Missionarie di San Carlo Borromeo: abito, identità e vita consacrata

Le Missionarie di san Carlo Borromeo sono una nuova famiglia religiosa nata dal desiderio di alcune ragazze di condividere gli ideali della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo. La loro identità è legata alla consacrazione, alla vita comune, alla preghiera e alla missione, mentre il materiale disponibile non descrive in modo specifico il taglio, il colore o gli elementi dell’abito religioso.

Per comprendere l’abito delle Missionarie di san Carlo Borromeo è quindi necessario collocarlo nel contesto della loro vocazione e della loro appartenenza ecclesiale. Le Missionarie nascono nel 2005 dal desiderio di alcune ragazze di condividere gli ideali della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo.

Origine delle Missionarie di san Carlo Borromeo

La Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo è stata fondata da mons. Massimo Camiscasca nel 1985. Da questa Società di Vita Apostolica nel 2005 nascono le Missionarie di san Carlo Borromeo.

Le Missionarie di san Carlo Borromeo sono una nuova famiglia religiosa che ha preso il via nel settembre 2005, con la partenza da Legnano verso Roma di Rachele Paiusco, attuale superiora generale, allora24enne - spiega l’associazione De Gasperi, che ripropone alla città la loro testimonianza in una serata dal titolo “Cento volte tanto”, che si terrà lunedì 22 novembre 2021 al Teatro Talisio Tirinnanzi di piazza 4 Novembre - Il movente è stato il desiderio di vivere un’esperienza di consacrazione e di missione secondo il carisma della Fraternità sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo.

Sono così nate le Missionarie di san Carlo, grazie all’accoglienza di monsignor Massimo Camisasca, allora superiore generale della Fraternità sacerdotale e attuale vescovo di Reggio Emilia. Il primo riconoscimento ufficiale come Associazione di fedeli è arrivato nel 2007 da parte di monsignor Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina.

Le Missionarie (MSCB) sono il più recente ambito vocazionale votato alla verginità sorto in Comunione e Liberazione, e l’unico nato dopo la morte di don Luigi Giussani (febbraio 2005), come un fiore di un carisma che ancora arricchisce la Chiesa, alla vigilia della ricorrenza dei 100 anni dalla nascita di don Giussani stesso.

Che cosa si può dire dell’abito

Nel materiale disponibile non sono indicati il colore dell’abito, la forma della veste, l’eventuale velo, la presenza di simboli distintivi o le differenze tra l’abbigliamento delle professe definitive, delle professe temporanee e delle novizie.

Non è quindi possibile descrivere con precisione l’abito delle Missionarie di san Carlo Borromeo senza introdurre informazioni non presenti. È però chiaro che l’abbigliamento va considerato all’interno di una vita religiosa caratterizzata dalla consacrazione a Dio, dalla formazione, dalla vita comune e dalla missione.

La formazione, dall’ingresso ai voti definitivi, dura almeno sei anni, attraverso la guida delle maestre delle novizie e delle professe, la vita comune, la frequenza di una scuola interna, la preghiera e la collaborazione in varie opere educative e di carità.

Consacrazione, voti e appartenenza comunitaria

La scelta dell’abito, quando presente nella vita di una comunità religiosa, non può essere separata dalla professione della consacrazione e dall’appartenenza a una famiglia spirituale. Nel caso delle Missionarie di san Carlo, il percorso conduce dai primi anni di formazione alla professione dei voti definitivi.

Il 25 marzo 2026, nella solennità dell'Annunciazione del Signore, suor Francesca Favero e suor Alina Maria Graz hanno professato i loro voti definitivi. La celebrazione, presieduta da S.E.R. mons. Gianrico Ruzza, si è svolta nella parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi alla Magliana, Roma.

Suor Francesca Favero nel giorno dei suoi voti semplici (dicembre 2022). “Ti sembra bello far aspettare Gesù?” Era il 2019 e questa domanda di don Antonio Anastasio - Anas, per gli amici - spezzò le ultime paure che mi tenevano legata: qualcuno mi aveva cercata, mi era venuto incontro e non era indifferente alla mia risposta.

A Dio Onnipotente interessava il mio sì! Questa sua preferenza per me l’ho conosciuta fin da bambina grazie ai miei genitori; sono loro ad avermi aperto la strada alla vita della Chiesa dentro il movimento di Comunione e Liberazione.

La testimonianza di suor Francesca Favero

Sono nata a Udine e ho cinque fratelli. A casa nostra c’erano sempre tanti amici e compagni di classe che condividevano la vita con noi. Negli anni del liceo queste amicizie e l’appartenenza al Movimento hanno messo in me radici profonde.

A 19 anni mi sono trasferita a Milano per studiare architettura. Mi sentivo come Violaine de L’annuncio a Maria: sapevo di chi ero figlia, qual era la mia casa, chi avrei sposato e che lavoro avrei fatto. Tutto mi corrispondeva.

Ma queste cose non riuscivano a esaurire una domanda che avevo nel cuore: “Signore mi hai dato tutto, come posso rispondere a questo amore?” Al quarto anno ho fatto l’Erasmus a Porto. Partivo sola e non conoscevo neanche la lingua: questa circostanza ha aperto uno spazio nuovo per il mio rapporto con Gesù.

Lo cercavo e Lui mi rispondeva, nella preghiera e nei volti di chi incontravo. Mentre gioivo per questa sua vicinanza, in università e alle feste incontravo tanta gente a cui mancava un senso nella vita. Mi accorgevo di avere un tesoro prezioso che loro non conoscevano. Dovevo dirlo a tutti!

Avevo un tesoro prezioso che loro non conoscevano. Dovevo dirlo a tutti! A dicembre di quell’anno sono andata agli esercizi degli universitari di CL del Portogallo, guidati al tempo dai sacerdoti della Fraternità san Carlo, missionari a Lisbona.

Conoscevo la Fraternità dalla mia infanzia e avevo visto gli amici dei miei genitori partire missionari per Messico, Taiwan e Germania, ma quell’anno è stato un incontro nuovo: don Paolo, allora seminarista, fu il segno che era possibile dare la vita a Dio e che la vita, con Cristo, fioriva.

Non ho più smesso di cercare la loro amicizia e, tornata a Milano, ho cominciato ad andare a messa tutti i giorni: così il Signore aveva iniziato ad attirarmi a sé. È stata questa intuizione a portarmi da Anas per chiedergli di accompagnarmi.

Proprio in quel periodo un’amica mi parlò dell’esistenza delle Missionarie di san Carlo: c’era qualcosa che mi interessava, ma approfondirlo sarebbe stato troppo rischioso, così rimasi dell’idea che mi sarei sposata.

Dallo studio di architettura alla consacrazione

Dopo la laurea ho iniziato a lavorare come architetto e progettavo interni di lusso. Seguendo dei cantieri in Iraq e varcando le porte dei più ricchi, pensavo spesso all’amore di Cristo per ognuno di loro.

Mi inserivo dentro una storia che proprio in quelle terre era cominciata con Abramo e dove quella stessa voce diceva a me: “Seguimi, ti mando io”. Per anni ho tenuto nascosto sotto il materasso un libro di don Massimo che tiravo fuori le sere in cui pensavo alla vocazione.

Nel frattempo, tra tanta vita con amici e colleghi, temporeggiavo organizzando l’estate in Siria dai francescani, un viaggio in Costa d’Avorio tra i più poveri e le visite ai senzatetto. C’era però un problema: non avevo pace.

Quel giorno del 2019, parlando con Anas, ho capito che se avessi continuato a seguire i miei progetti mi sarei persa la parte migliore. Il Signore non mi stava chiamando solo a partire per una terra lontana, mi voleva più vicina a Lui e mi prometteva la felicità.

È per questo che, il prossimo 25 marzo, mi consacrerò a Dio nelle Missionarie di san Carlo, la bella casa che era preparata da sempre per me.

La vocazione di suor Teresa Versaci

«Voglio essere felice. Questo desiderio ha sempre vissuto nel mio cuore fin da quando ero piccola, ed è diventato sempre più forte con il passare degli anni e il crescere delle esperienze.

Durante il mio primo anno di università sono stata invitata da un amico a partecipare a una testimonianza di un sacerdote della Fraternità San Carlo: aveva raccontato della bellezza di una vita spesa per gli altri, della missione, della comunione con i fratelli sacerdoti.

Finalmente avevo davanti agli occhi un uomo felice che mi testimoniava che era possibile vivere così. Anche io voglio essere così felice, almeno quanto lui».

Suor Teresa Versaci ha trovato la sua felicità: venerdì prossimo, 25 marzo, alle 15 nella parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi pronuncerà i voti definitivi nelle mani di suor Rachele Paiusco, superiora generale delle Missionarie di san Carlo, e alla presenza del vescovo Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo.

Originaria di Torino, 39 anni, suor Teresa vivrà nella casa generalizia a Roma, dove svolgerà il compito di segretaria generale delle Missionarie di San Carlo Borromeo.

«Diversi anni fa, al Meeting di Rimini, ho cercato lo stand della Fraternità San Carlo e mi sono rivolta al primo prete disponibile - racconta suor Teresa a proposito della sua vocazione -. Mi sono imbattuta in un certo don Paolo Sottopietra, giovane prete trentino che mi ha accolta e ascoltata.

Questo incontro è stato l’inizio di una amicizia, di una paternità e di una figliolanza, di una sequela, della fedeltà a Dio che è paziente e che compie ciò che mette nel nostro cuore».

Fondamentale nel percorso vocazionale della religiosa anche un altro incontro: quello con suor Rachele. «Sono felice - conclude suor Teresa - di poter servire la mia comunità in questo modo e di costruire così questo pezzo di Chiesa nella quale siamo chiamate a vivere».

Le case delle Missionarie e la vita quotidiana

Attualmente le Missionarie di san Carlo vivono nella Casa di formazione di via Aurelia Antica di Roma, e nelle quattro case di missione di Nairobi (Kenya), Broomfield-Denver (Colorado, USA), Grenoble (Francia) e Roma Magliana.

ElementoInformazione
Casa di formazioneRoma, via Aurelia Antica
Case di missioneNairobi, Broomfield-Denver, Grenoble e Roma Magliana
Composizione della comunitàPiù di trenta giovani donne
Professe definitive17 suore
Professe temporaneeOltre otto
Durata della formazioneAlmeno sei anni

La loro famiglia è composta da più di trenta giovani donne, di cui 17 suore professe definitive, oltre a otto professe temporanee e alle novizie. I paesi d’origine vedono oltre che l’Italia, presenze da Spagna, Germania, Stati Uniti, Messico e Cile.

La formazione comprende la guida delle maestre delle novizie e delle professe, la vita comune, la frequenza di una scuola interna, la preghiera e la collaborazione in varie opere educative e di carità.

La vita comune è una caratteristica fondamentale della comunità. Quest’estate sono partita dalla Casa di formazione per passare quasi un mese a Milano insieme ad Alina, un’altra novizia con cui vivo a Roma; da tanti anni, infatti, i sacerdoti della Fraternità san Carlo ci invitano a collaborare nella loro parrocchia San Carlo alla Ca’ Granda, quartiere Niguarda, alle loro varie attività estive.

La proposta era di vivere quattro settimane di centro estivo con bambini e ragazzi dai 6 ai 20 anni. Di loro, oltre all’amicizia nata con i ragazzi delle superiori, mi sono rimasti impressi i volti di alcuni bambini.

Missione educativa e incontro con i bambini

Primo giorno: tutti i bambini radunati in chiesa per un breve momento introduttivo. Mi siedo in prima fila accanto a uno dei nuovi arrivati, e per rompere il ghiaccio mi presento.

Mi dice il suo nome senza guardarmi, perché ha gli occhi incollati al grandissimo crocifisso della Ca’ Granda. «Ma quell’uomo non è molto realistico…», mi dice.

Al che gli chiedo se dice così per via del sangue arancione e non rosso. «Non per quello, ma perché gli hanno fatto le ferite come se le avessero aperte con un coltello».

Allora gli rispondo: «eh, è molto realistico, perché Gesù l’hanno ferito nelle mani e nei piedi con dei chiodi, e nel fianco con una lancia, quindi proprio come con un coltello».

«Gesù? Ma è uno che c’entra con Dio?», ribatte. «Sì, Gesù è il Figlio di Dio».

Di scatto, solo ora, si gira verso di me, con gli occhi sgranati. «Ma è successa veramente questa storia? Nessuno me l’ha ancora raccontata».

Annuisco, ma lui subito incalza: «però aspetta, io in Dio non ci credo. Non si può credere in Dio, nessuno l’ha mai visto».

«Gesù è nato apposta per questo, per assicurarci che Dio esiste. Così, anche se non abbiamo mai visto Dio, possiamo fidarci di lui. E non solo esiste, ma è buono, ci vuole bene!».

Il viso crucciato si apre in un sorriso. In quel momento i ragazzi animatori intonano il canto di Claudio Chieffo Ho un amico.

Gli sussurro: «Ecco, questo canto parla di Dio come di un nostro amico!». Sorridendomi esclama “sì!” e improvvisa senza paura la melodia del canto, seguendo la voce al microfono e le parole proiettate.

In quel momento, ho avuto il privilegio di assistere ad uno dei primi incontri tra Cristo e un cuore che, già così piccolo, è tutto attesa di lui e di conoscere il Destino buono verso cui cammina, Destino che è Dio Padre.

Mi ha colpito anche l’amicizia con un altro bambino. Dopo alcuni giorni di giochi mi sono accorta che non solo era uno dei più vivaci, ma anche tra i più portati per lo sport.

Mentre giocavamo tutti contro tutti, un giorno, era sul punto di eliminarmi, così ho cercato di fermarlo. «Aspetta, fermo! Alleiamoci! Che ne dici?».

Dopo aver valutato un secondo la convenienza della proposta, sorridendo ha continuato a giocare senza eliminarmi e con un nuovo bersaglio. Da quel momento si è considerato mio alleato in ogni cosa, dentro e fuori dal campo.

Ed ecco che una mattina mi viene vicino e mi dice: «Caterina, ma se in questo gruppo di bambini non potessimo esserci tutti, tu con chi vorresti stare?».

Io, che già immagino dove vuole arrivare, faccio la finta tonta: «non so, ma io sono contenta di essere in tanti, non vorrei che fossimo di meno!».

Lui incalza: «Sì, anche io sono contento, ma se dovessimo formare delle squadre più piccole, chi sceglieresti?».

«Mah, forse dovrei valutare in base ai giochi da fare…», dico resistendo ancora un po’. A quel punto, non trattenendosi più, alza la voce: «Ok, ma se tu dovessi scegliere uno solo di noi, tu chi sceglieresti?».

Finalmente rispondo: «Te! Sceglierei proprio te!». Sorridendo, senza dire nulla, mi abbraccia e, salterellando, torna a giocare.

I bambini vivono la dipendenza con una semplicità e una naturalezza che i grandi facilmente perdono: hanno bisogno di uno sguardo amico che continuamente li confermi e li preferisca e ne vanno fieri.

Missione internazionale e comunità

Le Missionarie di san Carlo vivono la loro vocazione in diverse realtà geografiche e culturali. La loro presenza comprende l’Italia, il Kenya, gli Stati Uniti e la Francia, oltre alle diverse origini delle religiose.

Suor Rachele torna a Legnano dopo cinque anni “A cinque anni dalla serata al Teatro Tirinnanzi dell’aprile 2016, in cui abbiamo parlato delle Missionarie agli amici di Legnano, desidero tornare per ringraziare di tutto l’aiuto ricevuto, dell’amicizia e dei contributi che questa mia città ha elargito generosamente alla nostra comunità - dice suor Rachele - Allora la nostra presenza missionaria nel mondo consisteva solo della casa di Nairobi, in quella di Reggio Emilia e nella allora recente apertura di quella di Denver.

Oggi desidero raccontare della vita delle nostre quattro case di missione e della casa madre di Roma, una vita semplicissima e allo stesso tempo grande, perché per noi è stata mantenuta la promessa di Gesù: a chi lascerà tutto per me, sarà dato cento volte tanto».

Suor Rachele è nata a Milano nel 1981, ha frequentato a Legnano le scuole dell’obbligo (l’elementare Arca e la media Kolbe, dal 2007 confluite nell’Istituto Tirinnanzi) e il liceo scientifico Galilei.

Prima di partire per Roma ha conseguito la laurea in Lettere moderne alla Statale di Milano e il diploma di pianoforte al Conservatorio di Bergamo.

Il significato dell’abito nel contesto della missione

La documentazione presenta le Missionarie soprattutto attraverso le loro storie vocazionali, il lavoro educativo, la preghiera e la missione. L’abito, pertanto, non viene descritto come un elemento isolato, ma deve essere ricondotto alla forma di vita scelta dalle religiose.

Il Signore non mi stava chiamando solo a partire per una terra lontana, mi voleva più vicina a Lui e mi prometteva la felicità. È per questo che, il prossimo 25 marzo, mi consacrerò a Dio nelle Missionarie di san Carlo, la bella casa che era preparata da sempre per me.

La consacrazione è vissuta dentro una comunità concreta, in cui le vocazioni si sostengono attraverso la vita comune, la collaborazione nelle opere educative e di carità, la formazione e la preghiera.

«Sono felice - conclude suor Teresa - di poter servire la mia comunità in questo modo e di costruire così questo pezzo di Chiesa nella quale siamo chiamate a vivere».

Le celebrazioni della comunità

Sabato 19 settembre, le Missionarie e la Fraternità di san Carlo vi invitano a festeggiare gli anniversari di fondazione dei due istituti. La festa avrà luogo alla parrocchia Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi (Roma).

  • 17:30 Testimonianze di don Martino De Carli e suor Monica Noce
  • 19:00 Santa Messa
  • 20:00 Cena
  • A seguire, festa e canti!

Il 25 marzo 2026, nella solennità dell'Annunciazione del Signore, suor Francesca Favero e suor Alina Maria Graz hanno professato i loro voti definitivi. La celebrazione, presieduta da S.E.R. mons. Gianrico Ruzza, si è svolta nella parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi alla Magliana, Roma.

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