Filippo Pirro è stato un artista e poeta sammarchese capace di attraversare pittura, poesia, incisione, scultura e arte sacra, trasformando esperienze personali e memoria collettiva in immagini di forte intensità simbolica. Nel suo percorso rientra anche lo studio per una vetrata policroma dedicato a L’Arcangelo Gabriele, accanto a opere come la rappresentazione di San Michele Arcangelo e ai monumenti dedicati agli emigrati.
San Gabriele Arcangelo è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia. Nelle religioni abramiche, Gabriele significa forza di Dio ed è ricordato soprattutto per aver annunciato a Maria il concepimento di Gesù.

Filippo Pirro, artista tra pittura e poesia
La scomparsa dell’artista e poeta sammarchese FILIPPO PIRRO ha lasciato un vuoto che difficilmente verrà colmato. E’ stato uno dei maggiori protagonisti della cultura cittadina e dell’intero mezzogiorno.
Il passaggio avvenne nel 1983 con la pubblicazione di un volumetto di liriche dal titolo “La casa del bosco” presso le edizioni la “Vallisa” allora di proprietà del poeta e critico letterario Daniele Giancane, con una prefazione autorevole di Joseph Tusiani. La notizia che l’artista Filippo Pirro avesse pubblicato un libro di poesie non mi sorprese affatto, anzi lo trovavo un naturale proseguimente della sua natura d’intellettuale.
Un altro tassello che si aggiungeva alle sue urgenze comunicative. D’altra parte osservando le sue opere non era poi tanto difficile cogliere subito, anche per un profano come me, questa sua sensibilità d’artista nei confronti della poesia.
“La casa del bosco” fu pubblicata nel 1982 e Joseph Tusiani nella prefazione sottolinea, come era facile intuire, questo “trasferimento” dall’affresco alla rima, senza che questo transito abbia minimamente influito a cambiare la sua visione del mondo.
Anzi possiamo dire che Filippo Pirro è stato un sognatore che ha inseguito ogni percezione possibile, ogni alito con ogni mezzo capace di condurlo all’appagamento emotivo. La poesia semmai gli ha dato un altra opportunità, dopo l’arte o in continuità con l’arte, per continuare a descrivere i suoi ideali in altro modo, per completare forse quel quadro che i soli colori non bastavano più.
Servivano anche le parole e lui non ha saputo resistere al loro richiamo. Insomma due forme d’arte complementare “trasferite verso un identico ideale o sogno artistico…”(Tusiani) in un grumo poetico altamente lirico che richiama spesso la sua militanza nel mondo dell’arte senza più ormai distinzione di ruoli.
La sua poesia otterrà molti premi nelle varie edizioni letterarie sparse per tutta l’Italia dove lui vi ha partecipato nel corso degli anni e trovo del tutto ovvio che un poeta e artista della sua statura riesca poi a creare quel luogo incantato che ogni poeta sogna, “Il sentiero dell’anima”.
La memoria dell’emigrazione nella casa-valigia
In Via Scalone gli echi dolorosi delle partenze per l'Amèreca luntana, l'Australia, sono ancora vivi sotto qualche frammento di intonaco non ancora violentato dal graffiato. Erano gli anni cinquanta, ed io fanciullo sempre più con difficoltà andavo rintracciando, per disegnarli a carbonella sui muri calcinati, gli ultimi asinelli superstiti, ancora parcheggiati sotto i mugnali nelle strade, mentre i postini recapitavano atti di richiamo.
Ricordo che ogni finestra, uscio o balconcino della strada partecipava dolorosamente allo strappo dalle radici. Si piangeva e ci si abbracciava fino a notte, sapendo di non più rivedersi, prima che il camion all'alba strappasse le poche masserizie per il viaggio verso Napoli.
Erano quelli i momenti in cui vedevo più lucidi gli occhi di mio nonno che, prendendomi sul suo unico ginocchio, mi mostrava, dopo averle tirate fuori dal baule polveroso, le vecchie cartoline della sua gioventù. Ripuliva pure le lenti di quel magico paio di occhiali, lo stereoscopio, portato da Filadelfia, inforcandolo sul mio nasino.
Che meraviglia! la statua della Libertà era tutta per me, vera in tre dimensioni, col Rex spumeggiante sull'Hudson. La gioia infantile non poteva accorgersi dei sospiri dolorosi del vecchio che ricantava, in falsetto con l'antico mandolino, la struggente melodia di Partene 'e bastemente.
Quelle stereoscopiche cartoline di New York, gelosamente custodite da mio nonno, furono il mio primo vero incontro col problema dell'emigrazione. Ma, per gli occhi incantati di un fanciullo, l'America era l'eldorado, non il dramma; sempre erano risate divertite e a cascatella la conclusione della storiella dell'emigrante ingenuo, convinto che l'America fosse la terra dei ciucci cacasoldi.
Fu la fine degli anni sessanta a rompermi l'incanto, a farmi sperimentare sulla mia pelle che l'emigrazione non era una vuota e retorica ricerca scolastica, un astratto paragrafo della questione meridionale, ma autentica tragedia.
Il viaggio verso il Nord e l’esperienza dello sradicamento
Dopo il liceo, imbevuto di letture virgiliane e ciceroniane, non ancora mi ero imbattuto in Kerouac 'on the road', ma il bisogno di trovarmi un lavoro, per proseguire gli studi universitari, mi catapultò di schianto sulla strada, in cerca di passaggi in autostop, oltre la siepe, il nido protettivo del paese, verso il nord, verso quel triangolo ignoto alla geometria e ben noto agli industriali che calamitava tanti meridionali in cerca di un'America più vicina.
La valigia e le rotaie entrarono prepotenti nel vissuto quotidiano di studente lavoratore, insieme alle notti spesso in piedi sui treni in partenza per Torino. Come fragili bolle di sapone vidi infrangersi i miei valori di solidarietà patriottica tra le genti italiche, non appena mi sentii apostrofato Napoli' o 'terrone, straniero nella mia Italia, o cominciai a leggere le prime scritte come isì as parl seul en piemonteis, oppure qui non si fitta ai meridionali.
Tornavano nel ricordo le cartoline del nonno, ma non più mielate e caleidoscopiche, e il mandolino non più nostalgico di Santa Lucia, non plettro a tinnire giulivo, ma chiodo a scavare e crocifiggere.
E la situazione di studente-lavoratore-torinese doveva ancora più acuirsi con l'esperienza, anche se breve, di Student-arbeiter metalmeccanico a Freiburg in Germania: la terra amata da Tacito mi rivelò tutte le difficoltà di una lingua dove a suonare era lo ja e non il sì, e i disagi nel non avere un cuscino per dormire la notte.
In compenso mi regalò la gioia di ritrovare il concetto di patria, di risentirmi italiano, quando per caso sentivo ordinare un piatto di spaghetti in un Gasthaus.
La valigia da fare e disfare, la valigia per cuscino, la valigia pregna come un grembo. Ecco la genesi e l'illuminazione della mia ripetuta analogia tra la casa e la valigia, il paese le radici e la valigia, e lo strappo violento dalla propria terra, lo sradicamento.
Dall’incisione dell’emigrante al monumento
A Torino nella artigianale e creativa bottega-stamperia del caro Gigi Fioccardi, un personaggio da favola zavattiniana, all'ombra proprio della Mole, mi nacque la prima incisione dell'emigrante. Era la prima esperienza con l'acquaforte e mi sentivo forse un po' più alchimista che artista.
L'incisione sulla lastrina di zinco cerata, e poi le varie morsure nell'acido nitrico. L inchiostro e poi la prima prova d'Artista, la prima tiratura su carta rosa spina, fabriano, ancora oggi realizzata su ricetta medievale.
Come una chiocciola con la sua conchiglia, cosi venne fuori, strizzata sotto il torchio a stella, la figura dell'emigrante con la sua casa-valigia: questa l'immagine, che per me sintetizzava tutto il dramma dell emigrazione.
Me la trovai pubblicata sul Giornale delle valli, un giornale del nord, con un giudizio che per me valeva più di una critica di Argan: immagine che parla e scarnifica più di mille discorsi.
Ripresi poi più volte quella mia prima intuizione sia sulla tela, rivestendola di colori e arricchendola di oggetti simbolici, come la chitarra e la bottiglia di vino, a esplicitare ancor più l'angoscia del futuro ignoto e la nostalgia del passato amato.
La casa-valigia riunisce in un’unica figura il luogo d’origine e il viaggio, la stabilità delle radici e la precarietà dello spostamento. La sua forma richiama l’emigrante che porta con sé ciò che resta della casa, degli affetti e della memoria.
Il monumento agli emigrati sammarchesi
Mi convinsi allora che occorreva ricordare alle nuove generazioni di che lacrime grondi e di che sangue il sacrificio di tutti i nostri emigrati, e fu così che si rafforzò il desiderio di dedicare un monumento agli emigranti sammarchesi, ai tanti ignoti che avevano avuto il coraggio di affrontare l'ignoto e che avevano reso possibile, con le loro rimesse, la vita nel piccolo borgo.
Quando si dice il caso, ricevetti di lì a qualche anno, una lettera da Toronto, dal cappellano della comunità dei sammarchesi del Canada, don Pasquale Martino, in cui mi si diceva di mettermi al lavoro per preparare un bozzetto per un monumento ai sammarchesi sparsi per il mondo.
Si costituì un comitato, con J. Tusiani presidente onorario, pro erigendo monumento ai sammarchesi emigrati, e fu presentata domanda all'amministrazione comunale perché ne accordasse il placet e la concessione del luogo ove installare detto monumento.
Alla primitiva intuizione dell'uomo con la sua casa-valigia si è voluto dare ancor più dinamicità e coralità, con la tensione drammatica del saluto del gruppo familiare e la citazione del centro storico di San Marco in Lamis.
Il desiderio di tutti ora è uno soltanto: quello di vedere realizzato il gruppo monumentale, e festeggiarlo con una gloriosa rimpatriata. Ma occorreranno sforzi sinergici al di qua e al di là dell'oceano.
Ci riusciremo a far splendere nel sole di una nostra piazza la casa-valigia dei ricordi più cari dei nostri concittadini partiti?

Il Sentiero dell’Anima e la cultura meridionale
Il “Sentiero dell’anima” in cui si ripercorrono tracciati dove “… gruppi monumentali, statue in tecnica mista su basamenti di pietra, e, dipinti, sia in affresco che in murales….” fanno bella mostra nelle loro geometrie perfette e i loro silenzi ancestrali, quasi a dimostrazione dell’azione salutare dell’arte, in stretto rapporto con la natura circostante, che diventa a questo punto il centro del mondo nella sua sintesi più congeniale.
Arte e poesia come impegno di vita e come ricerca interiore: possono essere questi i basilari segni d’inizio di un dibattito intorno all’Arte e l’Opera di Filippo Pirro.
Quei personaggi di pietra : contadini, emigranti, che hanno popolato e raccontato il suo e nostro immaginario sono li a testimoniare quando sia stata grande la sua sensibilità di artista e quale grave perdita abbia subito la nostra cultura meridionale.
Oggi a distanza di nove anni dalla sua scomparsa rimangono ancora tra noi i segni del suo respiro universale, il suo impegno poetico e sopratutto quel luogo incantato che è “Il Sentiero dell’Anima”, dove annualmente si celebra un famoso concorso di poesie in mezzo al bosco “Pozzatina” sulla strada per Sannicandro Garganico, che i suoi eredi, con ammirevole trasporto, custodiscono come scrigno prezioso nell’infinita natura dove Filippo Pirro ha voluto che nascesse e sviluppasse le sue radici.
L’Arcangelo Gabriele nella tradizione cristiana
Nel calendario liturgico cattolico si festeggia come San Gabriele Arcangelo il 29 settembre, con San Michele Arcangelo e San Raffaele Arcangelo. Il nome deriva dall'ebraico e significa: La forza di Dio, Dio è forte, o anche l'eroe di Dio; era anche rappresentato come la mano sinistra di Dio.
È il primo ad apparire nel Libro di Daniele della Bibbia. Nella tradizione biblica è a volte rappresentato come l'angelo della morte, uno dei Messaggeri di Dio, o anche come angelo del fuoco.
Nella tradizione cristiana è conosciuto come uno degli arcangeli. Nell'Antico Testamento Gabriele interpreta la visione profetica del capro e del montone e spiega la predizione delle settanta settimane di anni dell'esilio da Gerusalemme; nel Nuovo Testamento annuncia a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni Battista e a Maria di Nazaret la nascita di Gesù Cristo.
Nel Nuovo Testamento, Gabriele è l'angelo che rivela a Zaccaria che Giovanni Battista nascerà da Elisabetta, e che visita Maria rivelandole che sarà lei la madre di Gesù.
La visita di Gabriele a Maria nel Vangelo di Luca è detta Annunciazione, un evento celebrato il 25 marzo dalla Chiesa cattolica romana. È anche commemorato come il Primo Mistero di Gioia ogni volta che si prega il Rosario.
Gabriele può anche essere l'angelo che visita Giuseppe. Dopo aver appreso della gravidanza di Maria, Giuseppe considera l'ipotesi di non sposarla più, ma un angelo del Signore appare a Giuseppe in sogno e gli dice che il concepimento è avvenuto mediante lo Spirito Santo.
Secondo la tarda leggenda, è anche l'angelo non identificato del Libro della Rivelazione che soffia il corno annunciando il Giorno del Giudizio.
Sia per i cattolici sia per gli ortodossi, è San Gabriele l'Arcangelo, conosciuto come il santo patrono dei lavoratori e delle comunicazioni. Come tale è ricordato il 29 settembre.
Gabriele nell’Antico Testamento
L'arcangelo Gabriele è uno dei personaggi del Libro di Daniele. Nel contesto storico della distruzione del Tempio di Salomone, e nella cattività babilonese del Regno di Giuda che seguì, il profeta Daniele pensa quale sia il significato delle diverse visioni che ha vissuto in esilio, quando Gabriele gli appare.
Gabriele è menzionato due volte per nome. E egli arrivò per passare, quando io, io Daniele, ebbi la visione, che cercavo per capire; e, vedo, lì davanti a me l'apparire come di un uomo.
E io sentii la voce di un uomo tra le rive dell'Ulai, che chiamava, e disse: 'Gabriele, fa che quest'uomo possa capire la visione'. Così egli venne vicino dove io ero: e quando arrivò, io ero terrificato, e caddi; ma egli mi disse: 'Capisci, figlio dell'uomo; per la visione che appartiene al tempo della fine.
Verso la fine del potere di Babilonia, ancora Gabriele viene inviato a elaborare e spiegare i problemi relativi alla Fine dei Giorni, come quando il regno di Persia, Grecia e Roma stavano perdendo il dominio del mondo.
E dopo che io ebbi parlato, e pregato, e confessato i miei peccati e i peccati del mio popolo di Israele, e presentato le miei suppliche davanti al Signore mio Dio per la sacra montagna del mio Dio; e mentre stavo parlando e pregando, l'uomo Gabriele, che avevo visto nella visione all'inizio, stava volando veloce, recandosi vicino a me verso l'ora dell'offerta serale.
E lui mi fece capire, e mi parlò, e disse: 'Daniele, sono ora giunto per renderti capace di capire. Settanta settimane sono dichiarate per la tua gente e per la tua santa città, per porre fine alle trasgressioni, e per porre fine ai peccati, e per perdonare l'iniquità, e per prendere l'eterna virtuosità, e per sigillare la visione e il profeta, e per raggiungere il più sacro dei luoghi.
È qui che l'arcangelo racconta a Daniele riguardo alle misteriose Settanta settimane che sembrano indicare la fine della cattività Babilonese, la quale durò effettivamente settant'anni quando Ciro il Grande permise il ritorno a Sion e la ricostruzione del Tempio dei Giudei nel suo impero.
Il nome di Gabriele ricorre anche nell'apocrifo Libro di Enoch.
Gabriele nell’Islam
Nell'Islam, Gabriele è uno dei capi Messaggeri di Dio e per i musulmani è stato il tramite attraverso cui Dio rivelò il Corano a Maometto.
Il nome arabo di Gabriele è Jibrīl o Jabrāʾīl. Nell'Islam, è anche chiamato capo dei quattro angeli favoriti e spirito di verità, esplicando sotto altri punti di vista una funzione analoga a quella dello Spirito Santo.
Il primo compito di Gabriele è di portare messaggi da Dio ai Suoi messaggeri. Come nel Cristianesimo, Gabriele è detto essere l'angelo che informò Maria della sua concezione virginale di Gesù.
I musulmani credono che Gabriele abbia accompagnato Maometto nell'ascesa al Paradiso, dove Muḥammad si dice abbia incontrato i precedenti profeti di Dio, essendo informato riguardo alle modalità della preghiera islamica.
I musulmani credono anche che Gabriele discenda sulla Terra nella notte detta del Destino, una imprecisata notte cioè degli ultimi dieci giorni del mese sacro di ramaḍān.
Gabriele è menzionato anche nelle scritture della fede dei Bahá'í, e appare nelle opere di Bahá'u'lláh, Le Sette Valli, e Le Quattro Valli.
Attributi e iconografia dell’Arcangelo Gabriele
Gabriele è ricordato per aver annunciato a Maria il concepimento di Gesù. I suoi attributi comprendono il giglio, il diadema, il ramo d'ulivo, la lanterna, la fiaccola, la candela e il cartiglio con l'iscrizione Spiritus Sanctus supervaniat in te.
Simone Martini, Scomparto di polittico con San Gabriele arcangelo annunciante, 1333 - 1337, tempera su tavola; Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten. Beato Angelico, Annunciazione, part. San Gabriele arcangelo annunciante, 1430 ca., tempera su tavola.
Nel dipinto “Tre arcangeli e Tobiolo”, gli arcangeli ai lati sono facilmente identificabili grazie agli attributi: Michele con la spada, arma con cui relega Satana nell’Inferno, e Gabriele con il giglio dell’Annunciazione.
Gabriele è a volte associato al colore rosso, la direzione del Sud, o l'elemento del Fuoco; il suo cavallo si chiama Haizum.
Gabriele è anche variamente identificato come l'angelo dell'annunciazione, resurrezione, pietà, vendetta, morte, e rivelazione.
In varie fonti l'arcangelo è stato identificato come il Settimo Angelo che presiede alla presenza di Dio; è anche dichiarato in varie fonti tafsarim capo angelico principe dei Cherubini, grazie, potere, arcangeli e degli angeli degli ordini celestiali.
Il governatore della Luna e del Lunedì è anche descritto come Gabriele; in finale, l'arcangelo è anche il dominatore dello Shamayim, il Primo Paradiso.
Il Libro di Enoch pone l'arcangelo Gabriele come la Mano Sinistra di Dio, o seduto al lato sinistro del trono di Dio accanto a Metatron.
Gabriele nel Libro di Enoch è anche il dominatore dei Cherubini che attorniano il Trono dell'Onnipotente cantandone le lodi; è anche uno dei quattro angeli incaricati da Dio di proteggere le quattro parti del mondo.

La vetrata policroma e il linguaggio dell’arte sacra
Tra le opere di Filippo Pirro sono elencate “La fonte”, vetrata policroma nella Chiesa di San Giuseppe, San Marco in Lami, e “L'Arcangelo Gabriele”, studio per una vetrata policroma.
La presenza dell’Arcangelo Gabriele nella ricerca di Filippo Pirro si inserisce in un percorso nel quale l’artista ha utilizzato immagini religiose, figure popolari e simboli della memoria per dare forma a esperienze interiori e collettive.
La leggerezza, la luce e la dimensione verticale proprie dell’arcangelo possono essere accostate alla ricerca di un’arte capace di unire materia e trascendenza. Nella sua produzione, la tecnica non è separata dal significato: tela, bronzo, vetro, legno e pietra diventano strumenti diversi per costruire una stessa riflessione sull’uomo.
La casa-valigia dell’emigrante e la figura dell’Arcangelo Gabriele appartengono a registri differenti, ma entrambe assumono una funzione di passaggio: la prima rappresenta il movimento forzato dalla terra d’origine verso l’ignoto, il secondo annuncia una trasformazione e porta un messaggio.
San Gabriele, patrono delle comunicazioni
San Gabriele Arcangelo è l’angelo protettore delle comunicazioni, della radio, del cinema, della televisione, dei postini, degli ambasciatori, dei giornalai e dei corrieri.
Alcuni cristiani del Sud America lo considerano anche il patrono degli scrittori. Il mese di settembre è sotto la protezione dell'Arcangelo Gabriele, specialmente il giorno 29.
La funzione di messaggero rende Gabriele una figura particolarmente legata alla trasmissione della parola, dell’immagine e della notizia. Questa dimensione risuona con il percorso di Filippo Pirro, artista che ha affidato alla pittura, alla poesia, all’incisione e alla scultura il compito di conservare memorie e renderle comunicabili.