Preghiere bibliche di donne: voci, fede e coraggio nella Scrittura

Le preghiere bibliche di donne mostrano che il rapporto con Dio nasce spesso dal dolore, dall’attesa, dalla gratitudine e dal coraggio di assumersi una responsabilità. Anna, Maria, Elisabetta, Debora, Ester, Abigail e molte altre figure della Scrittura trasformano la propria esperienza in invocazione, lamento, canto, intercessione e azione per la vita.

Nella Bibbia sono menzionate diverse donne la cui storia ha molto da insegnarci (Romani 15:4; 2 Timoteo 3:16, 17). Molte di loro sono ottimi esempi da imitare, mentre altre rappresentano esempi negativi da non seguire (1 Corinti 10:11; Ebrei 6:12).

La Scrittura non chiude gli occhi e Dio sa di che pasta siamo fatti. Un giorno, leggendo la Bibbia con un gruppo di donne che vivevano in una casa rifugio perché in fuga dalle violenze subite, di fronte ad un testo, duro e violento, che davvero non sapevo come giustificare, una di loro ha detto: «Allora c'è posto anche per me e per la mia storia in questa Bibbia, non riguarda solo le donne fortunate».

La Bibbia conosce il lamento. Il lamento è un momento estremamente critico nel rapporto con Dio, finché Dio non consola l’uomo e l’uomo non consola Dio. Profezia e liturgia portano i lamenti avanti e indietro tra il cielo e la terra.

Anna: la preghiera che nasce dall’eccesso del dolore

La figura di Anna occupa un posto centrale tra le preghiere bibliche di donne. Era la moglie di Elcana e la madre di Samuele, che diventò un noto profeta dell’antico Israele (1 Samuele 1:1, 2, 4-7).

«C’era un uomo di Ramatàim, un Sufita delle montagne di Èfraim, chiamato Elkanà. Aveva due mogli, l’una chiamata Anna, l’altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva» (1 Samuele, 1-2).

Il libro si apre con una rivalità tra donne, un conflitto tra due mogli: «La sua rivale l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. (...) Quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare» (1,6-7).

Anna ("l’affascinante") e Peninnà ("la feconda"), due donne con due ricchezze diverse. Ma in quel mondo antico la fecondità vinceva sulla bellezza, e la donna sterile era umiliata dalla vita, dalla comunità e dalla religione («YHWH ne aveva reso sterile il grembo»).

La bellezza del corpo e del cuore venivano dopo la "bellezza" del grembo. I figli sono il primo paradiso della Bibbia, la sua vita eterna, la verità della Promessa e dell’Alleanza.

Un umanesimo splendido e affascinante, ma che ha complicato per millenni la comprensione della verità e della dignità delle donne, di tutte le donne, prima e indipendentemente dal loro essere madri nella carne.

In questi primi versi di Samuele ritroviamo allora un’eco del grido di tutte le donne schiacciate e mortificate, in un mondo di uomini che qualche volta le amavano, ma in genere non le capivano, anche quando erano feconde e affascinanti.

La rivalità, anche qui, si accompagna a un’altra costante dell’umanesimo biblico: la predilezione. «Elkanà saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore a Silo. Venne il giorno in cui offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti. Ad Anna invece dava una parte speciale, poiché egli amava Anna» (1,3-5).

La predilezione e l’amore sincero di suo marito non sono però sufficienti a consolarla. Anna lascia il banchetto sacrificale e si reca nel tempio di Silo, dove lavorava Eli, il sacerdote capo: «Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo a dirotto» (1,12).

Un lamento, un pianto-preghiera per un figlio. Recitata nel cuore, in una intimità che, anche qui, l’uomo Eli non capisce: «Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. (...) Anna rispose: "No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. (...) Mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia"» (1,13-16).

Certi dolori e certe angosce, di tutti ma soprattutto delle donne, non si possono dire a voce alta, perché la vita ha tolto tutto il fiato. Ma la Bibbia ha voluto registrare queste parole sfiatate perché accompagnino le nostre.

E così ci ha custodito le parole strozzate più intime delle vittime, degli schiavi, dei servi, le parole più belle di tutte le preghiere: "Ricordati di me. non dimenticare» (1,11).

Non esistono preghiere più umane e vere di un "ricordati di me", "non dimenticarmi". Sono le parole prime di tutti, ma soprattutto delle vittime, dei poveri, degli schiacciati dalla vita e dai potenti.

"Ascolta e ricorda Israele" che il tuo Dio ti ha liberato dall’Egitto, è solo una parte della vita e della fede. Prima di questo "ricorda" rivolto a Israele, che apre il primo comandamento della Legge (Dt 6,5), c’è il "ricorda" gridato a Dio dalle vittime, che apre il primo comandamento della vita.

Sulla terra, tutti i giorni, si elevano molti "ricordati di me o Dio" pronunciati e gridati da poveri e oppressi che non conoscono il nome di Dio, che lo hanno dimenticato, che non avevano mai pregato prima di quell’urlo verso il cielo.

Molte persone imparano a pregare per "eccesso di dolore", gridando: "ricordati di me", "ricordati del mio bambino", "non dimenticarti di mio fratello". Molte persone, molti uomini. Soprattutto molte donne, che tengono viva la preghiera della terra con i loro molti "ricordati" e "non dimenticarti".

La preghiera di Anna come modello

Anna non aveva figli sebbene fosse sposata da molto tempo; per questo cercava conforto in Dio. Suo marito aveva anche un’altra moglie, Peninna, e da lei aveva avuto dei figli.

Peninna derideva in modo sprezzante Anna, ma Anna pregava Dio per ricevere conforto. Fece un voto a Dio, promettendogli che, se le avesse concesso di avere un figlio maschio, lei gli avrebbe dato il bambino perché servisse presso il tabernacolo, tenda trasportabile usata dagli israeliti per l’adorazione (1 Samuele 1:11).

Dio esaudì la preghiera di Anna, che diede alla luce un figlio, Samuele. Anna mantenne la sua promessa e portò Samuele al tabernacolo quando era ancora un bambino (1 Samuele 1:27, 28).

Ogni anno gli faceva un manto senza maniche e glielo portava. Col tempo Dio benedisse Anna con altri cinque figli: tre maschi e due femmine (1 Samuele 2:18-21).

Le sentite preghiere aiutarono Anna ad affrontare le difficoltà. La sua preghiera di ringraziamento riportata in 1 Samuele 2:1-10 fa trasparire la profonda fede che aveva in Dio.

È assai significativo che l’intera concezione ebraica della preghiera sia originata da una donna. Dopo la distruzione del Tempio, è stata fissata una formula di preghiera per sostituire i sacrifici quotidiani offerti al Santuario.

Molte delle leggi e dei dettagli riguardanti questa formulazione derivano dalle suppliche di Anna, la madre del profeta Samuele, per avere un figlio. Fra tutte le proposte di preghiere della Bibbia, i rabbini hanno scelto l’appello accorato e personale di una donna a Dio come paradigma per la preghiera individuale e sussurrata, che è il cuore di tutte le funzioni religiose pubbliche.

In omaggio all’importanza del suo contributo, i libri di preghiera di molte comunità ebraiche del mondo intero si aprono con le parole “Anna pregava e disse”.

Anna sapeva come pregare senza alcuna guida esterna. L’espressione pura del suo dolore e l’amarezza del suo spirito, unite alla sua manifesta fede nel potere del Creatore dell’universo, sono l’essenza della forza della sua preghiera.

Anna anche aveva capito che l’atto di pregare è esso stesso ispiratore e dà forza. Senza curarsi se la richiesta a Dio sarà in fin dei conti esaudita, la preghiera è spiritualmente soddisfacente di per sé.

Perciò, come segnala il Chazòn Ish (rav Avraham Yeshayahu Karelitz, 1878-1953), Anna non aveva bisogno di una risposta immediata da Dio per alleviare le sue sofferenze emotive; la sua stessa preghiera le dava sufficiente sollievo e, alla fine, “l’espressione del suo volto non era più [triste]”.

Anna prega nel tempio di Silo

Preghiere di donne nella Bibbia

La Bibbia presenta preghiere pronunciate in contesti molto diversi: nel dolore personale, nell’attesa, nella gratitudine, nella lode, nella crisi politica, nella malattia e nell’annuncio della salvezza.

DonnaForma della preghiera o della fedePasso biblico
AnnaLamento, supplica e ringraziamento1 Samuele 1-2
DeboraCanto di vittoria e responsabilità profeticaGiudici 4-5
Anna profetessaAttesa, lode e annuncioLuca 2
Maria, madre di GesùAccoglienza della volontà di Dio e lodeLuca 1
La donna con perdite di sangueFede silenziosa e ricerca della guarigioneLuca 8
AbigailIntercessione e prevenzione della violenza1 Samuele 25
EsterCoraggio e responsabilità per il popoloEster 4-9

Sifra e Pua: custodire la vita contro il potere

Leggiamo nel libro dell'Esodo al capitolo 1: «Il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: "Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere". Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i bambini.

Il re d'Egitto chiamò le levatrici e disse loro: "Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?". Le levatrici risposero al faraone: "Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità. Prima che giunga da loro la levatrice, hanno già partorito!". Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte.

E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una discendenza» (vv. 15-20).

Due donne che per mestiere sono poste sulla soglia della vita, a custodirla, che sono chiamate a far nascere i figli delle altre e che si scontrano con il potere del nuovo re «che non ha conosciuto Giuseppe» (Es 1,8).

Ma due donne, di cui il testo ci tramanda solo il nome e il mestiere (Sifra e Pua, levatrici), sono il piccolo granello di sabbia che blocca il meccanismo, che permetterà a Mosè di non morire alla nascita e di diventare, faticosamente, la guida del popolo verso la terra promessa.

E perché lo fanno? Il testo ci dice che «temettero Dio», che percepiscono che ci sono autorità più grandi del faraone e di Giuseppe, e che esse rispondono alla propria coscienza di questo «timore».

Come sappiamo, nella Scrittura il timore di Dio non indica la paura, ma piuttosto il senso profondoche ci sono cose della vita e delle vite che sono troppo serie per essere sottoposte solo alla forza o all'arbitrio di ciascuno.

Le levatrici di Israele ci mostrano che si deve cominciare da lontano, dal senso della dignità della propria coscienza, dall'avere un senso profondo di ciò che conta e ciò che conta meno, di ciò che permane e ciò che è destinato a passare, di ciò che va obbedito.

Temere Dio è, nell'Antico Testamento, il senso profondo della serietà dell'esistenza che può, e dovrebbe, accomunare tutti.

Sifra e Pua fanno con semplicità (e con un po' di furbizia. le donne ebree sono troppo sane e veloci nel partorire, non è colpa nostra. ) ciò che loro compete, secondo la logica del loro mestiere che serve a far nascere e non a far morire.

Tutte e tutti dovremmo educarci a cominciare da qui: essere dove siamo, fare ciò che ci compete con la profondità che richiede, per temere il Dio che vogliamo incontrare e far incontrare.

La serva della moglie di Naamàn: la speranza oltre i confini

Leggiamo nel II libro dei Re al capitolo 5: «Naamàn, comandante dell'esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la salvezza agli Aramei. Ma quest'uomo prode era lebbroso.

Ora bande aramee avevano condotto via prigioniera dalla terra d'Israele una ragazza, che era finita al servizio della moglie di Naamàn. Lei disse alla padrona: "Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che è a Samaria, certo lo libererebbe dalla sua lebbra"» (vv. 1-3).

Una ragazza, di cui non conosciamo neppure il nome, per cui la vita non è stata facile: è diventata prigioniera e schiava.

La Scrittura non ci dice del suo dolore, di chi ha lasciato a casa sua, della fatica della separazione. ma ci dice qualcosa di molto serio: la ragazza non solo non sceglie la via della vendetta, ma neppure quella dell'indifferente assenza di fronte alla vita e ai problemi di coloro che sono i suoi padroni.

Essa lascia che il suo cuore sia toccato dalla pena per la lebbra che ha colpito un uomo prode e stimato.

La lebbra è la grande metafora di ciò che divide ed esclude, la lebbra cancella tutto ciò che c'è stato prima, meriti, onori, stima: un lebbroso diventerà uno di cui avere paura, da tenere lontano.

E dunque la ragazza prende l'iniziativa, condivide la ricchezza preziosa che possiede anche nel tempo della prigionia e della schiavitù: la sua fiducia nel profeta Eliseo che in terra di Samaria guarisce.

È una piccola donna che tiene viva la certezza che vita e benedizione sono possibili, che non ci si deve rassegnare alla lebbra, che neppure colui o coloro che non sono affatto suoi amici, né suoi benefattori, anzi che le hanno fatto del male, meritano di vivere senza una speranza e una possibilità di guarigione.

Il Vangelo di Luca ci dirà, al capitolo 4: «C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro» (v. 27), frase attribuita a Gesù dopo che, avendo predicato nella sinagoga di Nazareth, viene provocato dai suoi concittadini.

E lui ci indica che i confini della fede e della benedizione, dell'incontro con Dio, non sono geografici, né così facilmente distinguibili.

Così la ragazza serva della moglie di Naamàn ci aveva anticipato: non ci sono confini tra amici e nemici, tra i «miei» e gli «altri» quando serve compassione e guarigione.

Impariamo ad avere un cuore che si commuove e che si mette in cammino perché anche gli altri possano mettersi in cammino, per la loro strada. Il Dio padre di tutti saprà condurre ciascuno al suo luogo di benedizione.

Debora e Giaele: responsabilità, coraggio e violenza

Non tutto però è così dolce e pacifico nella Scrittura: se leggiamo i capitoli 4 e 5 del libro dei Giudici, troviamo due figure di donne, Debora e Giaele, piuttosto inquietanti.

Siamo nel tempo dei Giudici, appunto, quando il popolo di Dio è irrequieto e incerto, confuso e senza guida («Eud era morto, e gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore», Gdc 4,1).

I pericoli sono in agguato, i nemici sono molti e senza pietà; Debora è profetessa e giudice in Israele e fa chiamare Barak perché sfidi in battaglia l'esercito nemico.

Egli lo farà e vincerà, ma il capo dei nemici, Sisara, fuggirà a piedi: Giaele, donna di cui sappiamo solo che era moglie di un alleato di Sisara, lo attira nella propria tenda e lì lo uccide, con una certa crudeltà, e ne consegna il cadavere a Barak.

Fino a qui la storia come ci è narrata, seguita nel capitolo 5 da un inno di lode e di gioia cantato da Debora.

Le donne dunque tramano per uccidere? Sì, ma non i propri nemici personali, quanto piuttosto chi mette in pericolo l'esistenza stessa del popolo di Israele; dirà Debora nel suo canto: «Era cessato ogni potere, era cessato in Israele, finché non sorsi io, Debora, finché non sorsi come madre di Israele» (v. 7).

Ci pare davvero qui il nucleo della questione; nel tempo antico, il potere possiede la sola forma della violenza, oggi sappiamo (fortunatamente!) che ci sono altri modi di esercitare potere e autorevolezza, ma la questione è sempre la stessa: chi si prende la responsabilità, chi si assume in tempo di crisi il ruolo di «madre», chi sa ascoltare il Signore e servirlo facendo quello che serve, anche a rischio di sbagliare?

Debora e Giaele sono il segno di gesti forti, pieni di coraggio e capaci di non confondersi in tempi oscuri, di gesti che non attendono che siano altri a decidere, che non si compiangono nella tristezza, che ascoltano la parola di Dio e cercano la strada e gli interlocutori perché questa parola venga seguita, diventi realtà.

E, ancora, occorre notare che servono due donne per portare a compimento l'opera: una da sola, per quanto forte, non è sufficiente; insieme si può.

E, ancora, insieme agli uomini: Debora interpella Barak, che non a caso risponde: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò».

Cosa vuol dire per noi oggi assumerci una responsabilità forte, quella che ci compete, senza per questo scegliere l'unica via della violenza? E cosa significa farlo insieme?

La profetessa Debora sostenne con coraggio i servitori di Dio. Seguendo le istruzioni divine, mandò a chiamare Barac per dirgli che avrebbe dovuto condurre i soldati israeliti contro gli oppressori cananei (Giudici 4:6, 7).

Quando Barac le chiese di andare con lui, Debora non si fece prendere dalla paura ma acconsentì di buon grado (Giudici 4:8, 9).

Dopo che Dio ebbe concesso una vittoria decisiva agli israeliti, Debora compose almeno una parte del canto che lei e Barac intonarono per ripercorrere quegli avvenimenti.

Nel canto Debora menzionò il ruolo che Iael, un’altra donna coraggiosa, aveva avuto nella vittoria sui cananei (Giudici, capitolo 5).

Debora era coraggiosa e pronta a fare sacrifici. Incoraggiava gli altri a fare quello che era giusto agli occhi di Dio e non esitava a riconoscere i meriti di chi faceva ciò che era giusto.

Iael agì in modo deciso quando Sisera, comandante dell’esercito cananeo, arrivò nel suo accampamento. Sisera aveva perso la battaglia contro Israele ed era ora in cerca di un luogo in cui rifugiarsi.

Iael lo invitò nella sua tenda perché potesse nascondersi e riposarsi. Mentre Sisera dormiva, Iael lo uccise (Giudici 4:17-21).

Quello che fece Iael adempì una profezia pronunciata da Debora: “Sarà nelle mani di una donna che Geova consegnerà Sisera” (Giudici 4:9).

Per il ruolo che ebbe, di lei si cantò: “Benedetta fra le donne è Iael” (Giudici 5:24).

Iael ebbe spirito d’iniziativa e coraggio. La sua storia dimostra che Dio può guidare gli eventi perché le profezie si adempiano.

Debora e Giaele nel libro dei Giudici

Anna profetessa: la forza dell’attesa

Leggiamo nel vangelo di Luca, al capitolo 2: «C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni.

Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme».

Con questo testo facciamo un grande balzo in avanti, passiamo dall'età dei Giudici (ca. 1200-900 a.C.) al tempo di Gesù, per la precisione quando il piccolo Gesù viene presentato al Tempio.

Il primo incontro è con Simeone, ma ci viene narrato anche l'incontro con un'altra profetessa (come Debora) di nome Anna.

I tempi sono cambiati, Israele ha costruito un regno, l'ha perduto, è stato purificato dall'esilio, è tornato nella terra dove subisce il dominio di stranieri.

L'attesa è cresciuta nei secoli, il desiderio di sperimentare che Dio rimane fedele alle sue promesse, anche quando tutto sembra indicare il contrario.

Nuove forme della responsabilità da assumere, in questa attesa: da un lato la forma dell'attesa paziente e fedele («ora aveva ottantaquattro anni»), dall'altro parlare del bambino fuori dal Tempio, a coloro che attendevano la redenzione di Gerusalemme.

Simeone parla per sé («Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace») e per Maria («a te una spada trafiggerà l'anima»); Anna parla ai molti altri senza nome che attendono, tesse reti di attesa fedele che finalmente e misteriosamente riconoscono in un bimbo indifeso il Dio potente e forte, fa aprire gli occhi e il cuore.

In Anna si vede l'anticipo di ciò che Gesù compirà: muore, per la nostra salvezza, e non fa morire; così Anna non assume una responsabilità con la forza, ma nell'apparente debolezza dell'attesa e del silenzio di una parola che non ha l'autorevole solennità di Simeone, quanto piuttosto la dolcezza del «parlare altrove».

Ma quanta forza serve per non allontanarsi mai dal tempio e servire Dio notte e giorno, quanta violenza su se stessi per non perdere la speranza e non cedere alla vecchiaia, per non smettere di sperare che nel paradossale segno di un neonato si veda la vittoria di Dio sulla morte e sul peccato!

La donna con perdite di sangue: il coraggio del tocco

Leggiamo, ancora nel vangelo di Luca, al capitolo 8: «Mentre Gesù vi si recava, le folle gli si accalcavano attorno. E una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, la quale, pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici, non aveva potuto essere guarita da nessuno, gli si avvicinò da dietro, gli toccò il lembo del mantello e immediatamente l'emorragia si arrestò.

Gesù disse: "Chi mi ha toccato?". Tutti negavano. Pietro allora disse: "Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia". Ma Gesù disse: "Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me".

Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, tremante, venne e si gettò ai suoi piedi e dichiarò davanti a tutto il popolo per quale motivo l'aveva toccato e come era stata guarita all'istante. Egli le disse: "Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va in pace!"» (vv. 42-48).

Si tratta di un testo un po' misterioso e di una figura di donna (ancora una volta senza nome) che raccoglie in sé la vergogna e la fatica dell'essere donna e insieme impura.

talmente conscia della propria condizione marginale e talmente provata dalla sua malattia che non osa parole, richieste, desiderio. Ma non è rassegnata, né sconfitta: si avvicina da dietro e tocca in silenzio il mantello di Gesù.

Le donne conoscono le vie indirette, silenziose e piene di tatto: in italiano, la stessa parola («tatto», appunto) indica sia il garbo che la gentilezza, come il senso che ci permette di toccare e riconoscere attraverso le dita, le mani, il corpo.

Le donne conoscono come si arriva al risultato per vie traverse, gentili, garbate e corporee, quando una carezza cura più di mille parole.

La donna del vangelo ha bisogno di guarire, lo vuole disperatamente; sa che Gesù la può guarire, lo sa con il corpo e con il cuore.

E, in mezzo ad una folla rumorosa e pressante, si fa coraggio e trova una strada silenziosa.

Abigail: intercedere per fermare l’ira

Abigail era la moglie di Nabal, un uomo ricco ma rude. Era una donna saggia e umile, bella non solo per il suo aspetto ma anche per le sue qualità interiori (1 Samuele 25:3).

Abigail agì con saggezza e discernimento per evitare una tragedia. Lei e Nabal vivevano nella regione in cui Davide, che sarebbe poi diventato re d’Israele, si era rifugiato mentre era fuggiasco.

Durante la loro permanenza lì, Davide e i suoi uomini protessero il gregge di Nabal dai predoni. Ma quando dei messaggeri inviati da Davide andarono da Nabal a chiedergli del cibo, questi glielo negò con insolenza.

Davide andò su tutte le furie: partì con i suoi uomini per uccidere Nabal e tutti i maschi della sua casa (1 Samuele 25:10-12, 22).

Abigail agì tempestivamente quando venne a sapere ciò che aveva fatto il marito. Diede ai suoi servitori delle provviste di cibo da portare a Davide e ai suoi uomini, e poi lei stessa li seguì per andare a implorare la misericordia di Davide (1 Samuele 25:14-19, 24-31).

Quando ebbe visto il suo dono, osservato la sua umiltà e ascoltato il suo saggio consiglio, Davide riconobbe che Dio si stava servendo di lei per sventare una tragedia (1 Samuele 25:32, 33).

Dopo non molto, Nabal morì e Abigail diventò moglie di Davide (1 Samuele 25:37-41).

Anche se bella e ricca, Abigail aveva un concetto equilibrato di sé. Per mantenere la pace, fu disposta a scusarsi per degli errori che non aveva commesso.

Affrontò una situazione tesa rimanendo calma, e agì con tatto, coraggio e acume.

Ester: la preghiera che diventa responsabilità

Ester era una donna ebrea che il re persiano Assuero scelse come sua regina.

La regina Ester sfruttò la posizione che aveva per impedire lo sterminio del suo popolo. Scoprì che era stato emanato un decreto ufficiale in base al quale in un giorno stabilito tutti gli ebrei che vivevano nell’impero persiano dovevano essere uccisi.

Questo malvagio complotto era opera di un uomo di nome Aman, il primo ministro (Ester 3:13-15; 4:1, 5).

Facendosi aiutare da Mardocheo, un suo cugino più grande, e mettendo a rischio la sua stessa vita, Ester rivelò il complotto al marito, il re Assuero (Ester 4:10-16; 7:1-10).

Questi permise a Ester e Mardocheo di emanare un altro decreto che autorizzasse gli ebrei a difendersi. E così gli ebrei si sbarazzarono completamente dei loro nemici (Ester 8:5-11; 9:16, 17).

La regina Ester è un grande esempio di coraggio, umiltà e modestia (Salmo 31:24; Filippesi 2:3).

Nonostante la sua bellezza e la sua posizione non fu orgogliosa: chiese ad altri aiuto e consigli.

Quando si rivolse a suo marito, gli parlò con tatto e rispetto, ma anche con franchezza. In un momento in cui il popolo ebreo era in grave pericolo, Ester rivelò con coraggio che ne faceva parte.

Maria di Nazaret: accoglienza, lode e disponibilità

Maria era una ragazza ebrea. Concepì il figlio di Dio miracolosamente; per questo, quando diede alla luce Gesù, era ancora vergine.

Maria fece umilmente la volontà di Dio. Mentre era fidanzata con Giuseppe le apparve un angelo che le annunciò che sarebbe rimasta incinta e avrebbe dato alla luce il Messia da tanto tempo atteso (Luca 1:26-33).

Fu pronta ad accettare quell’incarico.

Dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe ebbero quattro figli e almeno due figlie. Quindi Maria non rimase vergine (Matteo 13:55, 56).

Anche se le fu affidato un privilegio unico, non ricercò e non ricevette onori particolari, né durante il ministero di Gesù né all’interno della congregazione cristiana delle origini.

Maria fu una donna devota che accettò volentieri una grande responsabilità. Aveva una notevole conoscenza delle Scritture.

A quanto pare, quando pronunciò le parole riportate in Luca 1:46-55, fece riferimento alle Scritture circa 20 volte.

La preghiera di Maria non è soltanto una risposta privata a Dio, ma diventa una lode capace di leggere la storia: riconosce la grandezza di Dio, la sua misericordia e la sua attenzione verso gli umili.

Maria di Betania e Marta: ascolto, servizio e amicizia

Maria era una cara amica di Gesù, proprio come suo fratello Lazzaro e sua sorella Marta.

Maria mostrò più volte grande apprezzamento per Gesù in quanto Figlio di Dio. Dimostrò di avere fede nel fatto che Gesù avrebbe potuto impedire la morte di suo fratello Lazzaro, ed era tra i presenti quando Gesù lo risuscitò.

Sua sorella Marta la criticò quando scelse di ascoltare Gesù invece di aiutarla a sbrigare le faccende. Gesù d’altro canto la lodò perché dava la priorità alle cose spirituali (Luca 10:38-42).

In un’altra occasione Maria mostrò ospitalità a Gesù in un modo straordinario: gli versò “costoso olio profumato” sulla testa e sui piedi (Matteo 26:6, 7).

Alcuni dei presenti la condannarono per quello spreco, ma Gesù la difese e disse: “Dovunque sarà predicata questa buona notizia [del Regno di Dio], in tutto il mondo, anche ciò che questa donna ha fatto sarà menzionato in memoria di lei” (Matteo 24:14; 26:8-13).

Maria sviluppò una fede profonda. Mise l’adorazione di Dio al di sopra delle attività della vita quotidiana. E onorò umilmente Gesù, anche quando questo comportò un notevole dispendio economico.

Marta era la sorella di Lazzaro e Maria; i tre vivevano a Betania, un villaggio nei pressi di Gerusalemme.

Marta era molto amica di Gesù. E “Gesù voleva bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” (Giovanni 11:5).

Marta era una donna ospitale. Una volta, quando Gesù andò a trovarli, Maria scelse di ascoltare Gesù, mentre Marta sbrigava le faccende.

Marta si lamentò perché Maria non la stava aiutando, ma Gesù corresse in modo gentile il suo punto di vista (Luca 10:38-42).

Maria Maddalena: fedeltà e testimonianza

Maria Maddalena era una leale seguace di Gesù.

Maria Maddalena era tra le donne che viaggiavano al seguito di Gesù e dei suoi discepoli. Mise generosamente a disposizione i suoi beni per prendersi cura delle loro necessità (Luca 8:1-3).

Seguì Gesù fino alla fine del suo ministero, e gli rimase vicino quando fu messo a morte.

Ebbe il privilegio di essere tra i primi che videro Gesù risorto (Giovanni 20:11-18).

Maria Maddalena sostenne generosamente il ministero di Gesù e rimase una sua devota seguace.

La sua presenza nei racconti pasquali mostra come una donna possa diventare testimone della speranza proprio nel momento in cui il dolore sembra avere l’ultima parola.

Altre figure femminili: esempi positivi e negativi

La Bibbia presenta una grande varietà di donne, con storie, caratteri e scelte differenti:

  • Abigail, donna saggia e umile, capace di fermare l’ira e la vendetta.
  • Anna, donna della supplica, dell’attesa e del ringraziamento.
  • Dalila, esempio negativo di avidità, slealtà e inganno.
  • Debora, profetessa coraggiosa e giudice in Israele.
  • Ester, regina che mette a rischio la propria vita per il suo popolo.
  • Eva, esempio negativo di disobbedienza e di desiderio alimentato contro il comando ricevuto.
  • Iael, donna di spirito d’iniziativa e di coraggio.
  • Izebel, esempio negativo di dispotismo, crudeltà e violenza.
  • Lea, donna che cerca l’aiuto di Dio dentro una situazione familiare dolorosa.
  • Maria, madre di Gesù, donna devota che accetta una grande responsabilità.
  • Maria, sorella di Marta e Lazzaro, donna che dà priorità all’ascolto e alla fede.
  • Maria Maddalena, seguace fedele e testimone del Risorto.
  • Marta, donna ospitale che impara a riconoscere il valore dell’ascolto.
  • Miriam, figura femminile ricordata nella storia del popolo d’Israele.
  • La moglie di Lot, esempio legato alla difficoltà di affidarsi pienamente al cammino indicato da Dio.
  • Raab, donna capace di agire con decisione in una situazione di pericolo.
  • Rachele, figura legata al dolore, al desiderio di maternità e alla storia d’Israele.
  • Rebecca, donna coinvolta nelle vicende della promessa e della discendenza.
  • Rut, donna straniera la cui fedeltà diventa fonte di benedizione.
  • Sara, matriarca della promessa e della speranza.
  • La Sulamita, figura femminile associata al desiderio e all’amore nel Cantico dei Cantici.

Lea, Rachele e la dignità oltre la maternità

Lea era la moglie del patriarca Giacobbe. Anche la sua sorella minore, Rachele, era moglie di Giacobbe (Genesi 29:20-29).

Lea era la madre di sei dei figli di Giacobbe (Rut 4:11). Giacobbe voleva sposare Rachele, e non Lea.

Comunque il padre delle due ragazze, Labano, fece in modo che Lea prendesse il posto di Rachele. Quando Giacobbe scoprì che era stato ingannato, affrontò Labano.

Questi gli disse che da loro non si usava dare in matrimonio la figlia minore prima della maggiore. Una settimana dopo, Giacobbe sposò Rachele (Genesi 29:26-28).

Giacobbe amava Rachele più di Lea (Genesi 29:30). Per questo Lea, spinta dalla gelosia, si contendeva con la sorella l’amore e le attenzioni di Giacobbe.

Dio conosceva i sentimenti di Lea e la benedisse con sette figli: sei maschi e una femmina (Genesi 29:31).

Lea ricercò l’aiuto di Dio in preghiera e non lasciò che la sua difficile situazione familiare le impedisse di vedere come Dio la stava sostenendo (Genesi 29:32-35; 30:20).

La sua storia fa emergere in modo realistico i lati negativi della poligamia, unione che Dio tollerò per un certo periodo di tempo.

Il tipo di matrimonio che Dio approva è quello che lega un solo uomo a una sola donna (Matteo 19:4-6).

La storia di Lea richiama anche una questione decisiva: la dignità di una donna non può dipendere esclusivamente dall’essere amata, scelta o madre. La vita biblica delle donne è più ampia della loro funzione familiare e comprende dolore, fede, desiderio, preghiera, iniziativa e responsabilità.

Le preghiere delle donne ebree nella tradizione

Questa collezione raccoglie preghiere che si sono trasmesse di madre in figlia e di figlia in nipote; che erano sussurrate attraverso le generazioni, in Israele e nel mondo, in ebraico e in molte altre lingue della diaspora ebraica, solo raramente scritte o stampate.

In questo libro, ci sono preghiere che sono state scritte tremila anni fa, accanto ad altre scritte nel terzo millennio.

Il mondo che ho scoperto, il codice antico delle donne ebree che mi si è schiuso, sono qui conservati in un unico volume.

Con il progredire della mia ricerca per questo libro, ho scoperto che il modo di pregare di Anna - un dialogo intimo, emotivo e personale con Dio - era sopravvissuto fra le donne ebree nel mondo intero e attraverso i secoli.

Potevo mostrare una ricca eredità di coinvolgimento delle donne nella creazione e nella divulgazione di preghiere che è proseguita fino ai giorni nostri.

Ho percepito un legame diretto fra le vite intensamente spirituali delle donne ebree italiane del quindicesimo secolo e Fanny Neuda, l’autrice del diciannovesimo secolo di un libro di preghiere molto diffuso che ha composto in Germania; sentii l’eco della supplica privata di Anna per avere un figlio nelle techinòt - suppliche, in yiddish composte nel sedicesimo secolo.

Mi è capitata fra le mani una lettera che Rabbì Ovadià di Bertinoro scrisse a suo padre nel 1488 e sono stata colpita dal suo ritratto delle donne ebree siciliane.

Nonostante esse non avessero un’educazione formale ebraica né conoscessero i testi e non pregassero secondo gli usi, le donne descritte da Rabbì Ovadià di Bertinoro vivevano il loro ebraismo in maniera forte ed emotiva.

Il loro ebraismo proveniva dal cuore, dall’anima. Era un dialogo costante, non mediato, con il Creatore; era un ebraismo autentico che era trasmesso, non corrotto, di generazione in generazione.

Forse, ho pensato, era sempre stato così; sembrava che le donne ebree, indipendentemente dal loro ambiente, avessero conservato una relazione viscerale, personale con Dio, nell’eco dell’antica preghiera di Anna.

La ricerca per trovare il materiale incluso in questo libro, mi ha messo in contatto con diversi lavori che riflettono un affascinante mosaico femminile: preghiere composte per l’intera comunità, intese perché fossero recitate sia dagli uomini che dalle donne; preghiere per le fedeli nel gineceo della sinagoga o per gruppi di preghiera femminili; testi composti o raccolti e riuniti da uomini per le donne, spesso da un padre per sua figlia, o da uno sposo per la sua sposa.

Ho visto testi rari conservati in giro per il mondo - in musei e biblioteche - ma anche in raccolte private, in archivi dimenticati e in ambienti famigliari.

Ho trovato preghiere ripiegate dentro alberi genealogici e in siddurìm - libri di preghiere, personali trasmessi di madre in figlia.

Ogni preghiera, ogni liturgia ha la sua storia. Spesso, mi ritrovavo senza parole di fronte alla bellezza di una preghiera appena scoperta o mi venivano le lacrime agli occhi per la sua amarezza.

Le preghiere, le suppliche, le liturgie e i salmi che emergevano sono diversi l’uno dall’altro, ma hanno in comune alcuni temi: il dialogo con il Creatore, la speranza per un futuro migliore e la preoccupazione per il benessere del popolo ebraico.

Le molte donne che ho incontrato e le storie che ho ascoltato mi hanno insegnato le abitudini delle donne nella fede, le cerimonie dimenticate e le versioni uniche delle preghiere.

Più di qualsiasi altra cosa, mi hanno dimostrato che c’è un percorso comune che si era rotto fra le preghiere delle “Bubbies”, le preghiere delle “Mamme” (in italiano nel testo, N.d.T.) e le preghiere di un circolo di donne.

In molti paesi occidentali, il catalizzatore di questa disintegrazione era il desiderio di adottare stili di vita non ebraici e assimilarsi socialmente.

Nello Stato d’Israele, l’accettazione di una formula di preghiera standardizzata, così come l’immigrazione di massa, l’incremento di livello culturale e l’accelerazione di un processo di secolarizzazione, hanno condotto alla scomparsa del mondo spirituale e dell’eredità delle donne ebree di molte parti della diaspora; le loro preghiere, canzoni, cerimonie, usi e versioni speciali di benedizioni non sono però state per nulla dimenticate.

Nella maggior parte dei casi, solo una piccola parte degli usi comuni e dei modi di esprimersi tradizionali sono stati documentati.

Questo volume ne recupera molti che erano quasi perduti e li conserva per le nostre figlie e nipoti e per le generazioni a venire.

Preghiere femminili nei passaggi della vita

Troviamo preghiere per commemorare ogni occasione e ogni passaggio nel ciclo della vita, dal più terreno allo straordinario.

Ci sono preghiere speciali per lo shabbàt e le feste e le date importanti nell’anno ebraico; preghiere per segnare pietre miliari della vita, come Bar mitzvà, matrimonio, gravidanza e nascite; e preghiere per il conforto e la comprensione in momenti di tragedia e di perdita.

La preghiera accompagna dunque l’intera esistenza: il desiderio di un figlio, la maternità, il matrimonio, la vedovanza, la malattia, il lutto, la protezione dei figli, la speranza del popolo e il bisogno di riconoscere la presenza di Dio nella vita quotidiana.

Le voci femminili della preghiera non sono confinate all’ambito privato. Esse custodiscono la memoria, interpretano il dolore, trasmettono la fede e danno parole a esperienze che spesso non trovano spazio nelle formule ufficiali.

La preghiera come speranza e azione

Vorrei condividere con voi qualche storia di donne, tratta dalla Bibbia, per riflettere insieme sul modo in cui le donne che incontrano Dio possono diventare motore di speranza e di azione per servire la vita, la dignità e il bene di tutti.

Avrei potuto fare una sintesi teologica, trattare questo tema più teoricamente, in modo completo ed esauriente, esaminando i molti aspetti che si presentano alla nostra mente, farmi aiutare dalla filosofia e dalla sociologia.

Ho preferito invece scegliere racconti, narrazioni, vicende personali, con un nome preciso, una storia, una biografia: infatti il primo richiamo che la nostra fede ci rivolge (mi sembra) è ricordare sempre che non c'è una «teoria generale» del dolore, della gioia, della vita, della dignità violata.

Ogni dolore o violenza, ogni gioia, ogni speranza, sono sempre una storia drammaticamente di chi la compie e di chi, tacitamente, non fa nulla per interromperla.

Vorrei offrirvi alcune narrazioni, a partire da storie bibliche, che ci aiutino da una parte a raccogliere le esperienze che viviamo e le persone che incontriamo sotto lo sguardo della nostra fede, e dall'altra parte ci stimolino, a partire proprio dalla nostra fede, ad ascoltare con cuore sempre più grande il grido silenzioso delle donne e dei bambini, dei vecchi e delle persone sole, dei poveri e di tutti coloro che sono raramente ascoltati.

E ci aiutino a fare di questo ascolto un'azione di forza e di grazia.

Ho scelto storie e figure non troppo conosciute: abbiamo certo avuto e avremo ancora occasione di «incontrare» le grandi figure della Bibbia, prima fra tutte Maria, la madre di Gesù.

Ma può forse essere un primo gesto di conversione ascoltare le «figure minori», le più nascoste, quelle che la storia ricorda appena, ma che avendo incontrato Dio hanno fatto quello che era in loro potere per il bene di tutti.

Ognuna di noi è una «figura minore», nessuna è troppo piccola, troppo insignificante per non poter fare qualcosa.

«È possibile vivere senza speranza; forse anche senza verità - ma non senza preghiera, che è la ricerca di entrambe… Se l’arte è la via dell’uomo per dire ‘no’, la preghiera è il suo modo per dire ‘si’. Si all’universo e al suo creatore, si alla vita ed al suo significato, si alla fede, alla speranza, alla gioia. Una torcia per il girovago che ha perso la strada, una scala per Giacobbe, che cerca sogni, una finestra sull’anima».

La preghiera biblica delle donne è quindi parola e gesto, pianto e canto, silenzio e testimonianza. Può nascere da una bocca che appena si muove, come quella di Anna; da un tocco furtivo, come quello della donna malata; da una decisione rischiosa, come quella di Ester; da una parola rivolta a un nemico, come quella della giovane serva di Naamàn; da una responsabilità condivisa, come quella di Debora.

Le donne della Scrittura mostrano che pregare non significa sottrarsi alla vita. La preghiera dà nome al dolore, conserva la speranza, apre gli occhi sulla dignità violata e può trasformarsi in un’azione capace di proteggere, guarire, riconciliare e servire il bene comune.

Le donne della Bibbia: la supplica di Ester

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