Cristo di legno del santuario: origine, materiali, leggende e devozione

Il Cristo ligneo conservato nei santuari è un’opera d’arte, un’immagine devozionale e, in molti casi, il centro di tradizioni leggendarie tramandate per secoli. La sua storia può riguardare la provenienza del legno, la tecnica di scolpitura, i miracoli attribuiti alla statua, i trasferimenti prodigiosi e il rapporto con il luogo sacro che la custodisce.

Non esiste una risposta unica sulla materia della Vera Croce o sui legni impiegati nei diversi crocifissi venerati nei santuari. Le fonti distinguono infatti tra la reliquia della croce di Cristo e le numerose immagini lignee realizzate in epoche successive, ciascuna con una propria storia artistica, religiosa e locale.

Di quale legno era la Vera Croce?

Se lo sono chiesto da secoli, fin dall’inizio del cristianesimo, i primi padri della chiesa, studiosi antichi e moderni, e molti altri insigni personaggi, ma la risposta non è ancora chiara. La gran quantità di frammenti che ci sono nel mondo di diverso colore e di diversi legni e le opinioni discordanti di illustri autori sono tutti fattori che portano ad una gran confusione.

Il venerabile Beda (santo e dottore della Chiesa, VII secolo) sosteneva che la croce era formata da quattro tipi diversi di legno: l’iscrizione (titulus crucis) di bosso, il palo (stipes) di cipresso, traversa orizzontale (patibulum) di cedro, e la parte al di sopra dell’iscrizione di pino. Altri autori scendevano a tre ed il tipo di legno poteva variare.

E nella Gerusalemme del XII secolo, il fatto che la croce fosse stata formata da diversi tipi di legno era ancora una convinzione generalmente accettata. Con l’andare dei secoli le opinioni cominciarono a cambiare.

Le ipotesi degli studiosi

Giusto Lipsio, umanista e filologo fiammingo del secolo XVI, affermò che la Vera Croce era formata da un solo tipo di legno, di rovere, perché quest’albero è comune in Giudea, è solido e appropriato all’uso. Il gesuita e teologo Gretser (sec. XVI) invece, esaminò alcune reliquie della Vera Croce insieme ad altre persone e disse che, anche se non era facile stabilire di che legno fossero, pero in nessun caso potevano essere di rovere.

Le opinioni più recenti convergono tutte nell’affermare che il legno usato era solo uno. Ma quale? Il fatto che la Vera Croce si fosse conservata per ben tre secoli fino alla sua scoperta da parte di Sant’Elena, ha fatto pensare a che si potesse trattare di legno di cedro, quello più incorrutibile, e allo stesso tempo, presente in Giudea.

Però il cedro è un legno di lusso, tanto è così che fu usato da Salomone per la costruzione del tempio e anche da Giustiniano, nel VI secolo, in una delle magnifiche chiese dedicate alla Vergine. Un’altra possibilità è che fosse di pino, o altre conifere, che si usavano per fini meno nobili.

Le analisi dei frammenti

I frammenti della Vera Croce di Santa Croce in Gerusalemme di Roma, del Duomo di Pisa, di Firenze e di Notre Dame di Parigi, sono stati analizzati al microscopio nel secolo XIX e a quanto pare, tutti sono di legno di pino.

C’è da dire che queste reliquie hanno storie diverse che non hanno niente in comune salvo la loro possibile origine. Quindi potrebbe essere abbastanza logico pensare che la vera croce fosse stata di pino, presente anch’esso in Giudea.

Un’altro frammento molto grande della Vera Croce, quello di Santo Toribio de Liébana (Spagna) fu analizzato nel 1959 dall’Istituto di Scienze Forestali di Madrid e dichiarò che si trattava di cipresso orientale, una conifera strettamente imparentata al pino.

Però, dopo la scoperta nel 1968 a Giv’at ha-Mivtar, vicino Gerusalemme, di un sepolcro con i resti di una persona crocifissa fra il 6 ed il 65 d.C., avendo anche rinvenuto un osso della caviglia con un chiodo conficcato, potremmo cambiare ipotesi, perché nel chiodo sono stati trovati delle particelle di legno di ulivo. Quindi esiste la possibilità che anche la croce di Cristo fosse di legno di ulivo.

IpotesiElementi collegati
CedroLegno ritenuto incorruttibile e presente in Giudea
PinoFrammenti analizzati al microscopio nel secolo XIX
Cipresso orientaleFrammento di Santo Toribio de Liébana analizzato nel 1959
UlivoParticelle trovate in un chiodo del sepolcro di Giv’at ha-Mivtar
Frammenti lignei della Vera Croce

Il significato simbolico dei diversi legni

Ma perché per secoli si è pensato che la croce fosse stata formata da diversi tipi di legno? Perché si è voluto dare un significato simbolico al legno di Cristo allacciandolo, allo stesso tempo, alla tradizione veterotestamentaria cercando così una continuità con la stessa.

Questo simbolismo e questa continuità ci sono stati tramandati da molti scritti e leggende medievali, nelle loro differenti versioni. Quanto al legno, sappiamo che il cedro è incorrutibile, quindi sta a significare la vita eterna, il cipresso simbolizza la morte e l’ulivo l’alleanza con Dio (pensate al ramoscello di ulivo portato dalla colomba a Noè, dopo il diluvio universale) e quindi la pace.

In alcune altre versioni uno dei quattro legni della croce è anche la palma, che simboleggia la risurrezione. Poi altri riferimenti biblici: l’albero della vita e l’albero della conoscenza del giardino dell’Eden (Gn. 2,9) nonché la ‘gloria del Libano’ - il cedro - insieme a cipressi, olmi e abeti sorgeranno nel santuario divino della Nuova Gerusalemme (Is. 60,13), o la Gerusalemme Celeste, intesa come il regno di Dio.

La leggenda dell’albero della Croce

Dal Vangelo apocrifo di Nicodemo, ripreso poi da Jacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea, apprendiamo che Seth, figlio di Adamo, va fino alle porte del paradiso terrestre per chiedere all’arcangelo Michele ‘l’olio della misericordia’ con il quale ungere il padre, che era in punto di morte, per redimerlo e salvarlo.

L’arcangelo risponde che l’olio sarebbe stato concesso dal figlio di Dio nel momento della sua venuta (ossia dopo cinquemila e cinquecento anni) ma gli da un ramicello da piantare sulla tomba di Adamo dopo la sua morte. Quando torna, Adamo è già morto e Seth pianta il ramicello sulla sua tomba.

Questo ramicello cresce e diventa un albero forte e rigoglioso e dura nientedimeno che fino all’epoca di Salomone. Secondo la ‘Leggenda di Adamo ed Eva’, non è un ramoscello che l’angelo da a Seth, ma tre semi: di cedro, di olivo e di cipresso, che simboleggiano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, rispettivamente, da mettere sotto la lingua di Adamo.

Le tre verghe di Adamo e Mosè

Da questi semi nacquero tre ‘verghe’, che durarono fino all’epoca di Mosé. Questi, mentre conduceva il popolo d’Israele verso la terra promessa, fu esortato dallo Spirito Santo a tagliare le tre verghe nate dalla bocca di Adamo e di portarle con sé.

E così fece. Le avvolse in un drappo bianco e ben presto scoprì che facevano miracoli: curavano dalle malattie o dal morso delle bestie velenose ed altri miracoli ancora per dimostrare la potenza di Dio padre.

Nonostante ciò, i figli d’Israele non sapevano riconoscere la potenza di Dio. Poi venne a mancare l’acqua e Mosé, con le verghe, la fece scaturire da una pietra, ma neanche così il popolo d’Israele glorificò Dio.

Così Dio, arrabbiato, disse a Mosé che non sarebbe mai entrato nella terra promessa. Quando arrivò nella Valle d’Hebron, piantó le verghe e morì poco tempo dopo.

Dalle verghe al tempio di Salomone

Le verghe rimasero in quel luogo per mille anni, fino al regno del re Davide. Questi, anche lui avvisato dallo Spirito Santo, si recó nella Valle d’Hebron, prese le verghe e le portò a Gerusalemme.

Toccando con le verghe gli ammalati li guariva e Davide, vedendo tanti miracoli, le fece mettere in una cisterna, vigilate giorno e notte, vicino alla sua torre. E lí rimasero per 30 anni e diventarono un bellissimo bordone.

Poi venne Salomone, e volle utilizzarlo per la costruzione del tempio. E qui la storia si ricongiunge a quella ripresa nella Leggenda Aurea.

Come dicevamo, Salomone vuole impiegare questo legno per la costruzione del tempio ma il legno sembra avere vita propria e, in poche parole, si ribella, come se fosse quello usato per Pinocchio.

Il ponte sul fiume Kedron

Così viene posto sul fiume Kedron per servire da ponte. In questo posto ha luogo l’incontro fra la regina di Saba e Salomone.

In quel momento, la regina di Saba ha una visione: quel legno sarà utilizzato per uccidere il Messia e gli ebrei saranno puniti con la distruzione del regno d’Israele.

Quindi invece di passare sul tronco-ponte, si inginocchia per adorarlo. Salomone, spaventato, fa sotterrare quel legno ‘nelle profondissime viscere della terra’.

La piscina probatica e il compimento della missione

E quando tutto pare dimenticato, dopo mille anni il legno riappare nella piscina probatica, o di Bethesda (scavata dove era stato gettato il legno), che veniva utilizzata dagli ebrei per lavare gli animali prima del loro sacrificio e dove ogni tanto scendeva l’arcangelo Michele, rimuoveva le sue acque e questo faceva sì che si curasse il primo che si nell’immergeva nella stessa (cfr. Gv. 5,2-4).

Ma il miracolo avveniva anche per la presenza del tronco. Gli ebrei vedono il tronco galleggiare e decidono di utlizzarlo per farne la traversa orizzontale della croce di Cristo.

E in quest’occasione, il legno non si ribella, perché finalmente potrà compiere la sua missione. La croce viene così inserita in una narrazione che unisce l’albero della vita, la storia di Adamo, le profezie veterotestamentarie e la morte redentrice di Cristo.

Albero della vita e Croce di Cristo

Il Golgota e il teschio di Adamo

E la croce viene piantata su una collinetta a forma di teschio, per questo motivo chiamata Calvario o Golgota, che vuol dire, appunto, teschio.

Questo è uno dei motivi per cui possiamo vedere un teschio ai piedi della croce in molti quadri raffiguranti la crocifissione. Ma non solo: il nome di questo toponimo volle che nella letteratura cristiana ci fosse quest’associazione con il primo uomo, visto che la croce, secondo la tradizione fu fatta con il legno dell’albero della vita che nacque sulla tomba di Adamo.

La simbologia è chiara: il sangue di Cristo redime gli uomini dal peccato, cominciando dal primo uomo-peccatore. Il teschio, quindi, è quello di Adamo, perché lí fu dove Adamo fu seppellito. E così il circolo si chiude.

Il Crocifisso ligneo di Numana e Sirolo

Secondo la tradizione, il SS Crocifisso proviene dalla Terra Santa e fu realizzato dall’Evangelista Luca e da San Nicodemo che, con Giuseppe d'Arimatea, depose dalla croce e diede sepoltura al corpo di Cristo.

Il Crocifisso fu scolpito a mano in legno di cedro, secondo le sembianze di Gesù e una volta terminato, venne custodito nell'abitazione di un ebreo ma, poco tempo dopo, l’opera venne scoperta e danneggiata.

“Si narra che venne scaraventato a terra e coperto di ingiurie e bestemmie oltrechè forato il petto con ripetuti colpi e dal quale sgorgò per miracolo copioso sangue, prontamente raccolto dagli sbigottiti persecutori in bacinelle e portato in Sinagoga dove venne usato per guarire infermi ivi ben presto convenuti e testimoni del fatto oltrechè narratori furono i santi Attanasio e Giovanni Damasceno”.

Così si racconta nella "Relazione Istorica del Crocifisso di Umana" risalente al 1800 e opera di Don Carlo Piergentili, che accenna ad una ampolla contenente il suddetto sangue e conservata a Costantinopoli fino al 1204 e fatta inviare a Venezia dal Doge Enrico dopo che questi ebbe saccheggiato Costantinopoli e dove sembra sia ancora conservata nella Chiesa Ducale di San Marco.

Il viaggio verso Numana

Un percorso avvincente condusse il simulacro fin qui: Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero, venuto a conoscenza dei suoi poteri prodigiosi decise di portarlo in dono a Papa Leone III ma una tempesta durante il viaggio lo costrinse a cercare riparo nel porto di Numana e ad abbandonare la preziosa reliquia presso la chiesa di San Giovanni Battista.

L'Imperatore nel frattempo, per urgenti ragioni diplomatiche, fu costretto a raggiungere la Lombardia e successivamente la Francia dove morì nel 814 d.C. Il Crocifisso, dopo la sua morte, rimase a Numana dimenticato dai suoi successori.

Nell'anno 846 d.C. Numana fu funestata da terremoti di notevole entità, che distrussero gran parte delle abitazioni ed anche la Chiesa di S. Giovanni cosicchè il Crocifisso fu disperso in mare.

Nel 1294 alcuni pescatori Numanesi lo trovarono e, una volta liberato dai detriti che lo ricoprivano, lo portarono in una cappella risparmiata dal terremoto in prossimità delle mura di cinta del paese, all'altezza degli attuali resti della "Torre" e lì vi rimase sino al 1566.

A causa della decadenza di Numana, e per la floridezza del vicino castello di Sirolo dove i pellegrini trovavano ospitalità, il Crocifisso fu chiamato “di Sirolo” mentre in precedenza, come si rileva da alcuni documenti, era detto “Crocifisso di Numana”.

Famoso è il detto dialettale della gente del luogo: "Se vai a Lureto e nun vai a Scirolo vedi la Madre ma nun vedi el Fiolo" (Se vai a Loreto e non vai a Sirolo, vedi la Madre e non vedi il Figlio) riferito appunto al Crocifisso e alla Madonna di Loreto.

L’aspetto del Cristo

L’aspetto del crocifisso è quello del Cristo trionfante, senza corona di spine e senza aureola, ma con una corona regale in testa, il Cristo re.

È inoltre un Gesù giovane e senza barba e con un lungo drappo (perisonium) sino alle ginocchia, mentre la croce nera ed il titolo (INRI) sono di altra origine.

Oggi è custodito nell’omonimo Santuario collocato nella piazza principale di Numana.

Il Cristo ligneo di Monte Berico

Giovedì 23 gennaio alle 18, nella Sala del Quadro della Basilica di Monte Berico, si terrà la conferenza dedicata al recente restauro del prezioso crocifisso quattrocentesco, oggetto di grande devozione e una delle più antiche testimonianze artistiche presenti al Santuario mariano.

La presentazione scientifica è a cura di Francesca Meneghetti, Rita Bonazzi e Florindo Romano, funzionari responsabili della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, con il coinvolgimento della restauratrice Francesca Mariotto.

Intervengono padre Carlo Maria Rossato, rettore del santuario e priore del convento, Ilaria Fantin, assessore alla cultura, al turismo e all'attrattività del Comune di Vicenza, don Enrico Posenato, direttore dell’Ufficio beni culturali della Diocesi di Vicenza, e Valeria Cafà, direttrice dei Musei civici di Vicenza.

Modera il confronto Agata Keran, curatrice del Museo d’arte sacra di Monte Berico.

Il valore artistico e devozionale

«La restituzione del crocifisso, risalente al quattreocento, dopo il restauro è un momento significativo per la storia del Santuario di Monte Berico - commenta Ilaria Fantin, assessore alla cultura, al turismo e all'attrattività del Comune di Vicenza -.

L'opera, di proprietà del Comune, oltre ad avere un valore artistico rilevante, testimoniato anche dal finaziamento da parte del Ministero della cultura e dalla collaborazione della Soprintendenza, ha anche un significato devozionale.

Infatti l'epoca della realizzazione dell'opera coincide con le apparizioni della Madonna a Vincenza Pasini che hanno determinato poi l'edificazione della chiesa poi diventata Santuario.

E quindi si configura come un'iniziativa artistico-culturale direttamente collegata con l' "Anno Giubilare Mariano e della Rinascita" che ci apprestiamo a celebrare nel 2026»

«È davvero una grande gioia aver accolto, dopo un anno di lavori, il Crocifisso tanto pregato dai pellegrini nel corso dei secoli - sottolinea padre Carlo Maria Rossato, rettore del santuario e priore del convento -.

La sensibilità nei confronti di questo tesoro d'arte e di devozione, radicato nel cuore della diocesi, mostra la qualità della tutela, non solo materiale, svolta dalla nostra Soprintendenza.

Al contempo, indica quanto sia importante per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio artistico un'azione congiunta di tutte le istituzioni di riferimento, garanti e custodi di una testimonianza da consegnare ai posteri»

Il restauro del crocifisso

Il restauro del Crocifisso conservato nella Penitenzieria del Santuario di Monte Berico è avvenuto nell’arco di un anno, a partire da novembre 2023, grazie al totale finanziamento dell’intervento da parte del Ministero della Cultura.

I fondi sono stati stanziati tramite la legge 190/2014 nell’ambito del programma degli interventi 2022-2024: per un complessivo importo di 135.180 euro, la Soprintendenza ha sostenuto interventi di diagnostica e restauro su dieci sculture lignee vicentine a rischio deterioramento.

Tra esse, il Cristo conservato a Monte Berico, di proprietà del Comune di Vicenza e affidato ai padri Servi di Maria, che lo custodiscono nell’ambiente della Penitenzieria, rappresenta un bene di grande rilevanza.

Se confermato dagli studi in corso, esso potrebbe essere collegato al primitivo sito ecclesiastico quattrocentesco, sorto nel 1428, in seguito alle apparizioni della Madonna a Vincenza Pasini.

Documentato nel XVIII secolo nei portici che collegano la città al celebre santuario, il Crocifisso necessitava di un intervento di consolidamento della pellicola pittorica deteriorata, oltre che di una generale pulitura e del risarcimento di diverse parti ammalorate o lacunose.

Il restauro, ad opera di Francesca Mariotto di Verona, è stato condotto dopo alcune indagini diagnostiche che hanno permesso di accertare lo stato del supporto ligneo e della pellicola pittorica, con radiografie condotte dal tecnico diagnosta Florindo Romano della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza.

I lavori sono stati diretti dal funzionario storico dell’arte Francesca Meneghetti, che per la Soprintendenza ha svolto il ruolo di responsabile unico di progetto per tutto il cantiere sulle sculture lignee vicentine, con la progettazione e direzione operativa del funzionario restauratore Rita Bonazzi.

La storia documentaria

Il Corcifisso martedì 6 novembre è stato ricollocato nella sua consueta sede. Esso appartiene al nucleo di “primizie” risalenti al primo cinquantennio dopo la fondazione del Santuario, avvenuta nel 1428.

Sul piano documentario, risulta però incerta l’ubicazione originaria dell’opera. La lettura di alcune fonti d’archivio ha spinto gli studiosi Davide Maria Montagna e Aristide Dani a ipotizzare il nesso con un altare quattrocentesco, non più esistente, realizzato tra il 1458 e il 1459.

Il committente sarebbe un certo Gaspare detto Testa del fu Girardo, di mestiere carbonaio (Gabrielli - Viriti 1704), originario “de Alemania” e al tempo “abitante nel monastero di S. Maria del Monte Berico di Vicenza” (Prina 1741), quindi di fatto un oblato o domestico, e che con un donativo terriero, prima mediante un atto notarile inter vivos nel 1452 e poi con il testamento del 14 settembre 1455, avrebbe reso possibile la costruzione della cappella “sub vocabulo Crucifixi pro anima ipsius testatoris” (Montagna 1963; Dani 1984).

Le fonti non menzionano, invece, la presenza del crocifisso ligneo all’interno di questa cappella, smantellata dopo il 1733 (Rumor 1911, p. 235). Oscura rimane anche la dinamica del presunto trasferimento dell’opera dalla chiesa ai Portici, il cui cantiere inizia nel 1746.

La prima notizia certa legata espressamente al crocifisso risale al 1747, quando i presidenti della fabbrica dei Portici chiedono al marchese Luigi Sale di donare “l’antico Capitello detto del Crocifisso”, ottenendo il suo placet con la condizione “di colocare, cioè, in conveniente sito l’immagine venerata dei Crocefìsso, ora esistente nel Capitello” (Rumor 1911, p. 140).

In assenza di notizie più puntuali, resta comunque un forte dubbio se si tratta del medesimo manufatto o di due differenti crocifissi.

Manca un fondamentale tassello per capire come mai e in che data la famiglia Sale avrebbe potuto acquisire un’opera di tale portata devozionale per un capitello devozionale documentato già nel XVII secolo, descritto come cappellina “del Ss. Crocefisso tutta spalierata de voti offerti da benefiziati” (Barbarano de’ Mironi V/1761, p. 329).

Dopo la concessione del “capitello” da parte del marchese, le informazioni diventano sempre più dettagliate e ci portano a scoprire la traslazione prima al 28° portico (Disconzi 1800) e poi in corrispondenza del raccordo tra i due bracci del porticato, detto non a caso “del Crocifisso”.

Dopo la costruzione della Penitenzieria, il venerato crocifisso viene introdotto nel nuovo ambiente come segno tangibile di una continuità con le origini del Santuario.

Restauro di un crocifisso ligneo

Il Signorù del Santuario di Bianzano

Enorme, inquietante e non rassicurante come invece dovrebbe essere la figura del Cristo. E’ il Signorù, un’imponente statua di oltre due metri che ha terrorizzato generazioni di bambini della valle, è finita sottoterra e poi riesumata ed oggi è il simbolo del Santuario di Bianzano, da cui ogni anno in processione raggiunge la chiesa di San Rocco.

Ma non si tratta dell’unico elemento misterioso…. Lo chiamano Signorù in bergamasco, il Signorone.

Una statua di inizio Novecento ricavata da un unico pezzo di legno scolpito raffigurante Gesù, che si trova nella nicchia della chiesa di Santa Maria Assunta edificata nel 1234.

La leggenda delle braccia sepolte

Secondo la leggenda il Cristo - all’epoca aveva le bracci allargate - spaventava così tanto i fedeli per la sua incombenza che si decise di staccargli le braccia e sotterrarlo.

Questo gesto tanto strano quanto sacrilego generò una catena di disgrazie e calamità naturali che si abbatterono sul paese a detta degli abitanti.

Per interrompere la catena di tragedie il “corpo” fu riesumato e le sue braccia furono riattaccate, questa volta dritte lungo il tronco e non più spalancate.

Oggi la devozione per la statua è totale e ogni anno il Signorù viene portato in processione per tutto il paese.

La chiesa e le opere lignee

La chiesa invece è un edificio che secondo fonti non confermate potrebbe essere stata frequentata dai Templari, le cui tracce sembrano condurre in diversi punti del paese, compreso il Castello che sorge su una terrazza a strapiombo sulla valle e sul lago, non lontano dal centro di Bianzano.

A offrire informazioni sull’antico nome del paese, è la lastra, forse utilizzata come lapide, che si trova nella chiesa dell’Assunta, dove è scolpito il termine “Bienciano”, da cui si è evoluta l’attuale denominazione.

Altre sepolture circondano questa chiesa, tra cui anche una di forma circolare molto rara, sono testimoni di un cambio di funzione di questa chiesa, nata come Parrocchiale e trasformatasi poi in cimiteriale in seguito alla costruzione della vicina Chiesa di San Rocco.

Da non perdere al suo interno l’altare realizzato dalla famiglia di scultori e intagliatori bergamaschi Fantoni: guardatelo da vicino se avete il coraggio di passare oltre la statua del Signorù!

Particolari d’interesse:

  • La grande statua lignea del Cristo deposto nota come “Signorù”;
  • Lo splendido Ciborio ligneo di Andrea Fantoni (sec. XVIII).

Il Cristo ligneo di San Domenico a Chioggia

Chioggia ha un fascino straordinario, non solo per il mare ed i canali su cui ogni angolo della città si affaccia, ma per i suoi palazzi eleganti, le sue chiese, i suoi monumenti.

Così, quando la spiaggia è si fa troppo affollata, una capatina nel centro storico è una valida e gratificante alternativa.

Partiamo dalla Chiesa di San Domenico, di fronte all’omonimo ponte, poco lontano da piazzetta Vigo nel centro storico. Qui è custodito un tesoro di rara bellezza: è il Cristo di San Domenico.

La croce è collocata nella nicchia dell’altare maggiore. Ci si può avvicinare solo uno alla volta. L’emozione è grande!

La leggenda dell’arrivo dal mare

Se ci arrivate di domenica, magari dopo la celebrazione delle ore 11, è possibile incontrare in Chiesa chi racconta tutta la storia miracolosa di quel Cristo ligneo.

La leggenda narra che arrivò dal mare. Una versione sostiene che il discepolo di Gesù, Nicodemo, dopo aver fissato il Maestro appeso alla croce, decise di rappresentarne l’immagine nel legno.

Sentendosi però mancare le forze al momento di scolpire i tratti sofferenti del volto, invocò l’aiuto celeste e si assopì. Al suo risveglio, però, le divine sembianze erano perfette.

Tale versione trova conferma anche in un’incisione su rame ai piedi del crocifisso: essa tramanda come il simulacro fu trasferito dalla Terrasanta a Iesi, nelle Marche, dalla confraternita del Santo Sepolcro.

Fu trasportato per mare verso Venezia, ma una tempesta fece naufragare l’imbarcazione. E così il Crocifisso approdò presso il porto di Chioggia, a poche decine di metri dal luogo in cui fu poi eretta la chiesa, e fu trovato dai padri domenicani.

Era la fine del XV secolo.

La versione del manoscritto

Un’altra versione della leggenda proviene direttamente da un manoscritto del canonico Antonio Boscolo (XVIII sec).

Narra che il Cristo, in epoca imprecisabile, fu trovato in vicinanza delle palafitte del Ponte di San Domenico.

Fu portato solennemente in cattedrale, dove i clodiensi pensavano di custodirlo per sempre; ma durante la notte il crocifisso si trasferì miracolosamente sul luogo nel quale era stato trovato.

Molte altre sono le versioni di una leggenda antica e misteriosa che sa di Sacro e di miracoloso.

Crocifisso ligneo nella chiesa di San Domenico

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