I primi baiocchi dello Stato Pontificio: storia, caratteristiche e contesto numismatico

I primi baiocchi dello Stato Pontificio appartengono alla lunga evoluzione politica, amministrativa e monetaria dei territori governati dai Papi. Il baiocco fu la valuta ufficiale dello Stato Pontificio prima dell’adozione della lira pontificia e compare anche nella monetazione di Pio IX, papa Mastai Ferretti, il cui pontificato si svolse dal 1846 al 1870.

Per comprendere la storia dei primi baiocchi è necessario considerare la formazione dello Stato Pontificio, che non fu il risultato di un singolo evento, ma di un processo sviluppatosi tra la tarda antichità, l’età bizantina e l’epoca carolingia. La monetazione pontificia dell’Ottocento, compreso il 5 baiocchi in rame del 1854, rappresenta quindi la fase finale di una sovranità territoriale durata circa undici secoli.

La formazione dello Stato Pontificio

La formazione dello Stato Pontificio è un fenomeno complesso. Non è possibile collocarlo in una precisa cronologia né ricondurlo, come per altri Stati, ad avvenimenti ben definiti, come conquiste militari o trattati internazionali.

Un editto del Senato Romano (Senatoconsulto del 35) dichiarava la nuova religione cristiana religio non licita (1). Con l'Editto di Milano (313) Costantino pone fine a questa situazione dichiarando il cristianesimo religio licita.

Finalmente i Pontefici potevano organizzare senza timori la struttura della Chiesa in ambito giuridico come in quello spirituale. La caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476) lasciava Roma senza autorità.

Per secoli era stata la sede dell'imperatore, la caput mundi. Con questo evento il centro della politica mondiale si era definitivamente spostato a Costantinopoli, già chiamata dal Concilio di Costantinopoli I (381) la Nuova Roma (2).

In seguito a questi avvenimenti, in Occidente si era formato un preoccupante vuoto; Costantinopoli infatti era troppo lontana in senso geografico come in quello culturale. Questa assenza di potere civile fu colmata dall'unica autorità che godeva di grande prestigio: il Papato.

Così i Papi, loro malgrado, da responsabili della comunità cristiana, si videro impegnati in tante altre incombenze civili, non di loro diretta competenza. Specialmente le invasioni barbariche misero i Papi nella condizione di esercitare tale munus politico e sociale.

Questo ne aumentò il prestigio ma anche gli impegni. Papa Gregorio Magno (590-604) lamenta proprio il doversi occupare di tante questioni 'civili', che lo allontanavano dalla cura pastorale della Chiesa e dalla preghiera (3).

Praticamente i Papi si trovarono a riempire un 'vuoto di potere'. Con il desiderio di facilitare al Papa i suoi compiti assistenziali, in questi secoli (IV-VI) diversi nobili romani donarono all'Apostolo S. Pietro, nella persona giuridica del Romano Pontefice, parte dei loro territori (da qui il nome di Patrimonium Sancti Petri) affinché le loro rendite venissero evolute per opere caritative o per il servizio del culto.

Il primo nucleo dello Stato Pontificio fu costituito dal Ducato di Roma. Il duca che rappresentava l'autorità bizantina e dimorava sul colle Palatino, morì sotto il pontificato di Papa Stefano II (752-757).

Il ducato allora passò sotto il governo del Papa. Ormai tutti accettano, come falsa, l'opinione che fonda la base autentica e giuridica dello Stato Pontificio sulla donazione dell'imperatore Costantino fatta a Papa Silvestro I (314-335) (4).

Il Ducato Romano e il Patrimonio di San Pietro

Nel 476 finisce l’impero romano d’Occidente, dopo che Roma è stata saccheggiata prima, nel 410, dai visigoti di Alarico (370 ca.-410) e poi, nel 455, dai vandali di Genserico (m. 477), mentre la parte orientale dell’impero sopravvive attorno a Costantinopoli, la Nuova Roma creata dall’imperatore Costantino I il Grande (280 ca.-337) dove sorgeva la vecchia Bisanzio.

Con una guerra quasi ventennale (535-553) l’imperatore Giustiniano I (482-565) elimina la presenza ostrogota in Italia, ma l’invasione dei longobardi del 568 rompe definitivamente l’unità politica della penisola e apre la strada a una distinzione fra il Regnum longobardo, con capitale Pavia — che si frazionerà in ducati sempre più autonomi —, e i territori bizantini.

Anche questi ultimi si frammentano in una serie di nuclei locali, alcuni dei quali — l’Esarcato di Ravenna e il Ducato di Calabria, comprendente parte della Puglia e la Calabria — restano sotto il governo dell’impero d’Oriente e altri divengono di fatto ducati autonomi.

È il caso di Venezia, di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, di Sorrento e del Ducato Romano, che fra le terre di dominazione bizantina è quella dai confini più incerti, diviso dal corso del Tevere fra la Tuscia romana, a nord del fiume, e la Campania laziale, a sud.

Italia altomedievale territori bizantini longobardi

Fin dall’età di Papa san Leone I Magno (440-461) la popolazione romana può contare per la difesa dai barbari soltanto sul prestigio del suo vescovo, quale successore degli apostoli Pietro (m. 64 ca.) e Paolo (m. 58/68 ca.), e sulla sua azione protettrice.

I romani continueranno a guardare al Pontefice piuttosto che al governatore imperiale come al proprio naturale difensore, anche dopo la riconquista operata da Giustiniano, la cui Prammatica Sanzione, una costituzione imperiale del 554, riorganizzando il governo bizantino in Italia, amplia i poteri attribuiti negli anni precedenti ai vescovi, fino a dar loro la veste di magistrati cittadini.

Davanti all’avanzata dei longobardi, mentre l’esarca di Ravenna rivela la sua impotenza, Papa san Gregorio I Magno (590-604) è il solo che riesca a tutelare efficacemente l’incolumità di Roma, sia con preparativi militari sia con trattative diplomatiche.

Egli assume praticamente il governo della città, pur continuando a riconoscere l’autorità di Bisanzio. All’epoca la Chiesa romana dispone non solo di un immenso prestigio spirituale ma anche di ricchezze fondiarie rilevanti, costituite dalle donazioni offerte “a san Pietro” da fedeli di ogni condizione sociale ed economica.

Queste proprietà sono organizzate in grandi aziende agrarie, ognuna delle quali, definita patrimonium, costituisce un organismo autonomo, gestito da un rector, alto funzionario dell’amministrazione centrale pontificia nominato direttamente dal Pontefice.

Il così detto Patrimonium Sancti Petri, esteso nei primi secoli ben oltre l’ambito peninsulare, è limitato, nel secolo VII, dopo le conquiste longobarde e le confische bizantine, all’Italia Centrale, in una continuità — rappresentata dal costante modello organizzativo dei singoli patrimonia — che travalicava le distinzioni politiche fra i regni romano-barbarici e i territori imperiali.

La Chiesa costituisce così una grande e complessa struttura, con personale numeroso, vaste proprietà e un’ampia serie di competenze, ben prima di assumere la responsabilità del governo temporale.

Quando, nel corso del secolo VIII, si pone alla guida dello sforzo di emancipazione dell’Italia da Bisanzio, le riesce facile adattare le proprie istituzioni alle necessità di un governo su scala maggiore.

Dalla respublica di San Pietro all’autonomia pontificia

Alla fine del secolo VII l’Italia bizantina è guidata, sul piano politico, sociale ed economico, da uomini le cui famiglie e la cui fortuna sono legate sempre più a comunità locali ben definite.

Si è sviluppata una nuova aristocrazia militare e, insieme a essa, una complessa struttura sociale che non discende più necessariamente dai vertici dell’impero.

Nelle singole province, con esclusione di Ravenna, le popolazioni locali, in grande maggioranza costituite da coltivatori legati al patrimonio ecclesiastico, si legano sempre più alla Chiesa, l’unica istituzione in grado di favorire quella ordinata e pacifica convivenza sociale che né i bizantini né i longobardi potevano garantire.

L’amministrazione ecclesiastica, che aveva sempre utilizzato con la massima liberalità per opere di carità e di assistenza i redditi e i prodotti delle sue proprietà — per questo denominate res pauperum Christi —, è portata naturalmente a venire sempre più largamente incontro ai bisogni della popolazione, assumendosi anche quelle attività d’interesse collettivo fino ad allora svolte dai poteri municipali e statali.

Nella lettera scritta nel 739 da Papa Gregorio III (731-741) a Carlo Martello (689 ca.-741), maestro di palazzo dei franchi, compare per la prima volta la locuzione populus peculiaris beati Petri, riferita alle popolazioni del Ducato Romano, del Ravennate e della Pentapoli, un’area fra la Romagna e le Marche, che sono il “gregge” del Papa — oppure il suo “gregge smarrito” quando tali terre venivano conquistate dai longobardi —, e che vivono insieme in una respublica di cui san Pietro è il protettore e l’eroe eponimo.

Nel 726, l’imperatore Leone III Isaurico (717-741) scatena la lotta contro il culto delle immagini — iconoclastia —, aprendo una grave crisi religiosa che dura vari decenni e che in Italia scuote il potere bizantino già traballante.

Alla condanna di Papa Gregorio II (715-731) segue la rivolta delle province della penisola contro i funzionari imperiali che tentano di far applicare il decreto sulle icone.

La politica religiosa dell’imperatore, la pressione fiscale crescente, le missioni punitive compiute dai bizantini allentano i legami fra la penisola italiana e Costantinopoli.

È ormai necessario staccarsi da Bisanzio e nello stesso tempo difendersi dai longobardi: uno dei capi naturali di questa causa è il Pontefice romano che, a partire dal 680 circa, si oppone o guida l’opposizione a qualsiasi intromissione bizantina e nello stesso tempo organizza la difesa della penisola contro i re di Pavia.

Il pericolo maggiore è rappresentato dal re longobardo Liutprando (m. 744) che, rispolverando l’antico sogno dei suoi predecessori di unificare la penisola, sconfigge ripetutamente i bizantini e minaccia Roma.

Tuttavia, di fronte all’ostilità delle popolazioni sottomesse e dei Pontefici, per ben due volte preferisce evitare l’urto frontale, restituendo al Ducato Romano, per la prima volta chiamato apertamente respublica, il castrum di Sutri, nella Tuscia romana, nel 728, e, nel 742, quattro città da lui occupate e una parte dei patrimoni della Chiesa in Sabina, sottratti dai duchi di Spoleto oltre trent’anni prima.

Queste restituzioni vengono compiute “per donationis titulo”, con un formale atto regio, e sono destinate “beato Petro apostolorum principi”; nelle trattative il Pontefice agisce non solo come vicario di san Pietro ma anche come rappresentante del populus romanus.

La fondazione territoriale dello Stato Pontificio

Il vero Atto di fondazione avvenne alcuni secoli dopo. Nel 754 Pipino il Breve promise al Papa Stefano II la cessione di alcuni territori, per mantenere una promessa fatta a Papa Zaccaria, deceduto poco prima (741-752).

Questa promessa Pipino poté realizzarla soltanto nel 756, quando, cacciati i Longobardi dall'Italia, concesse alla Santa Sede buona parte dei territori dell'Italia centrale, come attestato dal Liber Pontificalis.

Questa concessione territoriale fu molto ampliata da Carlomagno nel 774 e nel 787. I territori dello Stato Pontificio erano ormai definiti.

Lentamente ma senza incertezze i Papi guidano il movimento che porta all’emancipazione della respublica di san Pietro dall’impero d’Oriente.

Fra il 730 e il 750 il Pontefice diventa definitivamente l’erede dei bizantini, anche se restavano dubbi sulla capacità del giovane Stato di resistere ai longobardi e sull’estensione dei suoi confini.

Saranno i sovrani franchi a dar risposta a entrambi gl’interrogativi, difendendo la “repubblica” e contribuendo a definirne i limiti territoriali.

Infatti, nel 754, di fronte alle minacce del re longobardo Astolfo (m. 756), Papa Stefano II (752-757) — consapevole del fatto che dalla salvezza del popolo romano e della Città Eterna dipendeva il libero esercizio della missione universale della Chiesa — si reca a Ponthion, in Francia, alla corte di Pipino il Breve (714-768), re dei franchi, sollecitandone l’aiuto e stipulando un patto di amicitia.

L’alleanza, perfezionata a Quierzy-sur-Oise, presenta elementi religiosi — perché istituisce un rapporto di parentela spirituale fra san Pietro, tramite il suo vicario, e la monarchia detta poi carolingia da Carlo Magno (742-814), ed è fondata su legami cristiani di pace e di carità — e implicazioni di natura pratica, aventi valore pubblico e giuridicamente vincolante.

Il Pontefice incorona Pipino e gli concede il titolo onorifico di Patricius Romanorum, ottenendo in cambio la protezione militare del Patrimonio di san Pietro.

Gli accordi saranno confermati da tre imperatori, il carolingio Ludovico il Pio (779-840), nell’817, Ottone I di Sassonia (912-975), nel 962, e sant’Enrico II, pure di Sassonia (973-1024), nel 1020.

L’intervento di Pipino induce prima Astolfo e poi il suo successore Desiderio (m. 774) a cedere al Pontefice numerosi territori, comprese Ravenna e la Pentapoli; anche in questo caso si parla di restitutio alla respublica Romanorum e non ai bizantini, dai quali dipendevano formalmente.

Nel 774 Papa Adriano I (772-795) si rivolge al re franco Carlo Magno, che scende in Italia e sconfigge re Desiderio, che minacciava Roma.

Con le concessioni territoriali del 781 e del 787, dirette e generose, Carlo Magno amplia i confini della “repubblica” — accresciutasi negli anni precedenti con l’annessione del vecchio ducato di Perugia e di una parte della Tuscia longobarda —, andando ben oltre le specifiche e articolate rivendicazioni papali.

Nell’824, Papa Eugenio II (824-827) e Ludovico il Pio stabiliscono nella Constitutio romana quello che avrebbe dovuto essere l’assetto definitivo delle loro relazioni personali e diplomatiche.

Il Papa si trovò dunque a svolgere contemporaneamente due funzioni: quella spirituale come Sommo Pontefice, o Servus Servorum Dei, come si è fatto chiamare Gregorio Magno, e quella di Re, gestore materiale dei suoi territori e sudditi, inserendosi così attivamente nella politica internazionale.

Questa situazione durò per circa undici secoli. Seppur con diverse traversie e difficoltà, in questi undici secoli, il Papa riuscì a rimanere sovrano dei suoi territori.

La donazione di Costantino e la legittimazione del potere temporale

Nella seconda metà del secolo VIII, molto probabilmente fra il pontificato di Stefano II e quello di Adriano I, quando il potere pontificio si è esteso ormai a tutte le terre bizantine dell’Italia Centrale, viene compilato — forse da un ecclesiastico romano residente in Laterano, allora sede del governo pontificio — un falso documento, la così detta “donazione di Costantino”.

Il Constitutum Constantini intende illustrare una grande donazione dell’imperatore Costantino a Papa san Silvestro I (314-335) all’inizio del secolo IV, concernente il palazzo del Laterano, i simboli della carica imperiale, compresa la corona, e le province occidentali dell’impero con la città di Roma.

È opinione diffusa che il documento sia stato redatto per legittimare le “usurpazioni” dei Papi in Italia, ma questo argomento non è determinante, perché i franchi non richiedevano alcuna legittimazione.

Pipino, come dichiara egli stesso agli ambasciatori greci nel 756, fa le sue donazioni al Pontefice per amore di san Pietro e per ottenere la remissione dei suoi peccati.

D’altra parte, i bizantini, cinici e sofisticati, non avrebbero degnato di alcuna considerazione il Constitutum, che non rappresenta tanto una giustificazione quanto una descrizione dell’emancipazione del Papato dall’impero d’Oriente.

La conquista dell’autonomia avviene anni prima che Pipino metta piede in Italia, così che i franchi non contribuiscono affatto a liberare il territorio romano dai bizantini, piuttosto salvano la “repubblica” quando rischia di essere eliminata dai longobardi.

Anche Papa Stefano II, rivolgendosi ai franchi, non si richiama mai al Constitutum ma alla divina Provvidenza, che aveva affidato ai franchi la protezione della Chiesa.

Al momento della sua redazione il documento è quasi interamente privo di valore giuridico o di effetti pratici, ma può essere valutato come un segno della lucidità con cui il Laterano percepiva, e riteneva giustificato, il proprio dominio e la propria indipendenza.

A partire dal secolo VIII la “repubblica” di san Pietro non è solo lo “Stato dei Papi” ma anche, e soprattutto, un’entità politica autonoma, dotata di proprie strutture di governo, di un popolo peculiare e di un territorio che sarebbe servito, anche nelle mutate circostanze dei secoli successivi, come garanzia della libertà della Chiesa nello svolgimento della sua missione evangelizzatrice, indipendentemente dall’estensione del territorio sotto la sua giurisdizione.

Il baiocco come moneta dello Stato Pontificio

Il valore nominale è espresso in baiocchi (Baj), la valuta ufficiale dello Stato Pontificio prima dell’adozione della lira pontificia.

La denominazione “baiocco” identifica una delle unità monetarie più riconoscibili della storia pontificia e rimase strettamente legata all’organizzazione economica dello Stato della Chiesa.

Le monete in baiocchi appartengono a un sistema nel quale il valore nominale era indicato direttamente sulla superficie monetaria. La leggibilità del numero e della parola “BAIOCCHI” costituiva quindi un elemento essenziale per l’uso quotidiano della moneta.

La monetazione pontificia ottocentesca conserva inoltre una forte relazione tra autorità religiosa e sovranità politica: il nome del pontefice, il titolo papale, lo stemma e il segno della Zecca trasformano la moneta in un documento ufficiale del potere temporale.

Il pontificato di Pio IX e la monetazione del 1854

Stato Pontificio, PIO IX, Mastai Ferretti, 1846-1870, BAIOCCHI 5, Emissione: 1854 ANN VIII, D/ PIVS• IX• PONT• MAX• ANN• VIII•, stemma papale, R/ All'interno di una corona di lauro indicazione del valore (5 / BAIOCCHI), millesimo (1854) e segno di zecca (R), Zecca di Roma, Rif. bibl. Pagani, 485; Metallo: CU, gr. 39,54, (MX154243), Diam.: mm. 41,00, mSPL Ex Phidias 06/12/23 n. 393.

La moneta da 5 baiocchi del 1854 appartiene al pontificato di Pio IX, il cui nome secolare era Giovanni Maria Mastai Ferretti. L’indicazione “ANN VIII” segnala l’ottavo anno del pontificato.

CaratteristicaDescrizione
StatoStato Pontificio
PonteficePio IX
Nome secolareMastai Ferretti
Anno1854
Anno di pontificatoANN VIII
Valore5 baiocchi
ZeccaRoma
MetalloRame, indicato anche come CU
Peso39,54 grammi
Diametro41,00 millimetri
Riferimento bibliograficoPagani 485
Conservazione indicatamSPL
Moneta pontificia 5 baiocchi 1854

Descrizione del dritto

Sul dritto compare la legenda “PIVS• IX• PONT• MAX• ANN• VIII•”, che identifica il pontefice, il suo titolo e l’anno di pontificato corrispondente all’emissione.

La legenda è accompagnata dallo stemma papale. La presenza dell’emblema pontificio sottolinea il carattere ufficiale della moneta e il legame tra l’autorità religiosa del Papa e la sua sovranità temporale sui territori dello Stato Pontificio.

Il riferimento a Pio IX e alla formula “PONT• MAX•” rende la moneta immediatamente riconoscibile come emissione papale pontificia.

Descrizione del rovescio

Sul rovescio, all'interno di una corona di lauro, sono riportati l’indicazione del valore “5 / BAIOCCHI”, il millesimo “1854” e il segno di zecca “R”.

La corona di lauro svolge una funzione decorativa e allo stesso tempo organizza visivamente le informazioni principali della moneta. Il valore è collocato nella parte centrale, mentre l’anno e il segno della Zecca completano l’identificazione dell’emissione.

La lettera “R” indica la Zecca di Roma. Il millesimo 1854 permette di distinguere questa emissione dalle altre monete da 5 baiocchi appartenenti al pontificato di Pio IX.

Metallo, peso e dimensioni

Il 5 baiocchi del 1854 è realizzato in rame, indicato nella descrizione anche con la sigla CU. Il peso è di 39,54 grammi e il diametro misura 41,00 millimetri.

Le dimensioni e il peso conferiscono alla moneta una presenza fisica rilevante rispetto ai piccoli nominali destinati alla circolazione quotidiana. Il diametro di 41 millimetri rende inoltre facilmente osservabili la legenda, lo stemma papale, la corona di lauro e l’indicazione del valore.

Il rame è coerente con la funzione pratica del nominale e con l’esigenza di produrre monete destinate a un uso frequente. La scelta del metallo distingue questa emissione dalle monete pontificie realizzate in metalli preziosi.

Il significato numismatico del 5 baiocchi

Il 5 baiocchi del 1854 riunisce in un unico oggetto diversi elementi utili allo studio della storia dello Stato Pontificio: il nome del sovrano, la cronologia del pontificato, l’identificazione della Zecca, il valore monetario e il sistema decorativo ufficiale.

La moneta documenta anche la continuità istituzionale dello Stato della Chiesa nella fase precedente alla fine del potere temporale. Nel 1854 lo Stato Pontificio era ancora una realtà politica sovrana, amministrata dal Papa e dotata di una propria Zecca e di un proprio sistema monetario.

La presenza dello stemma papale sul dritto e del valore racchiuso nella corona di lauro sul rovescio consente di leggere la moneta su due livelli: come strumento economico e come manifestazione dell’autorità pontificia.

Per il collezionista, i dati fondamentali da verificare sono il pontefice, l’anno di emissione, l’anno di pontificato, il valore, il segno di zecca, il metallo, il peso, il diametro e lo stato di conservazione.

La Zecca di Roma

La Zecca di Roma è indicata dal segno “R” presente sul rovescio della moneta. La sua presenza conferma l’origine romana dell’emissione e collega il pezzo al principale centro monetario dello Stato Pontificio.

La Zecca non svolgeva soltanto una funzione tecnica. La produzione monetaria rendeva visibile l’esistenza di un’autorità politica autonoma, capace di disciplinare il sistema dei pagamenti, definire i nominali e apporre sulle monete i simboli della sovranità.

Nel caso del 5 baiocchi del 1854, l’indicazione della Zecca di Roma completa la serie dei dati istituzionali presenti sulla moneta insieme al nome di Pio IX e allo stemma papale.

Il contesto politico dell’emissione

Nel 1854 lo Stato Pontificio si trovava ancora nel pieno della fase storica che avrebbe condotto alla fine del potere temporale nel 1870. Il suo termine definitivo fu il 20 settembre 1870.

Seppur con diverse traversie e difficoltà, in questi undici secoli, il Papa riuscì a rimanere sovrano dei suoi territori. La moneta di Pio IX si colloca dunque nell’ultima parte di una storia iniziata con il progressivo trasferimento al Papato di funzioni civili e territoriali.

Il 20 settembre 1870, dopo aver aperto con i cannoni una breccia a Porta Pia, le truppe italiane entravano a Roma, superando la blanda resistenza delle forze militari al servizio del Papa.

Venne così soppresso centocinquanta anni fa lo Stato pontificio, grazie al crollo dell’Impero francese di Napoleone III, protettore del potere temporale della Chiesa, che era appena stato sconfitto nella guerra con la Prussia.

Roma, già proclamata capitale del Regno d’Italia nel 1861, lo diventò allora effettivamente, ma al tempo stesso si aprì un forte contenzioso con il Papa Pio IX, che si dichiarò vittima di un sopruso.

Pio IX, Mastai Ferretti e la questione romana

Pio IX si sentiva molto italiano e all’inizio del suo pontificato aveva guardato in modo benevolo al moto risorgimentale. Ancora nel 1866 (anno della Terza guerra d’Indipendenza, con cui l’Italia ottenne il Veneto), in un colloquio con il futuro premier britannico William Gladstone, ammise il principio dell’unità del Paese, accennando a Trento e Trieste come terre italiane.

Ma sul Papa pesava il trauma delle tre precedenti soppressioni violente del potere temporale della Chiesa. Già nel 1798, con l’arrivo delle truppe rivoluzionarie francesi, era stata proclamata a Roma una Repubblica; poi nel 1809 Napoleone I aveva fatto prigioniero il Pontefice Pio VII; infine c’era stata la Repubblica instaurata nel febbraio 1849, dopo la fuga dello stesso Pio IX a Gaeta l’anno prima, che fu presto abbattuta dalle truppe francesi.

Tra gli ecclesiastici molti si rendevano conto che l’esaurimento del potere temporale era inevitabile, ma papa Mastai Ferretti vedeva in gioco anche una questione religiosa.

Non va dimenticato che il radicalismo garibaldino e mazziniano non era ostile soltanto allo Stato pontificio, ma alla Chiesa cattolica in quanto tale.

Nel 1861 il primo ministro Camillo di Cavour, poco prima di morire, aveva insistito sul fatto che occorreva superare il potere temporale del Papa, ma non usando la forza.

E poi nel 1864, con la «convenzione di settembre», l’Italia si era impegnata con la Francia di Napoleone III a non invadere lo Stato pontificio, ridotto ormai al solo territorio del Lazio.

In seguito le tensioni si erano inasprite per via del tentativo garibaldino di prendere Roma fallito nel 1867 con la battaglia di Mentana, da cui le camicie rosse erano uscite sconfitte.

Nel 1870 il governo italiano si trovò dinanzi a una scelta secca: intervenire militarmente o rinunciare ad annettere la città.

Dalla fine dello Stato Pontificio allo Stato della Città del Vaticano

Dopo la presa di Roma, lo Stato italiano cercò di regolare i suoi rapporti con la Santa Sede attraverso la «legge delle guarentigie», che doveva assicurare la piena libertà del Papa nell’esercizio del suo magistero.

Era una legge unilaterale dello Stato, che riconosceva la sovranità del Pontefice, ma non era stata negoziata e non poteva essere accolta dal Vaticano.

La Santa Sede però aveva respinto tale distinzione, convinta che una vera sovranità non potesse esercitarsi in mancanza di una base territoriale.

Qui era il punto decisivo, che rendeva inaccettabile la legge delle guarentigie. Anche quando ormai in Vaticano nessuno pensava più a restaurare lo Stato della Chiesa, rimaneva irrisolto il nodo della sovranità papale.

Si era creata dopo il 1870 una situazione ambigua e complessa, per cui il Papa non esercitava più a Roma alcuna sovranità, ma viveva in una sorta di extraterritorialità rispetto al resto del Paese.

Solo nel 1929, sotto il pontificato di Pio XI, si arrivò alla Conciliazione tra Stato e Chiesa con i Patti Lateranensi, firmati da Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri, e venne creato lo Stato della Città del Vaticano.

Il legame del papato con la territorialità non è una questione solo teorica, deriva da uno stato di fatto consolidatosi in oltre un millennio.

Insomma, avere un minimo territorio per la Santa Sede era fondamentale: dopo i Patti Lateranensi Pio XI lo paragonò a «quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima».

Il 10 ottobre 1962 l’allora cardinale Giovanni Battista Montini, parlando a Roma in Campidoglio, notò che il «crollo» del potere temporale aveva favorito l’irradiazione mondiale del cattolicesimo.

Una volta eletto Papa con il nome di Paolo VI, lo stesso Montini disse anche che in fondo la fine dello Stato pontificio (non del potere temporale, restaurato in dimensioni minuscole con la Conciliazione del 1929) era stata provvidenziale per la Chiesa.

E anche Pio XI, parlando ai parroci romani nel giorno stesso in cui vennero firmati i Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, dichiarò che l’esperienza dei decenni successivi a Porta Pia dimostrava come la Chiesa potesse operare meglio senza l’onere di governare uno Stato.

Come riconoscere e descrivere un 5 baiocchi del 1854

Un esemplare del 5 baiocchi del 1854 deve essere descritto attraverso una serie di dati ordinati. La prima verifica riguarda il dritto, dove devono essere riconoscibili la legenda dedicata a Pio IX e lo stemma papale.

Il rovescio deve presentare la corona di lauro con il valore “5 / BAIOCCHI”, il millesimo “1854” e il segno di zecca “R”.

La verifica materiale comprende il rame, il peso di 39,54 grammi e il diametro di 41,00 millimetri. Le misure sono particolarmente importanti quando si confrontano esemplari con usura, alterazioni o interventi di pulizia.

Il riferimento bibliografico Pagani 485 consente di collegare la moneta alla catalogazione numismatica indicata per questa emissione.

La conservazione “mSPL” segnala un esemplare classificato in una fascia qualitativa elevata, nella quale la leggibilità dei dettagli e la qualità delle superfici incidono sulla valutazione collezionistica.

Il rapporto con i francobolli in baiocchi

Nel gennaio 1852, sotto papa Pio IX, lo Stato della Chiesa fu il primo in Italia, con Firenze, Modena e Parma, a introdurre l'uso del francobollo.

In origine, la prima serie pontificia era composta da 8 valori, da 1/2 a 7 baiocchi, stampati in nero su stampa colorata in pasta. A luglio venne integrata con l'emissione del 50 baj e del francobollo da uno scudo, poi il 1 ottobre fu completata dal valore da 8 baj.

Le ultime tre emissioni furono stampate in colore su carta bianca. Tutti i francobolli hanno come soggetto le chiavi di San Pietro incrociate e sovrastate dalla tiara, che rappresentava l’autorità spirituale del Papa.

Lo stemma, incorniciato da fregi diversi per ogni valore, sarà un elemento costante per tutti i francobolli emessi fino alla presa di Roma del 1870.

Il valore nominale è espresso in baiocchi (Baj), la valuta ufficiale dello Stato Pontificio prima dell’adozione della lira pontificia.

Il francobollo da 8 Baj è stampato con inchiostro nero su carta bianca. Questo valore è stato l’ultimo della serie e veniva generalmente destinato ad usi postali specifici, come la corrispondenza verso l’estero o la spedizione di lettere interne con supplementi di peso.

Il confronto tra monete e francobolli mostra come il baiocco fosse utilizzato in ambiti diversi della vita amministrativa dello Stato Pontificio. Sulle monete il valore era impresso su un supporto metallico destinato alla circolazione; sui francobolli il medesimo sistema monetario serviva a esprimere il costo dei servizi postali.

Elementi di interesse per il collezionista

Per una corretta identificazione sono fondamentali il millesimo, il numero dell’anno di pontificato, il segno della Zecca di Roma, il valore nominale e la legenda completa.

La presenza dello stemma papale sul dritto e della corona di lauro sul rovescio aiuta a distinguere la moneta da altri nominali della monetazione pontificia.

Il peso e il diametro costituiscono parametri di controllo, mentre il riferimento Pagani 485 facilita il confronto con la letteratura numismatica.

La conservazione deve essere valutata osservando separatamente rilievi, superfici, bordo, legenda e eventuali segni di pulizia o manipolazione. La classificazione “mSPL” appartiene alla descrizione dell’esemplare indicato e non sostituisce l’osservazione diretta della moneta.

La documentazione di autenticità e provenienza può accompagnare l’esemplare, ma l’analisi numismatica resta basata sulle caratteristiche fisiche, tipologiche e bibliografiche della moneta.

La breccia di Porta Pia

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