace in tante città. Tra questi, non possiamo certamente tralasciare, i santi Protomartiri francescani e sant’Antonio da Padova.

La fraternità francescana

Ben presto attirati dalla sua predicazione, si affiancarono a Francesco, quelli che sarebbero diventati suoi inseparabili compagni nella nuova vita: Bernardo di Quintavalle un ricco mercante, Pietro Cattani dottore in legge, Egidio contadino e poco dopo anche Leone, Rufino, Elia, Ginepro ed altri fino al numero di dodici, proprio come gli Apostoli, formanti una specie di 'fraternità' di chierici e laici, che vivevano alla luce di un semplice proposito di ispirazione evangelica.

Il loro era un vivere alla lettera il Vangelo, senza preoccupazioni teologiche e senza ambizioni riformatrici o contestazioni morali, indicando così una nuova vita a chi voleva vivere in carità e povertà all’interno della Chiesa; per la loro obbedienza alla gerarchia ecclesiastica, il vescovo di Assisi Guido prese a proteggerli, seguendoli con interesse e permettendo loro di predicare.

Ai primi del 1209 il gruppo si riuniva in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la Porziuncola, iniziando così la “prima scuola” di formazione, dove durante un intero anno Francesco trasmise ai compagni il suo carisma, alternando alla preghiera, l’assistenza ai lebbrosi, la questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate.

Giacché ormai essi sconfinavano fuori dalla competenza della diocesi, e ciò poteva procurare problemi, il vescovo Guido consigliò Francesco e il suo gruppo di recarsi a Roma dal papa Innocenzo III per farsi approvare la prima breve Proto-Regola del nuovo Ordine dei Frati Minori.

Regola che fu approvata oralmente dal papa, dopo un suggestivo incontro con il gruppetto, vestito dalla rozza tunica e scalzo, colpito fra l’altro da “quel giovane piccolo dagli occhi ardenti”; nacque così ufficialmente l’Ordine dei Frati Minori, che riceveva la tonsura entrando a far parte del clero; sembra che in quest’occasione Francesco abbia ricevuto il diaconato.

Chiara e le Povere Dame di San Damiano

Tutta Assisi parlava delle “bizzarie” del giovane Francesco, che viveva in povertà con i compagni laggiù nella pianura e che spesso saliva in città a predicare il Vangelo con il permesso del vescovo, augurando a tutti “pace e bene”; nella primavera del 1209 aveva predicato perfino nella cattedrale di San Rufino, dove nell’attigua piazza abitava la nobile famiglia degli Affreduccio e sicuramente in quell’occasione, fra i fedeli che ascoltavano, c’era la giovanissima figlia Chiara.

Colpita dalle sue parole, prese ad innamorarsi dei suoi ideali di povertà evangelica e cominciò a contattarlo, accompagnata dall’amica Bona di Guelfuccio e inviandogli spesso un poco di denaro.

Nella notte seguente la Domenica delle Palme del 1211, abbandonò di nascosto il suo palazzo e correndo al buio attraverso i campi, giunse fino alla Porziuncola dove chiese a Francesco di dargli Dio, quel Dio che lui aveva trovato e col quale conviveva.

Francesco, davanti all’altare della Vergine, le tagliò la bionda e lunga capigliatura (ancora oggi conservata) consacrandola al Signore. Poi l’accompagnò al monastero delle benedettine a Bastia, per sottrarla all’ira dei parenti, i quali dopo un colloquio con Chiara che mostrò loro il capo senza capelli, si convinsero a lasciarla andare.

Successivamente Chiara e le compagne che l’avevano raggiunta, si spostò dopo alterne vicende, nel piccolo convento annesso alla chiesetta di San Damiano, dove nel 1215 a 22 anni Chiara fu nominata badessa; Francesco dettò alle “Povere donne recluse di SAN Damiano” (il nome 'Clarisse' fu preso dopo la morte di san Chiara) una prima Regola di vita, sostituita più tardi da quella della stessa santa.

Chiara con le compagne, sarà l’incarnazione al femminile dell’ideale francescano, a cui si assoceranno tante successive Congregazioni di religiose.

Monastero di San Damiano e Assisi

San Damiano e il Cantico delle Creature

Ormai minato nel fisico per le malattie, per le fatiche, i continui spostamenti e digiuni, Francesco fu costretto a distaccarsi dal mondo e dal governo dell’Ordine, che aveva creato pur non avendone l’intenzione.

Dopo le ultime prediche all’inizio del 1225, Francesco si rifugiò a San Damiano, nel piccolo convento annesso alla chiesetta da lui restaurata tanti anni prima e dove viveva Chiara e le sue suore.

Ma soprattutto fu qui, nell’inverno-primavera del 1225, che - ormai infermo, crocifisso dalle stimmate, malato agli occhi da non sopportare la luce né del sole né del fuoco, e tormentato sul lettuccio dai topi - Francesco si trattenne 50 giorni e più in una celluzza di stuoie in un angolo di quella casa.

E, dopo una notte travagliata ed esaltante, glorificò al mattino il Signore che gli aveva garantito la salvezza, e tenne a battesimo il volgare italico componendo e cantando le Laudi delle Creature, il cantico di Frate Sole, il cantico della Creazione redenta e della fraternità universale.

Proprio questo è il luogo dov’è nato il Cantico.

E in questo suggestivo e spirituale luogo di preghiera, egli compose il famoso “Cantico delle Creature”, sublime poesia, ove si comprende quanto Francesco fosse penetrato nella più intima realtà della natura, contemplando sotto ogni creatura l’adorabile presenza di Dio.

La grata e l’ultimo incontro con Chiara

Lì davanti, attraverso la grata, Francesco e altri frati servivano alle Povere Dame l’alimento spirituale della Parola di Dio. Attraverso il luogo della grata, si svolse qui anche l’ultimo atto di Francesco su questa terra: la ostensione pietosa della sua salma stimmatizzata alle Povere Dame, al mattino del 4 ottobre 1226.

Fu scardinata la grata e Chiara e le sorelle riuscirono ad avere il Padre fra loro per la venerazione e il pianto: il Padre che più non parla con loro e più non tornerà.

I frati visto l’aggravarsi delle sue condizioni, decisero di trasportarlo ad Assisi e su sua richiesta all’amata Porziuncola, dove a tarda sera del 3 ottobre 1226, Francesco morì recitando il salmo 141, adagiato sulla nuda terra, aveva circa 45 anni.

Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell’infermeria, a salutare con gioia il santo.

La croce nel cuore e le stimmate

Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.

Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato dal legno della Croce, quando - almeno all’esterno - non aveva ancora del tutto rinunciato al mondo!

Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto, il suo animo venne meno (Cfr. Ct 5,6). Più tardi, l’amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo.

Inoltre, da allora, non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo.

L’uomo nuovo (cfr. Ef 4,24) Francesco si rese famoso per un nuovo e stupendo miracolo, quando apparve insignito di un singolare privilegio, mai concesso nei secoli precedenti, quando cioè fu decorato delle sacre stimmate e reso somigliante in questo corpo mortale al corpo del Crocifisso (Cfr Fil 3,10; Rm 7,24).

Tutto lo zelo dell’uomo di Dio (Cfr 1Sam 9,6), sia verso gli altri che nel segreto della sua vita interiore, era centrato attorno alla croce del Signore e, fin dal primo istante in cui cominciò a militare sotto il Crocifisso, diversi misteri della Croce risplendettero attorno a lui.

Quando infatti, all’inizio della sua conversione, aveva deciso di abbandonare ogni vanità di questa vita, Cristo dalla croce gli parlò mentre era intento a pregare; e dalla bocca della stessa immagine scendono a lui queste parole: «Va, Francesco, e ripara la mia casa che, come vedi, va tutta in rovina».

Da allora gli fu impresso nel cuore, a tratti profondi, il ricordo della passione del Signore, e, attuata in pieno la sua conversione interiore, la sua anima cominciò a struggersi per le parole del Diletto (Cfr Ct 5,6).

Proprio perché si era racchiuso nella stessa croce, indossò anche un abito di penitenza fatto a forma di croce. Quell’abito, se, in quanto lo rendeva più emulo della povertà, era molto conveniente al suo proposito, tuttavia in esso il Santo testimoniò soprattutto il mistero della croce, in quanto che, come la sua mente si era rivestita del Signore crocifisso, così tutto il suo corpo si rivestiva esteriormente della croce di Cristo.

Il Tau e il segno della croce

Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con la quale soltanto firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle. Infatti anche l’uomo di Dio (Cfr 1Re 13,1. ), Pacifico, contemplatore di celesti visioni, scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre, una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore.

Per convincimento razionale e per fede cattolica appare giusto che chi era così preso da ammirabile amore della croce, sia divenuto anche mirabile per causa della croce. Nulla pertanto è, più veramente consono a lui, quanto ciò che si predica delle stimmate della croce.

Due anni prima di rendere lo spirito al Cielo nell’eremo detto la Verna, in Toscana, ove nel ritiro della devota contemplazione, ormai volgeva tutto se stesso verso la gloria celeste, vide in visione (Cfr 2Tm 2,10; Ez 8,2.) sopra di sé un Serafino che aveva sei ali con le mani e i piedi inchiodati alla croce.

A questa visione si meravigliò profondamente, ma non comprendendo che cosa essa significasse per lui, fu pervaso nel cuore da gioia mista a dolore. Si rallegrava per le manifestazioni di grazia con le quali il Serafino lo guardava, ma nel medesimo tempo lo affliggeva l’affissione alla croce.

Cercò subito di comprendere che cosa potesse significare tale visione e il suo spirito si tendeva ansioso alla ricerca di una spiegazione. Ma, mentre, cercando fuori di sé, l’intelletto gli venne meno, subito nella sua stessa persona gli si manifestò il senso.

D’un tratto cominciarono infatti ad apparire nelle sue mani e nei piedi le ferite dei chiodi, nella stessa maniera nella quale poco prima le aveva viste sopra di sé nell’uomo crocifisso.

Anche il fianco destro, come trafitto da una lancia, era segnato da una rossa cicatrice, che emettendo spesso sangue, inzuppava di quel sacro sangue la tunica e la veste.

San Francesco riceve le stimmate alla Verna

La Regola e l’obbedienza al Vangelo

“La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità” (FF 75)

È con una vita che ruota attorno al Vangelo che frate Francesco d’Assisi presenta a papa Onorio III l’incipit della celebre regola bollata, quello stesso vangelo che egli aveva udito e attorno a cui aveva girato tutta la sua vita, e che voleva fosse “sine glossa”.

In Francesco infatti, figlio del suo tempo, verte la tradizione biblica medievale della “glossa” appunto, (dal greco γλῶσσα) che consisteva in una serie di commenti ed interpretazioni della parola di Dio su cui si erano espressi personaggi autorevoli della storia della Chiesa, e che avevano superato in lunghezza talmente tanto, la Bibbia stessa.

Egli ritenne che la Parola di Dio andasse seguita alla lettera, e questa suo stile dell’obbedienza alla parola, possiamo riscontrarlo anche nel messaggio di San Damiano, in almeno cinque modi.

1. Francesco muratore

“Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2, 5)

La risposta più immediata, più genuina, più impulsiva e più semplice nel tradurre la volontà di Dio per lui, è quella di mettersi a riparare materialmente la chiesa di San Damiano, che sappiamo dal Celano essere abbandonata da tutti (FF 593).

Non si ferma qui l’opera restauratrice del santo, che prosegue nell’intento ristrutturando anche la chiesa di San Pietro della Spina, e quella di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola.

2. Francesco riparatore di sé stesso

“Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! “ (1 Corinzi 6, 19-20)

La centralità della vita di Francesco, non fu riposta sulla povertà quanto sul fare misericordia. È da questa consapevolezza che il santo riconosce sé stesso nell’altro; ed è solo passando per i lebbrosi che ha inizio la sua conversione.

Francesco da figlio entra in questa relazione col Padre, ma può farlo solamente dopo essersi fatto portare tra i lebbrosi, perché è proprio nel lasciarsi guardare da questi occhi che egli sperimenta su di sé l’amore, e da quest’amore che salva e genera vita, può finalmente introdursi nell’intimità dell’io che viene riparato fino al raggiungimento del suo apice massimo sul monte della Verna.

3. Francesco riparatore della Chiesa

“E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.” Matteo 16, 18

Se volessimo dare un significato più profondo alla prima obbedienza analizzata come muratore, certamente possiamo affermare che essa è allegoria di un riparare la Chiesa in senso molto più ampio, che non può limitarsi alla sola San Damiano, ma all’intera Chiesa.

In frate Francesco, davvero la Chiesa viene riparata! I suoi sermoni, il suo stile di vita nei confronti dei chierici e l’invio a predicare dei suoi frati in tutto il mondo, metterà pace in tante città.

4. Francesco riparatore dei luoghi di Terra Santa

“Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (Luca 10, 3-5)

Durante il primo capitolo generale del 1217, mosso dal desiderio di mettere in pratica il vangelo, Francesco invia in tutte le nazioni i suoi frati, compresi i luoghi di Terra Santa.

Da sempre infatti, nel santo e nei suoi compagni arde quella passione per l’incarnazione del Cristo; desideroso di dare la sua vita come martire, e dopo alcuni tentativi falliti, riesce nuovamente a partire lui stesso, e nel 1219 mentre l’auspicata liberazione dei luoghi da parte dei combattenti della quinta crociata era assai lontana, Francesco giunge sia al cospetto del sultano, sia a Damietta.

È in questo anno che stando alla documentazione storica, Francesco riesce a visitare almeno parzialmente le terre d’Oriente, e con il suo esempio fatto di grande umiltà e di profonda pace, riesce a sorprendere in maniera straordinaria da una parte i crociati, dall’altra il mondo islamico; dove non arrivarono le armi, arrivò il carisma francescano.

Le crociate si rivelarono un fallimento, e i cristiani persero anche le loro ultime rocche forti. La guerra non aveva portato da nessuna parte, se non ad ulteriori persecuzioni che con effetto boomerang, erano ricadute addosso; la presenza dei francescani rimane silenziosa, ma non per questo inoperosa.

Dal 1322 alcuni frati cominciano a fare servizio nel santo sepolcro; nel 1333 viene concesso il santo cenacolo ai Minori, nella persona di Fr.Roger Guérin d’Aquitania e nel 1347 la Basilica della natività di Betlemme è affidata ai francescani.

Con la bolla “Gratias agimu” di papa Clemente VI, già dal 1342 i francescani ricevono il mandato ecclesiale di custodire i luoghi santi della cristianità.

Ad oggi dopo oltre 800 anni dall’inizio della presenza francescana in quei posti, i frati Minori di Terra Santa continuano a custodire i luoghi più preziosi della vita terrena del figlio di Dio.

5. Francesco riparatore del Natale di Gesù

«Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli» (Luca 2, 10-14)

Ai nostri giorni san Francesco è considerato il primo realizzatore del presepe nella storia, anche se questa etichetta, rischia di essere fortemente limitativa e fuorviante dalla vera ricerca del serafico.

Quale differenza c’è tra un quadro ed una porta? Sembra decisamente un azzardo questo accostamento tra un elemento decorativo ed uno architettonico, eppure oggi il presepe è un qualcosa che ci sta davanti, qualcosa per cui valga la pena fermarci a guardare, proprio come un quadro che ritrae un’immagine fissa; ma per Francesco il presepe è una porta d’ingresso che gli permette di entrare a vedere con i propri occhi tutti i disagi in cui si è trovato il Bambino di Betlemme, dalla greppia al fieno, dal bue all’asinello.

Il biografo ci sottolinea: (…) Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero.

La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.

Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. (FF 469)

Non si tratta di emozioni o di sentimenti, ma di trovarsi dentro alla Natività! Se Dio stesso si è incarnato ed è venuto al mondo in una grotta in mezzo agli animali, e se per lui non c’era alcun posto poiché gli uomini avevano occupato tutti i posti disponibili, presi dal censimento e quindi dalla logica del fare, allora in Francesco veramente è riparata anche quella casa che Cristo non ebbe nemmeno da neonato.

Allora è qui che Francesco realizza la pienezza della sua chiamata al Cristo di San Damiano, è qui che ripara la sua casa, con un cemento che è mescolato più volte, armato da un componente forte per quanto debole che è l’umiltà, che ha l’obbedienza come filo conduttore.

Quella stessa obbedienza che gli fa vestire subito con entusiasmo i panni del muratore, ma che poi in realtà diventa il cantiere dove incontra l’altro per incontrare sé stesso, dove riapre le sue ferite per farvi entrare tutto l’amore di un Dio che vuole salvarlo.

E questo Dio che lo salva, gli chiede però di essere salvato lui stesso, nella sua Chiesa che è lacerata dall’uomo e che per mano di un altro uomo viene restaurata.

Per continuare a salvare questa sua Chiesa, deve però camminare tanto e passo dopo passo entra nella casa di Cristo, in quella terra dove ha mosso i primi passi nella sua vita terrena, in quei luoghi santi dove ora combattono fratelli contro fratelli.

Francesco deve essere pace, deve essere incontro, dialogo e accoglienza e soprattutto deve essere colui che consegna le chiavi di casa del Padre ai suoi fratelli, senza entrarvi in possesso.

Sulla strada di casa, la sua missione si rivela ancora più grande e pertanto non basta aver lasciato riparata la casa del Padre, perché ora l’obbedienza si rivela nel far diventare ogni fratello una casa per il Padre.

Ed è a Greccio che ci consegna l’amore che si incarna, fragile come un bambino ma difronte a cui non c’è nessun cuore dove non possa entrare.

E’ in questa logica allora che possiamo capire quanto accadrà sul monte della Verna, perché è passando per tutto questo e non diversamente che Francesco diventa egli stesso un altro Cristo.

La preghiera davanti al Crocifisso

Alla ricerca di un’immagine adatta per il tema annuale “Sulla tua Parola: darsi tempo per…”, ci siamo imbattuti nella croce di S. Damiano. Questa famosa icona della croce rappresenta un importante punto di svolta nella vita di S. Francesco.

In un momento di riflessione davanti a questa croce, Francesco ha sentito la chiamata di Cristo - un’esperienza fondamentale per tutto il suo cammino verso la santità.

C’era in basso verso Rivo Torto un luogo a me particolarmente caro perché possedeva in una bella radura di prati una chiesetta stupenda, piccola, povera, fatta di pietre nude ed in un silenzio assoluto.

Si chiamava S. Damiano e sembrava fatta per il mio gusto di ricercatore non soltanto di poveri ma anche di chiese povere. Li feci i miei primi ritiri e pregando nella chiesetta seduto od inginocchiato sul pavimento mi accorsi che c’erano delle crepe considerevoli nei muri e sul tetto.

La chiesa era cadente. C’era poi sull’altare sospeso nell’arco gotico uno stupendo crocifisso in legno di stile bizantino e ciò che di esso mi parlava e mi piaceva era la grande regalità di Gesù e il suo sguardo che veniva fuori da due occhi straordinariamente umili e dolci.

Io passavo delle ore a guardare, a pregare ed a piangere. Piangevo talmente da vergognarmi e dicevo a me stesso: «Francesco, sei una bambina». Ma piangevo e le lacrime mi facevano bene.

Un giorno fissando il crocifisso ebbi l’impressione netta che muovesse le labbra e nello stesso tempo sentii una voce che mi diceva: «Francesco, ripara la mia casa che come vedi è tutta in rovina».

Non vi dico l’impressione ricevuta. Era come un messaggio che mi giungeva dal mondo invisibile e che suggellava un lungo periodo di tentennamenti, di slanci e di ricerca.

Mi sentii invaso da una infinita dolcezza e mi avvicinai per baciare il crocifisso. Ero solo e non ebbi paura a saltare sull’altare per abbracciare con tutto me stesso Gesù.

Non so quanto rimasi a toccare, pulire, lisciare, contemplare il Cristo. Ogni tanto, tra lacrime e sospiri, lo baciavo: ora sulle mani, ora sulle ferite dei piedi e del costato e la mia mano lo accarezzava dolcemente come un amante Innamorato.

Debbo dire che da quel momento fui come folgorato dal mistero dell’incarnazione del Cristo. Se i poveri erano stati gli autori del mio sollevarmi da terra e mi avevano spinto a marciare, l’idea dell’incarnazione di Dio diveniva in me l’unica risposta a tutti i perché che mi ero posto fino ad allora nella mia vita.

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