Nel Medioevo la Quaresima dei soldati non costituiva un periodo separato rispetto a quello degli altri cristiani: anche gli uomini d’arme erano chiamati alla penitenza, al digiuno, all’astinenza, alla preghiera e alle opere di carità. Tuttavia, la loro condizione rendeva particolarmente complesso osservare una disciplina religiosa fondata sulla rinuncia alla carne, sulla sospensione dei divertimenti e, in alcuni contesti, sulla limitazione dell’uso delle armi.
La Quaresima era il periodo di quaranta giorni che preparava alla celebrazione della Pasqua e ricordava i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero. Per un soldato medievale, questo tempo poteva essere letto anche attraverso il linguaggio della militanza cristiana: la disciplina del corpo, il dominio dei desideri e la lotta contro il male diventavano esercizi spirituali comparabili alla preparazione, all’obbedienza e alla costanza richieste dalla vita militare.

La Quaresima nel cristianesimo medievale
La Quaresima è il periodo di quaranta giorni che precede la celebrazione della Pasqua: secondo il rito romano inizia il mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì Santo. Sono pratiche tipiche della quaresima il digiuno e altre forme di penitenza, la preghiera più intensa e la pratica della carità.
È un cammino di preparazione per celebrare la Pasqua, che è il culmine delle festività cristiane e ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero. Dal punto di vista del cristiano è un tempo di preparazione spirituale all’incontro con il Cristo risorto.
La Quaresima è quindi l’opportunità di una più viva partecipazione al Mistero di Cristo morto e risorto: "Partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (Rm ). L’accento non va posto quindi sulle pratiche ascetiche (digiuno e astinenza dalle carni, preghiera e opere di carità), ma sull’azione purificatrice e santificatrice del Signore, che si traduce nel fedele nell’impegno della conversione e del ritorno a Dio.
Le origini storiche del periodo penitenziale
Fu solo attorno al IV secolo che cominciò ad affermarsi tra i cristiani d’Oriente un periodo purificazione e di preparazione alla Pasqua, benché una pratica penitenziale pre-pasquale si fosse già delineata a partire dal II secolo. I primi accenni diretti a un periodo pre-pasquale risalgono al principio del IV secolo in Oriente e alla fine dello stesso in Occidente.
Una prassi penitenziale preparatoria alla Pasqua col digiuno, però, aveva cominciato ad affermarsi fin dalla metà del II secolo. In ogni caso alla fine del IV secolo la struttura della Quaresima è quella dei quaranta giorni; visti alla luce del simbolismo biblico essi acquisiscono un valore salvifico-redentivo, per cui vengono chiamati Sacramentum.
L'etimologia latina quadragesima dies sottolinea il quarantesimo giorno di preparazione in vista della principale festa dell'intero anno liturgico, che è appunto la Pasqua della Resurrezione del Signore. È questo un periodo dell’anno che non ha date costanti di inizio e fine, perché la sua posizione calendariale dipende dal giorno del mese in cui cade la Pasqua, celebrata nella prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera.
Fissata la data della Pasqua, festa ereditata dal mondo ebraico, la Pesach, che ricorda l’uscita degli Ebrei dall’Egitto, è possibile poi stabilire le date della Quaresima e dello stesso Carnevale che nella Quaresima sbocca.
Il digiuno e l’astinenza
Secondo il Codice di diritto canonico è la «legge divina» a stabilire che «tutti i fedeli» siano «tenuti a fare penitenza, ciascuno a proprio modo» nei giorni stabiliti, dedicandosi alla preghiera e a opere di pietà e di carità, e infine «osservando il digiuno e l’astinenza».
Concentrati in particolare nel periodo liturgico della Quaresima, questi momenti penitenziali vanno associati all’astinenza dalle carni e al digiuno del Mercoledì delle ceneri e del Venerdì santo, con cui per lungo tempo è stata connessa, e in realtà vige tuttora, la pratica del mangiare di magro il venerdì di ogni settimana.
Nel corso di tutta la Quaresima vigeva dunque in passato l’imposizione, ormai allentatasi, di mangiare di magro, abolendo pertanto tutte le carni, mentre il pesce e il rosso d’uovo erano consentiti. Il digiuno non implicava quindi necessariamente una totale astensione dal cibo, ma imponeva una trasformazione radicale del regime alimentare.
Questi furono invece i connotati assunti nell’Europa medievale dal digiuno che, pur non imponendo una totale astensione dal cibo, era ugualmente difficile da praticare in quanto comportava la rinuncia alla carne in un mondo che la considerava il più importante degli alimenti.
I ritmi annuali che determinavano l’alternarsi dei prodotti a disposizione erano infatti intersecati da altri ritmi, che si attivavano nel corso delle settimane e degli anni: quelli della carne e del pesce o, più in generale, del “grasso” e del “magro”, che includeva un numero impressionante di giorni in cui era proibito consumare la carne o addirittura, come in Quaresima, i prodotti animali in genere, cioè latte e latticini, uova e grassi.
Che cosa potevano mangiare i soldati
Per i soldati il problema alimentare era particolarmente concreto, perché la guerra, la marcia e la vita negli accampamenti richiedevano rifornimenti regolari, alimenti conservabili e pasti sufficientemente sostanziosi. La disciplina penitenziale imponeva tuttavia di distinguere tra cibi “grassi” e cibi “magri”.
Se la rinuncia era più facile per i ceti abbienti, che potevano attingere a un’ampia gamma di alimenti diversi, o per i monaci esperti nel confezionare piatti alternativi, era arduo mettere in tavola cibi appetitosi e variati per gli strati più bassi della popolazione, che oltretutto disponevano solo dei grassi animali come condimento.
Soprattutto era duro nel lungo periodo della Quaresima quando, consumate le ultime riserve invernali nella grande abbuffata del Carnevale, non si poteva ancora fruire dei primi frutti della primavera. Questa difficoltà riguardava anche gli uomini d’arme, soprattutto quando si trovavano lontani dalle città, dai monasteri e dai mercati capaci di offrire alternative alla carne.
Il pesce costituiva il principale sostituto della carne. Durante la Quaresima erano proibiti anche i latticini perché derivati dalla carne, mentre era permessa e incoraggiata l’assunzione di pesce, ritenuto immune dal peccato di lussuria perché in grado di procreare senza accoppiarsi.
Lo stesso animale veniva imposto, generalmente, durante i venerdì del tempo ordinario, alla vigilia di numerose ricorrenze, nei tre giorni precedenti le festività delle Quattro Tempora e a volte anche durante i sabati. L’importanza che il pesce acquisì nella cultura cristiana contribuì probabilmente allo sviluppo economico di molte aree dell’Europa, che si specializzarono nell’industria e nel commercio ittico.
| Regola alimentare | Pratica medievale |
|---|---|
| Carne | Era generalmente esclusa durante la Quaresima. |
| Pesce | Era consentito e spesso incoraggiato come alimento “magro”. |
| Uova | In alcune pratiche erano consentite; in altre discipline quaresimali venivano escluse. |
| Latte e latticini | Potevano essere proibiti durante la Quaresima. |
| Venerdì | Era tradizionalmente associato al mangiare di magro. |
| Mercoledì delle Ceneri e Venerdì santo | Erano collegati al digiuno e all’astinenza. |
La condizione del soldato tra guerra e penitenza
La Quaresima imponeva una tensione particolare agli uomini che vivevano di guerra. Da una parte, il soldato doveva mantenere le proprie capacità fisiche, rispettare gli ordini e affrontare marce, assedi e combattimenti; dall’altra, il calendario cristiano gli chiedeva di ridurre i piaceri del corpo, osservare il digiuno, rinunciare alla carne e dedicarsi alla preghiera e alla penitenza.
Il lungo periodo di penitenza non coinvolge più la collettività nella sua interezza e in parecchi casi ha perso molto del suo rigore. Nel Medioevo, invece, la Quaresima era una struttura religiosa e sociale che ordinava il tempo dell’intera comunità, comprese le attività degli eserciti e dei signori.
Il divieto di portare armi apparteneva a una concezione particolarmente rigorosa della Quaresima. Era previsto un solo pasto da consumarsi verso sera, l’astensione dai rapporti sessuali tra coniugi, il divieto di portare armi, di mangiare carne, di partecipare e di organizzare balli e spettacoli.
Questo divieto non va inteso come una regola identica in ogni luogo e in ogni situazione militare, ma mostra il modello ideale di una Quaresima orientata alla sospensione della violenza, dei piaceri e delle attività considerate incompatibili con la penitenza. In caso di guerra, difesa militare o necessità politica, la pratica concreta poteva assumere forme diverse.
Il soldato come figura spirituale
La Quaresima torna ogni anno a proporsi come un tempo di discernimento (siamo cenere) e di allenamento (ma siamo chiamati alla lotta). La stagione che segna il passaggio dall’inverno alla primavera ci offre quaranta giorni di revisione e di esercitazione.
Il passo che può fornire un buon programma quaresimale dice: Nessun militare si lascia intralciare da faccende comuni, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. Anche l’atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. Il contadino, che lavora duramente, deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra (2Tm 2,4-6).
In testa a queste tre immagini sta un invito preciso: «Come un buon soldato di Gesù Cristo, soffri insieme con me», dice l’apostolo, dal che risulta chiaro che l’accento è sullo sforzo, sulla fatica, sull’impegno, anche se occorre notare che questo si fa “insieme”, e nella luce della sequela di Gesù.
Il discorso però non è a senso unico, perché nelle tre immagini si parla anche della ricompensa: il “piacere” di chi ci ha arruolato, il “premio” per chi ha gareggiato nella lotta, il “frutto” per chi ha seminato e coltivato.
La disciplina del soldato e la disciplina cristiana
La disciplina del soldato Disturbati e inquietati come siamo dalle tante guerre che continuano a imperversare, il lessico militare non è più di moda. Ma una cosa è la guerra, altra il linguaggio della militanza, che non ha per niente perso di rilievo.
Non si dimentichi che tale linguaggio emerge non solo in coincidenza con ostilità esterne, ma anche in periodi in cui un diffuso torpore della vita di fede incita persone e gruppi a un sobbalzo di radicalità.
Non è un caso se questa è la figura che apre la Regola di San Benedetto, dove il monaco è descritto come colui che «imbraccia le armi gloriose e potentissime dell’obbedienza per militare al servizio del vero re, Cristo Signore» (Prol. 3), e i cenobiti sono coloro che «militano sotto una regola e un abate» (1,2), costituendo quella che viene poi definita come fraterna acies, cioè “truppa di fratelli” (1,5).
La frase non contiene alcuna contraddizione, perché non ci si mette insieme per “farsi la guerra”, ma per essere in grado, in uno sforzo comune, di “fare la guerra” contro ogni forma di male: pugnare contra diabolum.
Mi pare solo naturale collegare la figura del soldato con la disciplina, ricordando anche che esercito ed esercizio hanno la stessa radice: vengono da un verbo, exerceo, dal senso piuttosto rude se non decisamente violento: letteralmente, “cacciar fuori da uno stato di riposo”. E disciplina significa insieme un “imparare” (discere) e lo “sforzo” necessario per arrivarci.
Per un soldato medievale, questa analogia poteva rendere comprensibile il senso della penitenza: la Quaresima non era soltanto una serie di divieti alimentari, ma un addestramento dell’anima, una pratica di obbedienza e un esercizio di autocontrollo.
Il digiuno come addestramento del corpo
Il digiuno: anche se limitato al Mercoledì delle ceneri (al primo venerdì di Quaresima per il Rito Ambrosiano) e al Venerdì santo, esprime la partecipazione del corpo nel cammino della conversione e propizia l’astensione dal peccato.
L’astinenza dalle carni (magro) il venerdì: era al principio segno di povertà, essendo nell’antichità il pesce più economico che la carne. È segno dell’abbandono del lusso per vivere una vita più essenziale.
La Quaresima poteva dunque apparire al soldato come una forma di addestramento fisico e morale. La rinuncia al cibo più desiderato, la regolazione dei pasti, il controllo dei desideri e la sopportazione della fatica avevano una dimensione religiosa, ma richiamavano anche comportamenti necessari alla vita militare.
Primo impegno: esaminarsi su come gestiamo tempo, interessi, relazioni, persino certo modo di lavorare che genera solo irrequietezza e agitazione. C’è dunque un re-centramento su cose essenziali da mettere in atto e, di riflesso, un’opera di sfrondamento e di semplificazione rispetto a ciò che disperde; c’è un “digiuno” da fare, e non solo riguardo al cibo.
La preghiera e la carità negli eserciti medievali
La preghiera: la Quaresima è tempo di più assidua e intensa preghiera, individuale e comunitaria, legata molto strettamente alla conversione, per lasciare sempre più spazio a Dio. La carità: la Quaresima è tempo di più forte impegno di carità verso i fratelli.
Non c'è vera conversione a Dio senza conversione all'amore fraterno. La chiesa insegna che queste opere devono essere compiute nella consapevolezza del loro valore di segno in vista della conversione e non fine a sé stesse.
Per i soldati, la preghiera poteva essere praticata individualmente o insieme ai compagni, durante le soste, prima delle spedizioni e nei giorni più solenni del calendario liturgico. La carità poteva concretizzarsi nell’assistenza ai poveri, nella distribuzione di cibo e nella protezione dei più deboli.
A sinistra, un pingue e rubizzo macellaio (a dire dal coltellaccio che gli pende alla cintola) in camicia azzurra e calzamaglia rossa cavalca un barile di birra rovesciato tirato da due ragazzi festanti, sul quale un secondo coltello tiene conficcata una coscia di maiale, e impugna per la tenzone uno spiedo con testa di porco, polli e salsicce infilzati e appeso un cotechino.
A destra, ancora con un Bretzel e cialde salate, un cesto di cozze od ostriche, altre aringhe penitenziali, e, per musica, il suono secco e crepitante delle racole di legno agitate da bambini e adulti.
La Quaresima e la sospensione della violenza
La Quaresima era associata a un rifiuto più ampio del mondo della violenza. Il modo migliore per allontanarsi dai peccati era quello di escludere la carne dalle proprie tavole: più in generale si trattava di un rifiuto del mondo, soprattutto di quel mondo brutale dominato da nobili e sovrani che tradizionalmente si nutrivano di animali e di cacciagione.
La caccia, tra l’altro, era generalmente intesa come una guerra simulata. Questa associazione rendeva ancora più significativo il contrasto tra la vita militare e l’ideale quaresimale, che invitava a interrompere, almeno simbolicamente, il ciclo della sopraffazione.
In molti paesi d’Europa le statue della Madonna e dei santi erano coperte da tessuti viola e non era possibile sperare nemmeno nell’aiuto di quelle immagini consolatorie: il cristiano si trovava da solo, secondo il modello evangelico, a combattere contro le tentazioni del mondo.
Il soldato poteva quindi riconoscere nella Quaresima una forma di combattimento spirituale. Il nemico non era un esercito umano, ma la gola, la lussuria, l’ira, la vanità, l’avidità e ogni altra inclinazione ritenuta capace di allontanare l’uomo da Dio.
La Regola di San Benedetto e l’immagine della militanza
Era più facile coglierne il senso, e persino il fascino, in tempi in cui l’ostilità contro i cristiani si esercitava con virulenza, come accade ancora oggi in certi luoghi e situazioni. Ma non si dimentichi che tale linguaggio emerge non solo in coincidenza con ostilità esterne, ma anche in periodi in cui un diffuso torpore della vita di fede incita persone e gruppi a un sobbalzo di radicalità.
I cenobiti sono coloro che «militano sotto una regola e un abate» (1,2), costituendo quella che viene poi definita come fraterna acies, cioè “truppa di fratelli” (1,5). Non ci si mette insieme per “farsi la guerra”, ma per essere in grado, in uno sforzo comune, di “fare la guerra” contro ogni forma di male.
La vita monastica forniva quindi un modello di disciplina utile anche a comprendere la Quaresima dei soldati. Obbedienza, regola, rinuncia, preghiera comunitaria e sopportazione della fatica appartenevano a un medesimo vocabolario morale.
Il soldato, l’atleta e il contadino
Chi provasse un qualche fastidio per la metafora e il lessico militare può riscattarsi adottando quello sportivo. Purché sia ben chiaro che non si tratta qui dello sport domenicale da godersi in poltrona davanti a un televisore o anche seduti nelle tribune di uno stadio, ma di quello che si pratica negli allenamenti di settimana, noiosi, ripetitivi, senza spettatori ad applaudire: sport sì, ma feriale!
Ogni disciplina è faticosa, e la si accetta e sopporta solo se, e fino a quando, ci sorregge il fervore generato da un obiettivo che ci sta a cuore. Nella vita spirituale accade lo stesso.
Contro il senso di fatica occorre tenere caldo il fascino dell’ideale, rigenerarlo quando si intiepidisce, attizzarlo alla luce degli esempi di chi, più generoso di noi, ci cammina davanti invitandoci tacitamente a seguirlo.
Il terzo passo da fare è essenziale se non si vuole che tutto crolli. La figura del contadino diventa decisiva al riguardo. Mentre nell’esercizio di mortificazioni ed elemosine, così come nel suscitare in noi entusiasmo, è facile sentirsi protagonisti in toto, il contadino sa che deve fare i conti con forze che non dipendono da lui: se vuole vedere il frutto, lo deve attendere.
Se l’entusiasmo serve a far partire, la pazienza è necessaria per arrivare. Viene per ultima, ma è la salvezza di tutto.
La Quaresima durante le campagne militari
La vita militare medievale era segnata da condizioni instabili: gli eserciti potevano muoversi attraverso territori diversi, dipendere da raccolti locali, affrontare assedi prolungati o trovare difficoltà nel reperire il pesce e gli altri alimenti consentiti.
In tali condizioni, l’applicazione concreta della disciplina alimentare dipendeva dalle disponibilità reali. La rinuncia alla carne poteva essere più semplice in un accampamento vicino a un fiume, a una costa o a un mercato, mentre poteva diventare ardua durante le marce terrestri o nei periodi di carestia.
La rinuncia era più facile per i ceti abbienti, che potevano attingere a un’ampia gamma di alimenti diversi. Questo valeva anche per gli eserciti aristocratici, nei quali i comandanti potevano disporre di rifornimenti migliori rispetto alla truppa.
Era arduo mettere in tavola cibi appetitosi e variati per gli strati più bassi della popolazione, che oltretutto disponevano solo dei grassi animali come condimento. La Quaresima poteva quindi rafforzare le differenze sociali all’interno dello stesso esercito.
Le disuguaglianze alimentari tra nobili e soldati
Era un mangiare di magro che, a dire di Voltaire, aveva però visto le classi abbienti far portare sulle proprie tavole sogliole, salmoni, tracine, rombi e storioni proprio nei giorni in cui era sospesa la carneficina degli animali per consentire agli uomini di dedicarsi alle pratiche penitenziali.
La letteratura medievale e le rappresentazioni allegoriche evidenziano spesso questa contraddizione. Nella Bataille de Karesme et Charnage, il barone Quaresima conduce un esercito di pesci, ostriche e telline, cipollate e piselli, creme d’avena e bianca agliata, simboli di digiuno, disciplina e moderazione, di penitenza e purezza.
Eppure, stranamente, gli mancano il pesce secco e i vegetali, cioè gli alimenti meno adatti a peccare di gola, e per completare il suo esercito sembra piuttosto orientato verso le specie di pesci più costose e la frutta rara.
Come a dire che la rinuncia al “grasso”, se si può, non comporta altri sacrifici, il che era quasi sempre vero per gli aristocratici e gli alti prelati.
Carnevale e Quaresima: due tempi inseparabili
Questa transizione, che comporta il passaggio dal mangiare di grasso al mangiare di magro, è stata talora sottolineata dal funerale di Re Carnevale bruciato su un rogo. Nel Medioevo fu anche caratterizzata dalla «Battaglia tra Quaresima e Carnevale», dove agivano le armate dei due «generali»: la cucina dei giorni di magro contro la cucina dei giorni di grasso.
Carnevale e Quaresima rappresentano da sempre due elementi indissolubilmente legati tra loro: nessuno dei due può essere pienamente compreso senza la presenza dell’altro. Il Carnevale affonda le sue origini nel mondo pagano dove, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, si celebrava l’arrivo del nuovo anno, la rinascita della natura, il ritorno del sole e del calore.
Il Carnevale, come lo conosciamo oggi, nasce però nel Medioevo cristiano: si trattava di un periodo di tre o sei giorni durante il quale non si lavorava e in cui erano considerati leciti, o quantomeno tollerati, comportamenti normalmente condannati.
Lo scopo della festa era quello di portare alla luce tutti i mali commessi o subiti durante l’anno perché potessero essere riconosciuti e collettivamente espiati durante la Quaresima.
Il personaggio principale della festa era generalmente un uomo corpulento che veniva condotto nella piazza principale e qui processato e messo a morte il Martedì grasso. Durante la ricorrenza, era obbligatorio bere molto e mangiare molta carne, preferibilmente di maiale, l’alimento considerato più gustoso e quindi più pericoloso.
Tutto veniva esibito perché fosse espiato durante la Quaresima che iniziava appunto con il Mercoledì delle Ceneri, dopo l’esecuzione del Carnevale.
La “Battaglia tra Quaresima e Carnevale”
Narrato in un fabliau francese del XII secolo, questo combattimento fu nel 1559 il soggetto di un dipinto a olio su tavola di Pieter Brügel il Vecchio, dove la Quaresima starebbe a incarnare il cattolicesimo e il Carnevale il luteranesimo, forse a canzonare lo scontro tra Chiesa di Roma e Riforma protestante che in quel torno di tempo stava tormentando l’Europa.
Un testo francese del XIII secolo narra di uno scontro inconsueto e singolare, combattuto tra la Quaresima e il Carnevale. I contendenti utilizzano ogni arma a propria disposizione: pesci di mare, di stagno, di fiume e latticini per la Quaresima, mentre il Carnevale viene sostenuto da carni alla griglia, salsicce, porzioni di cervo al pepe verde, tranci di maiale in salsa verde e piccione arrosto.
Il tema del loro irriducibile conflitto apparteneva alla tradizione europea di una letteratura allegorica che trattava questioni morali e sociali quotidiane con un linguaggio umoristico e grottesco, spesso mediante la personificazione di entità astratte come virtù e vizio, corpo e anima, piacere e astinenza e, appunto, Carnevale e Quaresima.
La lotta, peraltro, si svolgeva con due differenti modalità: una vera e propria guerra fra i due contendenti oppure il duro processo a cui Quaresima sottoponeva Carnevale e che si concludeva con la sua condanna a morte e la lettura del suo Testamento.
Il barone Carnevale, con indosso cotta, elmo ed usbergo di carni grasse e saporite, sformati caldi e pasticci, cavalca gioiosamente un cervo dalle grandi corna bardato di tortelli, cialdoni e frittelle, brandendo un vessillo di formaggio fresco e formaggini alla testa della sua armata di succulenti arrosti, grasse salsicce, creme e latticini, dolci gonfi e fritti, forze dell’abbondanza, del piacere e della festa.
Il barone Quaresima, triste e scheletrico, conduce un esercito di pesci, ostriche e telline, cipollate e piselli, creme d’avena e bianca agliata, simboli di digiuno, disciplina e moderazione, di penitenza e purezza.

Il dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio
Nella brulicante piazza di Anversa, in Belgio, "vista dall’alto" e dipinta con un’esplosione di dettagli sulle attività che si svolgono contemporaneamente, si scontrano grottescamente Carnevale (o Martedì Grasso) e Quaresima (o Frau Fasten, Signora Digiuno).
Nella scena in primo piano, agli elementi presenti sulla sinistra se ne contrappongono specularmente altri sulla destra di significato rovesciato. A sinistra, un pingue e rubizzo macellaio cavalca un barile di birra rovesciato e impugna per la tenzone uno spiedo con testa di porco, polli e salsicce infilzati.
Lo fronteggia una donna smunta e allampanata, di un pallore malaticcio se non cadaverico, dentro un frusto saio monacale, seduta su una carretta, che oppone a difesa a mo' di lancia una lunga pala da fornaio fornita di appena due aringhe.
Ha per copricapo un'arnia e ha segnata in fronte una croce di cenere. Poggiati sulla carretta ci sono ancora altri alimenti di preparazione alla Pasqua: pani, Bretzeln, fichi in un canestro di giunco.
Ognuno dei due combattenti ha dietro di sè o a lato la propria coda di degni officianti: a sinistra, con cibarie di carne, pane bianco, ciambelle dolci, bevande inebrianti, costumi burleschi, strumenti da musica e ballo, dadi e carte per giochi da bisca o da strada; a destra, ancora con un Bretzel e cialde salate, un cesto di cozze od ostriche, altre aringhe penitenziali.
Anche l’architettura contribuisce all’identificazione dei due gruppi: a sinistra un’osteria, a destra la chiesa. I personaggi a sinistra sono intenti a mangiare, a bere e a rappresentare scene teatrali burlesche di strada, tipiche del festoso periodo carnevalesco, mentre a destra sono inscenate penitenze e mortificazioni, e personaggi abbienti elargiscono elemosine a ciechi, mendicanti e mutilati.
Il dipinto rende visibile la contrapposizione tra il mondo della baldoria e quello della penitenza, ma mostra anche che i due momenti appartengono allo stesso ciclo annuale. Chi oggi gozzoviglia domani digiunerà; chi oggi digiuna domani gozzoviglierà.
Gli antagonisti Carnevale e Quaresima sono indubbiamente i personaggi-tema, ma un altro enigmatico terzetto, voltato di spalle e quindi imperscrutabile nei volti, si pone come fulcro della rappresentazione, quasi perfettamente al centro del dipinto.
Se, come alcuni interpretano, la coppia fosse l’allegoria delle due Chiese, Luterana e Cattolica, che hanno come propri campioni a battersi rispettivamente il Carnevale e la Quaresima, potremmo leggervi la raffigurazione di una cristianità al buio, condannata dai contrasti tra cattolicesimo e riforma protestante, a seguire non la ragione ma la follia.
La Quaresima nelle città, nei monasteri e negli accampamenti
La Quaresima era un fenomeno collettivo. Le prediche quaresimali di monaci e preti itineranti scandivano il tempo e minacciavano le più orrende torture nel più tenebroso degli Inferni per i peccatori che non si fossero pentiti.
Le comunità militari potevano partecipare a questa predicazione quando si trovavano in città o presso un centro religioso. Negli accampamenti, invece, la preghiera dipendeva dalla presenza di cappellani, sacerdoti, monaci o altri ministri capaci di celebrare i riti e guidare i soldati nella penitenza.
Allo sviluppo della Quaresima contribuirono le esigenze del catecumenato, con la preparazione immediata al Battesimo, a celebrarsi nella solenne Vigilia Pasquale: per i catecumeni la Quaresima era un’opportunità di speciale catechesi oltre che di preghiera e rinnovamento spirituale.
La quaresima era legata anche alla disciplina penitenziale, con la riconciliazione dei peccatori che avveniva nella mattina del Giovedì Santo: per i penitenti la quaresima era un periodo di lotta contro il male che doveva precedere l’assoluzione sacramentale.
Queste pratiche avevano un significato importante per gli uomini d’arme, poiché offrivano uno spazio rituale per la confessione, il pentimento e la riconciliazione prima della Pasqua.
Le caratteristiche liturgiche della Quaresima
Nelle Messe di Quaresima si omette il Gloria. Non si canta nemmeno l'Alleluia, né nella liturgia della Parola della Messa, nella quale è sostituito da un'acclamazione di lode a Cristo, né nella Liturgia delle Ore, nella quale semplicemente si omette.
Le memorie dei Santi non vengono celebrate durante la Quaresima. Il colore liturgico è il viola per il Rito Romano. Non si possono usare i fiori per ornare l'altare.
L'organo e gli altri strumenti musicali possono essere utilizzati esclusivamente per accompagnare i canti. Queste forme di sobrietà liturgica contribuivano a creare un’atmosfera diversa da quella festiva del Carnevale.
In molti paesi d’Europa le statue della Madonna e dei santi erano coperte da tessuti viola. Le immagini, la musica e l’arredo sacro partecipavano quindi alla costruzione di un tempo di silenzio, penitenza e attesa.
Il calendario della Quaresima e i suoi cambiamenti
Nel corso del IV secolo si organizza la preparazione pasquale di tre settimane. Durante queste tre settimane si proclamava il Vangelo secondo Giovanni: tale fatto è significativo, perché la lettura di Giovanni era caratterizzata da brani riferentesi alla prossimità della Pasqua e alla presenza di Gesù a Gerusalemme.
L’allungamento del periodo preparatorio da tre a sei settimane iniziò un po’ prima del 384. Le sei settimane avevano carattere prevalentemente ascetico, per l’introduzione della prassi della riconciliazione dei penitenti il Giovedì Santo, dopo quaranta giorni - da qui il nome di Quadragesima - di preparazione.
Verso la fine del V secolo ha inizio la celebrazione del mercoledì e del venerdì precedenti la Quaresima come se ne facessero parte. Si giunse a imporre le ceneri ai penitenti il mercoledì di questa settimana antecedente la prima domenica e tale cerimonia verrà poi estesa a tutti i cristiani.
Il Sacramentario Gelasiano afferma che i penitenti entrano in un rigido "ritiro spirituale" il Mercoledì delle Ceneri per rimanervi fino al Giovedì Santo e che il Mercoledì delle Ceneri è considerato il caput quadragesimae.
Il Rito Ambrosiano
La Quaresima è il periodo di quaranta giorni che prepara alla celebrazione della Pasqua. Inizia, nel Rito Romano, con il Mercoledì delle Ceneri, e, nel Rito Ambrosiano, con la domenica successiva.
La Quaresima nel Rito Ambrosiano Le origini della quaresima ambrosiana risalgono al IV secolo, all'epoca di Sant'Ambrogio, quando la società era in via di progressiva cristianizzazione e molti pagani, convertitisi al cristianesimo, chiedevano il Battesimo diventando catecumeni.
In tale contesto la quaresima nacque, non tanto come tempo di penitenza e generica preparazione alla Pasqua, bensì come tempo in cui i catecumeni si preparavano a ricevere il Battesimo nella veglia pasquale: ciò comportò che essa assumesse un forte carattere battesimale, ed è questa la caratteristica che la liturgia ambrosiana ha sempre conservato fino ai nostri giorni.
Il Rito Ambrosiano non ha mai conosciuto il Mercoledì delle ceneri come inizio del tempo quaresimale: in quel giorno, nelle diocesi ambrosiane, si è ancora in pieno carnevale.
La Tradizione ambrosiana ha sempre fatto iniziare questo periodo liturgico con i primi vespri della Domenica all'inizio di Quaresima (capite quadragesimae), o sesta Domenica prima di Pasqua, fino alla messa inter vesperas in Cena Domini esclusa, con la quale inizia il sacro Triduo Pasquale.
La Quaresima e il potere militare
Il Medioevo aveva elaborato un ordine di sette peccati capitali: i tre peggiori erano orgoglio, ira e invidia, i vizi dello spirito, a cui seguivano le mancanze della carne, avarizia, gola, lussuria e accidia.
Nel tempo, cominciarono ad acquisire un peso sempre maggiore la lussuria e la gola. L’interpretazione della Genesi e del peccato originale di Adamo ed Eva, certamente classificato come atto di orgoglio e di ribellione a Dio, finì sempre di più per assumere le caratteristiche di un peccato di gola e di lascivia.
Per chi esercitava il potere militare, la Quaresima poteva diventare anche un momento di autocontrollo. Il comandante cristiano doveva governare l’ira, limitare l’ostentazione, praticare la carità e mostrare di saper subordinare la forza alla legge religiosa.
Questa dimensione non eliminava la guerra né trasformava automaticamente la condotta degli eserciti, ma collocava le azioni militari dentro un ordine morale che prevedeva tempi di penitenza, di riconciliazione e di sospensione rituale.
Il problema della carne e il significato sociale dell’astinenza
Essere vegetariani per la specie umana è una scelta, non un’inclinazione naturale. L’uomo è un onnivoro, non un vegetariano “per stomaco”, come lo sono i ruminanti, per esempio.
È per questo importante capire quando in una società, in una cultura, in un certo periodo storico, in uno stato, in un gruppo si decide di allontanarsi dal regno della carne. Si tratta sempre di una scelta culturale, e nella maggior parte delle volte è quasi sempre espressione di una prospettiva religiosa.
Nel mondo medievale la carne possedeva un valore alimentare, economico e simbolico. Era associata alla forza, al prestigio e alla disponibilità di risorse, mentre il “magro” richiamava la rinuncia, la povertà, la moderazione e la disciplina.
Per un soldato, la rinuncia poteva essere percepita come una limitazione della forza fisica, ma anche come una prova di obbedienza e di controllo. La Quaresima chiedeva di dimostrare che la capacità di combattere non doveva coincidere con la libertà di soddisfare ogni desiderio.
La Quaresima dei soldati e la cultura della povertà
L’astinenza dalle carni il venerdì era al principio segno di povertà, essendo nell’antichità il pesce più economico che la carne. È segno dell’abbandono del lusso per vivere una vita più essenziale.
Questa interpretazione si scontrava con la realtà delle classi abbienti, che potevano sostituire la carne con pesci pregiati, crostacei, latticini consentiti e altri alimenti costosi. La stessa regola poteva quindi produrre esperienze molto diverse tra nobili, cavalieri, soldati semplici e poveri.
Il contrasto emerge anche nel poemetto medievale, dove l’esercito quaresimale non è composto esclusivamente da alimenti umili. Il pesce secco e i vegetali, cioè gli alimenti meno adatti a peccare di gola, possono lasciare spazio a specie costose e a frutta rara.
La Quaresima dei soldati va quindi compresa non solo come una pratica religiosa, ma anche come un fenomeno sociale che metteva in evidenza le differenze nella disponibilità degli alimenti e nella capacità di trasformare la penitenza in una cucina raffinata.
Le pratiche popolari della Quaresima
La Quaresima viene genericamente raffigurata con il fantoccio di una megera, detto “la Vecchia”, ornato di collane di frutta secca ed esposto in piazza, oppure trasportato da un carro nelle vie della città e che ha ispiranto sin dal medioevo versi poetici.
In molti casi a questi fantocci viene appiccato il fuoco, come elimininazione metaforica della povertà o come atto purificatorio e propiziatorio per i buoni raccolti della nuova stagione.
Esiste inoltre un periodo di mezza quaresima, chiamato "sega la vecchia". Anche questo affonda le sue radici in un passato di miti e leggende e rappresenta l’enfatizzazione del male e la punizione per raggiungere la redenzione.
Uccidere la vecchia vuol dire abbattere la quercia, ovvero interrompere il processo di invecchiamento della natura. Alla fine della commedia la vecchia risorge grazie alle lacrime di un pezzente che rappresenta il suo sposo.
Sotto le sue sembianze sopravvive un antico culto della vegetazione, e infatti la sua resurrezione apre la strada alla nuova primavera.
A Irsina (Matera), si espongono sette pupattole vestite di nero come sette sorelle orfane; ogni domenica ne sparisce una. La Caremma è un fantoccio tipico del costume popolare salentino.
A Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, la Caremma assume il nome di Quarantana e il giorno di Pasqua, dopo il passaggio della processione di Cristo risorto, il fantoccio viene inghiottito dalle fiamme.
In Calabria sono le Corajisime, bambole di pezza, a rappresentare la Quaresima: fantocci vestiti di nero e di bianco, portano nella parte bassa un limone, intorno al quale si inseriscono circolarmente sette penne di gallina.
La ciclicità tra guerra, festa e penitenza
La Quaresima e il Carnevale sono inseriti in un ciclo perpetuo: «come la sera del martedì grasso si celebra la morte del primo, la notte di Pasqua decreterà la fine della seconda, in un succedersi di trasgressione e penitenza, carnale e spirituale, sacro e profano, facenti tutti quanti parte della stessa liturgia popolare».
Festaioli e penitenti ruotano tutti intorno allo stesso pozzo; chi oggi gozzoviglia domani digiunerà; chi oggi digiuna domani gozzoviglierà.
Condizionata e a termine di scadenza è anche la vittoria della magra Quaresima (quadragesima dies) sul grasso Carnevale messo in quarantena al sorgere del mercoledì delle ceneri.
La metafora è significativa anche per la vita militare: il soldato alternava momenti di combattimento e di riposo, di esposizione al pericolo e di ritiro, di forza e di disciplina, di azione e di attesa.
La stagione che segna il passaggio dall’inverno alla primavera offre quaranta giorni di revisione e di esercitazione. Il tempo penitenziale, come l’addestramento, non coincide con un singolo gesto, ma con una successione ordinata di rinunce, pratiche e prove.
La pazienza del soldato e l’attesa della Pasqua
La pratica scomparsa della cultura contadina in gran parte delle nostre terre ha avuto come risultato la scomparsa della pazienza, così come della lentezza.
È comunque evidente che, se l’entusiasmo serve a far partire, la pazienza è necessaria per arrivare. Viene per ultima, ma è la salvezza di tutto.
Si è ricordato più volte che il termine greco che indica la pazienza è traducibile anche come costanza e perseveranza. È questo il tracciato più importante del cammino quaresimale, ed è qualcosa che probabilmente scintilla di meno, ma che ha il vantaggio sicuro di “portare frutto”.
Per il soldato, la pazienza era una virtù concreta: attendere gli ordini, sopportare la fame, affrontare il freddo, mantenere la posizione e rispettare i tempi della marcia. La Quaresima attribuiva a questa capacità un significato spirituale, legandola alla perseveranza nella conversione.
La preparazione pasquale e la riconciliazione
La quaresima era legata anche alla disciplina penitenziale, con la riconciliazione dei peccatori che avveniva nella mattina del Giovedì Santo: per i penitenti la quaresima era un periodo di lotta contro il male che doveva precedere l’assoluzione sacramentale.
La preparazione alla Pasqua non consisteva quindi soltanto nell’astinenza alimentare. Comprendeva il ritorno alla comunità, la confessione, la riparazione delle colpe, la preghiera e la pratica della carità.
Per i soldati, la riconciliazione poteva assumere un rilievo particolare dopo campagne militari segnate da violenza, saccheggi, uccisioni e distruzioni. La disciplina quaresimale offriva uno spazio rituale nel quale affrontare la colpa e ricostruire l’appartenenza alla comunità cristiana.
Il senso autentico della Quaresima si coglie nella luce del Mistero Pasquale, che viene celebrato nel solenne Triduo Pasquale e dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana che in esso hanno la loro più propria collocazione.
Il significato della Quaresima per il soldato medievale
La Quaresima dei soldati nel Medioevo era quindi un tempo di disciplina religiosa e sociale che coinvolgeva il corpo, l’alimentazione, la condotta, la preghiera e il rapporto con la comunità. Il soldato era chiamato a vivere la propria forza dentro un ordine cristiano che imponeva limiti, rinunce e momenti di pentimento.
Il digiuno e l’astinenza dalle carni ricordavano che la forza fisica non era l’unico criterio dell’esistenza. La preghiera e la carità orientavano la vita militare verso una dimensione comunitaria. La sospensione dei divertimenti e il divieto ideale di portare armi esprimevano l’aspirazione a interrompere il ciclo della violenza.
La figura del soldato cristiano si incontrava così con quella dell’atleta e del contadino: disciplina per iniziare, entusiasmo per perseverare, pazienza per attendere il frutto. La Quaresima trasformava il calendario religioso in un esercizio di controllo, obbedienza e costanza.
Nel Medioevo la penitenza quaresimale non eliminava le guerre, non cancellava le differenze sociali e non rendeva identiche le condizioni dei soldati. Tuttavia, imponeva a tutti, almeno come ideale, il riconoscimento di un tempo superiore alla forza delle armi: il tempo della conversione, della rinuncia e dell’attesa della Pasqua.