Nel 1725 il visitatore apostolico e vescovo di Bisceglie fra Antonio Pacecco dedicò particolare attenzione allo stato degli archivi ecclesiastici di Terlizzi, pretendendo il completamento in tempi ristretti dei lavori di riordino e inventariazione dell’archivio della Curia.
L’attività di Antonio Pacecco si colloca nel più ampio processo di applicazione delle disposizioni del Concilio di Trento e del Decretum Concilii Romani del 1725, che richiedevano una gestione più ordinata e rigorosa della documentazione ecclesiastica. Il verbale della sua visita apostolica conserva inoltre una preziosa descrizione dell’antico altare maggiore della Cattedrale di Terlizzi.
La visita apostolica del 1725 a Terlizzi
Nel 1725, particolare attenzione allo stato degli archivi fu dimostrata dal Visitatore Apostolico Mons. Antonio Pacecco, che pretese il completamento in tempi ristretti dei lavori di riordino ed inventariazione dellarchivio della Curia, in ottemperanza a quanto prescritto dal Decretum Concilii Romani del 1725.
L’intervento riguardò l’archivio della Curia, già arcipretile, e si inserì nella storia più ampia degli archivi della Curia e del Capitolo di Terlizzi, che cominciarono a formarsi, in veri complessi documentari organici, nella seconda metà del sec XVI, in esecuzione delle decisioni assunte dal Concilio di Trento.
Nel 1727 , a seguito dellemanazione della Costituzione Maxima vigilantia, da parte del papa Benedetto XIII ,furono rapidamente conclusi anche i lavori di ordinamento dellarchivio del capitolo; linventario ottenuto fu trascritto nel verbale della visita apostolica di monsignor Pacecco.
Gli inventari così redatti, insieme a quelli compilati negli anni immediatamente successivi, sono risultati di prezioso supporto per i più recenti lavori di riordinamento ed inventariazione.

Antonio Pacecco e la descrizione dell’antica Cattedrale
La testimonianza di Pacecco non riguarda soltanto la documentazione archivistica. Come riferisce il visitatore apostolico e vescovo di Bisceglie fra Antonio Pacecco (1725), l’altare maggiore dell’antica Cattedrale di Terlizzi era “lavorato di legnami intagliati e tutto dorato, in mezzo del quale si osserva la statua di S. Michele Arcangelo, anco dorata, e alla cima del medesimo altare vi sta la statua dell’Ascensione (leggi: Assunzione) di Maria Vergine, dove similmente si vedono altre quattro statue, anco dorate, di S. Nicolò, S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni Evangelista (leggi: S. Giovanni Battista) con serafini tutti dorati” (G. Valente).
La descrizione permette di ricostruire l’aspetto del grande retablo che costituiva il fulcro della venerazione nell’antica Cattedrale. Al centro si trovava la statua di San Michele Arcangelo, mentre nella parte superiore era collocata la statua dell’Assunzione della Vergine.
Completavano l’altare le statue dorate di San Nicola, San Pietro, San Paolo e San Giovanni Battista, insieme a serafini anch’essi dorati. Il resoconto di Pacecco documenta così la ricchezza degli arredi sacri e la centralità del culto micaelico nella principale chiesa terlizzese.
Il culto di San Michele nella storia di Terlizzi
Sin dalle origini del locus longobardo di Terlizzi, la più antica ecclesia mater fu dedicata all’Arcangelo Michele, santo guerriero “nazionale”, da farne il patrono principale e assumerne l’immagine nello stemma civico.
Il Princeps gloriosissime caelestis militiae sovrasta la porta urbica pronto a difendere la città da nemici e pericoli. La statua in pietra, i cui resti erratici sono conservati nella Pinacoteca De Napoli, era posta sul portale dell’antica Cattedrale.
L’opera era attribuita al famoso architetto e lapicida, doctor scolpendo peritus, Anseramo di Trani. Un’altra interessante testimonianza, dal forte messaggio politico, è costituita dal bassorilievo murato sul fianco esterno della Concattedrale.
Nel bassorilievo San Michele sullo scudo ostenta lo stemma dell’intransigente arciprete Marino de Martino, che detenne il trono arcipretale per circa mezzo secolo (1652-1695), distinguendosi nella strenua difesa delle prerogative della chiesa nullius dalle pretese del vescovo di Giovinazzo.
Tra le ultime raffigurazioni si trova il tondo di Michele De Napoli collocato sulla cantoria. L’attuale statua di San Michele Arcangelo, in sostituzione dell’antica, si inserisce pienamente nel clima di rinnovamento architettonico e degli arredi della nuova Cattedrale.
Dall’antica alla nuova Cattedrale
Il cantiere della nuova Cattedrale, avviato nel 1782, si protrasse sino al 1872 e vide la collaborazione di numerose maestranze e dei migliori artigiani e artisti attivi a Terlizzi.
Nel 1782 la chiesa matrice di San Michele Arcangelo fu abbattuta insieme allantico palazzo arcipretile, per erigere sul suo sito la Cattedrale. Nel 1872, a distanza di quasi cento anni dallabbattimento della chiesa romano-gotica di S. Michele, fu completata e consacrata la Cattedrale.
La nuova statua fu scolpita dal terlizzese Giuseppe Volpe (1796-1876) ed è stata recentemente ricollocata al centro del solenne colonnato, che delimita a semicerchio l’area del presbiterio e lo separa dal coro.
Fu commissionata da tale Luigia Parisi, “volendo dare un attestato di sua devozione, e religiosità a questo pubblico” ed ebbe originaria collocazione nella chiesa di S. Maria la Nova, allora Cattedrale interina.
La statua di San Michele Arcangelo di Giuseppe Volpe
L’Arcangelo è saldamente assicurato alla base da ‘anima’ di ferro occultata nell’ampio e svolazzante mantello rosso, annodato all’altezza dei fianchi. È un san Michele adolescente che si libra nell’aria con l’agilità di un ballerino e che sembra appena planato, al punto che quasi si avverte il fruscio delle grandi ali spiegate e definite da accurato piumaggio.
È ripreso nell’atto di indicare il male, Lucifero, l’angelo che osò ribellarsi a Dio e fu scaraventato con i suoi seguaci negli abissi. Impugna con vigore l’elsa della spada tenuta minacciosa e ben alta.
Sul braccio sinistro doveva trovare collocazione lo scudo, con la scritta Quis ut Deus, probabilmente andato perduto. Oltre che dal manto gonfio d’aria, movimento e slancio sono esaltati dal corto gonnellino, mosso da fitte pieghe e ornato di stringhe orlate d’oro, elegante torsione del busto, piumaggio dell’elmo, gamba destra nel vuoto.
Di notevole effetto e bellezza sono alcuni particolari quali la lorica a squame ricoperta d’argento, attraversata diagonalmente dalla sfarzosa fascia tempestata a similitudine di pietre dure.
Il vento spinge all’indietro la capigliatura, superbamente intagliata, che scende fluente in vaporosi riccioli. L’espressione bonaria è allo stesso tempo pensosa, quasi assorta come a meditare la sorte dell’umanità, sempre in bilico tra bene e male, perennemente insidiata dal maligno.
Per questo lo sguardo va dritto al devoto al quale indica, per ammaestramento, l’angelo discacciato, esortando a guardarsi dalle lusinghe del peccato e dal sentimento dell’invidia.
La raffigurazione del demonio
Il maligno qui assume, secondo un’iconografia che a Napoli trova illustri precedenti nei dipinti di Luca Giordano, forme umane: gli occhi sgranati e atterriti, la lingua fuori della bocca, orecchie ferine e due corni tra radi e nerissimi capelli, le dita di mani e piedi terminanti in artigli, lunga coda equina.
Con la mano destra pare difendersi dal colpo di sciabola che sta per abbattersi. Si dimena tra lingue di fuoco e tizzoni ardenti allusivi all’Inferno.
Per un immediato confronto esso è accostabile, più che allo strepitoso San Michele (1718) di Gennaro Franzese a Bitonto, alla bella statua di Nicola Fumo (1649-1725) di Orsara di Puglia.
Stringenti sono le analogie con il San Michele di Gallipoli, opera di Giuseppe Sarno (not. 1764-1820). Per l’impostazione, quasi in bilico sul demonio, possiamo istituire un confronto diretto anche con la statua d’argento (1691) nella Cappella del Tesoro di San Gennaro.
I modelli napoletani e pugliesi
La statua d’argento della Cappella del Tesoro di San Gennaro è opera di Giovan Domenico Vinaccia su modello di Lorenzo Vaccaro, e per bellezza e novità costituì il modello ispiratore per schiere di scultori, anche “legnauoli”.
Il motivo del manto che scende dalla spalla per adagiarsi al suolo assolvendo la funzione di sostegno, torna nel San Michele (1717) di Bitetto, anch’esso d’argento.
La statua di Vinaccia non poteva che essere conosciuta dal Volpe se ammettiamo la sua permanenza a Napoli, presso la bottega di Francesco Verzella.
Ma è ancora una volta una statua proprio del Verzella, il San Michele Arcangelo per la chiesa dell’Immacolata a Catanzaro, a costituire il modello ispiratore diretto, ulteriore conferma dell’apprendistato o specializzazione dello scultore terlizzese presso il prestigioso atelier napoletano.

Il ruolo di Antonio Pacecco nella storia degli archivi
L’importanza della visita di Antonio Pacecco è particolarmente evidente considerando le vicende successive degli archivi terlizzesi. Gli archivi del Capitolo e della Curia furono trasferiti nella sala capitolare presso la chiesa di S. Maria la Nova.
Seguì un lungo periodo di abbandono e deterioramento degli archivi, dovuto oltre che al trasferimento dalla sede originaria a quella provvisoria, anche ad altri avvenimenti verificatisi nei primi decenni del sec. XIX, che lasciarono profonde tracce nell’organizzazione dei complessi documentari.
Gli archivi della Curia, del Capitolo e quello della parrocchia Cattedrale furono successivamente trasferiti nel nuovo edificio in una situazione di grave confusione. Soltanto il fondo pergamenaceo era ben conservato, in cassettiere metalliche secondo un rigoroso ordine cronologico.
Agli inizi degli anni Ottanta, gli archivi della Curia e del Capitolo furono tra i primi ad essere interessati da un progetto speciale, predisposto dalla Soprintendenza archivistica per la Puglia, finalizzato a censire gli archivi ecclesiastici di alcune diocesi pugliesi.
Dalla visita apostolica all’Archivio diocesano
L’Archivio diocesano fu eretto canonicamente il 1° novembre 1985, con decreto vescovile di Mons. Antonio Bello.
Sebbene sussistesse ancora l’unione aeque principaliter delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e l’unione in persona episcopi della diocesi di Ruvo, fu disposta la permanenza dei fondi archivistici nelle diocesi di origine, pur unificandone la direzione e la responsabilità nella figura dell’Archivista Generale.
La medesima normativa fu confermata a seguito della piena unificazione delle quattro diocesi avvenuta nel 1986. Di conseguenza l’Archivio diocesano di Terlizzi ha continuato ad aver sede presso alcuni locale attigui alla Concattedrale, piano della torre campanaria, conservando il carattere di archivio storico centrale.
Il complesso documentario custodito presso l’Archivio diocesano è costituito dall’archivio della Curia vescovile, già arcipretile, e dall’archivio del Capitolo Cattedrale, cui si sono aggiunti di recente gli archivi di alcune confraternite, versati dai rispettivi responsabili per garantirne una migliore conservazione e valorizzazione.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Visita apostolica | 1725 |
| Visitatore apostolico | Mons. Antonio Pacecco |
| Ordinamento dell’archivio capitolare | 1727 |
| Costituzione pontificia | Maxima vigilantia |
| Erezione canonica dell’Archivio diocesano | 1° novembre 1985 |
| Piena unificazione delle quattro diocesi | 1986 |
Il fondo pergamenaceo è stato oggetto di un lavoro di acquisizione ottico-digitale ad alta risoluzione ed è fruibile attraverso la consultazione del sito.
L’inventario prodotto dal progetto della Soprintendenza archivistica per la Puglia è pubblicato nella collana dei Quaderni dell’Archivio Diocesano di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.
Il contesto ecclesiastico e monumentale di Terlizzi
I documenti relativi alla visita di Antonio Pacecco acquistano ulteriore valore se collocati nel contesto della storia ecclesiastica e monumentale di Terlizzi. La città conserva infatti una rete di edifici sacri, archivi e testimonianze artistiche che documentano la continuità del culto e dell’organizzazione ecclesiastica.
Tra le testimonianze del territorio si trova il santuario di Cesano, ad 1 km da Terlizzi, intitolato a Santa Maria della Visitazione vulgo “Madonna del Popolo”.
La chiesa preromanica in questione è stata oggetto di una serie di recenti restauri sia conservativi, per preservarla da intemperie e da crolli, ma anche dalla stupidità umana, autrice in passato di furti sacrileghi e danneggiamenti a parti della struttura, e sia per agevolarne la fruizione da parte del pubblico.
Ci sono giunte due pergamene del 1055 che ricordano la costruzione della chiesetta all’interno del casale sorto intorno al VIII-IX secolo lungo la via Appio Traiana al posto di un preesistente edificio sacro oramai fatiscente e la consacrazione da parte del vescovo di Giovinazzo Pietro.
La chiesa pre-romanica, come si evince dalle pergamene, doveva essere espressione tangibile di munificenza e magnificenza da parte del pio benefattore Umfredo.

La documentazione storica e la conservazione della memoria
La storia dell’Archivio diocesano di Terlizzi mostra quanto siano importanti il riordino, l’inventariazione e la conservazione delle fonti ecclesiastiche.
Nel caso di Antonio Pacecco, la visita apostolica del 1725 produsse una verifica concreta dello stato degli archivi e lasciò una traccia documentaria destinata a essere utilizzata anche nei secoli successivi.
Il verbale della visita apostolica di monsignor Pacecco registra infatti l’inventario dell’archivio del Capitolo, mentre gli inventari compilati in quel periodo hanno fornito un riferimento per i più recenti lavori di riordinamento.
La stessa visita permette di conoscere la struttura dell’antico apparato liturgico della Cattedrale, con il grande altare ligneo dorato dominato dalla statua di San Michele Arcangelo e circondato dalle immagini della Vergine, degli apostoli e dei santi.
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