La memoria cristiana è il sale della vita, è un andare indietro per andare avanti. Dobbiamo ricordare i primi momenti nei quali abbiamo incontrato Gesù, fare memoria di chi ci ha trasmesso la fede e ricordare la legge dell’amore, che il Signore ha inserito nei nostri cuori.
La memoria cristiana è come il sale della vita. Senza memoria non possiamo andare avanti. Quando noi troviamo cristiani “smemorati”, subito vediamo che hanno perso il sapore della vita cristiana e sono finiti in persone che compiono i comandamenti ma senza la mistica, senza incontrare Gesù Cristo.
Ricordarsi di Gesù Cristo per camminare nella fede
Francesco prende spunto dall’esortazione di san Paolo a Timoteo, nella prima lettura: “Ricordati di Gesù Cristo”. E’ un andare indietro con la memoria per incontrare Cristo, chiarisce il Papa “per trovare forze e poter camminare in avanti”. E Gesù Cristo dobbiamo incontrarlo nella vita.
Il cristiano non è un battezzato che riceve il Battesimo e poi va avanti per la sua strada. Il primo frutto del Battesimo è farti appartenere alla Chiesa, al popolo di Dio. Non si capisce un cristiano senza Chiesa.
Il messaggio evangelico noi lo riceviamo nella Chiesa e la nostra santità la facciamo nella Chiesa, la nostra strada nella Chiesa. L’altro è una fantasia o, come lui diceva, una dicotomia assurda.
Per questo il grande Paolo VI diceva che è una dicotomia assurda amare Cristo senza la Chiesa; ascoltare Cristo ma non la Chiesa; stare con Cristo al margine della Chiesa. Non si può. E’ una dicotomia assurda.
La memoria della fede ricevuta
La memoria cristiana non consiste soltanto nel ricordare avvenimenti personali, ma nel riconoscere una fede ricevuta e una storia di salvezza nella quale ciascuno entra senza esserne l’origine o il termine.
Una persona che non è umile, non può sentire con la Chiesa, sentirà quello che a lei piace, a lui piace. E’ questa umiltà che si vede in Davide: ‘Chi sono io, Signore Dio, e che cosa è la mia casa?’.
Con quella coscienza che la storia di salvezza non è incominciata con me e non finirà quando io muoio. No, è tutta una storia di salvezza: io vengo, il Signore ti prende, ti fa andare avanti e poi ti chiama e la storia continua.
La storia della Chiesa incominciò prima di noi e continuerà dopo di noi. Umiltà: siamo una piccola parte di un grande popolo, che va sulla strada del Signore.
Ricordare chi ci ha trasmesso la fede significa riconoscere che il Vangelo non è una cosa privata, inventata o posseduta dal singolo credente. La fede è un dono ricevuto che deve essere custodito e trasmesso.
Umiltà e fedeltà alla Chiesa
Fedeltà alla Chiesa; fedeltà al suo insegnamento; fedeltà al Credo; fedeltà alla dottrina, custodire questa dottrina. Umiltà e fedeltà.
Anche Paolo VI ci ricordava che noi riceviamo il messaggio del Vangelo come un dono e dobbiamo trasmetterlo come un dono, ma non come una cosa nostra: è un dono ricevuto che diamo.
E in questa trasmissione essere fedeli. Perché noi abbiamo ricevuto e dobbiamo dare un Vangelo che non è nostro, che è di Gesù, e non dobbiamo - diceva Lui - diventare padroni del Vangelo, padroni della dottrina ricevuta, per utilizzarla a nostro piacere.
La memoria dei martiri armeni
Le letture bibliche previste dalla liturgia per la commemorazione del “Metz Yegern”, il “Grande Male” che il popolo armeno dovette subire durante la prima guerra mondiale, offrono da un lato incoraggiamento e dall’altro consolazione.
Il brano della lettera agli ebrei contiene un’esortazione a perseverare e un incoraggiamento a rimanere saldi nella fede e nella fiducia nella vita oltre la morte, un incoraggiamento dunque al martirio della pazienza.
E il vangelo proclama la grande consolazione per il fatto che i cristiani che hanno dato la loro vita per la fede non sono caduti nel nulla, ma sono in buone mani presso Dio, perché nella casa del Padre celeste vi sono molte dimore.

La tragica storia del martirio di tanti cristiani è iniziata con l’armenocidio, il genocidio del popolo armeno all’inizio del XX secolo. Questo terribile evento ci ricorda quello che nella fede cristiana merita di essere chiamato martirio.
Noi cristiani abbiamo bisogno di consolazione e di incoraggiamento anche oggi mentre gettiamo uno sguardo al mondo e alla storia del secolo scorso. Alla fine del secondo millennio e all’inizio del terzo, la cristianità è diventata ancora una volta una Chiesa martire, principalmente a causa delle dittature anticristiane e neopagane del nazionalsocialismo e del comunismo sovietico.
Il martirio come supremo atto d’amore
Un cristiano convinto non cerca il martirio di sua spontanea volontà, ma è disposto a subirlo quando diventa inevitabile e quando la fede deve essere testimoniata con il sacrificio della propria vita.
Il martirio cristiano non è contrassegnato dal disprezzo della vita e dal desiderio di morte, ma dalla scelta della vita che Dio ci ha donato. La caratteristica che definisce il martirio cristiano è dunque l’amore: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13).
In queste parole di Gesù si riassume tutto il mistero del martirio cristiano. Ciò vale innanzitutto per Gesù stesso, che ha trasformato in atto di amore la violenza esercitata dagli uomini su di lui e ha donato la sua vita sulla croce come sommo servizio di amicizia per noi uomini.
La croce di Gesù Cristo è l’amore nella sua forma più radicale; e Gesù si pone davanti ai nostri occhi come il primo martire. La passione di Gesù come martirio originario è anche l’immagine modello del martirio di quanti lo seguirono quale partecipazione al mistero pasquale di Gesù Cristo.
Come Gesù ha seguito in pieno la volontà di Dio a favore della vita e della salvezza degli uomini ed è morto sulla croce per il suo amore per noi, così anche il martire cristiano si caratterizza per il fatto che non cerca minimamente il martirio, ma lo accetta come conseguenza della sua lealtà alla propria fede.
La ragione del martirio
La tradizione cristiana quindi non vede il martirio già nell’essere uccisi. Non è la condanna o la morte in sé che fa del cristiano un martire, ma la ragione interiore del suo agire, come affermava sant’Agostino: “Christi martyrem non facit poena, sed causa”.
Poiché il martire traduce nei fatti la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte, il martirio cristiano si rivela come atto supremo di amore verso Dio e verso i fratelli. Il martirio cristiano è la libera accettazione della morte per amore della fede.
Questa memoria custodisce dunque non soltanto il ricordo della sofferenza, ma anche il significato della testimonianza. La parola “martire” deriva dal greco “martys” che significa “testimone”.
Nel senso originario, essa si riferisce a ogni cristiano che testimonia con la vita e con la parola la fede nel Dio uno e trino e la sua autorivelazione in Gesù Cristo.
Solo su questa base comune, il termine è usato nel senso specifico per designare il cristiano che è perseguitato a causa della sua fede e muore per essa. Poiché il martire è testimone della fede non solo con le proprie parole, ma anche con il proprio agire, egli è annoverato tra i più credibili testimoni della fede.
Il martirio ecumenico
I martiri armeni ci hanno mostrato anche che tutte le Chiese cristiane, la Chiesa apostolica armena come pure la Chiesa cattolica armena, hanno i loro martiri della fede e, di conseguenza, che il martirio è ecumenico.
Papa Giovanni Paolo II ha ravvisato nella testimonianza di tanti martiri del secolo scorso “la prova più significativa che ogni elemento di divisione può essere trasceso e superato nel dono totale di sé alla causa del Vangelo”.
L’ecumenismo dei martiri, o come dice Papa Francesco, l’ecumenismo del sangue, è dunque senza dubbio il segno più convincente dell’ecumenismo odierno. La comunità dei martiri parla una lingua di gran lunga migliore rispetto alle divisioni che esistono tutt’oggi nel mondo cristiano.
La speranza pasquale e le dimore celesti
I cristiani armeni, crudelmente perseguitati, hanno subito un grave martirio. Essi hanno anche mostrato che un simile martirio può essere sopportato solo se è sostenuto dalla fiducia nella promessa della fede cristiana, che si esprime nel vangelo di oggi con la bella immagine delle dimore.
Gesù promette ai suoi discepoli di tornare al Padre per preparare loro una dimora. Questo è precisamente l’obiettivo della vita di un cristiano, ovvero il fatto che il suo pellegrinaggio terreno giunga alla meta quando gli sarà concesso di dimorare presso Dio e vivere in comunione con lui per l’eternità.
Noi cristiani siamo convinti che questa consolante promessa valga soprattutto per coloro che hanno seguito Cristo con tanta costanza, donando la loro vita per la fede, da aver ricevuto la possibilità di prendere parte al suo destino, ovvero i martiri.
La serietà di questa promessa consiste nel fatto che essa si è avverata soprattutto per coloro che hanno subito esperienze evidenti di ingiustizia, di persecuzione e di sofferenza e in tali situazioni hanno rivolto il loro grido a Dio e alla sua forza salvifica.
La triste ipotesi che ai persecutori, ai carnefici e agli assassini sia permesso di trionfare sulle loro vittime nell’eternità è del tutto in contrasto con la promessa cristiana delle dimore celesti. Questa ipotesi è assolutamente contraddetta dalla speranza cristiana nella vita oltre la morte.
Memoria, giustizia e risurrezione
Deve far riflettere noi cristiani il fatto che filosofi critici come Max Horkheimer, Theodor Adorno e Walter Benjamin, che per tutta la vita si sono chiesti come si possa ottenere più giustizia nel mondo di oggi, siano infine giunti alla conclusione che la vera giustizia richiederebbe un mondo in cui non solo la sofferenza degli uomini di oggi, “ma anche il passato irrevocabile venga revocato”.
A tal fine, non può bastare che noi uomini ricordiamo le vittime della storia; occorre piuttosto che i nomi delle vittime siano iscritti nella viva memoria di Dio.
Non potrebbe dunque esserci giustizia senza la risurrezione dei morti. La questione della giustizia per tutti gli uomini, inclusi soprattutto coloro che sono morti e che sono stati uccisi, è senza dubbio l’argomento più forte per la fede cristiana in una vita eterna nelle dimore celesti presso Dio.
È dunque una coincidenza significativa il fatto che la commemorazione dei martiri armeni avvenga durante il tempo pasquale. La testimonianza della fede dei martiri rafforza infatti la speranza cristiana nella risurrezione dei morti e ne conferma la credibilità.
Come cristiani possiamo vivere nella speranza che i martiri che hanno condiviso la passione di Gesù hanno anche condiviso la sua risurrezione e la vita eterna con il Padre.
L’Eucaristia e la forza della testimonianza
La memoria cristiana diventa concreta quando conduce all’incontro con Cristo e alla comunione con lui. La forza di Rolando e la forza di ogni cristiano risiede nell’Eucarestia perché nella vita della Chiesa, dire Eucaristia significa dire tutto.
Dalla sua appartenenza all’AC, Focherini aveva imparato che tutto ciò che noi siamo in quanto cristiani e tutto ciò che noi diventiamo, come pure tutto il nostro apostolato, tutto trova la sua radice nell’Eucaristia e tutto tende a essa.
Dalla Celebrazione Eucaristica deriva la Spiritualità Eucaristica che non è una tra le tante forme di spiritualità cristiana, ma è la spiritualità che sta all’origine di tutte le altre spiritualità. E’ la spiritualità per vivere un’esistenza autenticamente cristiana.
Dall’Eucarestia sgorga una spiritualità di contemplazione. I discepoli di Gesù sono tali non per i ragionamenti che partoriscono, per i programmi che propongono, per le valutazioni che fanno, ma perché riconoscono la presenza di Cristo, che nella Celebrazione Eucaristica continua ad offrirsi per noi.
E’ attraverso il dono che Cristo continuamente fa di sé che noi possiamo capire il senso della vita cristiana e divenire capaci di vivere come suoi amici. Scrive Focherini dalla prigionia: “Ripeto a Dio l’offerta di tutto”.
Si è veramente discepoli del Signore quando uniti a Lui sappiamo con Lui offrire la nostra vita per la gloria di Dio e la salvezza dei fratelli. Diventiamo cosi ‘Persone Cristificate’: contemplativi in azione perchè Cristo è il nostro Compagno di viaggio.
L’Eucaristia e il martirio
Nella tradizione della Chiesa, fin dai suoi inizi, il martirio è legato indissolubilmente all’Eucaristia. Il vescovo Ignazio di Antiochia scrive le sue lettere mentre viene condotto in catene a Roma, per essere martirizzato.
Questo viaggio verso il martirio assume per lui un carattere oblativo e sacrificale e diventa come l’altare sul quale sarà immolato a Dio. “E’ bello per me - scrive - morire in Gesù Cristo”.
Nella lettera agli smirnesi fa presente che egli ha il suo nutrimento nell’Eucaristia. “Non ho più gusto per nessun nutrimento terreno, voglio il pane di Dio, la carne di Cristo, voglio come bevanda il suo sangue”.
Pertanto l’Eucaristia è indispensabile al martire per sostenere la prova suprema che è il dono della vita per amore di Cristo. Scrive san Cipriano. “Chi non beve il sangue di Cristo, non può versare il suo nel martirio”.
I tanti martiri di oggi, come quelli del passato, come Odoardo, tutti hanno trovato nella croce di Cristo e nella celebrazione dell’Eucaristia la forza per lottare, per testimoniare la Parola che salva e che libera da ogni forma di violenza e di schiavitù.
La forza di “restare” in determinati ambienti, il coraggio di lottare contro ogni forma di sopraffazione, l’eroismo per affrontare una morte oramai vicina e certa vengono dall’incontro quotidiano con Gesù, presente nell’Eucaristia.
La testimonianza nella vita quotidiana
Il martirio cristiano non riguarda soltanto la morte violenta, ma illumina ogni forma di fedeltà al Vangelo quando essa richiede perseveranza, coraggio e disponibilità al sacrificio.
Odoardo Focherini, in altre parole, ha preso sul serio gli impegni del proprio battesimo con il quale era rinato alla dignità di Figlio di Dio.
Da questo nuova vita divina che gli è stata donata è fiorito l’impegno a vivere nella volontà di Dio la sua vita cristiana, il suo impegno associativo nell’AC, la sua vita professionale, la sua vocazione matrimoniale ed infine la scelta di opporsi alla ideologia antiumana del nazismo.
Anche oggi il martirio è la realtà attraverso cui traspare la potenza della presenza di Dio nella storia degli uomini. Con il martirio la testimonianza della fede al mondo di oggi diventa più credibile, proprio perchè capace di suscitare domande, di inquietare le coscienze e di ottenere maggiore rispetto e considerazione.
Chi ha una ragione per morire, rende più manifesta ed evidente la ragione che ha per vivere! E per un cristiano questa ragione ha un nome ed un volto estremamente amabile: Gesù Cristo.
Così ci insegna il Beato Odoardo Focherini: “Il Signore è con noi e noi fidiamo in lui”.
Una memoria che diventa speranza
Nella speranza che per i martiri si sia già adempiuta la promessa del vangelo odierno di aver ricevuto la loro dimora presso Dio, ci siamo riuniti questa sera nella chiesa di San Bartolomeo, che è dedicata in modo speciale alla memoria dei martiri.
Raccomandiamo all’amore salvifico di Dio i cristiani armeni che sono stati uccisi. Ma a loro ci rivolgiamo anche come intercessori e chiediamo loro, nella loro dimora celeste, di accompagnarci oggi nella nostra testimonianza di fede con la loro preghiera e, soprattutto, di sostenere i tanti cristiani che nel mondo odierno sono perseguitati e devono subire il martirio.
In questo spirito orante, ringraziamo il popolo armeno per la sua testimonianza di fede, perché ha confermato credibilmente con la vita ciò che la prima lettera di Pietro, con parole incisive, ci esorta a fare in virtù della nostra vocazione, descrivendo l’atteggiamento fondamentale del martirio cristiano:
siate “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male” (1 Pt 3,15-17).