Storie di Santa Colomba di Giovanni Baronzio

Le tre tavole con le Storie di Santa Colomba, dipinte intorno al 1345 e attribuite a Giovanni Baronzio, rappresentano tre episodi della vita di Santa Colomba di Sens, martire e titolare dell’antica cattedrale di Rimini. Nella prima Colomba difende la fede cristiana al cospetto dell’imperatore Aureliano; nella seconda ammansisce un’orsa mandata per ucciderla, che ora simile a un’orsacchiotto, aggredisce il mandante; nel terzo episodio si compie la tragica fine della santa, decapitata.

Le tavole, appartenute dal 1933 alla collezione di Rodolfo Sessa, furono donate alla Pinacoteca nel 1960. Sono oggi conservate nella Pinacoteca di Brera, a Milano, e probabilmente erano parte di una pala d’altare destinata all’antica cattedrale di Rimini.

Storie di Santa Colomba tavole Brera

Il ciclo pittorico e gli episodi della leggenda

Queste tavole rappresentano tre episodi della vita della Santa. Nella prima Colomba difende la fede cristiana al cospetto dell’imperatore Aureliano; nella seconda ammansisce un’orsa mandata per ucciderla, che ora simile a un’orsacchiotto, aggredisce il mandante. Alla fine, l’unica soluzione rimane decapitarla.

L’aria è d’oro Santa Colomba è in una stanza di pietra bianca. Al posto di una parete ci sono delle sbarre. I soldati sembrano scappare dalla piccola porta… certo, in quella cella c’è un’orsa! La vedi?

È balzata addosso a Baruba, il manigoldo che voleva aggredire la santa, su ordine dell’imperatore Aureliano, seduto sul trono nel primo riquadro. La leggenda narra che fu proprio Colomba a fermare l’orsa e a salvare il suo persecutore. Nel terzo riquadro vediamo la tragica fine della santa. Ma che fine avrà fatto l’orsa?

Santa Colomba e la devozione riminese

L’iconografia della Santa nell’arte italiana è molto rara e limitata alla regione riminese, dove la devozione alla martire Colomba è attestata a cominciare dai tempi più antichi. Dal momento che santa Colomba, martire di Sens, è la protettrice di Rimini e titolare della cattedrale della città, è possibile che il complesso pittorico in origine avesse tale collocazione.

Cesare Brandi vi riconobbe l’illustrazione della vita di Santa Colomba di Sens, figura dall’iconografia poco diffusa in ambito italiano cui è dedicata l’antica cattedrale di Rimini. Intorno al 1340 venne incaricato per la pala dell’altare maggiore di Santa Colomba, l’antica cattedrale di Rimini.

Giovanni Baronzio e la scuola riminese del Trecento

Baronzio è considerato il più famoso pittore riminese del Trecento. Giovanni Baronzio è fra i protagonisti della grande scuola pittorica riminese del Trecento.

Nonostante siano poche le notizie fornite dai documenti contemporanei, si ritiene che l’arco cronologico della sua attività artistica si sviluppasse verosimilmente tra gli anni venti e gli anni cinquanta del Trecento. La sua produzione giovanile presenta affinità con quella di un altro suo collega, Pietro da Rimini (di cui si hanno notizie dal 1324 al 1338), ma emergono già i caratteri tipici di Baronzio: il riferimento ai modelli di Giotto; una spiccata capacità nel raccontare per immagini gli episodi sacri; un accentuato gusto per la decorazione, evidente non solo nel compiacimento con cui descrive dettagli delle architetture o dei personaggi (vesti, armature, etc.) ma anche nella realizzazione dei fondi oro finemente incisi.

L’influsso di Giotto, che lavorò per Rimini, è evidente nei pittori riminesi della prima generazione, ma in Baronzio questa attenzione sembra essere più ampia e approfondita e perdurare in sue opere degli anni quaranta: dimostra in particolare la conoscenza del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova, forse vista direttamente o nota attraverso la circolazione di disegni.

Del 22 dicembre 1343 è uno dei pochi documenti noti dell’artista. Baronzio è testimone all’atto con cui l’Ospedale di Santo Spirito di Rimini rinnova la concessione di un terreno a un tale Francesco, della contrada di Sant’Agnese: “Iohanne Baroncio pictore” era in compagnia di “domino Forano”, canonico di Cesena, e di “magistro Iohanne de Florentia”, medico.

Circostanza, questa, che è indicativa non solo del buon grado di affermazione sociale del pittore, il cui fratello era un notaio, ma che può illuminare anche sull’età matura del pittore. Un altro documento, databile entro il 1362, informa che Baronzio, residente nella detta contrada di Sant’Agnese, era già morto così come il fratello Deutacomando e il figlio Comando.

La loro sepoltura è indicata nel cimitero della chiesa di San Francesco (nel ‘400 trasformata da Leon Battista Alberti nel celeberrimo Tempio Malatestiano). E' uno dei principali centri religiosi della città anche per i legami di carattere politico con la Signoria dei Malatesta: Giotto venne incaricato di dipingere la grande croce pensile che ancora vi si conserva.

Non è un caso che Baronzio vi trovasse sepoltura, a confermare un particolare legame con il potente ordine francescano.

Datazione e caratteristiche stilistiche

Le tavole, dipinte intorno al 1345, erano probabilmente parte di una pala d’altare della cattedrale di Rimini. Sul fondo dorato spiccano personaggi allungati che recitano con gesti lenti ed eleganti ed architetture complesse e fragili caratteristiche delle opere accertate di Baronzio.

Confermano la data proposta l'esame dei costumi indossati e certi elementi tipici della moda intorno al 1350, come le barbe lunghe, le sopravvesti dai lunghi manicottoli e dall'ampio scollo, i copricapi col "becchetto".

Il ciclo mostra quindi alcuni dei tratti più riconoscibili della pittura riminese del Trecento: il fondo oro, la narrazione chiara degli episodi sacri, la gestualità controllata dei personaggi, l’attenzione alle architetture e la descrizione accurata di abiti, armature e copricapi.

Il possibile dossale originario

Insieme tali pannelli dovevano essere parte di un dossale, a cui dovevano appartenere anche le tre 'Storie di santa Colomba' già nella collezione Sessa di Cologno Bresciano e ora nella Pinacoteca di Brera ('Pinacoteca di Brera. Scuola emiliana, Musei e gallerie di Milano, Milano, Electa, 1991, pp. 265-269 nn. 140-142).

Secondo Zeri le tavole del complesso con 'Storie della Passione' erano almeno otto (F. Zeri, "Una deposizione di scuola riminese", n. 99, Firenze 1958) e si è dunque calcolato che il dossale potesse raggiungere i tre metri di base (C. Giacobino, in 'Pinacoteca di Brera', cit., p. 265).

Resta però dubbio se le Storie della Passione e le Storie di Santa Colomba fossero il recto e il verso di uno stesso dossale o se appartenessero a due dossali gemelli, ma distinti.

Le tre tavole devono essere considerate all’interno di un complesso più ampio, del quale oggi rimangono soltanto alcuni pannelli. La loro originaria destinazione alla cattedrale riminese è resa plausibile dal ruolo di Santa Colomba quale protettrice della città e titolare dell’antica cattedrale.

Rapporti con le Storie della Passione

La tavoletta Gualino è stata messa in relazione con la frammentaria 'Resurrezione' del Musée Jacquemart-André di Parigi, una 'Deposizione' di ubicazione ignota e la grande 'Crocifissione' (cm 119x80) già nella collezione Ingeheim a Friedenthal (Griessmandorf).

L'opera proviene dalla collezione dell'industriale e mecenate piemontese Riccardo Gualino (Biella 1879 - Firenze 1964). Nel catalogo della collezione Gualino del 1926, Lionello Venturi l'ha assegnata a Giotto, accostando stilisticamente la composizione agli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova, e data la tavola nell'arco temporale compreso fra tale ciclo (1305) e quello di Santa Croce a Firenze (1320).

Ma già Pietro Toesca (1929) ha invece riferito l'opera a scuola giottesca romagnola, opinione seguita da Mario Salmi ('La scuola di Rimini', in "Rivista del regio Istituto di Archeologia e Storia dell'Arte", fasc. I-II, Roma, 1935, p. 125) e da Cesare Brandi, in occasione della mostra sul Trecento riminese (1935, p. 62).

Grazie ai contributi dello stesso Brandi (Brandi, Cesare, 'Conclusioni su alcuni discussi problemi della pittura riminese del Trecento', in "Critica d'arte", I, Firenze, 1935/1936([1936?]), pp. 229-237, in part. 231-233) e poi di Alberto Martini ('Ricostruzione parziale di un dossale riminese', in "Paragone. Arte", IX, Firenze, 1958, n. 99, pp. 40-44, in part. pp. 40-41) e Federico Zeri ('Una "Deposizione" di scuola riminese', in "Paragone", I, Firenze, 1958, n. 99, pp. 46-54), la tavoletta Gualino è stata messa in relazione con la frammentaria 'Resurrezione' del Musée Jacquemart-André di Parigi, una 'Deposizione' di ubicazione ignota e la grande 'Crocifissione' (cm 119x80) già nella collezione Ingeheim a Friedenthal (Griessmandorf).

Brandi (1936), Zeri (1958) e Volpe (1958) hanno quindi riferito il dipinto della Sabauda, e con esso le altre Storie della Passione, al cosiddetto 'Maestro della santa Colomba', come è stato chiamato l'anonimo pittore delle tavolette di Brera da Martini (1958).

In particolare Zeri (1958, pp. 54-54) osserva affinità stilistiche con l'opera di Giovanni Baronzio, che farebbero quasi propendere per una sua attribuzione "se non fosse per una più insistita accentuazione del chiaroscuro e per l'appiglio agli Scrovegni, che tocca in queste opere una immediatezza non ravvisabile, almeno finora, nel Baronzio".

La questione dell’attribuzione

L’attribuzione a Giovanni Baronzio è stata sostenuta da Pietro Toesca ("La pittura fiorentina del Trecento", Verona, 1929, 62 n.14; 'Una schedula per Giovanni Baronzio da Rimini', in 'Beiträge für Georg Swarzenski zum 11. Januar 1951', Berlin, 1951, pp. 66-69), Piergiorgio Pasini ("Vicende artistiche dell'antica cattedrale riminese", in "Ravennatiensa", IV, 1974, pp.345-375; "La pittura riminese del Trecento", Cinisello Balsamo, Pizzi, 1990, in part. pp. 136-138), Miklòs Boskovits ('Per la storia della pittura tra la Romagna e le Marche ai primi del '300', II, 1993, in "Arte cristiana", N.S. LXXXI, 1993, pp. 163-182, in part. p. 179) e Giacobino (cit. 1991).

Giacobino in particolare confronta le Storie di santa Colomba con il polittico di Macerata Feltria datato 1345 (ora nella Galleria Nazionale di Urbino), accostamento pienamente convincente secondo Daniele Benati (in 'Il Trecento riminese' 1995, pp. 270-271 n. 53, con bibliografia).

Per Benati conforta l'attribuzione a Baronzio anche il confronto con le scene del dossale già Corvisieri (Roma Galleria Nazionale e con lo sportello del Metropolitan Museum di New York.

La discussione critica ha dunque oscillato tra l’attribuzione diretta a Giovanni Baronzio e la definizione di un anonimo «Maestro della santa Colomba». Il confronto con il polittico di Macerata Feltria, firmato e datato 1345, costituisce uno degli elementi più importanti a sostegno del riferimento a Baronzio.

Descrizione tecnica e dati conservativi

VoceDato
Oggettodossale
Materia e tecnicatavola/ pittura a tempera
MisureAltezza: 53; Larghezza: 55
AttribuzioneBaronzio Giovanni (attribuito): esecutore
Luogo di conservazionePinacoteca di Brera
LocalizzazionePalazzo di Brera
IndirizzoVia Brera, 28, Milano (MI)
Condizione giuridicaproprietà Stato
Codice di catalogo nazionale0300180274-0
Numero d’inventarioReg. Cron. 2345-2347

Il dipinto è su tavola a fondo oro. La cornice è a cassetta con battuta a gola rilevata liscia dorata.

La fascia liscia dipinta su ciascun lato della cornice presenta due fasce blu alle estremità e una rossa al centro, sulle quali sono impressi motivi decorativi geometrizzanti in oro. La profilatura è aggettante dorata.

Provenienza e conservazione

I tre dipinti, appartenuti dal 1933 alla collezione di Rodolfo Sessa, furono donati alla Pinacoteca nel 1960. Il luogo di conservazione è la Pinacoteca di Brera, presso Palazzo di Brera.

L'ente competente per la tutela è la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la citta' metropolitana di Milano. L'ente schedatore è la Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici per le province di Milano Bergamo Como Lecco Lodi Monza Pavia Sondrio Varese.

La data di compilazione della scheda è il 1994 e la data di aggiornamento è il 2006. La licenza dei metadati è CC-BY 4.0.

La fortuna critica dell’opera

La storia degli studi sulle tavole si intreccia con la rivalutazione della pittura riminese del Trecento e con il riconoscimento dei rapporti tra la scuola romagnola, Giotto e la cultura figurativa degli Scrovegni.

Giovanni Baronzio e la pittura a Rimini nel Trecento Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica in Palazzo Barberini 13 marzo - 18 maggio 2008.

Le opere di Baronzio sono state studiate anche attraverso il confronto con altri dipinti attribuiti al maestro o alla sua cerchia, tra cui l’Ascensione di Cristo, la tavoletta Gualino, le scene della Passione e il polittico conservato nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.

Punto di riferimento per la sua biografia è il 1345, anno in cui firma e data il polittico conservato nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, proveniente dal convento francescano di Macerata Feltria.

Opere e incarichi principali di Baronzio

  • Tra le principali opere di destinazione pubblica sono il dossale per la chiesa francescana di Villa Verucchio, databile al 1330 circa.
  • Quello con Storie del Battista, databile fra il 1330 e il 1340.
  • Intorno al 1340 venne incaricato per la pala dell’altare maggiore di Santa Colomba, l’antica cattedrale di Rimini.
  • Nel 1345 firma e data il polittico conservato nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, proveniente dal convento francescano di Macerata Feltria.

La produzione superstite e i documenti disponibili delineano la figura di un pittore attivo nel pieno sviluppo della scuola riminese, capace di unire la lezione giottesca alla sensibilità narrativa e decorativa tipica dell’ambiente locale.

A oriente di Rimini. Giovanni e la pittura bizantina

Le Storie di Santa Colomba conservano in forma frammentaria la memoria di una pala legata alla devozione riminese e documentano il modo in cui Giovanni Baronzio trasformava una leggenda agiografica in una sequenza di immagini leggibili, solenni e ricche di dettagli.

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