La commemorazione di tutti i fedeli defunti ci invita a contemplare la Chiesa invisibile e a riscoprire quei legami che ci uniscono a tanti nostri fratelli e sorelle che sono già entrati nella nuova vita, ma non per questo si sono allontanati da noi. La morte non è più semplicemente vista come la conclusione naturale della vita terrena, ma come l’ingresso in una realtà nuova che non avrà mai fine.
In questo giorno ricordiamo i nostri cari nella fede della risurrezione, affidandoli alla misericordia di Dio e riconoscendo che «ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma è trasformata». La speranza della vita eterna si fonda sulla fede in Dio che ci ama e non abbandona la nostra vita nel sepolcro, né lascia che i suoi fedeli vedano la corruzione.
Il dolore del distacco e la memoria dei nostri cari
La nostra vita umana è un continuo distacco, in ogni istante dobbiamo dire addio a qualcosa o a qualcuno sotto forme anche molto diverse, perdere un legame affettivo, perdere un lavoro, perdere alcune volte la nostra reputazione a motivo di qualche incomprensione, soprattutto perdere le persone che ci sono care. Nei mesi scorsi, come già diceva Don Giacomo, abbiamo potuto dire addio ai nostri cari defunti in una maniera meno degna rispetto a come di consueto facciamo.
Sappiamo che questa morte è stata crudele perché veloce, a distanza, solitaria, spesso non abbiamo potuto dare un ultimo sguardo, un’ultima stretta di mano, un sorriso alle persone che ci lasciavano, sono mancati alcuni gesti del congedo, della pietà, delle condoglianze. Oggi vogliamo compiere insieme questo atto di lutto e di memoria comunitaria.
È un debito di riconoscenza verso questi nostri cari fratelli, vogliamo onorare il loro passaggio sulla terra, hanno fatto del bene e loro stessi sono stati il bene per noi, vogliamo ricordare e questo bel verbo che vuol dire re-cor-dare, cioè far salire ancora dal cuore, i volti, i nomi, le personalità di questi nostri fratelli, amici, parenti, genitori e vogliamo soprattutto ricordare nella loro pienezza le vite questi fratelli, non soltanto gli ultimo istanti più drammatici, più tribolati, vogliamo che abbiano il diritto di essere ricordati per tutta l’ampiezza della loro vita e della loro personalità.
Da parte nostra vogliamo raccogliere l’eredità spirituale che ciascuno di loro ci lascia. Penso che tutti noi ricordiamo una parola, una frase, un gesto, una azione caratteristica dei nostri morti, prolungare queste loro parole, queste loro attività significa non lasciare che il loro vuoto impoverisca le nostre famiglie e le nostre comunità.
È importante anche raccontare ciò che loro hanno detto e ciò che sono stati, raccontare per non disperdere la memoria, raccontare è anche ciò che guarisce un po’ il cuore dall’angoscia, ci fa sentire meno soli, soprattutto se chi ascolta, ascolta con il cuore attento e delicato.
In questi giorni ho ascoltato diverse volte persone che dicevano come è stato crudele non poter dire alcune parole, che avrei voluto dire, ai miei cari. Lo sappiamo, tante volte i rapporti si interrompono bruscamente, rimangono come sospesi e magari viene l’amarezza perché non c’è stato il tempo per un chiarimento, per dirci qualche parola di perdono, di riconciliazione, di spiegazione.
Vorrei dirvi che non tutto è perduto, perché nella Messa si aprono degli istanti di dialogo con i nostri defunti, il rapporto con loro non è sigillato in maniera definitiva, si può evolvere e noi possiamo approfondire quei rapporti che qui sulla terra sono stati imperfetti, avremo anche tutta l’eternità per poterci amare e questa volta in maniera perfetta, questo nostro ricordare i nostri defunti in Dio e a Dio Padre, porta riposo.
Il ricordo che affida e il ricordo che trattiene
Certo per timore di tradire i defunti spesso non ci diamo pace, li continuiamo a pensare fissando il vuoto che hanno lasciato. Alcune persone sono molto attente a lasciare tutto intatto come se il loro defunto dovesse ritornare di lì a un momento, così però il ricordo si fissa sul passato che non c’è più, in uno sforzo vano di far ritornare in vita e di collocare ancora qui nel tempo chi ormai vive fuori del tempo.
Questo sforzo di ricordo psicologico, umano ci stanca e ci opprime è come l’abbraccio vano di un’ombra che sfugge sempre più in là. Dobbiamo stare attenti a questo ricordare cattivo perché è un ricordo che non lascia andare i nostri morti là dove adesso vivono, li vorrebbe trattenere qui nel loro passato, nel loro ieri, ma questo fa male anzitutto a noi, è un atto di pietà verso di noi lasciarli andare e andare noi un po’ con loro dove già sono.
Attenti a questo ricordo cattivo che diventa nostalgia, malinconia, sforzo vano per rendere ancora qui presenti nel tempo coloro che ormai non appartengono più al tempo. Il ricordo solo psicologico è insufficiente, cosa dobbiamo fare? Dobbiamo innestare il nostro ricordo sull’eterna memoria di Dio.
Quando noi diciamo, “ti ricordo” vogliamo dire “ti penso”, ma abbiamo capito che pensare nella nostra mente i nostri cari, non li riporta in vita. Quando noi qui nella Messa diciamo:” Ricordati Padre dei nostri fratelli defunti”, in quel momento il Padre dona vita eterna a quelli che noi ricordiamo e “i ricordati” si rendono presenti, sono qui e noi possiamo ancora entrare in comunione con loro.
La memoria eterna di Dio
Dio dona la vittoria sul tempo: il tempo consuma gli istanti, gli anni, le vite, porta tutto alla corruzione, Dio ha vinto il tempo, è sopra il tempo e Dio può far partecipare dell’eternità tutto ciò Lui ama e siccome Dio non dimentica nessuno di quelli che ama può dare vita eterna, può dare il Paradiso alle persone che ama.
Ciò che rimane per sempre è l’eterna memoria di Dio che è la memoria dell’amore ed è importante custodire i nostri cari nella memoria di Dio perché è l’unica che vive per sempre. La prima lettura ci presenta l’immagine di Dio come una mamma che consola un figlio: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta le terra”.
Questa immagine viene ripresa anche nel libro dell’Apocalisse: “E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). La speranza si fonda sulla fede e, a sua volta è nutrita dalla carità.
La speranza della vita eterna si fonda sulla fede in Dio che ci ama e non abbandona la nostra vita nel sepolcro, né lascia che i suoi fedeli vedano la corruzione (cfr. Sal 16,10). L’ascolto della Sacra Scrittura nutre la nostra fede e ci permette di crescere nel riconoscere nella nostra vita e nella storia del mondo i segni della fedeltà di Dio che mantiene la sua promessa di salvarci dal peccato e dalla morte.
Gesù Cristo ha trasformato la morte
Dio si è ricordato di noi in Gesù, è venuto a prenderci fin dai nostri inferi e Gesù è anche, non solo Dio che si ricorda dell’uomo ma anche il primo uomo che si è ricordato totalmente di Dio e nell’atto supremo della sua vita, che è tutta vissuta insieme al Padre. Gesù dice:” Padre, nelle tue mani io affido il mio spirito”.
In quel momento la morte è trasformata in una offerta a Dio, in una offerta di fiducia e Dio gradisce questa offerta e risuscita Gesù. Questa è la risposta di Dio al nostro atto di affidamento a Lui, in quel momento la morte è trasformata da maledizione, da morte che significa finire, sparire, abbassarsi a passaggio da questo mondo al Padre e anche noi possiamo essere i commensali al banchetto delle nozze dell’Agnello nel Regno dei cieli.
Grazie al mistero pasquale di morte e risurrezione di Gesù - nel quale siamo stati battezzati e in virtù del quale siamo diventati figli adottivi di Dio Padre - abbiamo l’assicurazione che non andremo perduti. È volontà del Padre, infatti, che chiunque crede nel Figlio suo Gesù non vada perduto, ma consegua la vita eterna e sia risuscitato nell’ultimo giorno.
«Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,39-40).
Le parole del brano evangelico proclamato sono colme di consolazione e di luce. Questa certezza illumina di speranza nuova il nostro cammino di quaggiù e ci prepara ad affrontare la nostra morte e il nostro definitivo incontro con il Signore con cuore fiducioso e sereno.
San Giovanni Paolo II aveva definito la morte come un «attimo che salpa verso l’infinito», e nella quale «si confondono l’attimo e l’eterno». La morte dunque come punto di sutura tra la nostra vita terrena, che sappiamo essere limitata e votata alla fine, e l’inizio della vita eterna in Dio, vita che non conosce tramonto.
Ciò è dovuto al fatto che Dio stesso - nel Figlio suo Gesù - è venuto ad abitare non solo la nostra vita, ma anche la nostra morte, affinché quest’ultima fosse sconfitta dalla risurrezione. Se infatti la morte rappresenta la fine della vita terrena, la Risurrezione di Cristo inaugura la fine della morte, le cui tenebre gli ha sconfitto per sempre con il bagliore indefettibile della Vita divina!
L’ultima parola appartiene al Dio dei vivi e non dei morti! È importante per noi, sorelle e fratelli carissimi, rifondare la nostra fede alla luce di questa prospettiva. Diversamente, non avrebbe alcun senso il nostro commemorare coloro che ci hanno preceduto nel sonno della pace e che sono entrati nell’eternità di Dio.
Alla luce della nostra fede, invece, li sappiamo vivi in Dio e, mentre preghiamo perché possano godere della gloria senza fine, non solo nutriamo anche noi la speranza di ricongiungerci con loro, ma affidiamo anche noi stessi alla loro preghiera e alla loro intercessione.
La morte come passaggio al Padre
Per questo ieri la Chiesa ci ha fatto celebrare la Festa dei Santi quasi a dirci che loro trascinano con sé i morti, li prendono per mano, ci ricordano che nessuno si salva da solo ma tutti ci salviamo se come i Santi e con il loro aiuto ci affidiamo all’amore e alla misericordia di Dio che se accolta già ci trasforma in questa vita.
La commemorazione di tutti i fedeli defunti è dunque per noi cristiani celebrazione della fede nella risurrezione: la morte non è più l’ultima parola, l’ultima realtà per gli uomini. E quanti sono già morti, andando verso Cristo, non sono da Lui respinti ma risuscitati per la vita eterna ossia la vita per sempre con Lui, con il Risorto e Vivente.
In questa prospettiva accogliamo la promessa di Gesù nel Vangelo, quella promessa che dobbiamo ripetere nel cuore per vincere ogni tristezza e timore: “Colui che viene a me non lo respingerò!”. Il cristiano non è uno che non sbaglia mai, che non pecca … no, è come gli altri o forse a volte anche peggio di chi, ad esempio, non conoscendo il Vangelo si comporta male.
E per questo, però, pur conoscendo la sua infedeltà e il suo peccato si fida ogni giorno dell’Amore di Dio, del Figlio Gesù, e dopo essere caduto si rialza e riprende il cammino di sequela del Signore. E Gesù non lo respinge, anzi lo abbraccia, gli chiede di accogliere la remissione dei peccati e lo conduce alla vita eterna, rivelandogli: “Chi crede in me ha la vita eterna: io lo risusciterò nell’ultimo giorno!”.
E così per noi la morte è un passaggio, una “pasqua”, un esodo da questo mondo al Padre. Per chi crede la morte non è più un mistero, un enigma … perché iscritta una volta per sempre nella morte di Gesù che l’ha trasformata facendo di essa in modo autentico e totale un atto di offerta al Padre.
Gesù, andando verso la morte liberamente e per amore, ci ha liberati così dalla “paura madre”, quella della morte, radice di tutte le altre paure. Nella lettera agli Ebrei si legge: “Gesù è divenuto partecipe del nostro sangue e della nostra carne per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per paura della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15).
Il cristiano, che per vocazione con-muore con Cristo ed è con-sepolto con Lui nella Sua morte, proprio quando muore porta a compimento la sua obbedienza di creatura e in Cristo è trasfigurato, risuscitato dalle energie di vita eterna dello Spirito Santo.
L’Eucaristia, incontro tra vivi e defunti
Ecco cari fratelli e sorelle è così che noi ricordiamo i nostri cari defunti nell’Eucaristia che è la Pasqua sempre resa viva, sempre resa presente e operante, è la Pasqua, il passaggio di Gesù oggi con noi al Padre. Nell’Eucaristia incontriamo i nostri cari, è il punto di incrocio tra i vivi e i defunti e c’è una continuità di relazione con loro.
“Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma è trasformata”. I nostri defunti sono invisibili ai nostri occhi ma non sono assenti, li possiamo incontrare nella comunione dei santi e quando siamo qui in chiesa possiamo offrire per loro preghiere, innanzitutto chiedendo che Dio purifichi la loro vita se ci sono stati istanti chiusi a Dio, istanti di peccato e possiamo noi oggi farci voce per loro, del loro ardente desiderio che è quello di partecipare alla pienezza della vita nella risurrezione.
Quanto sono belle quelle parole: “Ricordati dei nostri fratelli defunti e ammettili a godere la luce del tuo volto” Questa è la pienezza della vita nella risurrezione. Pregare Dio per i vivi e per i defunti è una di esse.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che la preghiera per i defunti può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore. In particolare, far celebrare Messe di suffragio per i defunti è di grandissima importanza: la preghiera più efficace resta sempre il sacrificio di Cristo, reso presente in ogni Eucaristia.
Durante la Messa, infatti, Gesù diventa nostro e noi possiamo offrirlo al Padre, offrirlo per tutta la Chiesa, per i peccatori di questa terra, per quelli che sono in Purgatorio. La Chiesa ci dà inoltre la possibilità dell’indulgenza: guardiamo oggi di acquistarla, guardiamo di acquistare quella che si può lucrare in questi otto giorni.
Se le anime dei nostri defunti sono in purgatorio, la nostra preghiera le aiuta nel cammino di purificazione. Le anime del purgatorio, che soffrono nell’attesa di contemplare il volto di Dio, provano una profonda gratitudine per le nostre preghiere, poiché esse ne affrettano l’ingresso in paradiso.
E se le anime dei nostri cari sono già in paradiso? Allora cominciamo a rendere grazie a Dio: le anime di coloro che amiamo si trovano nella gioia eterna. Ma anche in questo caso la nostra preghiera non è inutile.
In primo luogo, perché le anime che sono in paradiso si rallegrano del nostro ricordo e del nostro amore. In secondo luogo, perché - come avviene per i santi - esse offrono le nostre preghiere a Cristo, affinché le utilizzi per il bene di chi più ne ha bisogno, soprattutto di coloro che non hanno nessuno che preghi per loro.
La comunione dei santi
Sì, perché nel misterioso legame della “comunione dei santi” - che unisce noi che siamo ancora sulla terra a quanti hanno già raggiunto l’altra vita e viceversa - anche i defunti hanno voce attiva presso il trono del Signore. Anche loro possono pregare e intercedere per noi e per la nostra salvezza.
Noi oggi commemoriamo i nostri defunti e sentiamo che non sono scomparsi: sono in Lui, sono nel suo amore, nella sua provvidenza, sono nella sua misericordia. Ecco perché vogliamo ricordarli, ecco perché vogliamo pregare per quelli che ancora sono nel Purgatorio.
Sentiamo che non sono degli assenti, sono degli invisibili, sono legati ancora a noi con il loro affetto, con il loro sentimento nella comunione dei santi. Sono legati a noi, legati perciò pregano per noi, intercedono per noi, perché il nostro cammino non finisca in fallimento, la nostra strada non finisca nel precipizio.
Sono con noi le anime sante del Purgatorio, quanto sono legate a noi! Non è un’astrazione, tanto meno è una forma di superstizione. Sono legati a noi perché sono già potenti davanti a Dio, sono gli amici di Dio e se ancora devono terminare la purificazione dei loro peccati, delle loro contaminazioni contratte in questa terra, sono sempre gli amici di Dio e quindi hanno particolare valore nelle loro sofferenze.
“Noi li ricordiamo allora, li ricordiamo con affetto e ci affidiamo alle loro preghiere.” E poi sentiamo che anche noi dobbiamo dare. Possono pregare per noi ma la pena del loro peccato devono scontarla e noi possiamo ricambiare la loro carità e, nel vincolo della carità, donare qualche cosa: le nostre preghiere, soprattutto la santa Messa, offrire Gesù, applicare i meriti infiniti di Gesù che nell’Eucarestia si mette nelle nostre mani.
Il giudizio di Dio e le opere dell’amore
La Chiesa invita a pregare per tutti i nostri fratelli defunti e a rinforzare la nostra certezza nell’esistenza della vita eterna. Nel Vangelo di Matteo, il Signore ci ha spiegato come avverrà il giudizio universale: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria a giudicare tutti i popoli».
Ci ha anche detto in base a cosa tutti i popoli - così come ciascuno di noi - saremo giudicati: in base all’amore che avremo avuto per i fratelli. Ogni cosa che avremo fatto ai nostri fratelli - nel bene o nel male - l’avremo fatta a Gesù stesso.
Dunque, Gesù ci racconta come avverrà il giudizio finale. Questo giudizio finale avverrà alla fine di tutta la storia. Tuttavia, la Chiesa insegna che, al momento della morte, ciascuno di noi affronta già un primo giudizio, detto giudizio particolare.
In questo, il Signore decide la nostra sorte eterna. Egli ci giudicherà decidendo se andremo all’inferno, in purgatorio o in paradiso. A questo punto potrebbe sorgere un’obiezione: se dopo la morte non esiste più il tempo, come possono esserci due giudizi, uno particolare e uno finale? E ancora, che senso ha pregare per le anime dei defunti, se esse si trovano già in una condizione definitiva?
Innanzitutto, occorre precisare che, prima del giudizio universale, le anime di coloro che sono morti non sono completamente fuori dal tempo, ma in qualche modo partecipano ancora alla nostra dimensione temporale. Vivono un tempo diverso dal nostro, un tempo che non conosciamo, che è un mistero.
Anche coloro che sono già nella beatitudine del paradiso vivono in questo tempo spirituale e la pienezza della loro gioia sarà raggiunta solo dopo il giudizio universale. Ecco, allora, l’importanza della nostra preghiera per coloro che ci hanno preceduto nell’aldilà.
La preghiera è un atto di misericordia. Come dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, visitare un malato o un carcerato sono opere di misericordia corporale, così - anzi, ancor più - la preghiera è un’opera di misericordia spirituale.
Mentre le opere di misericordia corporale si prendono cura del corpo, quelle spirituali si rivolgono all’anima, che è eterna. Possiamo dunque affermare con certezza - e San Tommaso d’Aquino lo conferma nella Summa Theologiae - che la preghiera rappresenta la forma più alta di misericordia.
La consolante certezza della risurrezione dopo la morte ci deve spingere a far sì che la nostra esistenza terrena sia il più possibile conforme al Vangelo, impegnandoci a stare dalla parte della vita in tutte le sue manifestazioni e sfumature.
Infatti, il sapore amaro della morte potrebbe insinuarsi nel nostro cuore e renderci corrieri di morte anziché testimoni della vita. A noi dunque evitare parole e atteggiamenti che finiscono con lo svuotare l’animo da ogni sentimento di compassione, di solidarietà, di bontà, di misericordia, tutte espressioni - queste - della vita divina di cui Gesù ci ha resi partecipi.
La vita terrena come cammino verso l’eternità
La vita è tensione, abbiamo sempre paura di perdere qualcuno e qualcosa, cerchiamo di difenderci perché vorremmo essere al sicuro dalle perdite e anche dalla perdita della mia vita perché il grande nemico è la morte.
Il Covid ha fatto fare a tutti un grande bagno di umiltà, il virus ha toccato tutti, scienziati, medici, politici, giovani e vecchi, poveri e ricchi e quel mito che noi avevamo di poter dominare tutte le cose, di controllare un po’ tutto, spiegare tutto con la scienza o con la tecnica e abbiamo capito invece quanto siamo fragili, siamo povere creature mortali.
Sappiamo che l’uomo è un impasto di polvere e di spirito, la polvere è la nostra carne debole e finché è attaccata allo Spirito di Dio, allora è forte ma se ci separiamo dallo Spirito di Dio, rimaniamo senza di Lui e la nostra umanità è mortale, corruttibile, si ammala, è continuamente esposta ad ogni minaccia ed ad ogni miseria.
Per questo Paolo, come abbiamo sentito dalla seconda lettura dice ai cristiani: “Cercate di accogliere lo Spirito di Dio in voi, perché se lo Spirito di Dio abita in voi, il Padre che ha risuscitato Gesù dai morti, darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo dello Spirito che abita in voi.”
Questo è il messaggio di questa liturgia! Abbiamo soltanto due alternative: vivere secondo la carne, ma chi semina nella carne prende corruzione e la carne cosa è? è vivere nella logica dell’avere, dell’apparire, del godere una vita effimera che è vapore di un istante.
L’altra scelta è vivere secondo lo Spirito e perciò raccogliere vita eterna. San Paolo dice: “Fate morire la carne: l’opera della carne è l’orgoglio” Se c’è una cosa da cui dovremmo distaccarci è proprio il nostro orgoglio che si erge in maniera presuntuosa sulla nostra polvere dicendo a Dio: io posso fare a meno di te.
Gesù dice invece: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Imparate da me che sono un piccolo! Gesù ha scelto la via della piccolezza che significa appoggiare la propria sicurezza sul Padre e il Padre da cui Gesù riceve tutto è stato la sua forza.
Noi dobbiamo continuamente scegliere tra l’infantilismo del nostro orgoglio che si pone al centro di tutto e la piccolezza di Gesù. E’ la via di Gesù la piccolezza perché la sua forza, il suo punto di appoggio è nella fedeltà del Padre che non lo ha abbandonato in potere della morte ma, reso morto nella carne dagli uomini, Gesù è stato reso vivo per sempre dallo Spirito del Padre che lo ha risuscitato.
Imparare ad affidarsi a Dio
È praticamente una vita, da quando sono adolescente, che mi domando come affrontare la morte. Intendo la mia morte. A essere più precisi è una vita, da quando sono adolescente, che allontano questa domanda, perché non so bene che cosa rispondere.
Sono stato aiutato ad affrontare la domanda sulla mia morte da alcune riflessioni del Vescovo che mi ha ordinato, il Card. Carlo Maria Martini, che non nascondeva la sua paura della morte. La morte - ho capito grazie a lui - si affronta con l’atto più alto della fede in Gesù.
La morte si affronta affidando, lungo tutta la vita, la mia persona al Padre. È infatti la fede e solo la fede che dà valore alla mia vita e alla mia morte. Si vive e si muore affidandosi a Dio! Anche la morte è un atto di affidamento.
Ma non bastano certo le parole, che pure aiutano a capire e a ordinare quanto viviamo, sperimentiamo e percepiamo. Dobbiamo anche vivere l’atto di affidamento nelle nostre sensazioni, nei sentimenti, nei pensieri, nei ragionamenti… nelle grandi decisioni di vita e nelle piccole scelte quotidiane.
Mi aiuta molto accompagnare persone alla morte e affidarle poi al Signore, come cerco di fare ogni volta che celebro un funerale. Molto mi hanno aiutato le esperienze della morte di mio papà e della morte (più recente) di mia mamma.
Credo che tutti possiamo crescere nella misura in cui ci viene dato di accompagnare i nostri cari, gli amici e tanti altri verso il, passo della morte. Credo che tutti possiamo crescere se impariamo a rendere sempre meno privato il cammino che porta alla morte.
Credo che tutti potremo crescere nella misura in cui impariamo a condividere il lutto che ci separa dai nostri cari defunti. Perciò è importante ritrovarci qui, al cimitero, in luogo gestito nella dimensione civile (cioè dal Comune e non dalla Parrocchia, o Chiesa), ma comunque luogo sacro.
La morte e la vita si affrontano insieme, soprattutto nella Chiesa, imparando insieme ad affidarci, allenandoci nell’affidarci gli uni gli altri, per imparare ad affidare totalmente la nostra vita solo a Dio.
Ogni giorno è una chiamata
Rileggo così il Vangelo di oggi. Siamo incitati ad ascoltare la voce di Gesù. Lui ci chiama. Tutta la vita può essere vista come una continua risposta a Gesù che ci chiama per seguirlo.
La nascita è una chiamata, la presenza di persone care sono una chiamata all’amicizia, all’accoglienza, all’amore…, la scelta di vita è preziosa se vista come vocazione, come risposta alla chiamata di Dio, anche le prove come le malattie o i fallimenti sono chiamate a testimoniare sempre la fede e l’amore.
La morte è una di queste chiamate, probabilmente non l’ultima. Noi sappiamo che il Signore continuerà a chiamarci, sentiremo sempre la sua voce, potremo godere sempre della sua presenza, insieme a quella di tutti i nostri cari, con i santi e tanti uomini e donne che hanno resa bella la nostra vita.
Questa è la vita eterna. Lui, Gesù, ci chiamerà sempre, per poter sempre costruire un dialogo di amore e di amicizia con Lui. E noi, in forza della sua potenza, potremo sempre rispondere, se lo vorremo.
Questa risposta a Gesù è la vita eterna. Ecco allora come possiamo prepararci alla morte. Imparando e allenandoci a rispondere a Gesù.
Rispondendo a Lui tutte le volte che ci chiama. E ci chiama tante volte: alla preghiera, all’incontro con Lui nei sacramenti, al servizio, al farci vicini a chi è solo o arrabbiato, a consolare chi piange, a… ognuno ha le sue infinite chiamate.
Il cimitero, luogo di verità e di speranza
Oggi i cimiteri sono la meta di moltissimi. In mano un mazzo di fiori da deporre su di una tomba in segno di stima e affetto, un cero da accedere in segno di fede in Cristo, luce del mondo che ha vinto la morte.
Cimiteri, parola di derivazione greca che vuol dire - luogo del riposo - e che non è il luogo del riposo per sempre dopo la lunga fatica dell’esistenza, ma il luogo dove riposano le spoglie mortali in attesta della risurrezione della carne: della carne, perché l'anima spirituale non perisce.
Luoghi tombali santi perché raccolgono le spoglie di coloro che sono stati tempio dello Spirito Santo, e luoghi tombali non santi perché racchiudono le spoglie di chi non volle amare Dio. Tanta gente oggi non rinuncia a trovare un po' di tempo per rendere un omaggio ai propri defunti.
C’è chi va per ricordare e ritrovarsi nei ricordi. C’è chi fa il passo di spingersi a meditare come tutto l’affannarsi degli uomini si concluda ineluttabilmente e il ricordo di loro si perda tra i vivi, anche se un libro, uno spezzone cinematografico qualche volta ne riesumerà il ricordo.
C’è chi, animato da fede, riafferma nel suo cuore che la morte non è l’ultimo evento dell’uomo, perché la risurrezione romperà le sbarre della morte, già vinta da Cristo. C’è chi prega per i defunti e anche i defunti per averne aiuto.
C’è chi si impegna a riconciliarsi con gli altri e a vivere santamente la propria vita. C’è chi pensa che è necessario prepararsi alla morte, non intesa come fatto lugubre, ma come evento di crescita in Cristo, se vissuta in unione alla passione di Cristo.
C’è chi considera che la morte, come una lampada accesa, è posta al termine della vita perché essa ne sia rischiarata. C’è chi loda il Signore per “sora nostra morte corporale”, in uno sguardo che, non abolendo la tristezza propria del morire, la supera perché essa ci fa entrare nel gaudio eterno del cielo.
Tanti passi davanti alle tombe. Tanti passi che sono tante soste di riflessione e di orientamento verso ciò che è valido nella vita. I cimiteri sono luoghi di profonda verità, non hanno illusioni da dare, neppure il fasto di tante tombe regala illusioni.
Nei cimiteri si diventa più veri, più umili. Tombe belle, sacelli ricchi di marmi, tombe appena accennate sul terreno, ma tutte tombe. Tutti sono giunti alla medesima meta con la quale non si conclude tutto, ma comincia tutto.
Noi lo crediamo, Cristo, nell’ultimo giorno, pronuncerà la parola: “Risurrezione”. Il nulla non l’otterranno mai gli operatori del trionfo della morte; ma, al contrario, Cristo ridurrà al nulla la morte, facendo trionfare in assoluto la vita, nella risurrezione.
Vivere nell’amore che prepara all’eternità
Vorrei invitarvi oggi a prendere su di voi il giogo di Gesù. Gesù ha detto:” Il mio giogo è leggero, il mio carico non è pesante.” Il suo giogo è l’amore.
Dobbiamo imparare dal cuore di Gesù che è un cuore che ama, che ama Dio e ama i fratelli. Amare Dio, lo dicono tutte le religioni, la novità cristiana è amare Dio Padre o meglio lasciarsi amare dal Padre, affidandoci a Lui.
Amare il prossimo. Tutte le religioni più o meno lo dicono, la novità cristiana è amare il prossimo come Gesù ha amato, fino a dare la vita per gli amici, amare il prossimo perché è Gesù.
Un canto che veniva spesso eseguito in passato nelle nostre assemblee liturgiche diceva: “Quando busserò alla tua porta avrò ceste di dolore, avrò grappoli di amore”. Con queste parole si voleva alludere all’importanza di vivere il tempo della vita come preparazione all’eternità, preparando dei doni da offrire, che consistono proprio nelle opere di misericordia verso i poveri, i piccoli.
La consolante certezza della risurrezione dopo la morte ci deve spingere a far sì che la nostra esistenza terrena sia il più possibile conforme al Vangelo, impegnandoci a stare dalla parte della vita in tutte le sue manifestazioni e sfumature.
Fin che siamo su questa terra, sorelle e fratelli carissimi, dedichiamoci dunque ad intrecciare relazioni buone con tutti e a vivere felici, amando e perdonando. Facciamo in modo di non spegnere mai quell’insaziabile desiderio di infinito che alberga nel nostro cuore e che trova il suo compimento in Dio.
Non esitiamo a far prevalere la forza luminosa dell’amore, nel quale risplende già un anticipo della vita eterna. L’amore è l’unica vittoria sulla morte, è l’unica modalità di vita che ci mette nelle memoria eterna di Dio che vince il tempo, che custodisce le nostre vite umane in quella vita di Dio che chiamiamo il Paradiso.
Una memoria vissuta nella famiglia e nella comunità
Davvero bella in tal senso la proposta della Fondazione Tutto è vita di celebrare in famiglia la festa dei morti per riscoprire il volto benefico dell’aldilà, piuttosto che come luogo popolato da mostri e fantasmi.
Il momento festoso di ricezione dei doni potrebbe essere associato a momenti di ricordo e narrazioni familiari con foto e oggetti che veicolino il rapporto con i cari defunti. Anche condurli al cimitero, potrebbe essere un’occasione di introduzione al mistero come incanto.
Celebrare la festa dei morti ci ricorda che siamo pellegrini sulla terra, in cammino verso la patria del cielo dove potremo ritrovare i nostri cari e vivere per sempre con loro nella gloria del Padre.
Una persona detenuta mi ha scritto recentemente una lettera per parlarmi di un segno di speranza che ha acceso una luce nella sua cella, rappresentato da una lettera ricevuta da suo figlio, con cui da tempo si erano interrotte le relazioni.
Ecco le sue parole: “Pur sradicato dalla mia matrice sociale, impossibilitato a un puro e semplice ritorno, percepisco in questi fatti “Lui” (Gesù) che accade, Lui che non giudica ma accoglie, Lui rispettoso della legge seppur iniqua degli uomini ma ti sostiene, Lui che ti raggiunge attraverso il cuore disponibile dell’altro”.
L’amore possiede un’intuizione che gli permette di ascoltare senza suoni e di vedere nell’invisibile. Ci consola sapere che non esiste la distruzione completa di coloro che muoiono, e la fede ci assicura che il Risorto non ci abbandonerà mai.
Così possiamo impedire alla morte di avvelenarci la vita, di rendere vani i nostri affetti, di farci cadere nel vuoto più buio.
Il dono dell’amore oltre ogni attaccamento
Sofia una piccola bambina di sette anni morì pochi giorni dopo aver ricevuto la bambolina che sognava da tanto tempo. Scesero gli angeli del Signore per portare in cielo questa piccola e pura creatura.
Arrivati alla dogana divina Pietro non volle sentire ragioni. Poi le indicò la cesta degli oggetti non permessi e soggiunse: “Vedi tutta questa roba? Non sai quante lacrime ho visto, ma nessuno è riuscito a farmi cambiare idea”, concluse avanzando e sollevando leggermente il mento in segno di fierezza.
Sofia forse più cocciuta di Pietro, incrociò le braccia tenendo stretta la bambola e disse: “O insieme a lei o non entro”. La disputa durò per un po’ e si radunarono attorno a loro non pochi santi.
Maria si avvicinò allora a Sofia, si chinò verso di lei, la prese per mano e camminando con lei lontano dalla folla le disse: “Vieni tesoro tieni pure la bambola vieni ti voglio presentare un amico”.
Mentre camminavano Maria spiegò a Sofia che questo primo incontro con l’amico Gesù sarebbe stato bene che avvenisse senza la presenza di terzi. Arrivate all’angolo di una strada Maria disse a Sofia: “Adesso farai tre passi poi guarderai a destra lì vedrai Gesù, ti sta aspettando”.
Sofia fece tre passi si girò a destra si fermò per un istante. La mano lasciò istintivamente la presa, la bambola cadde per terra e Sofia volo verso Gesù.
Aiutaci Signore ad accogliere il tuo amore per imparare a aprire la mano e a tenderla verso i nostri fratelli e sorelle più piccoli, allora potremo avere tesori in cielo dove ladri non scassinano né rubano, dove tarma e ruggine non consumano.
Una speranza più forte della paura
Il tema della morte è un tema che viene esorcizzato pesantemente dalla nostra cultura, salvo riproporcelo quotidianamente attraverso il telegiornale. Un tema che viene esorcizzato perché, parlare della morte, è politicamente scorretto, ma è centrale perché il fatto che moriremo rimane uno dei pochi dati certi della nostra vita.
Non abbiamo certezze su tutte le cose che possiamo vivere e fare, ma abbiamo questo dato certo: moriremo. E vivere questo come un momento da cancellare, non fa bene da un punto di vista dell’igiene personale spirituale, e non rende verità all’annuncio evangelico perché Gesù è venuto proprio perché noi “abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza”.
Questo è il paradosso del cristianesimo: Gesù è venuto a dirci: “Vi do la vita attraverso la morte”. Fin dall’inizio della Chiesa, infatti, il battesimo era visto come un percorso di morte e di risurrezione.
Il fonte battesimale era con degli scalini che permettevano di entrare in una vasca, dove il catecumeno veniva immerso proprio per significare che moriva al peccato per risorgere a vita nuova.
“Ecco io faccio nuove tutte le cose” dice Gesù, ed è una vita in un regno diverso: “Vidi un cielo nuovo ed una terra nuova, il cielo e la terra di prima erano scomparsi ed il mare non c’era più”.
Abbiamo quindi a che fare con un qualcosa che trascende questa nostra dimensione, non possiamo ridurre tutto all’immanenza, alla nostra vita terrena, perché diventa intelligibile e invivibile.
Le beatitudini ci danno questo senso dell’incompiutezza, manca sempre un pezzo; anche nella nostra vita manca sempre un pezzo: o riusciamo vedere la morte come un passaggio ad una pienezza, oppure questa diventa uno spettro che opprime con la paura la nostra vita; la nostra vita sarebbe segnata e dominata dalla paura.
Gesù Cristo è venuto a riscattarci dalla morte e dalla paura della morte facendoci vedere i beni che ci vengono dati in pienezza, non qui, non ora, ma in pienezza, e questo è il cammino della fede; la fede, infatti, è il contrario della paura.
La testimonianza di una fede viva
Questo modo di vivere dipende da una fede vera: se crediamo veramente che dopo questa nostra vita ce ne sia un’altra, perché se ne siamo profondamente sicuri, la morte non è più quel grande dramma e riusciamo a dare tante risposte ai perché della nostra vita.
È morto il papà e facciamo più festa. Non sono esattamente i nostri concetti.
Mi sono trovato, insieme ad altri sacerdoti, tra il carro funebre e le monache. Era una giornata piena di sole, e il sole si rifrangeva sul vetro posteriore del carro funebre, si vedevano soltanto dei fiori bianchi.
Guardavo la macchina con i fiori dentro, il sole forte sul vetro, le monache che sorridevano e piangevano. Vi devo dire che le guardavo con invidia perché sembrava dicessero alla loro consorella: “Te ne vai con lo sposo, beata te”.
Invidiabile questa naturalezza di fronte alla morte: un uomo che avevano alzato, lavato e vestito per anni, a cui erano tutti affezionati e con il quale avevano condiviso la preghiera e la vita in un eremo per anni, eppure la sua morte è vissuta come un evento normale.
Carissimi fratelli e sorelle, questo modo di vivere dipende da una fede vera: se crediamo veramente che dopo questa nostra vita ce ne sia un’altra, perché se ne siamo profondamente sicuri, la morte non è più quel grande dramma e riusciamo a dare tante risposte ai perché della nostra vita.
La carità come preparazione all’incontro con Dio
Amare Dio, lo dicono tutte le religioni, la novità cristiana è amare Dio Padre o meglio lasciarsi amare dal Padre, affidandoci a Lui. Amare il prossimo. Tutte le religioni più o meno lo dicono, la novità cristiana è amare il prossimo come Gesù ha amato, fino a dare la vita per gli amici, amare il prossimo perché è Gesù.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci invita a meditare sulle opere di misericordia corporale alle quali la tradizione cristiana ha aggiunto quelle di carattere spirituale. Pregare Dio per i vivi e per i defunti è una di esse.
Con queste parole si voleva alludere all’importanza di vivere il tempo della vita come preparazione all’eternità, preparando dei doni da offrire, che consistono proprio nelle opere di misericordia verso i poveri, i piccoli.
Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico.
Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana.
Una preghiera per tutti i defunti
La commemorazione di tutti i fedeli defunti, ci invita a pregare per coloro che ci sono più cari, per quanti sentiamo più vicini, ma anche per tutti i defunti, soprattutto per le anime del purgatorio, perché possano presto raggiungere la pace nella comunione dei santi.
Chiediamo, allora, il dono dello Spirito Santo, affinché allontani da noi ogni dubbio sull’esistenza dell’aldilà - quei dubbi che talvolta ci turbano, ci spaventano, ci gelano il cuore.
Domandiamo che lo Spirito faccia crescere in noi la fede: la fede che la vita terrena è solo l’inizio di quella definitiva, e che impariamo a vivere ogni istante illuminati dal destino eterno che ci attende.
Infine, chiediamo di comprendere sempre più che il bene compiuto verso i nostri fratelli, sulla terra e nell’aldilà, ci prepara a comparire davanti a Gesù nel giorno del giudizio universale, senza timore, ma nella fiducia e nella gioia di essere accolti dal suo amore.
Chiediamo al Signore questa capacità di non distaccarci da Lui per poter fare si che nulla ci separerà dall’amore di Dio in Cristo Gesù e nulla ci separerà da quelli che Dio ama, i nostri defunti per primi.
Intercedano per noi Tutti i Santi del cielo e Tutti i Fedeli Defunti. E così sia!
