Primi missionari in America: storia, attività e rapporto con i popoli indigeni

I primi missionari arrivarono in America insieme alle spedizioni europee tra la fine del XV e il XVI secolo, con l’obiettivo di annunciare il cristianesimo, amministrare i sacramenti, istruire le popolazioni indigene e fondare comunità ecclesiali. La loro attività si svolse però all’interno della conquista coloniale e fu quindi segnata da una profonda ambivalenza: accanto alla predicazione, all’educazione e alla difesa degli indigeni vi furono imposizioni culturali, sfruttamento, violenze e complicità con le strutture coloniali.

L’evangelizzazione dell’America fu realizzata soprattutto da francescani, domenicani, agostiniani, gesuiti, cappuccini e, in seguito, da altre congregazioni. Gli strumenti da essi utilizzati comprendevano la predicazione, la confessione, l’istruzione catechistica dei bambini, l’amministrazione del battesimo, la fondazione di scuole e collegi e la creazione di parrocchie e comunità stabili.

Il mandato missionario cristiano prima della scoperta dell’America

Il Vangelo di Matteo - «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni» (28,9) - e il Vangelo di Marco - «Andate in tutto il mondo e annunciate il Vangelo ad ogni creatura» (16,16) - testimoniano che i primi discepoli di Gesù di Nazareth erano consapevoli di aver ricevuto dal Risorto il mandato di andare ad annunciare la sua parola in tutto il mondo.

Se questa evangelizzazione rimase confinata negli ambienti ebraici fin dai primi anni, san Paolo sentì il dovere di portare la buona notizia ai pagani: in Rm 1,1 si presenta come un «apostolo messo a parte per annunciare il Vangelo di Dio». Gli Atti degli Apostoli raccontano i viaggi missionari di Paolo in Turchia, Grecia, Roma, e forse in Spagna. Nella sua lettera ai Galati, capitolo 2, Paolo spiega che Pietro fu mandato ai Giudei, mentre lui stesso fu mandato ai Gentili.

Questa epopea missionaria ebbe un tale successo che, all’inizio del IV secolo, l’intero impero romano sarebbe diventato cristiano e per secoli le comunità cristiane avrebbero creduto che il loro mandato missionario fosse completo e il Vangelo fosse stato annunciato a tutte le nazioni.

Il mondo oltre l’Europa e la nascita delle missioni moderne

Fu nel XV e XVI secolo che ci si rese conto di quanto, oltre i limiti dell’Occidente, ci fosse ancora una moltitudine di esseri umani da raggiungere. In questa consapevolezza, ebbe un ruolo importante l’uomo che sarebbe diventato patrono delle missioni, San Francesco Saverio, il primo missionario gesuita e il primo missionario in Giappone.

I missionari iniziarono, quindi, a unirsi ai conquistadores portoghesi e spagnoli nella loro ricerca di nuove rotte verso l’Asia. Quando poi si comprese che la terra è rotonda e che la strada può prendere anche la direzione verso Ovest, i missionari accompagnarono i colonizzatori - soprattutto portoghesi, spagnoli, inglesi e francesi - che si stabilirono nelle Americhe.

La conquista e la successiva assimilazione delle civiltà indigene avviene in maniera rapida, con un misto di repressione e di persuasione che si avvale sia dell’operato militare dei conquistadores che di quello pastorale dei religiosi. Convinti della propria posizione di superiorità umana e del possesso della vera religione, gli Europei si spingono infatti nelle terre d’oltremare con un’ansia di evangelizzazione che ricorda quella dei tempi apostolici.

La scoperta dell’esistenza di enormi masse umane che vivono nella più totale ignoranza della fede contribuisce a immettere nuova linfa vitale alla forza propulsiva del messaggio della Chiesa. Spagnoli e Portoghesi - e in seguito Olandesi, Inglesi e Francesi - si avvalgono, sin dalle prime spedizioni, della presenza di missionari che sbarcano nei territori del Nuovo Mondo con lo specifico compito di convertire gli infedeli.

Rotte dei primi missionari nelle Americhe

Cristoforo Colombo e l’inizio dell’evangelizzazione americana

Quando il 3 agosto 1492 Cristoforo Colombo salpa dal porto di Palos in Spagna alla volta delle Indie non sa ancora che da lì a settanta giorni sarebbe sbarcato sulle coste di un’isola appartenente a un continente poi battezzato con il nome di America. La sua impresa, preceduta e succeduta da numerose altre scoperte geografiche, costituirà un vero e proprio spartiacque nella storia, non solo europea ma mondiale.

Per Colombo la terra è una sfera («Ho sempre letto che il mondo - terra e acqua - era sferico, nei passi dei dotti e nelle esperienze che Tolomeo, e quant’altri ne scrissero, adducevano e riferivano a conforto di ciò…»).

Colombo crede sempre di aver scoperto una parte dell’Asia [dopo la II spedizione], e convince ad affermarlo anche i suoi compagni: Cuba, che raggiunge nuovamente, è il continente asiatico, ma soprattutto egli rivela la sua inquietante doppiezza.

Da un alto, in omaggio alla regina di Castiglia che gli ha dato le istruzioni già descritte sul buon trattamento degli indiani, fonda la prima città europea d’America battezzandola Isabella. D’altra parte, inaugura uno sfruttamento vergognoso della sua conquista, in totale contraddizione con le istruzioni ricevute da Isabella: infatti, egli installa sulle terre scoperte una semplice agenzia commerciale che ha il monopolio, in cui tutti gli spagnoli e gli europei erano dei salariati, e gli indiani degli schiavi: in questo modo è l’unico a profittarne.

Colombo infatti non teme di inviare, nel 1495, una prima nave carica di schiavi indiani, che mette in vendita in Europa: Isabella, sorpresa, fa tornare indietro la nave con i suoi indiani.

Colombo presentava l’impresa anche in termini religiosi e la collegava alla possibilità di una futura riconquista di Gerusalemme. In una lettera ai sovrani, egli scrisse: «Miracolo evidentissimo volle operare Nostro Signore con questa impresa del viaggio alle Indie per animare me e altri dopo di me a quest'altra alla Casa Santa».

Nel Diario di bordo Colombo affermava inoltre: «Io, affinché ci accogliessero in grande amicizia, poiché conobbi che era gente che meglio si sarebbe data e convertita alla nostra Santa Fede con l’amore che non con la forza, detti ad alcuni di loro berretti colorati e palline di vetro che si mettevano al collo e altre bagatelle, di cui mostrarono molto piacere e ce li guadagnammo a tal punto che era meraviglia».

La dimensione religiosa e quella economica rimasero tuttavia strettamente intrecciate. Nella Carta a Santàngel del 1493 Colombo presentava un programma di sfruttamento delle Indie che metteva sullo stesso piano «spezie, prodotti della terra, oro e uomini (schiavi)», purché si trattasse di idolatri.

La disputa sulla dignità degli indigeni

La presenza dei missionari nelle Americhe provocò una querelle che oggi è difficile da comprendere: la cosiddetta «disputa di Valladolid» tra Juan de Sepulveda (1490-1573) e Bartolomé de Las Casas (1484-1566).

Il primo riteneva che gli amerindi non fossero esseri umani e, di conseguenza, non ci si dovesse preoccupare delle loro anime e che potessero essere considerati come bestiame o schiavi; il secondo, al contrario, credeva che anch’essi fossero esseri umani con un’anima e, quindi, era necessario predicare loro il Vangelo perché potessero essere salvati.

La discussione riguardava quindi non soltanto i metodi della predicazione, ma anche la dignità umana degli abitanti delle Americhe, la legittimità della conquista e il rapporto tra evangelizzazione e dominio politico.

In ogni caso, durante il primo secolo di colonizzazione delle Americhe, gli studiosi stimano che quasi il 90% degli indigeni scomparì, principalmente a causa di malattie contagiose portate dai coloni europei, ma anche a causa della violenza.

Le prime comunità cristiane in America Latina

Gradualmente, le Chiese cristiane costituirono comunità in tutta l’America con coloni provenienti dall’Europa. In America Latina, nel XVI secolo, le comunità cristiane fondarono varie città: Buenos Aires nel 1536, Rio de Janeiro nel 1565, Cartagena (Colombia) nel 1533 e Quito nel 1534.

L’evangelizzazione dei popoli d’oltreoceano fu accompagnata dalla progressiva integrazione dell’Otro mundo al modello culturale europeo. Tra le tante conseguenze impreviste che quelle esplorazioni e la conquista europea delle Americhe avranno sul piano politico ed economico-sociale va annoverata anche la progressiva integrazione dell’Otro mundo al modello culturale europeo.

La via è aperta dalla missione di dodici frati francescani che, su invito dello spagnolo Hernán Cortés, nel 1523 si recano nel Messico appena conquistato. Ed è qui che, nel corso del Cinquecento, la Chiesa cattolica riporta i maggiori successi.

Nel 1526 vi si insediano i Domenicani, nel 1533 gli Agostiniani; prima dell’arrivo dei Gesuiti, avvenuto nel 1572, l’evangelizzazione delle popolazioni indigene si avvale essenzialmente dell’attività svolta dai membri dei settori riformati di questi tre ordini.

Il loro zelo pastorale e il rapido crollo delle civiltà locali spiegano il numero straordinariamente alto di battesimi registrati in quegli anni. Fra’ Martino di Valencia, in una lettera inviata a Carlo V nel 1532, parla di oltre un milione di indigeni battezzati in poco più di un decennio.

Altrove i bilanci suonano ancora più trionfali: Toribio da Bonavente valuta ad esempio intorno ai 5 milioni il numero degli amerindi battezzati tra il 1524 e il 1536.

Ordini religiosi e metodi di evangelizzazione

Francescani, domenicani e agostiniani

Nel primo periodo dell’evangelizzazione americana, francescani, domenicani e agostiniani svolsero una parte essenziale nella fondazione delle prime comunità cristiane. Essi organizzarono la predicazione, l’istruzione religiosa e l’amministrazione dei sacramenti, spesso lavorando in territori appena conquistati e privi di strutture ecclesiastiche stabili.

L’idea di una cristianizzazione fondata sull’annuncio del Vangelo e sull’amministrazione del battesimo non viene comunque del tutto abbandonata. Alla fine del Cinquecento la storiografia francescana si fonda ancora sui grandi numeri dei battesimi per esaltare le imprese dell’ordine in America.

Gesuiti e cappuccini

Alla strategia delle conversioni di massa e dei battesimi forzati e all’atteggiamento “colonizzante” dei primi missionari, subentrerà infatti, alla metà circa del secolo, un approccio in qualche modo più rispettoso delle tradizioni locali e un’idea moderna della missione, intesa a educare più che a conquistare le anime.

Il metodo consiste nell’adattare il cristianesimo a culture radicalmente diverse e in pratica si incarna nell’opera svolta dai membri della Compagnia di Gesù e dai Cappuccini, i due ordini istituiti rispettivamente nel 1540 e nel 1528 allo scopo precipuo di svolgere una costruttiva azione di evangelizzazione.

Gli strumenti da essi utilizzati rientrano in una complessa strategia di intervento che comprende la predicazione, la confessione e l’istruzione catechistica dei fanciulli.

I primi sacerdoti vennero per prendersi cura dei nuovi coloni. Tuttavia, molto presto i gesuiti e i recolletti iniziarono a voler evangelizzare gli aborigeni della Nuova Francia.

Predicazione, confessione e catechismo

La progressiva integrazione delle popolazioni d’oltreoceano al modello culturale europeo avviene anche grazie all’opera di proselitismo svolta dai missionari. Gli strumenti da essi utilizzati rientrano in una complessa strategia di intervento che comprende la predicazione, la confessione e l’istruzione catechistica dei bambini.

La conoscenza delle lingue, dei costumi e delle forme religiose locali divenne gradualmente importante per rendere più efficace l’insegnamento. Nelle relazioni inviate ai propri superiori a Roma, i missionari riportano numerose informazioni sulle condizioni in cui si trovano a operare: sul clima, l’ambiente, il paesaggio e soprattutto sugli usi rituali e le forme di religiosità praticate dalle popolazioni indigene.

Nati dall’esigenza di conoscere bene luoghi e persone al fine di rendere più efficace l’intervento educativo, i loro resoconti finiscono con il presentare alla coscienza europea uno spaccato antropologico della vasta umanità delle altre parti del mondo dove amplissima è l’oscillazione tra i due estremi di una valutazione negativa e una positiva.

Il Messico e i primi grandi successi missionari

Il successo delle prime forme di predicazione del cristianesimo alle popolazioni extraeuropee è tale che gli stessi contemporanei hanno l’impressione che le perdite provocate dallo scisma protestante siano largamente compensate dalle conversioni ottenute tra i popoli d’oltremare.

In Messico l’evangelizzazione si sviluppò rapidamente dopo la conquista. Nel 1523 arrivarono dodici frati francescani, nel 1526 si insediarono i domenicani e nel 1533 gli agostiniani. I gesuiti giunsero nel 1572.

Il rapido crollo delle civiltà locali e lo zelo pastorale degli ordini religiosi favorirono una grande diffusione dei battesimi, anche se i numeri riportati dalle fonti devono essere considerati nel contesto di conversioni spesso collettive e di una forte pressione coloniale.

L’evangelizzazione in Sud America

Nell’America del Sud la conversione progredisce più lentamente che vive nel Messico. I primi padri della Compagnia di Gesù arrivano in Brasile alla fine degli anni Quaranta; più o meno contemporaneamente i Domenicani fondano la Chiesa peruviana, mentre Francescani e Agostiniani si spingono in Paraguay e nel Cile.

In America Latina, nel XVI secolo, le comunità cristiane fondarono varie città: Buenos Aires nel 1536, Rio de Janeiro nel 1565, Cartagena (Colombia) nel 1533 e Quito nel 1534.

Le missioni dell’America meridionale si svilupparono quindi attraverso parrocchie, conventi, scuole, collegi e insediamenti missionari, ma anche attraverso forme di organizzazione comunitaria che cercavano di proteggere le popolazioni indigene dalle conseguenze più dure della conquista.

Le riduzioni e il rapporto con le comunità indigene

Le missioni gesuitiche in alcune regioni dell’America meridionale si organizzarono in comunità conosciute come riduzioni. Esse miravano a riunire le popolazioni indigene in insediamenti dove fosse possibile svolgere l’evangelizzazione, l’istruzione e la vita comunitaria.

Le riduzioni rappresentarono una risposta al problema della dispersione delle popolazioni e alla difficoltà di raggiungerle in territori vasti. Allo stesso tempo, esse rientravano nella logica dell’organizzazione coloniale e non eliminarono l’ambiguità del rapporto tra protezione, controllo sociale e assimilazione culturale.

La missione si muoveva quindi tra due obiettivi differenti: difendere gli indigeni dallo sfruttamento e inserirli in un modello religioso, economico e sociale definito dagli europei.

L’evangelizzazione del Nord America

In Nord America, il cristianesimo prese piede con gli esploratori europei. Già nel 1524 l’italiano Giovanni da Verrazzano arrivò nei pressi di New York, che venne però fondata soltanto nel 1609 dagli olandesi che le diedero il nome di New Amsterdam.

L’evangelizzazione di questa parte delle Americhe fu opera dei missionari spagnoli in California, di quelli anglicani negli Stati Uniti e dei francesi in Canada.

Nel 1534, l’esploratore francese Jacques Cartier scoprì il fiume San Lorenzo. Fu però solo nel 1608 che ci fu il primo insediamento permanente - Québec - per merito di un altro esploratore transalpino, Samuel de Champlain.

Québec fu la città dove operò la mistica francese Marie Guyart, Marie de l’Incarnation, proclamata santa nel 2014. Santo è anche il suo primo vescovo, François de Montmorency-Laval. La sua diocesi copriva praticamente tutto il Nord America.

Diversa è la storia della fondazione di Montréal, nata sotto il nome di Ville Marie, come missione presso gli aborigeni. Questo è il motivo per cui molti dei suoi fondatori sono stati riconosciuti beati o santi.

Missioni francesi nella Nuova Francia

Gesuiti, recolletti e popoli indigeni della Nuova Francia

I primi sacerdoti vennero per prendersi cura dei nuovi coloni. Tuttavia, molto presto i gesuiti e i recolletti iniziarono a voler evangelizzare gli aborigeni della Nuova Francia.

Ebbero un certo successo con gli Uroni, ma penetrarono molto poco tra gli Irochesi, dove visse la prima santa indiana, Kateri Tekakwitha, la cui tomba si trova nella piccola chiesa all’interno della riserva di Kahnawake, appena a sud ovest di Montréal.

Il conflitto tra Irochesi e Uroni fece vittime anche tra i missionari. Tra il 1642 ed il 1649, otto missionari di origine francese subirono il martirio: sei sacerdoti gesuiti - Isaac Jogues, Antoine Daniel, Jean de Brébeuf, Gabriel Lallemant, Charles Garnier, Noël Chabanel - e due coadiutori laici - René Goupil e Jean de La Lande.

Tutti furono dichiarati santi nel 1930.

Kateri Tekakwitha e la santità indigena

Dipinto raffigurante la prima santa indiana, Kateri Tekakwitha (1656-1680).

Kateri Tekakwitha rappresenta una delle figure più importanti nella storia religiosa dei popoli indigeni dell’America settentrionale. La sua vicenda si colloca nel contesto delle missioni francesi presso gli Uroni e gli Irochesi e mostra come l’evangelizzazione non fosse soltanto un’attività esercitata dai missionari europei, ma coinvolgesse anche persone appartenenti alle comunità locali.

La sua tomba si trova nella piccola chiesa all’interno della riserva di Kahnawake, appena a sud ovest di Montréal.

Missionari e colonialismo: una storia ambivalente

Come ha dimostrato la «Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione» nel suo rapporto finale del 2015, i missionari, specialmente attraverso le «scuole residenziali», hanno collaborato a un «genocidio culturale», che avvelena ancora le relazioni tra le diverse comunità indigene e il resto del Canada, comprese le Chiese.

In The History of Québec Catholicism, lo storico Jean Hamelin parla di «colonialismo spirituale» e di «ambiguità dell’attività missionaria»: «Le missioni sono presentate come una questione di orgoglio nazionale».

La storia delle missioni americane non può quindi essere descritta soltanto come una successione di fondazioni religiose, battesimi e opere educative. Essa deve comprendere anche l’impatto delle malattie, delle guerre, dello sfruttamento, delle conversioni forzate, della soppressione delle lingue e delle tradizioni e dell’inserimento degli indigeni in istituzioni controllate dalle autorità coloniali e religiose.

Dopo la sconfitta francese nella battaglia delle pianure di Abramo nel 1759, i canadesi francesi sopravvissero raggruppandosi attorno alla Chiesa cattolica per sfuggire ai tentativi di assimilazione ed eliminazione culturale da parte dei nuovi governanti inglesi.

Le missioni spagnole in California

Tra i missionari spagnoli in Nord America si ricorda Junipero Serra (1713-1784), un francescano che papa Francesco ha dichiarato santo il 23 settembre del 2015.

Le missioni californiane furono fondate lungo le vie di espansione spagnola e svolsero funzioni religiose, educative ed economiche. Esse costituirono centri di predicazione e di amministrazione dei sacramenti, ma anche luoghi nei quali le popolazioni indigene venivano sottoposte a forme di controllo e di riorganizzazione della vita quotidiana.

Come in altre regioni dell’America, la presenza missionaria fu quindi inseparabile dalla colonizzazione e dalla trasformazione delle società indigene secondo modelli europei.

Il ruolo della Congregazione di Propaganda Fide

Propaganda Fide è il Dicastero della Santa Sede fondato nel 1622 da Papa Gregorio XV con il duplice scopo di diffondere il cristianesimo nelle zone dove ancora l'annuncio cristiano non era giunto e difendere il patrimonio della fede nei luoghi dove l'eresia aveva messo in discussione la genuinità della fede.

Propaganda Fide era dunque, in pratica, la Congregazione alla quale era riservato il compito di organizzare tutta l'attività missionaria della Chiesa. Per disposizione di Giovanni Paolo II, al fine di rendere più espliciti i suoi compiti, dal 1988 la primitiva Propaganda Fide si chiama "Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli".

La fondazione della Congregazione rifletteva la crescente consapevolezza della dimensione mondiale dell’attività missionaria. Le relazioni politiche, commerciali e missionarie con l’America, l’Africa e l’Asia erano ormai stabilmente inserite nell’orizzonte della Chiesa cattolica.

La rappresentazione universale delle missioni

Nel 1621 Gregorio XV fonda la Congregazione De Propaganda Fide, per la missione cattolica nel mondo. Il tempo delle grandi scoperte è passato e quello dell'universo finito comincia.

Le relazioni politiche commerciali e quindi anche missionarie con l'America, l'Africa, l'Asia e specialmente la Cina e il Giappone sono d'ora innanzi saldamente stabilite.

Il cattolico romano sa che il centro di questo mondo cristiano è a Roma. Egli sa che la sua Chiesa, depositaria della verità, deve portare questa verità a tutte le estremità del mondo.

La fontana dei Quattro Fiumi rappresenta dunque la totalità del mondo geograficamente noto e al tempo stesso l'universalità della Chiesa. Ma questa universalità possiede un centro indicato dall'obelisco verticale, asse della fede al quale sono sospese la tiara, le chiavi e lo stemma pontificio.

Le missioni nel Pacifico

Oltre all’America continentale, le missioni cristiane si svilupparono nelle isole del Pacifico. Addison Pratt, che diresse le prime missioni del Pacifico, stabilì un ramo a Tahiti e sua moglie, Louisa Barnes Pratt, collaborò con Caroline Crosby e altri missionari per aprire una scuola per bambini e insegnare economia domestica alle donne dell’isola.

Le missioni nel Pacifico mostrarono l’importanza dell’istruzione e della presenza femminile. Le scuole per bambini e l’insegnamento rivolto alle donne affiancarono la predicazione e contribuirono alla formazione di comunità locali.

Le missioni dei Santi degli Ultimi Giorni in America

Ancor prima dell’organizzazione della Chiesa, avvenuta nel 1830, il Signore comandò ai Santi degli Ultimi Giorni di portare il Vangelo restaurato al mondo. L’opera missionaria iniziò quando il Libro di Mormon era ancora in fase di pubblicazione e crebbe costantemente durante tutta la vita di Joseph Smith.

Le prime missioni erano solitamente brevi campagne svolte da anziani appena ordinati, per il tempo che riuscivano a dedicare. Joseph Smith mandò missionari in tutti gli Stati Uniti, in Canada, in Inghilterra e nelle Isole del Pacifico.

Mentre si riunivano nell’Ovest americano negli anni ’40 e ’50 del XIX secolo, i Santi degli Ultimi Giorni dedicarono la loro attenzione alla colonizzazione, e molti di coloro che desideravano andare in missione ricevettero una chiamata di insediamento invece che di predicazione.

Tuttavia, Brigham Young incoraggiò le missioni di proselitismo e incaricò i membri del Quorum dei Dodici Apostoli di supervisionare le missioni in ogni regione del mondo, e li mandò ad aprire tali aree all’opera missionaria.

Le prime missioni mormoni

I parenti e gli amici di Joseph Smith erano entusiasti di condividere il Libro di Mormon, ancor prima che egli avesse finito di tradurlo. Quando le prime pagine uscirono dalla macchina da stampa, uomini come Solomon Chamberlin evangelizzarono usando le bozze di stampa.

Samuel Harrison Smith, fratello di Joseph Smith, andò in missione di proselitismo poco dopo la riunione in cui fu fondata la Chiesa. Egli portò con sé una borsa di copie del Libro di Mormon da vendere.

I missionari come Samuel Smith tenevano delle riunioni nelle case dove parlavano del Libro di Mormon e della restaurazione degli ultimi giorni. Uomini e donne condividevano il Vangelo in modo informale con gli amici e i vicini, di persona e per lettera.

La missione presso i “Lamaniti”

I primi membri della Chiesa erano ansiosi di portare il Libro di Mormon agli indiani americani. Una rivelazione del 1830 chiamò Oliver Cowdery e tre colleghi a una missione presso i “Lamaniti”.

Essi viaggiarono verso il territorio indiano oltre il confine occidentale del Missouri. Anche se la situazione legale e politica di quel tempo impedì loro una predicazione vasta tra le comunità di indiani americani, il gruppo riscosse successo a Kirtland, nell’Ohio.

Nel giro di qualche settimana dal loro arrivo a Kirtland, essi battezzarono decine di persone. La Chiesa ebbe presto una forte comunità di nuovi convertiti a Kirtland, molti dei quali svolsero delle brevi missioni.

Metodi e messaggio

I primi missionari iniziavano spesso il loro viaggio di proselitismo tra i loro parenti e poi si allargavano vendendo o prestando copie del Libro di Mormon a tutti coloro che li avessero accolti.

Il Libro di Mormon era presentato come prova della chiamata di Joseph Smith a restaurare la Chiesa di Cristo. Poco dopo, i missionari iniziarono a scrivere opuscoli progettati per fare proselitismo per diffondere la notizia della restaurazione del Vangelo.

Il loro messaggio era incentrato sulla restaurazione della chiesa originale di Cristo, sull’importanza dei doni spirituali come segno della vera fede e sul raduno delle anime penitenti in preparazione per la seconda venuta di Gesù Cristo.

Una delle prime rivelazioni di Joseph Smith ricevuta a Kirtland nel 1831 istruiva i missionari di viaggiare a “due a due” e la chiamata in missione era spesso estesa a delle coppie perché si occupassero di aree specifiche.

Molti dei primi missionari ricevettero la loro chiamata tramite le rivelazioni ricevute da Joseph Smith. Tali rivelazioni ribadivano le istruzioni che Gesù Cristo diede ai Suoi discepoli nei tempi antichi: dovevano viaggiare senza “borsa né bisaccia” e “scuotersi la polvere” dei piedi quando lasciavano una città o una casa che li aveva rifiutati.

Viaggiare “senza borsa né bisaccia” voleva dire non prendere né il portafoglio né denaro ma, come era comune a quel tempo, chiedere a chi li ascoltava vitto e alloggio temporanei.

Quando incontravano un rifiuto particolarmente severo, i missionari si scuotevano la polvere dai piedi come segno di aver reso testimonianza e di essere andati oltre.

Quando, alla fine del XIX secolo, le missioni divennero più strutturate e in molte aree furono stabiliti dei rami, tali pratiche divennero molto meno comuni.

Il ruolo del Quorum dei Dodici Apostoli

Gli anziani supervisionavano le riunioni durante i viaggi missionari e, nel giro di pochi anni, i rami della Chiesa furono stabiliti in tutti gli Stati Uniti orientali e in Canada.

Tra i primi compiti che Joseph affidò agli Apostoli quando organizzò il Quorum dei Dodici nel 1835 ci fu quello di regolare i suddetti rami e di coordinare il raduno fisico dei convertiti a Sion.

Sotto la direzione di Joseph Smith, i Dodici presiedettero da allora in poi a tutta l’opera missionaria.

La Missione Britannica

La Missione Britannica, fondata da membri del Quorum dei Dodici tra la fine del 1830 e gli inizi del 1840, fu un centro fiorente della Chiesa.

La missione produsse come risultato migliaia di battesimi e sostenne la migrazione di moltitudini in luoghi di raduno come Nauvoo, nell’Illinois.

In Gran Bretagna, i Dodici operarono per rafforzare i rami e le conferenze, gruppi di rami. Insieme con altri missionari, essi viaggiarono per la Gran Bretagna per predicare il Vangelo e preparare i convertiti a emigrare in America.

Quando i primi Santi degli Ultimi Giorni cominciarono a stabilirsi nel Grande Bacino, una parte significativa era composta da convertiti provenienti dalla Missione Britannica.

Nel decennio tra il 1850 e il 1860 i santi britannici organizzarono delle associazioni per la diffusione di opuscoli e sia gli uomini e che le donne distribuirono opuscoli che spiegavano le credenze dei Santi degli Ultimi Giorni.

Le donne furono particolarmente efficaci in quest’opera e divennero, in un certo senso, le prime sorelle missionarie, ma questo accadde molto prima che le donne ricevessero delle chiamate ufficiali in missione.

I primi piani per una missione mondiale

Nel 1842, Joseph Smith scrisse di missionari che avrebbero issato “lo stendardo della verità” in “Germania, Palestina, Nuova Olanda, Indie Orientali e altri luoghi”.

Le missioni in quelle aree e in altre erano state pianificate, ma i missionari non le avevano ancora raggiunte o non vi avevano stabilito dei rami permanenti.

Anche se alcuni tentativi di stabilire delle missioni al di fuori di Stati Uniti ed Europa durante la vita di Joseph Smith portarono qualche frutto, la maggior parte di questi ambiziosi programmi rimase incompiuta fino a dopo il 1850.

Orson Hyde, membro del Quorum dei Dodici Apostoli, si recò a Gerusalemme per dedicare la Terra Santa al ritorno dei Giudei, anche se non vi avviò una missione permanente.

A partire dal 1850, una prospera missione in Danimarca servì come ingresso per le nuove missioni in Finlandia, Svezia, Norvegia e Islanda.

Le missioni svolte poco oltre la metà del XIX secolo in Cina, India, Cile, Francia, Italia e Sudafrica produssero un piccolo numero di convertiti, la maggior parte dei quali si allontanò dalla Chiesa o emigrò nello Utah.

Molti di questi posti avrebbero dovuto attendere decenni prima di avere la prima presenza missionaria permanente e che venissero formati dei rami della Chiesa.

La vita dei missionari nel XIX secolo

Di solito i missionari della metà del XIX secolo erano sposati ed erano intorno ai trenta o quaranta anni. Erano spesso chiamati durante le conferenze della Chiesa e sovente dovevano lasciare mogli, figli e lavoro per servire da uno a tre anni.

L’età dei missionari e la durata del loro servizio variava, spesso erano gli stessi missionari a stabilire la data del proprio rilascio.

Un gruppetto di donne accompagnò i rispettivi mariti. In genere si trattava delle mogli dei presidenti di missione o di altri missionari le cui chiamate li portavano in zone remote per lunghi periodi di tempo.

I missionari di solito erano ordinati all’ufficio di Settanta nel Sacerdozio di Melchisedec e spesso venivano chiamati a svolgere una missione nel loro paese o nella patria dei loro genitori.

La Missione Britannica era la più grande missione in termini di numero di missionari e convertiti, ma le missioni negli Stati Uniti crebbero costantemente verso la fine del 1800.

La pausa missionaria dopo la guerra dello Utah

Una decina di anni dopo che i santi arrivarono nella Valle del Lago Salato, sorsero delle ostilità tra la Chiesa e il governo degli Stati Uniti.

La guerra dello Utah del 1857-1858 portò una pausa temporanea all’opera missionaria che durò fino al decennio del 1860.

L’opera di proselitismo continuò in Gran Bretagna e in Europa occidentale, ma rallentò negli Stati Uniti e in altri luoghi. La durata media di una missione scese a meno di un anno.

Anche dopo tale pausa, l’opera missionaria crebbe lentamente mentre i missionari affrontavano l’opposizione alla pratica del matrimonio plurimo.

Anche in quelle condizioni, i dirigenti della Chiesa continuarono ad organizzare missioni con confini geografici e presidenti di missione e a chiamare un numero crescente di uomini più giovani e, infine, di donne come predicatori a tempo pieno per soddisfare la richiesta di missionari in tutto il mondo.

Le missioni salesiane in America Latina

Una giornata d’autunno del 1875, il 14 novembre, al porto di Genova, i motori accesi del piroscafo francese Savoie erano pronti per la partenza con destinazione Sud America. È l’avvio missionario in America Latina dei salesiani.

Il programma della prima missione che prevedeva l’evangelizzazione degli emigrati italiani e della Patagonia fu tracciato dallo stesso don Bosco tre giorni prima della partenza da Torino, nella chiesa di Maria Ausiliatrice a Valdocco.

Don Bosco si soffermò sulla missione universale di salvezza data dal Signore agli apostoli e dunque alla Chiesa. Parlò della carenza di sacerdoti in Argentina, delle famiglie di emigranti e del lavoro missionario fra le “grandi orde di selvaggi” della Pampa e nella Patagonia.

Centoquarantacinque anni fa i dieci salesiani guidati da don Giovanni Cagliero, poi cardinale, approdarono in Argentina.

Di essa conoscevano a malapena la lingua, la geografia e la storia, ma portavano con loro venti particolari ricordi di don Bosco di cui il primo era quello fondamentale: “Cercate anime, ma non danari, né onori né dignità”.

Vi andavano chiamati dall’arcivescovo di Buenos Aires per fondare un ospizio per giovani a rischio presso una Chiesa destinata alle migliaia di immigrati italiani e per erigere e gestire un collegio di provincia, S. Nicolás de los Arroyos, non lontano dalla pampa, su richiesta di una commissione di laici presieduta da un parroco italiano.

Lavorare per gli emigrati italiani - e in prospettiva radicare l’opera salesiana nel nuovo paese - ed evangelizzare e civilizzare gli indigeni della semisconosciuta Patagonia era il progetto missionario di don Bosco.

L’entrata in Patagonia

Nel maggio 1878 per una tormenta oceanica due salesiani fallirono il primo tentativo di raggiungere la Patagonia. L’anno dopo invece si aprirono loro le porte.

Nell’aprile 1879 infatti il generale Julio A. Roca dava inizio alla tristemente famosa “campagna del deserto” contro gli indigeni.

Il vicario generale di Buenos Aires, mons. Espinosa, come cappellano dell’esercito, si fece accompagnare da due salesiani: un chierico argentino e da don Costamagna.

Però subito si rese conto dell’ambiguità della loro posizione: “Ma che cosa c’entrano il ministro della guerra e l’esercito con una missione di tutta la pace?”

“Mio caro Don Bosco, è necessario adattarsi o per amore o per forza! In questa circostanza è necessario che la croce segua la spada, e pazienza!”.

Nell’agosto successivo l’arcivescovo offriva formalmente ai salesiani la missione patagonica e così a metà gennaio 1880 un drappello di salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice si insediò a Carmen de Patagones sulle rive del Rio Negro.

Nel 1884 la Chiesa locale assumeva per la prima volta una conformazione giuridica con la nomina di don Cagliero a Vicario apostolico, vescovo, della Patagonia centro-settentrionale e di don Fagnano a Prefetto apostolica della Patagonia meridionale, isole Malvine e della Terra del Fuoco.

Intanto altri salesiani si erano stabiliti con collegio-convitto in Uruguay nel 1877 e in Brasile nel 1883.

Attività pastorali ed educative

L’attività dei Salesiani dal 1875 alla morte di don Bosco, nel 1888, si svolse all’insegna della prassi codificata in Italia.

Essi si guadagnarono il cuore delle comunità con la loro attività pastorale, predicazione, catechismi, amministrazione dei sacramenti, e con l’impegno socio-educativo a favore dei giovani, oratori, scuole, laboratori, società di mutuo soccorso, banda musicale.

In Buenos Aires nel volgere di pochi anni resero stabile la loro posizione con la gestione della chiesa per gli italiani, della difficilissima parrocchia della Boca, cosiddetta del diablo, di tre oratori festivi e di un ospizio-scuola di arti e mestieri a servizio soprattutto degli immigrati italiani “più indianizzati che gli Indiani” quanto a costume e religione.

Successivamente in Patagonia si fondarono opere in favore soprattutto di indigeni delle piccole comunità di Carmen e Viedma, Gallegos, Chos Malal e delle Isole Malvine.

Parrocchie vennero anche aperte in Uruguay a Las Piedras e Paysandù e in Cile a Punta Arenas.

Complessivamente se non si materializzarono molte iniziative nel campo diretto delle missiones ad gentes, una forte azione missionaria fu però portata avanti attraverso l’erezione di una ventina di collegi-convitti, scuole e ospizi - frequentati anche da indigeni - quasi tutti strategicamente posizionati.

Le difficoltà dei missionari in Patagonia

In quelle lontanissime terre i primi missionari dovettero confrontarsi con tre spinosissimi problemi.

Come raggiungere e catechizzare migliaia di indigeni dispersi in una pianura sterminata in assenza di strade, di luoghi di riparo, in condizioni climatiche semplicemente impossibili?

Come farsi accettare dagli indios che non capivano come persone che parlavano di amore, pace e salvezza facessero parte di un esercito invasore che tendeva solo a sterminarli?

Come collocarsi fra due civiltà: quella nuova degli Stati nazionali che sottraevano agli indigeni i mezzi di sussistenza con un’invasione di pecore nelle loro terre e quella multisecolare degli indigeni, che però erano ovunque ritenuti portatori di una “cultura selvaggia” da estirpare?

A tali domande i missionari salesiani tentarono di rispondere con una duplice modalità di “civilizzazione ed evangelizzazione”, necessariamente di indole europea.

Quella costituita dalle catechesi lungo le escursioni nei piccoli centri parrocchiali frequentati da indios e coloni e quello costituito dall’educazione integrale che intendevano offrire.

Ovunque si favoriva l’integrazione fra figli di immigrati che spesso avevano lasciato la fede al di qua dell’Atlantico e figli di indigeni, che a loro volta avrebbero influito sul loro contesto familiare una volta lasciata la casa salesiana.

Il beato Ceferino Namuncurà ne è il simbolo più noto.

La crescita delle missioni salesiane

I 150 missionari inviati da don Bosco in America latina si sono moltiplicati, così come le missionarie FMA; le loro opere si sono sparse ovunque, senza però mai venir meno alla vocazione missionaria diretta fra popolazioni indigene.

Come è stato detto, se l’America Latina oggi è globalmente cattolica, la Famiglia salesiana ha fatto la sua parte.

Inoltre vari missionari hanno raggiunto la vetta della santità da altare; non pochi hanno lasciato contributi etnologici, storici, artistici di valore; né sono mancati studi e proposte sui diversi modi di “fare il missionario”.

Rileggere oggi quelle pagine “eroiche” dell’evangelizzazione della “fine del mondo” significa conoscere le radici profonde degli ideali religiosi della Chiesa dell’epoca.

I Missionari della Consolata in Nord America

I Missionari della Consolata arrivarono negli Stati Uniti nel 1946, in Canada l’anno seguente.

Fu in questo contesto che i Missionari della Consolata arrivarono negli Stati Uniti nel 1946 e in Canada nel 1947.

Alla fine, i primi Imc si stabilirono in California e in una riserva indiana in Ontario.

I primi accettarono di lavorare nelle parrocchie, ma ben presto la congregazione si rese conto che ciò non corrispondeva agli obiettivi ricercati, che erano l’animazione vocazionale e missionaria e la raccolta di donazioni per le missioni.

A tal fine, negli anni Novanta, l’istituto si trasferì negli Stati Uniti orientali e nella provincia canadese del Québec.

Negli Stati Uniti furono importanti anche le attività di formazione e specializzazione, non solo per sacerdoti e fratelli, ma anche per i laici disponibili a dedicare qualche anno alla missione.

Venti americani e una dozzina di canadesi diventarono missionari Imc.

Gli anni d’oro

L’età d’oro dell’attività missionaria Imc in Nord America furono gli anni a cavallo tra il 1970 e il 1985.

C’erano allora più di cinquanta Imc negli Stati Uniti e più di trenta in Canada.

Negli Stati Uniti venivano pubblicati nove periodici, mentre in Canada erano almeno quattro.

Tra il 1976 e il 1986, Notre Dame Hall, il nostro Centro di animazione missionario di Montréal, inviò 1,86 milioni di dollari in assistenza finanziaria a più di dodici paesi di missione.

Solo nel 1979, negli Stati Uniti, 257 parrocchie in 46 diocesi furono visitate per le giornate missionarie, che raccolsero circa 200mila dollari per le missioni.

Una trentina di studenti di origine africana vennero a studiare negli Stati Uniti.

Il declino e la riorganizzazione

Il declino è avvenuto molto rapidamente: la vocazione è scomparsa completamente negli anni Novanta e in questi due paesi nordamericani il numero delle comunità è passato da quindici a solo due negli Stati Uniti, e i membri da 60 a una decina ora in due comunità: una nel New Jersey e una in California.

Anche in Canada ci sono due comunità, una a Toronto e la seconda a Montréal con otto missionari Imc, sempre più spesso di origine straniera.

Per rivitalizzare la presenza in Nord America, la Direzione generale dell’istituto ha unito le circoscrizioni di Canada e Stati Uniti con quella del Messico, paese nel quale l’istituto è entrato nel 2008, formando, quindi, un’unica delegazione religiosa.

Nelle nuove missioni messicane operano attualmente otto missionari, distribuiti su due comunità: una a Guadalajara, stato di Jalisco, e un’altra a Tuxtla Gutiérres, nello stato meridionale del Chiapas, vicino al confine guatemalteco.

Il ruolo delle scuole e dell’educazione

Un compito declinato nei vari Paesi di missione è costituito dalle attività educative, a partire dalle numerose scuole di diverso grado e indirizzo frequentate da migliaia di allievi, e dall’aiuto alle famiglie, spesso alle prese con difficoltà economiche e logistiche.

Ed ecco allora le famose Case Don Bosco, luoghi di accoglienza di ragazzi che arrivano dai lontani villaggi.

A tutto questo si aggiungono le numerose opere strutturali-essenziali che danno dignità agli abitanti, come centrali elettriche, attraverso lo sfruttamento dei torrenti.

Il missionario salesiano è un confratello che risponde alla sua vocazione missionaria dentro la sua vocazione salesiana.

La memoria critica delle missioni americane

La storia dei primi missionari in America comprende esperienze molto diverse: la predicazione ai coloni, l’evangelizzazione degli indigeni, la fondazione di scuole e ospedali, la difesa delle popolazioni locali, il martirio, la ricerca etnografica e la costruzione di comunità cristiane.

Comprende però anche il legame con la conquista, la subordinazione delle culture indigene, i battesimi forzati, la perdita delle lingue e delle tradizioni, la separazione dei bambini dalle famiglie e la trasformazione delle missioni in strumenti di controllo sociale.

La memoria del passato è un forte invito ad accogliere le istanze della Chiesa del presente, sinodale, missionaria per natura in tutte le sue componenti, più ampia, inclusiva e dinamica, più mistica.

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