La reliquia di Elia di San Clemente: storia, spiritualità e venerazione della Beata barese

La reliquia di Elia di San Clemente è legata alla Beata Elia di San Clemente, al secolo Teodora Fracasso, religiosa italiana dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, nata e morta a Bari. Le sue spoglie riposano in un’urna accanto all’altare della cappella del monastero San Giuseppe di Bari, luogo della sua professione religiosa e meta di pellegrinaggio dei fedeli.

Suor Elia di San Clemente nacque a Bari il 17 gennaio 1901 e morì a mezzogiorno del 25 dicembre 1927, a soli 26 anni. Fu beatificata il 18 marzo 2006 nella Cattedrale di Bari durante una celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo Francesco Cacucci di Bari-Bitonto; la sua memoria liturgica ricorre il 29 maggio.

Chi era Elia di San Clemente

Beata Elia di San Clemente Fracasso, al secolo Teodora, è stata una religiosa italiana, dell'ordine delle Carmelitane Scalze. Nacque a Bari il 17 gennaio 1901 figlia terzogenita di Giuseppe Fracasso e Pasqua Cianci e fu battezzata quattro giorni dopo dallo zio don Carlo Fracasso con il nome di Teodora.

Terzogenita dei coniugi Giuseppe Fracasso e Pasqua Cianci, la nova Beata nacque a Bari il 17 Gennaio 1901 e, dopo quattro giorni, venne battezzata, con il nome di Teodora nella chiesa di San Giacomo dallo zio Don Carlo Fracasso, cappellano del cimitero. Fu cresimata nel 1903 da Mons. Giulio Vaccari, Arcivescovo della Diocesi.

La sua famiglia viveva allora in Piazza San Marco e si manteneva con i proventi del padre, maestro pittore e decoratore edile, il quale, intorno al 1929/30 con grandi sacrifici aprirà un negozio per la vendita di vernici e colori. La madre si occupava dei lavori domestici.

Stimati entrambi come ottimi cristiani praticanti ebbero nove figli, di cui quattro morti in tenera età. Rappresentavano per i cinque figli rimasti in vita (Prudenza, Anna, Teodora, Domenica e Nicola) un sicuro punto di riferimento per la loro crescita umana e spirituale.

Nel 1905 la famiglia si trasferì in Via Piccinni, in una casa con annesso un piccolo giardino. Il padre, impegnato nel suo lavoro di pittore, non trascurava la preghiera in famiglia del santo rosario e la madre istruiva i suoi piccoli parlando loro di Dio, degli angeli e dei santi.

L’infanzia e il sogno della “bella Signora”

A 5 anni, Teodora affermò di avere visto in sogno una bella “Signora” che si aggirava tra filari di gigli fioriti, prima di sparire all'improvviso in un fascio di luce. Dopo che la madre le ebbe spiegato il possibile significato di quella visione, Teodora promise alla “Signora” di diventare monaca.

La Beata Elia di San Clemente è vissuta nel monastero San Giuseppe in Bari nei primi anni del XX secolo. Nata a Bari il 17 gennaio 1901 - nello stesso anno in cui sorgeva il monastero che un giorno l'avrebbe accolta - Teodora (Dora per familiari e amici), aveva ricevuto dalla Provvidenza un grandissimo dono: genitori onesti, profondamente cristiani, dotati della sapienza biblica così frequente nei semplici.

Fu educata, dunque in maniera esemplare alla fede e alla carità verso tutti. Ma il Signore volle fare ancora di più e bussò alla sua porta, quando aveva poco più di tre anni, con un sogno che la segnerà per la vita: vide una bella signora cogliere da un'aiuola un piccolo giglio e volare in cielo stringendoselo al cuore.

La Signora era la Madonna - le spiegò la mamma - e il piccolo giglio era la stessa Dora che con tanto amore durante il mese di maggio le aveva offerto ogni giorno dei fiori e una preghiera.

Dotata di precoce sensibilità, la bimba da allora apparve silenziosa, assorta: amava contemplare i fiori del giardinetto di casa e di fronte ad una splendida rosa un giorno ingenuamente si inginocchiò, promettendo in cuor suo che avrebbe dedicato tutta la sua vita alla bella Signora e a Colui che l’aveva creata.

C'è già tutta suor Elia in questo breve episodio: semplicità, umiltà, determinazione e fede.

Infanzia di Teodora Fracasso nel giardino di casa

La formazione presso le Suore Stimmatine

Mandata all'asilo dalle Suore Stimmatine, proseguì gli studi fino alla terza elementare. In seguito frequentò il laboratorio di cucito e di ricamo presso lo stesso istituto.

La sua formazione spirituale si sviluppò nell’ambiente scolastico delle Suore Stimmatine, dove frequentò l’asilo e poi l’istruzione elementare fino alla terza classe. Lì apprese anche l’arte del cucito e del ricamo, che più tardi avrebbe svolto con amore e dedizione nella clausura del Carmelo.

Visse la vita delle ragazze del popolo: istruzione basilare, servizi domestici in casa, Santa Messa quotidiana, opere di carità. Ma le bastò questo per imparare a riconoscere in ogni cosa la presenza del Signore: era Lui il centro dei suoi pensieri, senza pesantezze, come dimostra il folto gruppo di coetanee che la seguivano affascinate.

È qui il segreto della libertà interiore di questa ragazza che, per fare un esempio, accettò con tutta semplicità l'incarico di preparare alla Prima Comunione uno studente in arretrato con i Sacramenti: lei, che non aveva terminato nemmeno le elementari.

La Prima Comunione e la devozione a Teresa di Gesù Bambino

L’8 maggio 1911 ricevette la Prima Comunione; la notte precedente sognò S. Teresa di Gesù Bambino che le predisse “sarai monaca come me”.

L’8 Maggio 1911, dopo aver fatto una lunga preparazione, ricevette la Prima Comunione; la notte precedente sogna S. Teresa di Gesù Bambino che le predice: “sarai monaca come me”.

L’8 maggio 1911 ricevette la prima Comunione; la notte precedente vide in sogno Santa Teresa di Gesù Bambino, che predisse: “Sarai una suora come me”.

Oltre a Santa Teresa di Gesù, suor Elia prese come sua guida Teresa di Gesù Bambino, seguendo la “piccola via dell'infanzia spirituale ove mi sentivo chiamata dal Signore”.

Con un gruppo di amiche, spesso si ritirava a meditare, leggere il Vangelo, i testi dei santi e soprattutto l’“Autobiografia di Teresa di Lisieux, che divenne la sua maestra spirituale.

Le associazioni religiose e l’apostolato tra le coetanee

Entrò quindi a far parte dell'associazione della Beata Imelda Lambertini, domenicana con spiccata pietà eucaristica, e della “Milizia Angelica” di San Tommaso d'Aquino.

Entrata a far parte dell'associazione della Beata Imelda Lambertini, domenicana con spiccata pietà eucaristica, passerà in seguito alla “Milizia Angelica” di San Tommaso d'Aquino.

Periodicamente, riuniva le amiche per fare meditazione e pregare insieme, leggere il Vangelo, le Massime Eterne, l'Imitazione di Cristo, i Quindici Sabati della Madonna, le vite dei santi ed in particolare l'autobiografia di S. Teresa di Gesù Bambino.

Riuniva periodicamente le amiche nella cameretta di casa per fare meditazione e pregare insieme, per leggere il Vangelo, le Massime Eterne, l’Imitazione di Cristo, i Quindici Sabati della Madonna, le vite dei santi ed in particolare l’autobiografia di S. Teresa di Gesù Bambino.

Questo comportamento e questa sua benefica influenza sulle altre compagne non erano sfuggite a una delle insegnanti, Suor Angelina Nardi.

A loro parlava senza tanti complimenti di immolazione e di vigilanza contro il peccato. Erano adolescenti come tutte le altre, eppure le davano retta e si sforzavano di imitarla.

Si riconosce in lei il ritratto fedele dell'autentico evangelizzatore, quello che oggi Papa Francesco ci ripropone senza stancarsi, quello che segue la logica evangelica del “sì, sì” e “no, no”, della Croce senza sconti.

Durante gli anni difficili della guerra 1915-1918, Teodora trovò una infinità di occasioni per ampliare, oltre l’ambito familiare e delle conoscenze, il suo campo di apostolato, di catechesi e di assistenza, dando libero sfogo al suo ardente desiderio di fare del bene al prossimo.

Il Terz’Ordine Domenicano

P. Pietro Fiorillo, O.P., direttore spirituale di Teodora, la introdusse nel Terz'Ordine Domenicano, nel quale, ammessa come novizia il 20 Aprile 1914 con il nome di Agnese, fece la professione il 14 maggio 1915, con una speciale dispensa vista la giovane età.

Intanto la non ben definita vocazione religiosa di Teodora stava prendendo indirizzo su consiglio di P. Pietro Fiorillo, O.P., suo direttore spirituale, che la introdusse nel Terz’Ordine Domenicano, nel quale, ammessa come novizia il 20 Aprile 1914 con il nome di Agnese, fece la professione il 14 Maggio 1915, con una speciale dispensa per la sua giovane età.

A 14 anni entrò nel Terz'Ordine Domenicano, ma la clausura era il suo sogno da sempre: all’età di 19 anni poté realizzarlo entrando nel monastero San Giuseppe di Bari.

La chiamata al Carmelo di San Giuseppe

Verso la fine del 1917, il sacerdote gesuita Sergio Di Gioia, suo nuovo confessore, decise di indirizzarla al Carmelo di San Giuseppe di Bari.

Verso la fine del 1917, Teodora decise di rivolgersi per un consiglio al Padre Gesuita Sergio Di Gioia, il quale, divenuto suo nuovo confessore, decise di indirizzarla, dopo circa un anno, insieme all’amica Chiara Bellomo, futura Suor Diomira del Divino Amore, al Carmelo di San Giuseppe, di Via De Rossi, a Bari, in cui entrambe si recarono per la prima volta nel Dicembre del 1918.

Il 1919 fu un anno di intensa preparazione spirituale in vista dell’ingresso in Monastero, sotto la guida prudente ed illuminata di P. Di Gioia.

La futura beata entrò in comunità l'8 aprile 1920 e vestì l’abito il 24 novembre dello stesso anno, assumendo il nome di suor Elia di San Clemente.

Emise i primi voti semplici il 4 dicembre 1921. “Sola ai piedi del mio Crocifisso Signore, lo guardai lungamente, e in quello sguardo vidi che era tutta la mia vita”, disse allora.

Oltre a Santa Teresa di Gesù, prese come sua guida Teresa di Gesù Bambino, seguendo la “piccola via dell’infanzia spirituale ove mi sentivo - afferma la Beata - chiamata dal Signore”.

Fece la professione solenne l’11 Febbraio 1925.

EventoData
Nascita di Teodora Fracasso17 gennaio 1901
Battesimo21 gennaio 1901
Ingresso nel Terz’Ordine Domenicano20 aprile 1914
Professione domenicana14 maggio 1915
Ingresso nel Carmelo di San Giuseppe8 aprile 1920
Vestizione religiosa24 novembre 1920
Primi voti semplici4 dicembre 1921
Professione solenne11 febbraio 1925
Morte25 dicembre 1927
Beatificazione18 marzo 2006
Memoria liturgica29 maggio

La vita religiosa nel monastero

Il cammino nel Carmelo fu per suor Elia un tempo di grande grazia, ma anche di profonde prove. Già nei primi mesi di noviziato aveva dovuto affrontare con grande spirito di fede non poche difficoltà.

In monastero visse una vita ordinaria di probanda, novizia e poi professa. Nulla che attirasse l'attenzione: anzi, dopo la Vestizione sperimentò la notte dello spirito, un “muro di bronzo” - scrisse - che le oscurava tutto ciò in cui aveva fino a quel momento creduto, tanto che la maestra delle novizie voleva rimandarla a casa.

E invece proprio in queste tenebre Dora, divenuta ormai suor Elia, riconobbe la via più sicura per raggiungere il suo unico amore: Dio.

Da quel momento canterà con tutta l'anima e con tutta la vita la gioia dell'annientarsi in Dio, perdersi per Lui, per un amore tanto più puro e fecondo quanto più oscuro e incomprensibile: “ti seguano altri sul Tabor, io ti voglio seguire nel Getsemani e sul Calvario”, scriveva.

I suoi scritti, pensieri, ricordi, poesie e lettere, traboccano di amore oblativo, indifferente alle luci e alle consolazioni, che pure le vennero donate in gran numero dopo la notte della purificazione, un amore centrato esclusivamente in Dio.

Lo straordinario in lei coincideva con la sua quotidianità, con la perenne serenità e stabilità interiore, con lo stato di preghiera continua: lavorava senza risparmiarsi, in obbedienza assoluta, ma aveva sempre tempo per un gesto di carità e un sorriso.

La prova nell’educandato

Il suo cammino non fu facile fin dall’inizio. Il problema più grande sorse dopo che la Madre Priora, Angelica Lamberti, nella primavera del 1923, nominò suor Elia maestra di ricamo a macchina nell'educandato per giovanette annesso al Carmelo.

La direttrice, suor Colomba del SS. Sacramento, dal carattere autoritario e severo, non vedeva di buon occhio la bontà e la gentilezza con cui suor Elia trattava le educande, e dopo due anni la fece rimuovere dall'incarico.

La sua bontà e il tratto dolce con le giovani attiravano consensi e affetto, ma anche invidie e incomprensioni. La direttrice dell’educandato, suor Colomba del SS. Sacramento, la ostacolò fino a ottenerne la rimozione.

Umiliata, suor Elia tornò in silenzio al lavoro nella sua cella, dedicandosi al cucito e all’orazione.

Sempre rigorosamente osservante delle Regole e degli atti comuni, la nuova Beata trascorreva per molto tempo gran parte della giornata nella sua cella, dedita ai lavori di cucito che le venivano affidati, pur continuando a godere di grande stima da parte della Madre Priora, che nel 1927 la nominò sagrestana.

In questa prova dolorosa le fu di grande conforto P. Elia di S. Ambrogio, Procuratore Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, che l’aveva conosciuta nel 1922, in occasione di una visita al Carmelo di San Giuseppe, e con il quale la giovane intrattenne una edificante corrispondenza epistolare traendone grandi benefici.

La spiritualità della piccola via

Guidata da Teresa di Gesù Bambino, abbracciò con radicalità la “piccola via” dell’infanzia spirituale: l’umiltà, la fiducia, la semplicità del cuore.

Il suo direttore spirituale la indirizzò verso il “Voto del più perfetto”: suor Elia esitò a lungo, ma solo perché temeva che tale voto le impedisse di seguire in pienezza quella piccola via di nascondimento che era ormai parte di lei.

Non voleva eccellere in nessun modo, nemmeno nel segreto della sua anima.

La sua affinità con Teresa del Bambino Gesù è evidente. La semplicità delle loro vite, l’esperienza della debolezza come risorsa d’amore, la comune scelta del Carmelo, la passione per i fratelli, caratterizzano entrambe e sono per tutti noi una proposta di vita.

Dio è per loro tenerezza paterna; anzi, come tante indicazioni bibliche suggeriscono, di tipo materno. «Il buon Dio è per me una tenerissima madre», scriverà Suor Elia quattro giorni prima della morte al suo direttore spirituale.

La croce, il nascondimento e l’offerta

Per cogliere alcuni dei suoi tratti spirituali attingiamo direttamente al suo Diario e ai suoi Scritti. Mi sembra di cogliere in questa frase scritta il giorno della sua professione religiosa la sintesi della sua esperienza: Sola ai piedi del mio Crocifisso Signore, lo guardai lungamente, e in quello sguardo vidi che era tutta la mia vita.

Una vita in uno sguardo, uno sguardo al Crocifisso Signore. La croce è il costante riferimento della sua vita.

Si sente una bimba che deve salire un monte, che è insieme il Carmelo e il Calvario: Ai piedi di questo monte, io scorgo una bimba sorridente in volto, e cogli occhietti, guarda meravigliata, l’alto monte che le convien salire.

Per bastone ha una croce… Le spine che i piccoli piedini insanguinati calpestano non le arrestano il cammino, la tempesta a cui va incontro non la spaventa, più ella si stringe alla sua croce qual porto di salvezza…

La tua croce mi sarà di conforto nel breve pellegrinaggio della vita; crocifissa con te voglio amarti fino alla morte; mi addormento stretta alla croce del mio Gesù, baciata dai candidi raggi della luna che da piccole fessure della finestra penetrano nella cella per illuminarla…

Abbandonata alla croce, si lascia andare totalmente alla volontà di Dio, che faccia di lei quello che vuole; lo dice con il suo linguaggio della piccolezza: Fate di me, o mio piccolo Gesù, una pallina oggetto dei Vostri trastulli, calpestatela sotto i Vostri Adorabili piedini, lasciatela ove vi piace, essa ritornerà sempre al suo centro.

Sr. Elia riesce a cogliere nel suo stile di semplicità e poeticità la grande verità teologica del “forte” che si è fatto “debole”, del divino che annientò se stesso, della “grandezza” e della “piccolezza” di Dio.

Così scrive: Senti, Gesù mio, voglio farti una confidenza… Tu ben mi conosci e non ti è occulta la mia generale impotenza. Ebbene, è proprio la debolezza che si appoggia alla fortezza, l’impotenza alla potenza divina… in breve, è proprio la mia piccolezza che mi rende felice e mi fa vivere in Te!

La missione nella preghiera silenziosa

La sua missione - scrive Suor Elia - è immolarmi gioiosamente affinché il mio Dio sia conosciuto e amato da tutto il mondo.

Così si rivolge al suo Signore: Fate, o mio Dio, che il lavoro dell’anima mia si compia nell’ombra, lungi dagli sguardi; si compia nel silenzio, lungi dagli applausi; si compia anche nell’oblio della mia povera persona, purché l’accettiate voi, o mio Dio.

E aggiunge: Se una sete ardente sente l’anima mia è quella di immolarmi in ogni istante della mia vita nel silenzio di tutto il creato ed anche nell’oblio di me stessa.

Compresi che per condurre anime a Dio non era necessario compiere opere grandi; anzi, era proprio l’immolazione completa di tutta me stessa che mi chiedeva il buon Gesù: compiuta nel silenzio d’ogni cosa. Nella solitudine del mio cuore potevo salvare anch’io un numero infinito d’anime. Con la preghiera intima, continua, e col distacco da ogni cosa.

Realizza la dimensione missionaria del suo battesimo in una ardente preghiera, nel silenzio, nel nascondimento.

Anime io cercherò per lanciarle nel mare dell’Amore Misericordioso: anime di peccatori, ma soprattutto anime di sacerdoti e religiosi. A questo scopo la mia esistenza si spegnerà lentamente, consumandosi come l’olio della lampada che veglia presso il Tabernacolo.

L’Eucaristia e la vita interiore

Nella vita della beata tutto è grazia, è fonte di gioia, anche le amarezze, le incomprensioni, le malattie, l’Eucaristia è paradigma di ogni suo giorno, trova il coraggio dell’offerta come vittima pur nella percezione continua del suo limite, della sua fragilità.

Scrive nel suo Diario: Le piccole vittime d’amore non raccolgono mai spine, ma sempre rose, perché esse ben sanno che tutto viene dall’amore.

La loro vita è soave, gioconda, di tutto ne godono; la loro croce è coperta di fiori e vedendosi piccolissime anime ne sono grandemente felici, sprigionando dai loro cuori quella delicata e silenziosa nota dell’amore…

La vittima d’amore non coglie spine, ma sempre rose… Essa va ripetendo fra se stessa: “dentro di me vi è il cielo, in me vi è la vita, io posseggo l’amore”.

E difatti proprio così, per la sua vita immolata ben si può chiamare anima Eucaristica….

Una vita immersa nel Cielo della Trinità che la abita: Mio Dio, io vi contemplo nel cielo dell’anima mia, e m’inabisso in Voi… Tutto mi parla di Te, Dio mio.

Voglio passare la mia vita in un profondo silenzio per ascoltare nell’intimo dell’anima la delicata voce del mio dolce Gesù.

Sento la vastità della mia anima, la sua infinita grandezza, che non basta l’immensità di questo mondo a contenere: essa fu creata per perdersi in Te, mio Dio, perché tu solo sei grande, infinito e perciò tu solo puoi renderla pienamente felice.

“Ti lascio per il mio Dio”

La scelta della clausura fu vissuta da Teodora come una risposta d’amore alla chiamata ricevuta nell’infanzia.

Addio casa mia, nido di pace a amore, dolce santuario di fede e virtù, addio per sempre, ti lascio per il mio Dio. Signore, ho udito la tua voce, volo al Carmelo.

Addio Mamma diletta, profumata di ogni virtù. custodisti il mio cuore come in una pisside preziosa. Ti lascio solo per il mio Dio, non ti abbandono ma ti lascio per brevi istanti.

E Babbo del mio cuore, addio, addio, ti lascio perché Gesù mi chiama, e sono felice di poter immolare a Lui il grande amore che ti porto, tu che ben mi comprendevi e tanto mi amavi mi doni al Signore perché sai bene che non sei il Padrone ma il custode della mia vita.

La malattia e la morte il giorno di Natale

Colpita nel gennaio del 1927 da una forte influenza che la debilitò molto, suor Elia cominciò ad accusare frequenti mal di testa di cui non si lamentava e che sopportava senza prendere alcun medicinale.

Quando, il 21 dicembre, iniziò ad accusare anche una forte febbre ed altri disturbi, pensò che si trattasse di uno dei soliti malesseri, ma la situazione peggiorava di giorno in giorno.

Il 24 dicembre fu visitata da un medico, che, pur avendo diagnosticato una possibile meningite o encefalite, non ritenne la situazione particolarmente grave, per cui soltanto il mattino successivo furono convocati al capezzale dell'inferma due medici, che constatarono l'irreversibilità delle sue condizioni.

Suor Elia morì alle 12.00 del 25 dicembre 1927, realizzando ciò che aveva detto: “Morirò in un giorno di festa”.

Il 24 Dicembre venne visitata da un medico, che, pur avendo diagnosticato una possibile meningite o encefalite, non ritenne la situazione clinica particolarmente grave, per cui soltanto il mattino successivo furono convocati al capezzale dell’inferma due medici, i quali purtroppo constatarono l’irreversibilità delle sue condizioni.

Suor Elia di San Clemente si spense alle ore 12’00 del 25 Dicembre 1927. Fece il suo ingresso in Cielo in un giorno di festa, come aveva predetto: “Morirò in un giorno di festa”.

Fu colpita da encefalite il giorno di Natale del 1927, a mezzogiorno in punto, mentre tutte le campane della città suonavano a festa.

Non aveva ancora compiuto 27 anni.

Urna con reliquie di Elia di San Clemente

I funerali e la memoria nella Chiesa di Bari

I funerali furono celebrati il giorno successivo dall'Arcivescovo di Bari, monsignor Augusto Curi, alla presenza dei suoi familiari e di moltissima gente accorsa per visitare la salma.

I suoi funerali furono celebrati il giorno successivo dall’Arcivescovo di Bari, Mons. Augusto Curi, alla presenza dei familiari della Serva di Dio e di tantissima gente accorsa per visitare la salma.

La giovane carmelitana lasciò in tutti un nostalgico ricordo, ma anche un grande insegnamento: è necessario camminare con gioia verso il Paradiso perché quello è “il punto omega” di ogni credente.

La sua morte non fu interpretata come la fine della sua missione spirituale. Invece in quel momento suor Elia cominciò a “lavorare” a pieno ritmo, come aveva promesso: un ininterrotto ruscello di piccoli e grandi favori scorre da quel giorno verso quanti si rivolgono a lei.

Il riconoscimento della santità

Il processo diocesano per la causa di beatificazione si aprì a Bari nel 1958. Il decreto sull’eroicità delle virtù fu promulgato da San Giovanni Paolo II l’11 dicembre 1987.

Il miracolo per la beatificazione fu riconosciuto il 19 dicembre 2005 e la beatificazione fu celebrata il 18 marzo 2006 nella Cattedrale di Bari, presieduta da S.E. Mons. Francesco Cacucci.

Il miracolo riconosciutole è la guarigione di Pietro Milano nel 2002, affetto da problemi circolatori che lo avevano portato al coma.

Il rito della beatificazione si è svolto il 18 marzo 2006 durante una celebrazione eucaristica nella Cattedrale di Bari presieduta dall’Arcivescovo Francesco Cacucci di Bari-Bitonto.

La beatificazione e la memoria liturgica

Noi, accogliendo il desiderio del Nostro Fratello Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, e di molti altri Fratelli nell’Episcopato e di molti fedeli, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, con la Nostra Autorità Apostolica concediamo che la Venerabile Serva di Dio Suor Elia di san Clemente, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze della Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, che ha consacrato la sua vita contemplativa per amore di Cristo al servizio della Chiesa, d’ora in poi sia chiamata Beata e che si possa celebrare la sua festa nei luoghi e secondo le regole stabilite dal diritto, ogni anno, il 29 maggio.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 14 marzo dell’anno del Signore 2006, primo del Nostro Pontificato.

La Beata Elia di San Clemente è ricordata dalla Chiesa cattolica il 29 maggio, con memoria facoltativa.

Dove si trovano le reliquie di Elia di San Clemente

Ora le sue spoglie riposano in un’urna accanto all’altare della cappella del suo monastero, meta di un ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, ai quali la sua fotografia sorride con dolcezza e un pizzico di gioiosa complicità.

Il monastero San Giuseppe di Bari è il luogo in cui suor Elia visse la sua vocazione carmelitana e nel quale la memoria della Beata continua a essere custodita.

La reliquia è quindi inseparabile dalla storia del monastero: il Carmelo di San Giuseppe fu la casa religiosa nella quale Teodora entrò l’8 aprile 1920, vestì l’abito il 24 novembre dello stesso anno e pronunciò la professione solenne l’11 febbraio 1925.

La venerazione delle reliquie si inserisce nella memoria della vita contemplativa della Beata, nella sua spiritualità eucaristica e nella sua offerta silenziosa per la Chiesa e per le anime.

La peregrinatio delle reliquie

Le reliquie della Beata Elia di San Clemente sono state accolte anche in occasione di iniziative di peregrinatio, durante le quali la memoria della religiosa barese è stata proposta alla preghiera delle comunità cristiane.

Domenica 24 e Lunedì 25 accoglieremo nella nostra Basilica le reliquie della beata Elia dui San Clemente, unica Beata nata nella nostra Arcidiocesi di Bari-Bitonto, nel X anniversario della Sua Beatificazione.

La presenza temporanea delle reliquie in una basilica o in una chiesa consente ai fedeli di avvicinarsi alla testimonianza della Beata, di partecipare alla preghiera comunitaria e di approfondire il significato della sua consacrazione al Carmelo.

Reliquie della Beata Elia in peregrinatio

Il significato della reliquia nella spiritualità cristiana

La reliquia di Elia di San Clemente richiama concretamente una vita interamente orientata a Cristo, vissuta nel nascondimento del monastero San Giuseppe di Bari. La venerazione non si concentra sulla reliquia come oggetto autonomo, ma sulla persona della Beata, sulla sua fede e sull’opera di Dio riconosciuta nella sua esistenza.

La testimonianza di Suor Elia susciti un forte desiderio di riscoprire la dimensione contemplativa della vita cristiana.

La sua vita profumava di cielo e terra, come scrive padre Luigi Gaetani: «Un’esistenza teologale, intrisa di cielo ed impastata di terra, come l’anima della gente che vive nella terra di Puglia: un popolo che abita sulla frontiera del cielo».

La sua testimonianza rimane una voce viva del Carmelo: non occorrono opere clamorose per farsi santi, ma un cuore interamente consegnato a Dio.

La spiritualità della reliquia: silenzio, fiducia e amore

Nel tempo attuale, in cui tanti cercano senso, consolazione e autenticità, la figura della Beata Elia di San Clemente ci invita a ritornare all’essenziale: il volto di Cristo, l’amore silenzioso, l’offerta nascosta, la fiducia illimitata.

Suor Elia di San Clemente, “perduta in Dio”, come amava definirsi, ci invita a vivere nell’amore, a vivere anche noi una profonda intimità con Dio, a lasciare che Lui scriva nei nostri giorni una originale storia di amore.

Voglio poggiare il mio capo sulle tue ginocchia ed ivi riposare e nel dolce riposo parlarti, manifestarti tutto il mio amore… Ma cosa potrò mai dire se appena la lingua si scioglie? Ripeterò allora mille e mille volte senza stancarmi mai quella parola che Tu stesso mi hai insegnato: T’amo, t’amo!

La sua esperienza spirituale unisce la contemplazione, la sofferenza accolta nella fede, la carità verso il prossimo e il desiderio missionario di condurre le anime a Dio attraverso la preghiera.

“Bisogna saper fiorire là dove Dio ci ha seminati”.

La reliquia e il messaggio della Beata Elia

La reliquia custodita presso il monastero San Giuseppe di Bari ricorda una giovane donna che visse soltanto ventisei anni, ma che trasformò ogni momento della sua esistenza in un’offerta d’amore.

La sua vita fu tutta attraversata e permeata da un unico grande desiderio: “voglio farmi santa, grande santa”.

Nella sua ascesa al monte di Dio scelse, come fedeli compagni di viaggio, i grandi santi carmelitani. Santa Teresa d’Ávila le insegnò a nascondersi con totale abbandono nel Signore: “inabissandomi in Lui, oceano infinito, mi perdo per non esistere più… ora mi tocca vivere di pura fede”.

L’insegnamento e la testimonianza di san Giovanni della Croce illuminò soprattutto i suoi momenti di oscurità: “Sì, anche Gesù si era celato completamente all’anima mia, lasciandomi sola nel deserto dell’esilio, la notte dello spirito”.

Con santa Teresa di Lisieux percorse “la via più sicura: farsi piccola per essere portata da Gesù”, imparando da lei che “per condurre anime a Dio non era necessario compiere opere grandi, anzi era proprio l’immolazione di tutta me stessa che mi chiedeva il buon Gesù, compiuta nel silenzio ad ogni cosa”.

Nella solitudine del mio cuore potevo salvare anch’io un numero infinito d’anime.

La devozione verso la Beata Elia di San Clemente trova così nella reliquia un punto concreto di preghiera e di memoria, mentre il suo messaggio rimanda alla piccola via, alla fiducia nell’amore misericordioso e alla fedeltà nelle circostanze ordinarie della vita.

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