Il presepe barocco della Natività è una rappresentazione scenografica della nascita di Gesù nella quale il nucleo sacro della Sacra Famiglia viene inserito in un mondo ricco di personaggi, mestieri, botteghe, mercati, taverne, animali, rovine e paesaggi. Nella Napoli del Settecento questa forma d’arte raggiunse il suo massimo sviluppo, trasformando la Natività in un teatro in miniatura capace di unire devozione religiosa, gusto barocco, realismo sociale e memoria della città.
Il presepe napoletano non è quindi soltanto una scena natalizia, ma un grande dispositivo narrativo nel quale la nascita di Cristo avviene dentro una società concreta, affollata e riconoscibile. La grotta o la stalla restano il centro spirituale della composizione, mentre intorno la vita quotidiana prende forma attraverso pastori, venditori, artigiani, mendicanti, musicisti, nobili, mercanti e viaggiatori.
Che cos’è il presepe della Natività
Il presepe, con la mangiatoia o culla, è la scena della Natività Cristiana, e si pensa sia stata creata da San Francesco d’Assisi nel XIII secolo a Greccio, un paesino a nord di Roma, tra Lazio e Umbria. In genere, raffigura Gesù, Maria e Giuseppe in una stalla, accompagnati da un bue e un asinello.
A volte la scena comprende personaggi e alcune caratteristiche della storia della natività biblica, ricavate dai vangeli del Nuovo Testamento di Luca e Matteo, tra cui i Tre Re Magi, i pastori, gli angeli e la stella di Betlemme. Il presepe è la rappresentazione della nascita di Gesù, realizzata con statuette lavorate in vari materiali (legno, terracotta, cartapesta, cera, …) inserite in un’ambientazione di tipo naturalistico.
Il presepe è così considerato non solo un modo più religioso di celebrare la nascita di Gesù Bambino, ma è diventato con il tempo anche una tradizione e una rappresentazione artistica del Natale. Storia, arte, tradizione e rito appartengono alla nostra identità cristiana.
Il significato della parola “presepe”
Lo spiega la parola stessa: un recinto, delimitato da una siepe. Usato per il ricovero del bestiame. “Praesepire”, il verbo latino, spiega l’atto: cingere, chiudere, sbarrare.
Che è anche difendere, proteggere, abbracciare. Gesù, riferisce l’evangelista Luca, nacque in una stalla. E fu posto nel luogo dove si sistema il fieno che serve agli animali: su una mangiatoia, in una greppia.
“Cripia” in basso latino. Da cui, nelle altre lingue d’Europa, tutte le parole con cui si definisce il presepe: “crechè” in francese, “crib” in inglese, “krippe” in tedesco e “krubba” in svedese. Anche ““wertep” nella lingua russa e “szopka” in quella polacca, vogliono dire mangiatoia e indicano la rappresentazione natalizia della Natività.
Le origini cristiane della Natività
La storia del presepe comincia nei primi secoli del cristianesimo, come attesta una lettera di san Girolamo del 404 che racconta che Paola, una sua discepola, visitando la Terra Santa ed entrando in Betlemme, aveva notato allo Speculum Salvatoris lo stabulum (la mangiatoia) scavato nella roccia, ove Gesù era nato.
La prima attestazione del Natale è contenuta nel più antico calendario della Chiesa di Roma, il Cronografo romano del 354, redatto sotto papa Liberio. Nel documento è scritto: “Il 25 dicembre nacque Cristo a Betlemme di Giudea”.
L’esatto giorno della nascita di Gesù non è tramandato in modo chiaro neppure dagli evangelisti. Così, i primi cristiani tendevano a festeggiare, a volte nello stesso giorno, soprattutto il Battesimo o l’Epifania, le date della rivelazione della divinità.
La parola “praesepe” comparve molto più tardi. Cominciò ad essere utilizzata per indicare una antichissima chiesa: la basilica romana di Santa Maria Maggiore. Papa Sisto III la fece costruire nel 432 dopo Cristo, un anno dopo il Concilio di Efeso.
Poi, ai tempi di papa Teodoro I (VII secolo d.C) sull’Esquilino furono traslate anche le reliquie divine della Sacra Culla: i frammenti di legno, secondo la tradizione, provenivano dalla mangiatoia in cui Gesù fu posto subito dopo la nascita. “Santa Maria Ad Praesepe”, la basilica legata in modo indissolubile al mistero della Natività, diventò così, per i cristiani, la chiesa “presso il presepe”.
Le prime immagini della nascita di Cristo
I primi seguaci di Cristo scolpivano o dipingevano le scene della nascita del Redentore nei luoghi segreti nei quali solevano incontrarsi. L’immagine più antica della Madonna appare sul soffitto di una nicchia nella grande catacomba di Santa Priscilla, scavata nel tufo, per 13 chilometri, nelle viscere di Roma.
Lo stucco risale agli anni 30 o 40 del III secolo dopo Cristo. Nella pittura affrescata, la Vergine è seduta. Indossa una stola, il capo è coperto da un mantello.
Maria accenna a un gesto, delicato e materno, verso il neonato che tiene sulle ginocchia. Vicino a lei appare un profeta: è Isaia o più probabilmente Balaam: nella mano destra stringe un rotolo; con la sinistra indica l’astro lontano che annuncia al mondo la nascita del Messia: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Num. 24,15-17).
San Giuseppe non è rappresentato: nell’iconografia della Natività comparirà soltanto duecento anni dopo, nella prima metà del V secolo. Poco lontano, nella cosiddetta “Cappella greca”, spunta un’altra immagine: una adorazione dei Magi che risale allo stesso periodo storico.
Le prime comunità cristiane ripeteranno la medesima scena in altri cimiteri dell’Urbe: i Magi erano il segno della universalità della salvezza e del messaggio di Dio, diretto a tutte le genti del mondo.
Il bue, l’asino, la grotta e i pastori
Altre testimonianze archeologiche dei primi secoli del cristianesimo rimandano al prototipo del presepe, a una scena della Natività con il bue e l’asino, simbolo della relazione divina secondo il profeta Isaia. Nella scena classica della Nascita di Gesù dallo pseudo-Vangelo di Matteo, il Bambino viene presentato tra il bue e l’asinello.
Nei primi affreschi ad catacomba era posto in una cesta di vimini sotto una tettoia, avendo dietro di Lui il bue e l’asino adoranti, da un lato la Madonna, e dall’altro un pastore. Pure Sant’Ambrogio riteneva Cristo nell’antica iconografia presepiale «in medio duarum animalium».
Nella rappresentazione, il bue e l’asino furono aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e di Isaia (1,3):“Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”.
Gli animali vicino alla mangiatoia diventano i simboli del popolo ebreo e dei pagani. Davanti al Dio che nasce in una stalla tutti gli uomini, erano come buoi ed asini, privi di intelligenza e conoscenza.
Quanto alla grotta, nella iconografia orientale, simboleggia il ventre della terra. Nei Vangeli canonici non se ne fa menzione. Ne parlano invece due Vangeli apocrifi, il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo dello pseudo Matteo che risalgono al II secolo dopo Cristo.
I primi ad adorare il Bambino furono i pastori, che all’epoca, nella scala sociale, erano visti come degli emarginati, persone che vagavano fuori dai centri abitati, senza una fissa dimora. Le loro figure furono aggiunte nei presepi in età medievale.
Nella rappresentazione, ascoltano per primi, accanto alle loro greggi, l’annuncio dell’angelo . E l’adorazione del Bambino venuto al mondo in una mangiatoia è il passo iniziale per un cammino di conversione capace di allontanarli dai peccati del mondo.
Il presepe vivente di Greccio
In Italia, la tradizione del Presepe risale all’epoca di San Francesco d’Assisi, al quale si deve la prima rappresentazione vivente della Natività, a Greccio, nel 1223. Le immagini e le rappresentazioni precedenti della nascita di Cristo non erano che «sacre rappresentazioni» delle liturgie che si celebravano nel Medio Evo.
Nella notte di Natale del 1223, ritenuta nella tradizione cattolica la data d'origine della pratica del presepe, San Francesco d'Assisi volle rappresentare nel monastero di Greccio, in modo vivo e sentito, il mistero della Nascita del Bambino, recuperando uno spirito di religiosità antica, già espressa dai contadini del Medioevo sotto l’influsso della cultura dei monasteri benedettini.
San Francesco, che ha riproposto la scena con personaggi dal vivo, utilizzò la natività per trasmettere l’idea della nascita del Bambin Gesù. E così anche le chiese cattoliche presto cominciarono a creare le loro scene proprio a Natale.
La tradizione si diffuse rapidamente in tutta Italia ed Europa. L’iniziativa del Padre Serafico di celebrare in questo modo il miracolo fu continuata dai più famosi artisti in opere pittoriche o scultorie.
Dalle Natività medievali al presepe artistico
Presepi successivi, quelli rinascimentali, non sono dei presepi come l’immaginiamo noi adesso, sono delle natività, dei gruppi con la natività, c’è il nucleo sacro, tutto lì.
Il presepe è diventato nel tempo il tema della natività di Gesù presentato nelle opere dei più grandi pittori e scultori italiani sin dal Due e Trecento, Giotto, Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, Giovanni Pisano, Lorenzo Maitani, Lorenzetti, Beato Angelico, Donatello, Iacopo della Quercia, Luca Della Robbia, Benozzo Bozzoli, Botticelli, Raffaello, Correggio, Tiepolo e altri.
L’iniziativa di San Francesco fu continuata dagli affreschi di Giotto nel ’300 nella Cappella degli Scrovegni a Padova e nella Basilica Inferiore di San Francesco ad Assisi, dagli affreschi benedettini del Magister Consolus al Sacro Speco di Subiaco, fino all'Adorazione dei Magi di Botticelli agli Uffizi di Firenze, alla Pala Strozzi di Gentile da Fabriano, sempre agli Uffizi e alle altre pitture sulla Natività.
Arnolfo di Cambio e le prime grandi composizioni
Arnolfo di Cambio, noto anche come Arnolfo di Lapo, scultore, architetto e urbanista, fu attivo in particolare a Roma e a Firenze alla fine del Duecento e ai primi del secolo successivo.
Si considera molto importante e originale il Presepe della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. In quest’opera scultoria, in marmo bianco, sono raffigurati la Madonna, seduta su un trono, con il Bambino, i Re Magi, a destra e san Giuseppe e il bue e l’asino, a sinistra.
La scena accade conformemente ai racconti biblici, in una stalla. Il più antico presepe, con la natività di Arnolfo di Cambio, risale al 1280 ed è considerato uno dei più grandi tesori della Basilica romana di Santa Maria Maggiore.
Il presepe di San Giovanni a Carbonara
Altre rappresentazioni notevoli si trovano nella chiesa di Santa Chiara ad Assisi, nel Duomo di Volterra, nella Cattedrale di Teramo e in San Giovanni a Carbonara di Napoli.
Nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara di Napoli nel 1484 fu costruito il primo Presepe, utilizzando tecniche della scultura di legno e terracotta. Da qui quest’arte si diffuse e si sviluppò in Campania e in Toscana, collegata agli avvenimenti e ai personaggi storici delle singole epoche.
Il Presepe del Museo Nazionale di San Martino, a Napoli, 1478. Interamente intagliate nel legno, a grandezza naturale, le figure presepiali del Museo Nazionale di San Martino, a Napoli, continuano ‘a vivere’.
Della composizione originaria del 1478, sono rimasti quattordici pezzi superstiti al passare del tempo e alle vicissitudini. Sono i sei angeli, la Madonna, San Giuseppe, il bue, l’asino e altre quattro figure che rappresentano i magi e un nobile o una profetessa.
Questa è un’opera unica nel suo genere, perché è a grandezza naturale e interamente intagliata nel legno. Fu lavorata da due artigiani, i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno che hanno interpretato nella loro maniera la Natività che, poi, è stata seguita da altri artisti fino a oggi.
La nascita del presepe napoletano
Come molte altre tradizioni mediterranee, anche il presepe napoletano non presenta un’origine univoca. È piuttosto il risultato di usanze che si sono stratificate nel tempo, passando per chiese, conventi, palazzi nobiliari e le case più umili, fino ad essere riconosciute in tutto il mondo come una delle espressioni più sentite e raffinate dell’arte cristiana.
Parallelamente, lungo l’attuale via San Gregorio Armeno, in età classica, sorgeva un tempio dedicato a Cerere. I cittadini vi portavano statuine di terracotta come ex voto, realizzate proprio nelle botteghe circostanti.
Non una continuità diretta tra le offerte pagane e il presepe cristiano, ma una sovrapposizione di tradizioni e luoghi che restituisce l’idea di come l’arte di modellare figure, dedicare immagini, costruire piccoli mondi in miniatura fosse già radicata nella cultura napoletana.
Il presepe napoletano è l’unico che esprima il gusto barocco e che animi episodi leggendari e pittoreschi. A esso si collega l’apparizione di un artigianato specializzato nel XVIII secolo, che rappresenta ancora uno dei tratti caratteristici della cultura napoletana, diventato famoso in tutto il mondo.
Il passaggio dalle figure rigide ai pastori articolati
Nel primo Seicento, i sacerdoti scolopi abbandonano le statuine rigide e le sostituiscono con manichini snodabili in legno, rivestiti di stoffe e abiti veri. I primissimi esemplari sono a grandezza quasi umana, per poi ridursi a circa settanta centimetri.
Il presepe realizzato dagli Scolopi nel 1627 per una duchessa, smontato e rimontato ogni anno, rappresenta una novità anche dal punto di vista liturgico e domestico: rompe, finalmente, con la tradizione dei presepi fissi.
Circa un decennio dopo, nel 1640, Michele Perrone perfeziona la tecnica, aggiungendo al corpo un’anima in filo di ferro rivestito di stoppa, così da permettere pose più naturali e plastiche.
È un passaggio che ha conseguenze enormi sulla resa della scena, perché consente di inscenare gesti, movimenti, torsioni; i personaggi smettono di essere figure immobili e diventano attori.
La teatralità barocca
Verso la fine del Seicento si afferma una tra le caratteristiche più riconoscibili del presepe napoletano: la teatralità barocca. Accanto alla grotta della Natività compaiono taverne affollate, mercati, vicoli, osti, venditori, mendicanti, ciabattini e tavernari.
I resti di templi greci e romani compaiono come scenografia di pietra sullo sfondo, a sottolineare simbolicamente la vittoria del cristianesimo sulle religioni pagane. Il messaggio visivo è, tuttavia, chiaro: la nascita di Cristo avviene in un mondo concreto, riccamente popolato e immerso nella storia.
La rappresentazione scultorea della nascita di Cristo, in uno spazio e una scenografia reali, ha origine antiche, basti pensare al presepe di Arnolfo di Cambio (XIII secolo) in S. Maria Maggiore a Roma, ma è nella Napoli del Settecento che si diffonde il presepe, una forma d'arte "minore" in contrasto con il razionalismo e il senso della misura tipici dell'età dei lumi.
Il presepe napoletano è un gioco per il quale la nobiltà pagò orafi, intagliatori e ceramisti perchè creassero scenari sempre più complessi. La scena della Natività vera e propria restava idealmente al centro, ma la rappresentazione comprendeva ormai altri episodi biblici, scene di vita quotidiana e di guerra: il mondo girava vorticosamente intorno al mistero della nascita di Cristo.

Il Settecento, età d’oro del presepe napoletano
Il secolo d’oro del presepe napoletano è il Settecento e coincide con il regno di Carlo III di Borbone. In questo periodo la città vive una stagione di grande fioritura artistica e culturale e il presepe, ormai uscito definitivamente dagli spazi esclusivamente ecclesiastici, entra nelle dimore dell’aristocrazia e della ricca borghesia.
Ordini religiosi, nobili e corti gareggiano nell’allestire impianti scenografici sempre più complessi, in cui il racconto sacro si intreccia con il gusto per il dettaglio, l’ostentazione della ricchezza e la rappresentazione minuziosa dei costumi contemporanei.
Nel XVIII secolo a Napoli, al culmine del periodo barocco, la Natività si sviluppò come una vera e propria arte. Finanziati dalla monarchia, gli artisti locali trasformavano il presepe in un’elaborata scena drammatica, piena di personaggi tra cui re, angeli, pastori e musicisti, in diversi tipi di materiali, ed i vestiti erano dipinti a mano con i migliori tessuti.
Noti scultori venivano spesso commissionati per creare le scene. Giuseppe Sanmartino, uno dei maggiori scultori napoletani del Settecento, è tra i protagonisti di questa stagione: abilissimo nel modellare la terracotta, dà vita a una vera e propria scuola di artisti del presepe.
Artisti e artigiani del presepe barocco
Angelo de Vivo, Trilocco, il Somma, il Sammartino, il Celebrano, il Mosca, il Gallo, il Gori, il Bottiglione, il Viva e altri minori, furono gli abilissimi plastificatori, appassionati e penetranti, circondati da una folla di artigiani, gioiellieri, falegnami, sarti, sellai, che miniaturizzarono rocce, case, rovine, cofani, finimenti, gioielli, mobili, costumi, strumenti musicali, a corredo e ad abbellimento sempre più vasti e complessi.
Le personalità che contribuirono al suo perfezionamento artistico e alla sua diffusione furono il re Carlo III di Borbone e il domenicano padre Rocco, autore di celebri scene presepiali.
Chiesa, nobiltà e borghesia napoletana si fecero vanto dei loro presepi arricchiti di generazione in generazione e divenuti oggetti di prestigio, ma, passata la moda, i presepi finirono dispersi e distrutti.
Lo “scoglio”: la struttura del presepe
Nel Settecento la scena del presepe si allarga progressivamente, fino ad assumere le sembianze di un vero e proprio paesaggio urbano nel quale la Natività è immersa in un brulicare di attività quotidiane, senza tuttavia perdere mai il suo ruolo centrale.
Taverne, ponti, mercati, forni, fiumi e pozzi sono tutti elementi semplici, della vita contadina, decorativi; eppure, ciascuno di essi porta con sé un bagaglio di significati, spesso legato alle grandi polarità della condizione umana, come vita e morte, pericolo e salvezza, peccato e redenzione.
Tutte le figurine erano collocate sul cosiddetto «scoglio», lavorato principalmente in sughero, di cui venivano eseguiti dei veri e propri progetti. Teste, mani e piedi delle figurine erano realizzati in terracotta, mentre l’anima era in stoppa e fil di ferro.
In questo modo il presepe napoletano assunse caratteri e funzioni teatrali, rappresentando la vita della società e contribuendo a caratterizzare la scultura napoletana religiosa del '700, unanimemente apprezzata in tutto il mondo.
Materiali e tecniche artigianali
Nell'antico quartiere di San Gregorio Armeno i vari materiali usati sono adatti alle scenografie e ai personaggi presepiali: legno, sughero, cartapesta, tela, vetro, minuscola gioielleria, stoffe, gessi e terracotta.
Per la costruzione dei pastori si utilizzarono tra l'altro il legno per le mani e i piedi, il vetro per gli occhi, il fil di ferro per imbastire i corpi rivestiti di stoffe e d’abiti in miniatura.
La combinazione di materiali diversi permetteva di ottenere figure realistiche e pose espressive. La terracotta definiva i tratti del volto, delle mani e dei piedi; il filo di ferro consentiva di modellare il corpo; la stoppa dava volume alla struttura; i tessuti trasformavano ogni personaggio in una figura vestita secondo la moda dell’epoca.
Il presepe borbonico della Reggia di Caserta
Nello stesso solco si collocano gli straordinari allestimenti di corte, come quello che oggi è possibile vedere nella Sala Ellittica della Reggia di Caserta, ricostruito nel 1988 con pezzi settecenteschi.
In una sala della Reggia di Caserta, si può ancora vedere il presepe borbonico. Nell’Archivio Storico del Palazzo è documentato come in occasione del Natale venisse allestito un grande presepe nella Reggia, cui concorrevano non solo gli artisti e gli artigiani di corte, ma gli stessi sovrani.
Le vestiture dei pastori costituiscono, oggi, un documento prezioso per la storia del costume dell’epoca. Le tempere dipinte da Salvatore Fergola (1799 -1874) - oggi esposte nella sala che ospita il presepe - raffigurano lo «scoglio» progettato dal Cobianchi nel 1844, a cui si ispira l'attuale presepe casertano allestito nel 1988.
Personaggi e simboli del presepe napoletano
Allo stesso modo, i personaggi che popolano il presepe napoletano non sono “pastori generici”, ma figure precise, con una tradizione iconografica e simbolica riconoscibile.
| Personaggio | Significato o funzione |
|---|---|
| Benino | Il giovane che dorme e sogna il presepe |
| Il vinaio e Cicci Bacco | Cicci Bacco è erede di antiche divinità del vino |
| La lavandaia | Rimanda alla purezza di Maria |
| Il pescatore | È legato al simbolismo cristiano del pesce |
| La meretrice | È contrapposta alla Vergine |
| I venditori | Ognuno rappresenta uno dei dodici mesi dell’anno |
Benino, il giovane che dorme e sogna il presepe; il vinaio e Cicci Bacco, erede di antiche divinità del vino; la lavandaia che rimanda alla purezza di Maria; il pescatore, legato al simbolismo cristiano del pesce; la meretrice, contrapposta alla Vergine; i venditori, ognuno dei quali rappresenta i dodici mesi dell’anno.
La città dentro il presepe
Il vero cambiamento il presepe lo ha, quando arriva a Napoli e incontra umori e colori di una citta-mondo cosmopolita sovraffollata che, tra ‘600 e ‘700, insieme a Parigi, è la città più grande d’Europa, e tra le più grandi del mondo.
Il presepe abbandona la Palestina e tutto si trasferisce nella città del golfo, densamente popolata, con tutti i suoi personaggi, con tutti i suoi mestieri. In un miscuglio di umanità diverse, c’è di tutto, trafficanti, prostitute, femminelli.
I cibi sono ovviamente quelli napoletani, comprese le salsicce appese che è un sublime anacronismo. Le salsicce, nel mondo ebraico da cui proviene Gesù, non ci sarebbero potute essere.
La cronaca entra nel presepe sin dal ‘700 e non è solo una moda attuale. I pastori hanno la fisionomia della gente del tempo, in tutto anche nelle malattie.
Il presepe come teatro del mondo
Il presepe napoletano è un grande dispositivo narrativo che nel tempo ha permesso ai napoletani di riconoscersi e di rappresentarsi, un antesignano del realismo che si ritrova nelle forme teatrali popolari e, più tardi, nel cinema.
Persino la letteratura barocca è teatro, in questo senso il presepe è la buona novella che diventa teatro, che sale sulle scene. La rappresentazione ha un’anima barocca che è il teatro.
Il legame tra il presepe e il teatro, è fortissima. Soprattutto perché nascita del presepe napoletano e nascita della commedia dell’arte si consumano nello stesso periodo.
Proprio a conclusione dell’età barocca noi abbiamo quel capolavoro che è la Cantata dei pastori, scritta non a caso da un personaggio chiave come lui. Perrucci non è solo un uomo di lettere ma è un uomo di teatro, tant’è vero che a lui dobbiamo uno dei più importanti trattati dell’arte rappresentativa.
Razzullo, Sarchiapone e la cultura popolare
Si tratta dell’ultimo teatro rituale e viene portato avanti riraccontandolo, aggiornandolo, diventando rito. La genialità è consistita nel mettere due persone comuni come Razzullo e Sarchiapone, dentro a questa rappresentazione teatrale.
Nel tempo gli spazi comici di questi personaggi si sono, via via, dilatati. Sono in fondo due poveri cristi che fanno nascere Cristo perché s’impegnano nel difendere la sacra famiglia dai diavoli.
In questa opera teatrale, c’è una grande morale detta attraverso la comicità. L’arte popolare mette in scena la Buona Novella che è, in ultima analisi, la storia delle storie nell’Occidente.
Il presepe e la rappresentazione della società
Voli d'angeli, pastori e agnelli, cavalcate fantasmagoriche dei Magi, mandriani, contadini, borghesi, mercanti in vesti settecentesche, botteghe, mercarti e taverne, il tutto in una varietà di pose e di espressioni di stupefacente intensità.
Non mancavano le rappresentazioni di principi e re, una celabrazione, questa, voluta dagli stessi committenti. Il mondo del presepe comprendeva quindi tutte le classi sociali, dai lavoratori ai nobili, dai mendicanti ai sovrani.
Ai viaggiatori del Grand Tour, interessa molto cosa fanno questi lazzaroni , come vivono, cosa credono. Ma anche il devozionismo del popolo napoletano perché è un devozionismo miracolistico.
Il presepe ne diventa una sorta di miniatura di questa esperienza, soprattutto nel ‘700 i pastori hanno la fisionomia della gente del tempo, in tutto anche nelle malattie.
Il presepe nei racconti dei viaggiatori
Persino Goethe, nel suo Viaggio in Italia, rimase colpito dai presepi italiani e, in particolare, dall’incorniciatura del Vesuvio sullo sfondo, che conferiva alla scena “una nota di grazia incomparabile”.
Questi grandi viaggiatori europei venivano a Napoli per vedere due attrazioni, il Vesuvio e il presepe. Tutti andavano obbligatoriamente a vedere il presepe, presenti in tutte le case e palazzi, impiegando diversi giorni.
A quei tempi, i presepi erano visibili dall’Avvento al Carnevale. Costituiscono dei pezzi artistici dentro i quali la città si rispecchia.
Walter Benjamin, con la sua compagna, scrivono di Napoli e del presepe come una miniaturizzazione di quella città porosa. Benjamin dice che quello che il presepe napoletano riesce a dire è la verità della vita, riuscendo a mettere la storia dentro il mito.
Il barocco tra fede, eccesso e realtà
Il gusto barocco si riconosce nell’abbondanza delle figure, nella ricchezza dei materiali, nella varietà dei gesti e nella complessità della scenografia. La scena sacra non viene isolata dal mondo, ma circondata da un’umanità in movimento.
La rappresentazione comprendeva ormai altri episodi biblici, scene di vita quotidiana e di guerra: il mondo girava vorticosamente intorno al mistero della nascita di Cristo. Il presepe rende visibile la tensione tra il mistero religioso e la concretezza dell’esistenza.
Nelle sue scenografie affollate convivono la devozione religiosa, il gusto barocco per l’eccesso, la memoria di un passato classico e il racconto reale, ma sentito, della vita quotidiana.
Il presepe nella pittura italiana
La Natività è uno dei temi più rappresentati nella storia dell’arte. L’arte presepiale ha affascinato scultori, pittori e architetti che l’hanno sviluppata e arricchita nel corso dei secoli, rendendola nota in tutto il mondo.
Sandro Botticelli
La tela della Natività di Botticelli appartiene all’ultima fase dell’attività del pittore. Il soggetto è interpretato come un’adorazione del Bambino da parte di Maria con Giuseppe, dei pastori e dei Magi tra cori angelici.
Al centro si trova la grotta della natività, con il Bambino al centro su un giaciglio coperto da un telo bianco, la ‘giganteggiante’ Vergine a destra e l’adorante e meditante Giuseppe a sinistra; dietro si vedono il bue e l’asinello.
Giorgione
La Natività Allendale di Giorgione si può dividere in due parti: a destra la grotta scura della natività, dove si trova la Sacra Famiglia raccolta e verso la quale si affacciano i due pastori e a sinistra, dove in un ampio paesaggio ci sono piccoli episodi di quotidianità.
Tipica per l’arte di Giorgione è la predominanza del colore che determina il volume delle figure steso in strati sovrapposti, senza il confine netto dato dal contorno, forse per fondere soggetti e paesaggio.
Beato Angelico
La scena, composta a semicerchio, presenta le figure che adorano il Bambino. Queste sono: santa Caterina d'Alessandria, la Vergine, san Giuseppe e san Pietro Martire.
In fondo nella capanna si vedono il bue e l’asinello, entrati nell’iconografia tradizione del Natale. I quattro angeli che si trovano sul tetto della capanna rendono ancora più solenne questo momento così beato.
Filippo Lippi
Al centro si trova il Bambino adorato dalla Madonna e da san Giuseppe e a sinistra si vede san Giorgio, anche lui in adorazione, mentre sulla destra si trova la visione di san Vincenzo Ferrer del Cristo entro una ‘mandorla’ di luce.
In secondo piano ci sono due pastori e alcuni angeli. La composizione e il disegno generale sono quasi certamente opera del Lippi, mentre ampie parti dell’esecuzione furono fatte da aiuti di bottega.
Federico Barocci
Among the best-known Nativity images of the 16th century is surely the canvas that Federico Barocci executed for the Duke of Urbino, Francesco Maria II della Rovere. One of the most intimate and collected nativities in the history of art.
The protagonist of the scene is in fact only the Holy Family with the inevitable ox and donkey; two shepherds are then added, but they remain on the threshold and look out to see inside, along with a sheep, from the door held ajar by St. Joseph.
Having arrived to adore the Child, the Savior of the world, the shepherds appear almost outside the scene, which on the contrary is intended to give main prominence to the newborn and the new parents, emphasizing the more intimate and familiar aspect of the event.
La diffusione delle collezioni presepiali
Dal ’700, i migliori presepi napoletani che fanno ormai parte di collezioni private, si dislocano in luoghi importanti, come nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Roma, nella basilica di San Marco a Venezia, o nella chiesa di Capodimonte a Napoli.
Ci sono poi le raccolte museali dell'Abbazia di Montevergine, di Villa d'Este a Tivoli, di Berlino e di Monaco. Oggi si trovano alcuni esemplari di presepe napoletano presso la Collezione Catello di Napoli e al Museo San Martino.
Al di fuori della città, collezioni importanti, come quella del Museo Nazionale Bavarese a Monaco di Baviera, testimoniano la diffusione e l’apprezzamento internazionale di questa forma d’arte.
San Gregorio Armeno e il presepe contemporaneo
Se il Settecento è il secolo d’oro, è il Novecento a sancire la trasformazione definitiva del presepe napoletano in dispositivo identitario e attrattiva turistica. Via San Gregorio Armeno, nel cuore del centro storico, diventa il luogo in cui l’arte presepiale si rende visibile tutto l’anno.
Botteghe artigiane, laboratori, esposizioni permanenti mostrano presepi storici, statuine tradizionali e creazioni contemporanee. Accanto ai pastori canonici compaiono personaggi moderni, da Totò icona del cinema napoletano alle figure della politica nazionale e internazionale.
I materiali si moltiplicano, le dimensioni si riducono fino ai micro-presepi racchiusi in una conchiglia, in una cozza, in una rosa essiccata, persino in una lenticchia o su una testa di spillo.
Sono sperimentazioni che confermano la vitalità di una tradizione capace di reinventarsi, pur rimanendo sempre riconoscibile.
Il rito domestico dello “scoglio”
È una tradizione che si rinnova ogni dicembre, quando le famiglie montano lo “scoglio” pezzo dopo pezzo. Il presepe cresce con pastori, strade, muschio, fontane e ruscelli, case e palmizi, statuine in gesso, in terracotta e cartapesta; e ancora luci e fondale di stelle.
Un momento prezioso di recupero delle proprie radici, una lente al tempo stesso stabile e mutevole attraverso cui osservare Napoli e il Mediterraneo. Ogni pastore, ogni scorcio di paesaggio, custodisce un frammento di storia, un gesto di devozione e un’idea, profondamente napoletana, di vita messa in scena.
Ogni anno il presepe napoletano continua a cambiare, introducendo nuovi personaggi e nuove idee, ma senza mai perdere la propria essenza. I suoi valori e significati restano però gli stessi che l’hanno concepito e figurato: umani, personali, sociali, religiosi.