Quale Vangelo è considerato più attendibile dagli studiosi e perché

Non esiste un Vangelo considerato unanimemente dagli studiosi come «il più attendibile» in assoluto: la valutazione dipende dal criterio adottato. Per ricostruire le parole e le azioni del Gesù storico, il Vangelo secondo Marco è generalmente ritenuto il più antico dei quattro e, proprio per la sua maggiore vicinanza cronologica agli eventi, costituisce una fonte particolarmente importante.

Se invece si considera l’accuratezza storica dell’autore e la sua dichiarata ricerca delle testimonianze, il Vangelo secondo Luca occupa una posizione di grande rilievo. Il Vangelo secondo Matteo conserva tradizioni legate al mondo ebraico e alla testimonianza apostolica, mentre il Vangelo secondo Giovanni è più tardo e presenta una prospettiva teologica e simbolica più sviluppata. Per questo la ricerca non sceglie normalmente un solo Vangelo, ma confronta tutti e quattro i testi attraverso criteri storici, letterari e comparativi.

Perché gli studiosi confrontano i quattro Vangeli

I Vangeli sono giunti fino a noi sotto forma di quattro brevi documenti redatti in lingua greca, attribuiti dalla tradizione cristiana a quattro autori, due dei quali, Matteo e Giovanni, appartenevano al «gruppo dei dodici», gli apostoli scelti nominalmente da Gesù, e altri due, Marco e Luca, erano conosciuti come discepoli di un altro apostolo, Pietro di Paolo di Tarso.

Pur nella diversità dello stile, tre dei quattro, Matteo, Marco e Luca, detti «sinottici», riportano una narrazione quasi parallela, mentre il quarto, Giovanni, sviluppa narrazioni in parte originali, soffermandosi più a lungo degli altri sui discorsi di Gesù e sulla teologia che vi soggiace.

I vangeli sinottici sono tre dei quattro vangeli canonici riconosciuti dalla Chiesa: il Vangelo secondo Matteo, il Vangelo secondo Marco e il Vangelo secondo Luca. Vengono chiamati “sinottici” perché presentano molte similitudini nei racconti della vita, della predicazione, dei miracoli e della passione di Gesù.

Il termine “sinottico” affonda le sue radici nella lingua greca, derivando dalla parola synopsis, che significa “visione d’insieme” o “sguardo simultaneo”. Questo nome non è casuale, ma riflette una caratteristica unica e affascinante dei Vangeli di Matteo, Marco e Luca.

Questi tre testi, infatti, condividono una struttura narrativa e un contenuto così simili da poter essere disposti in colonne parallele, permettendo ai lettori di confrontare gli episodi e le parole di Gesù con una chiarezza e una profondità straordinarie.

VangeloCaratteristica principaleValore per la ricerca storica
MarcoNarrazione breve, immediata e dinamicaGeneralmente considerato il più antico dei quattro
MatteoForte collegamento con le Scritture ebraicheConserva tradizioni rivolte a cristiani di origine ebraica
LucaAttenzione ai dettagli storici, alla misericordia e all’universalitàDichiara di aver svolto una ricerca accurata sulle testimonianze
GiovanniLinguaggio simbolico e accentuazione della divinità di CristoOffre una prospettiva teologica indipendente dagli altri tre

Il Vangelo secondo Marco: il più antico e vicino alla tradizione primitiva

Secondo gli studiosi il Vangelo più antico è quello di Marco, che fu usato come fonte da Matteo e da Luca accanto a un’altra fonte comune sulle parole di Gesù, chiamata Q, dal tedesco Quelle «fonte», e ad altre tradizioni proprie di ciascun evangelista.

Marco è il più antico Vangelo conservato, fu redatto attorno al 70: Gesù annuncia il regno di Dio in Galilea e poi a Gerusalemme, in conflitto con i Farisei e gli scribi. Gli stessi discepoli non comprendono il vero significato dei suoi insegnamenti prima della sua morte e della sua resurrezione.

Il Vangelo secondo Marco è il più breve e il più immediato nello stile. È caratterizzato da una narrazione rapida e vivace, con particolare attenzione ai miracoli e alle azioni di Gesù.

È scritto in greco e si rivolge a una comunità cristiana di origine pagana. La sua narrazione presenta spesso Gesù in movimento, impegnato nell’insegnamento, nelle guarigioni, nei conflitti e nella formazione dei discepoli.

Il fatto che Marco sia breve non significa che sia privo di informazioni proprie. Nel vigoroso e dinamico racconto che Marco fa del ministero di Gesù ci sono in effetti oltre 180 passi e particolari interessanti che non si trovano in Matteo e Luca.

Se il Vangelo di Marco non fosse stato scritto non avremmo mai saputo che Gesù guardò attorno con indignazione, essendo molto addolorato per l’insensibilità dei loro cuori; che Giovanni e Giacomo avevano il soprannome di Boanerges; che la donna con una perdita di sangue aveva speso tutte le sue risorse; e che Erodiade nutriva rancore contro Giovanni il Battezzatore ed Erode aveva timore di Giovanni e lo custodiva.

Non avremmo inoltre saputo che Gesù invitò i discepoli a riposarsi un po’; che i farisei si lavavano le mani fino al gomito; che Gesù prese i bambini fra le braccia; che Gesù provò amore per il giovane capo; che Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea interrogarono Gesù privatamente; e che un giovane si lasciò dietro la veste di lino.

Inoltre, una parabola e due miracoli di Gesù sono riportati solo da Marco. Il Vangelo di Marco contiene molti altri particolari di prima mano che non si trovano negli altri Vangeli.

La sua antichità e la sua forma narrativa spiegano perché molti studiosi lo considerino il punto di partenza più sicuro per il confronto sinottico. Tuttavia, essere il più antico non equivale automaticamente a essere il più completo o l’unico attendibile.

Il Vangelo secondo Luca: ricerca storica e precisione narrativa

Il Vangelo secondo Luca è più lungo e dettagliato, con una forte attenzione alla misericordia e all’universalità del messaggio di Cristo. Il suo autore è anche colui che ha scritto gli Atti degli Apostoli, il testo che racconta la diffusione del cristianesimo dopo la resurrezione di Gesù.

Luca scrive dopo il 70, presenta un greco migliore rispetto agli altri evangelisti e pone come tema centrale la misericordia di Dio verso l’uomo peccatore. Alcune celebri parabole di Gesù, come quella del Buon samaritano, si ritrovano unicamente nel suo Vangelo.

Luca è lo scrittore dei vangeli che più manifesta la consapevolezza di essere uno storico. Nella premessa al suo vangelo egli scrive: Poiché molti hanno intrapreso a ordinare una narrazione dei fatti che hanno avuto compimento in mezzo a noi, come ce li hanno tramandati quelli che da principio ne furono testimoni oculari e che divennero ministri della Parola, è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato di ogni cosa dall'origine, di scrivertene per ordine, illustre Teofilo, perché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate. (Luca 1:1-4)

Questa premessa è scritta nella terminologia Greco Classico, la stessa usata dagli storici Greci; dopodiché Luca si esprime in Greco comune. Ma con questo ha voluto fare capire al lettore che, se volesse, può esprimersi come uno storico erudito.

Ci parla della sua profonda investigazione della storia che sta per raccontarci e ci assicura che è basata sulle informazioni dei testimoni oculari e di conseguenza è veritiera.

Luca non fu probabilmente un testimone oculare della vita pubblica di Gesù. Tuttavia, a cominciare dal sedicesimo capitolo degli Atti degli Apostoli, quando Paolo giunge a Troas, quella che è l’odierna Turchia, l’autore inizia a scrivere al plurale: “Perciò, salpando da Troas, puntammo diritto su Samotracia,” “di là ci recammo a Filippi,” “Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera,” ecc.

La spiegazione più plausibile è che l’autore si fosse unito a Paolo per seguirlo nei suoi viaggi evangelisti delle città del Mediterraneo. Nel capitolo 21 egli riaccompagna Paolo in Palestina e infine a Gerusalemme.

Questo significa che l’autore del vangelo di Luca e degli Atti è stato in contatto in prima persona con i testimoni oculari della vita e del ministero di Gesù in Gerusalemme.

Forse possiamo trovare qualche indizio sottraendo dal vangelo di Luca tutto quello che già troviamo anche negli altri vangeli, scoprendo così quello che è menzionato solo nel vangelo di Luca. Quello che scopriamo è che quello che ci viene narrato solo da Luca ha a che fare con le donne che seguivano Gesù: persone come Joanna, Susanna, e per inciso, Maria la madre di Gesù.

Il libro degli Atti ricalca fedelmente la storia secolare di quei tempi e l’accuratezza storica del libro degli Atti degli apostoli è indiscutibile. Hemer esamina il libro degli Atti passandolo al setaccio e ricavandone un tesoro di conoscenza storica, a cominciare da quello che è già conosciuto storicamente per arrivare a quei dettagli che solo una persona che ha vissuto in quei luoghi poteva sapere.

Di volta in volta viene dimostrata l’accuratezza di Luca: dal salpare della flotta Alessandrina col carico di frumento alla costiera tipica delle isole del Mediterraneo ai titoli specifici degli ufficiali locali, Luca descrive tutto correttamente.

Il giudizio di Sir William Ramsay, il famoso archeologo, rimane corretto: “Luca è uno storico di primissimo ordine… Questo autore dovrebbe essere annoverato fra i più grandi storici di tutti i tempi.”

Tenendo conto dell’accuratezza di Luca, la sua dimostrata affidabilità e il suo essere stato in contatto con i testimoni oculari degli eventi, possiamo con confidenza affermare che questo autore è degno di fiducia.

manoscritti antichi dei quattro Vangeli

Il Vangelo secondo Matteo: tradizione apostolica e contesto ebraico

Il Vangelo secondo Matteo è stato scritto per i cristiani di origine ebraica e contiene molte citazioni dall’Antico Testamento. È il vangelo che mette più in evidenza il ruolo di Gesù come Messia atteso dagli ebrei.

In Matteo, un Vangelo giudeo-cristiano composto attorno all’80, tutta la storia di Gesù è presentata come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento, e la sua predicazione come il completamento della legge di Mosè.

All’interno del Nuovo Testamento, solo due apostoli di Gesù sono tradizionalmente identificati come autori di testi biblici: San Matteo, che ha scritto il Vangelo secondo Matteo; San Giovanni, autore del Vangelo secondo Giovanni, delle tre lettere di Giovanni e, secondo la tradizione, dell’Apocalisse.

Soltanto San Matteo, uno dei 12 apostoli di Gesù, è ritenuto un testimone diretto tra gli evangelisti sinottici. Marco e Luca non erano apostoli, ma furono discepoli di altri testimoni oculari.

La testimonianza dei primi Padri della Chiesa, tra cui Origene, teologo del III secolo, indica che l’apostolo Matteo fu il primo a scrivere un Vangelo. Origene scrisse: “Per primo fu scritto quello Secondo Matteo, il quale era stato un tempo publicano, poi apostolo di Gesù Cristo, e lo pubblicò per i fedeli provenienti dal Giudaismo, dopo averlo composto nella lingua degli Ebrei”.

La tradizione attribuisce dunque a Matteo una posizione particolare: egli sarebbe stato contemporaneamente apostolo, testimone diretto e autore di un testo destinato a mostrare la continuità fra Gesù e le Scritture d’Israele.

Il Vangelo secondo Giovanni: una fonte più tarda ma teologicamente autonoma

Il Vangelo secondo Giovanni, invece, non è considerato sinottico. La sua struttura, il suo stile e il suo contenuto teologico si distinguono profondamente da quelli dei tre Vangeli sinottici.

Giovanni scrive in un periodo più tardo, probabilmente verso la fine del I secolo, e il suo Vangelo è spesso definito “spirituale” o “teologico”. Mentre i sinottici si concentrano sugli eventi della vita pubblica di Gesù, Giovanni approfondisce il significato intimo e trascendente della sua persona e della sua missione.

Il prologo del Vangelo di Giovanni, con il suo solenne annuncio del Verbo che si fa carne, è un esempio emblematico di questa prospettiva unica.

Il Vangelo di Giovanni insegna che Gesù è il Figlio di Dio e offre una visione più mistica e spirituale della sua figura. Il concetto centrale è l’amore e la misericordia di Dio, con il comando dell’amore reciproco riportato nel capitolo 13, versetto 34.

Un altro punto essenziale è l’idea della vita eterna, poiché la fede in Cristo conduce alla salvezza e alla vita senza fine, come indicato in Giovanni 3,16. Infine, il Vangelo sottolinea l’importanza dello Spirito Santo, presentato come la guida e il consolatore dei credenti, come si legge nel capitolo 14, versetto 26.

Il Vangelo secondo Giovanni si differenzia dai vangeli sinottici per il suo linguaggio fortemente simbolico e per l’accento sulla divinità di Cristo. Mentre i sinottici narrano molte vicende della vita pubblica di Gesù con un approccio più cronologico e descrittivo, Giovanni seleziona con cura episodi specifici, soffermandosi sul loro valore teologico e spirituale.

Gesù si esprime in discorsi lunghi e profondi, come quello sul Pane di Vita nel capitolo 6, e vengono riportati solo alcuni miracoli, definiti “segni”, che rivelano la sua natura divina. Inoltre, l’uso di simboli come la luce, l’acqua e il pane emerge costantemente per trasmettere significati spirituali più profondi.

La maggiore elaborazione teologica di Giovanni non lo rende automaticamente meno attendibile, ma richiede un metodo di lettura diverso. Il suo testo è particolarmente importante per comprendere come la comunità cristiana abbia interpretato l’identità e la missione di Gesù.

Le date di composizione e la distanza dagli eventi

Gli studiosi ritengono che i vangeli sinottici siano stati scritti tra il 50 e l’85 d.C., basandosi su analisi linguistiche, archeologiche e storiche.

Marco è considerato il più antico, scritto probabilmente tra il 65 e il 70 d.C., durante o subito dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.; Matteo e Luca sarebbero stati composti qualche anno dopo, tra il 70 e l’85 d.C., probabilmente utilizzando Marco come fonte, insieme ad altre tradizioni orali e scritte.

Sia i Vangeli sia le fonti più antiche da essi utilizzate furono scritti diversi anni dopo la morte di Gesù e le sue parole e gli episodi della sua vita sono narrati alla luce della fede nella sua resurrezione e nella sua natura divina.

La datazione dei codici più antichi contenenti l’intero testo, codici Sinaitico e Vaticano, li fa risalire al IV secolo, ma esistono papiri risalenti al II secolo, papiro di Chester Beatty, e frammenti databili fra la fine del I e l’inizio del II secolo.

Il tempo trascorso fra gli eventi e la loro messa per iscritto è uno degli elementi valutati nella ricerca storica. L’intervallo fra gli eventi stessi e la loro trascrizione nei vangeli è troppo breve per permettere che la memoria di quello che era o non era accaduto potesse essere cancellata.

Secondo Sherwin-White le fonti storiche riguardanti l’epoca greco-romana di solito cominciano ad essere di parte una o due generazioni o persino secoli dopo gli eventi narrati. Tuttavia gli storici non hanno difficoltà a ricostruire con confidenza il corso della storia Greco-Romana.

Per esempio le più antiche biografie di Alessandro Magno sono state scritte da Arriano e Plutarco più di 400 anni dopo la morte di Alessandro, tuttavia gli storici le considerano veritiere.

Secondo Sherwin-White, gli scritti di Erodoto ci permettono di stabilire il tempo necessario allo sviluppo delle legende, e i test mostrano che due generazioni non sono abbastanza perché le leggende possano annullare la solidità dei fatti storici.

Per quanto riguarda i vangeli, il professore Sherwin-White afferma che il tempo necessario perché i vangeli avessero potuto diventare leggende è “incredibile.” Avrebbe richiesto molte più generazioni.

Le tradizioni orali e il controllo dei testimoni

Il modo di tramandare le tradizioni sacre fra gli Ebrei era altamente sviluppato e affidabile. Nella cultura della Palestina del primo secolo l’abilità di memorizzare e ritenere grandi quantità di tradizioni orali era una qualità altamente ricercata e altamente sviluppata.

A partire dall’infanzia, alle scuole elementari, e poi nelle sinagoghe ai bambini veniva insegnato come memorizzare fedelmente le tradizioni sacre. Non c’è dubbio che i discepoli abbiano esercitato una simile cura nel tenere a mente gli insegnamenti di Gesù.

Esistevano dei freni sull’abbellimento delle tradizioni orali riguardanti Gesù, come ad esempio la presenza di testimoni oculari e la supervisione degli apostoli stessi.

Coloro che avevano visto e sentito Gesù predicare erano ancora in vita e i racconti riguardanti Gesù erano sotto la supervisione degli apostoli, questi elementi avrebbero agito da freno naturale alla tendenza a elaborare i fatti in una direzione contraria a quella custodita da coloro che avevano conosciuto Gesù.

Quando si leggono le pagine del Nuovo Testamento non c’è dubbio che quelle persone credevano sinceramente nelle verità delle cose che proclamavano.

Le lettere di Paolo furono scritte prima dei vangeli, e alcune delle sue informazioni, per esempio quelle che lui comunica nella sua prima lettera alla chiesa in Corinto, circa le apparizioni di Gesù dopo la sua resurrezione, sono state datate ad appena cinque anni dopo la morte di Gesù.

Paolo nelle sue lettere ci da informazioni riguardanti gli insegnamenti di Gesù, l’ultima cena, come fu tradito, la crocifissione, sepoltura, e le apparizioni dopo la sua resurrezione.

La molteplice attestazione e il confronto delle fonti

Uno dei criteri principali utilizzati dagli studiosi è quello della molteplice attestazione. Un episodio o un insegnamento risulta storicamente più significativo quando compare in fonti indipendenti o in tradizioni differenti.

I quattro documenti dedicano un’attenzione assolutamente centrale alla narrazione dei fatti della passione e morte di Gesù a Gerusalemme, della quale possono in un certo senso considerarsi una “grande e graduale preparazione”.

Tutti terminano riportando le narrazioni relative alla sua resurrezione la domenica di Pasqua e alle apparizioni del risorto che la seguirono.

Un esempio emblematico di questa sinossi è l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, un miracolo che rivela non solo la potenza divina di Gesù, ma anche la sua compassione per le folle affamate.

Questo evento è riportato in tutti e tre i Vangeli sinottici, sebbene con alcune variazioni nei dettagli. Matteo, ad esempio, sottolinea il ruolo dei discepoli e il significato simbolico del pane, mentre Marco si concentra sull’immediatezza e la concretezza del miracolo.

Luca, da parte sua, mette in risalto la dimensione comunitaria e provvidenziale del gesto di Gesù. Queste differenze, lungi dall’essere contraddizioni, arricchiscono il racconto, offrendoci una visione poliedrica dello stesso evento e invitandoci a meditare sulle molteplici dimensioni del mistero di Cristo.

La sinotticità dei Vangeli non è quindi solo una questione di struttura letteraria, ma un dono prezioso per la Chiesa e per ogni credente. Essa ci permette di accostarci alla Parola di Dio con uno sguardo più profondo, cogliendo l’armonia tra le diverse testimonianze.

La questione della dipendenza tra Marco, Matteo e Luca

Gli stessi studiosi sono giunti alla conclusione che quello di Marco sia il più antico dei Vangeli, dato che non sembra aggiungere molto a quelli di Matteo e Luca.

I critici hanno anche affermato che le somiglianze nella struttura e nel contenuto dei primi tre Vangeli indicano che gli evangelisti copiarono estesamente l’uno dall’altro.

Secondo la teoria più diffusa, Matteo e Luca avrebbero usato il libro di Marco per redigere i loro Vangeli e avrebbero consultato una fonte supplementare, che gli studiosi chiamano Q, dal tedesco Quelle, che significa “fonte”.

La maggior parte del materiale evangelico sarebbe un’esposizione ed uno sviluppo di queste due fonti primitive.

Tuttavia, la teoria secondo cui il Vangelo di Marco fu scritto per primo e servì da fonte per Matteo e Luca non si basa su “un argomento inoppugnabile dal punto di vista logico”, ammette il già citato dizionario biblico.

Dal momento che il Vangelo di Marco è il più breve, non sorprende che siano relativamente poche le informazioni contenute in questo Vangelo ma non negli altri. Questo però non dimostra che sia stato scritto per primo.

Per giunta, non è affatto vero che Marco non aggiunga niente a Matteo e Luca. Nel vigoroso e dinamico racconto che Marco fa del ministero di Gesù ci sono in effetti oltre 180 passi e particolari interessanti che non si trovano in Matteo e Luca.

La fonte Q: ipotesi utile ma non documentata direttamente

Ulteriori prove derivano dall’analisi della Fonte Q, un documento ipotetico che avrebbe influenzato Matteo e Luca. Questa teoria si basa sulle somiglianze testuali tra questi due vangeli che non sono presenti in Marco, suggerendo l’esistenza di una fonte comune perduta.

La fonte Q non esiste oggi e, in realtà, nessuno può dimostrare che sia mai esistita. La sua completa scomparsa è ancor più degna di nota poiché gli studiosi asseriscono che ci fossero in circolazione diverse copie di questo documento.

Oltretutto, la fonte Q non viene mai citata dai Padri della Chiesa. Per questo motivo, Q resta uno strumento ricostruttivo utilizzato da alcuni studiosi, non un manoscritto direttamente disponibile.

Le somiglianze tra i Vangeli sinottici provano davvero che gli scrittori si limitarono a copiare l’uno dall’altro? No.

È senz’altro possibile che alcuni scrittori della Bibbia abbiano letto l’opera di altri scrittori biblici e vi abbiano fatto riferimento, ma questo sarebbe indice di attenta ricerca, non di plagio.

Oltre a ciò, un dizionario biblico spiega: “La dipendenza dalla tradizione orale potrebbe facilmente spiegare perché i memorabili detti di Gesù furono riportati in modo identico.”

Fonti esterne, archeologia e contesto storico

Questo non significa che non abbiamo fonti storiche che parlino di Gesù al di fuori della Bibbia. Ne abbiamo. Esistono riferimenti a Gesù negli scritti Ebraici e cristiani, al di fuori del Nuovo Testamento.

Gli scritti dello storico Ebraico Giuseppe Flavio sono particolarmente interessanti. Fra le pagine dei suoi scritti lui menziona personaggi presenti nel Nuovo testamento.

Personaggi come i sommi sacerdoti Anna e Caifa, il governatore Romano Ponzio Pilato, Re Erode, Giovanni Battista, e persino Gesù stesso e Giacomo suo fratello sono collegati al quadro storico nel quale si colloca la narrazione evangelica.

Sono state fatte delle scoperte archeologiche di uguale importanza storica che hanno confermato l’esistenza di persone e luoghi menzionati nei vangeli.

Per esempio nel 1961 abbiamo avuto la prima conferma storica riguardante Pilato negli scavi della città di Cesarea. È stata scoperta una placca con incisa una dedica che riportava il nome e la carica politica di Ponzio Pilato.

Più recentemente, nel 1990, è stata scoperta a sud di Gerusalemme la tomba di Caifa, il sommo sacerdote che ha presieduto al processo di Gesù.

Infine, in Luca 3,1 si parla di Lisania, tetrarca di Abilene, al tempo dell'imperatore Tiberio. I critici lo presero per un errore, poiché l'unico Lisania di cui si ha notizia storica non era un tetrarca, ma governatore di Calcide, tutto questo finché gli archeologi trovarono un'iscrizione dell'epoca di Tiberio in cui un Lisania era nominato tetrarca di Abilene.

C'erano quindi due autorità con lo stesso nome e l'informazione di Luca, dunque era corretta. Inoltre, in Atti 17,6 si parla di autorità chiamate poliarchi, ma non c'erano prove di questo termine finché non fu scoperto un arco del I secolo che riportava l’iscrizione «Al tempo dei poliarchi» e in seguito apparvero altre iscrizioni con lo stesso riferimento.

Infine «in Giovanni 5,2 si fa riferimento alla piscina di Betesda, con cinque portici, ma a Gerusalemme non si conosceva alcuna piscina con cinque portici; finché scavi più profondi portarono alla luce una piscina con cinque portici, come descritta nel Vangelo di San Giovanni».

Le fonti extra bibliche possono confermare quello che leggiamo nei Vangeli ma in realtà non ci dicono nulla di nuovo. Quindi la domanda non può che essere: quanto sono storicamente affidabili i documenti del Nuovo Testamento?

Persino lo storico più critico può con fiducia asserire che un Ebreo di nome Gesù ha insegnato e fatto cose strabilianti in Palestina durante il regno di Tiberio, che fu poi crocifisso sotto Ponzio Pilato ed ha continuato ad avere seguaci anche dopo la sua morte.

Vangeli canonici e vangeli apocrifi

I cosiddetti vangeli apocrifi sono delle contraffazioni scritte molto tempo dopo, e sono, per la maggior parte, delle elaborazioni dei quattro vangeli del Nuovo Testamento.

I Vangeli apocrifi, il cui nome deriva dal greco “apokryphos”, ovvero “nascosto”, sono testi che, pur narrando episodi della vita di Gesù, della Vergine Maria o degli apostoli, non sono stati riconosciuti dalla Chiesa come ispirati da Dio.

Questi scritti, composti per lo più a partire dal II secolo e oltre, si collocano in un’epoca successiva rispetto ai Vangeli canonici. La loro tardività li rende spesso portatori di elementi leggendari, riflessioni teologiche eterodosse e influenze esterne al messaggio originario della Chiesa primitiva.

Molti di questi testi, infatti, riflettono correnti di pensiero come lo gnosticismo, che cercava di reinterpretare la figura di Gesù in chiave filosofica o mitologica, allontanandosi dalla verità storica e spirituale trasmessa dagli apostoli.

Al contrario, i Vangeli sinottici rappresentano il fondamento solido e affidabile della fede cristiana. Chiamati “sinottici” per la loro struttura narrativa simile, che permette una lettura parallela e armonica, questi testi affondano le loro radici nella testimonianza diretta degli apostoli o dei loro discepoli più vicini.

Scritti nel I secolo, essi custodiscono con fedeltà gli insegnamenti, i miracoli e le parabole di Gesù, offrendo un ritratto coerente e autentico della sua vita e del suo messaggio salvifico.

La distinzione cronologica fra i Vangeli canonici e molti apocrifi costituisce un elemento importante per la valutazione storica. Tuttavia, alcuni studiosi analizzano anche testi apocrifi specifici, senza considerarli automaticamente privi di qualsiasi valore.

In questa ricerca gli studiosi indagano anche i Vangeli cosiddetti apocrifi: alcuni di essi infatti, per esempio il Vangelo di Tommaso, scritto tra il 1° e il 2° secolo, conservano detti di Gesù che gli studiosi giudicano autentici o almeno antichi quanto quelli dei Vangeli sinottici.

Che cosa significa davvero “attendibilità”

L’attendibilità dei Vangeli non coincide con l’idea che ogni evangelista abbia scritto una biografia moderna, completa e cronologicamente ordinata. I Vangeli hanno la forma di un annuncio, kerygma, di gioia e di salvezza, euanghélion, cioè «buona novella».

Trasmettono un contenuto di ricco valore morale, qualificabile come «annuncio del Regno di Dio e della sua giustizia», centrato sugli insegnamenti e l’esempio di Gesù, di cui affermano la divinità, l’origine dal seno di Dio-Padre e l’invio nel mondo come redentore e salvatore dell’uomo.

Le fonti di base per lo studio di tale accesso sono i Vangeli, documenti che raccolgono la predicazione orale degli apostoli, messa per iscritto da alcuni di essi o dai loro discepoli.

Quando ci si accosta con categorie storico-scientifiche alla figura di Gesù di Nazaret, non va dimenticata la simultanea presenza di due elementi inseparabili, quello dell’evento e quello del mistero.

Il primo è legato alla concretezza storica, geografica, religiosa e culturale della sua umanità; il secondo alla confessione dell’origine divina di Gesù, come Figlio di Dio consustanziale al Padre, e alla fede cui questa confessione fa appello.

I Vangeli non sono semplicemente resoconti storici o racconti biografici, ma testi ispirati che ci rivelano il cuore del messaggio di salvezza portato da Gesù Cristo.

Per gli studiosi, dunque, l’attendibilità deve essere valutata distinguendo diversi livelli: la ricostruzione del contesto storico, la trasmissione delle tradizioni, l’identificazione delle fonti, la coerenza dei racconti, la molteplice attestazione e l’intenzione teologica di ciascun evangelista.

Perché non è corretto scegliere un solo Vangelo in ogni ambito

Marco è normalmente il candidato principale quando si parla di anteriorità e di prossimità alla tradizione più antica dei sinottici.

Luca è particolarmente importante quando si esaminano la metodologia dichiarata dall’autore, la sua attenzione geografica e istituzionale e il rapporto fra il Vangelo e gli Atti degli Apostoli.

Matteo è essenziale per comprendere il modo in cui la prima comunità cristiana interpretava Gesù alla luce delle Scritture d’Israele e delle attese messianiche.

Giovanni, pur essendo generalmente considerato più tardo e più teologico, conserva una tradizione autonoma e offre elementi che non possono essere ridotti semplicemente a una rielaborazione dei sinottici.

La distinzione tra i Vangeli sinottici e quello di Giovanni non è una divisione, ma un arricchimento. Insieme, questi quattro Vangeli formano un quadro completo della vita e del messaggio di Gesù, ciascuno illuminando aspetti diversi della sua identità di Figlio di Dio e Salvatore del mondo.

Mentre i sinottici ci offrono una visione d’insieme della missione terrena di Cristo, Giovanni ci conduce nel cuore del mistero della sua divinità, invitandoci a contemplare la profondità del suo amore e della sua rivelazione.

La risposta più equilibrata alla domanda iniziale è quindi questa: per la ricostruzione storica del Gesù terreno, Marco è generalmente considerato il Vangelo più antico e il principale punto di riferimento; per l’accuratezza della ricerca e del contesto, Luca è spesso valorizzato in modo particolare; per la testimonianza apostolica, Matteo e Giovanni occupano una posizione specifica secondo la tradizione cristiana.

La ricerca più solida non isola un singolo testo, ma mette in relazione l’antichità di Marco, la documentazione e la precisione di Luca, il radicamento ebraico di Matteo, l’autonomia teologica di Giovanni, le lettere più antiche di Paolo, le testimonianze esterne e i dati archeologici.

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