La penitenza per la Quaresima può assumere forme diverse: una rinuncia concreta, una pratica di preghiera, il digiuno, la lettura della Sacra Scrittura, la confessione e un maggiore impegno nella carità. La scelta più utile è quella di un impegno autentico, proporzionato alle proprie possibilità e capace di orientare la vita verso Dio.
La Quaresima è un tempo di 40 giorni che ci prepara alla Pasqua. Sono diversi i termini che ricorrono nella liturgia di questo tempo: conversione, penitenza, digiuno. Ma il termine che li raccoglie tutti ed esprime il senso di tutti è “libertà”.
Che cos’è la penitenza quaresimale
La Quaresima sta per iniziare e molti cattolici si chiedono ancora quale penitenza scegliere o quali pratiche spirituali incorporare in questo tempo di preparazione alla Passione e Resurrezione di Nostro Signore.
Di tutti i tempi dell’anno liturgico la Quaresima, il periodo di circa quaranta giorni che va dal Mercoledì delle ceneri alla Santa Pasqua è forse quello che richiede ai cristiani l’impegno maggiore per quanto riguarda il lavoro su se stessi. Infatti è in quei giorni che ci si prepara alla Pasqua, purificando il corpo con il digiuno e l’astinenza dalla carne in particolari giorni, ed elevando lo spirito con la preghiera.
Il Prefazio citato ben evidenzia come la Quaresima sia un tempo di rinnovamento spirituale, di vera conversione, di allontanamento dal peccato. È bene, quindi, invitare i fedeli, in più momenti durante il tempo di Quaresima, a celebrare il sacramento della penitenza, perché possano riconciliarsi con Dio e con i fratelli per giungere, rinnovati nello spirito, alle feste pasquali (cfr. Colletta, Giovedì IV settimana).
«Lasciatevi riconciliare con Dio»
Il significato spirituale della rinuncia
La penitenza è anzitutto la confessione che ci sono degli “idoli” che ci attraggono e ci illudono rendendoci schiavi delle cose; il digiuno è la purificazione della vita che ci riporta all’essenziale; la conversione è ritornare a guardare e vivere la vita con gli stessi sentimenti di Gesù, in comunione con Lui.
Per vivere bene la Quaresima non è necessario immaginare grandi gesti, bisogna guardare alla propria vita quotidiana e rinverdirne l’autenticità: quando iniziamo la giornata dove si indirizzano i nostri pensieri? Ebbene, dovremmo sempre mettere al centro non “per che cosa” ma “per chi” decidiamo di spendere il nostro tempo e svolgere le nostre attività.
La libertà è fare della nostra vita un albero che, alimentato dalla Parola, germoglia e porta frutti di vita. La Quaresima va accolta come tempo opportuno e favorevole per mettere ordine nella propria vita.
Non credo che tale considerazione debba essere letta come una negazione del valore meritorio che è loro proprio, quanto come una difficoltà a concepirle come qualcosa di necessario alla sana crescita spirituale del discepolo di Cristo. Un simile pensiero non dovrebbe mai essere acriticamente accolto dal cristiano, poiché considerare accidentali, facoltative, le pratiche penitenziali conduce subdolamente ad ignorare una parte importantissima di quell’imitazione di Cristo da cui dipende la nostra salvezza.
Come scegliere la penitenza per la Quaresima
In questo contesto di penitenza e rinuncia, i fioretti quaresimali sono una pratica alla portata di tutti. Si tratta di sacrificare per il periodo quaresimale qualcosa a cui si tiene molto.
Può trattarsi della pratica di un interesse particolarmente caro, la rinuncia a un alimento di cui si è golosi, anche l’utilizzo della televisione o magari dei Social Network. Lo spirito dovrebbe essere quello di sacrificare qualcosa a cui si tiene, di affrontare una privazione per noi dolorosa in nome di Dio.
Chiunque può fare un fioretto. La parte difficile è mantenerlo. Occorre spirito di sacrificio, forza di volontà, costanza, e l’impegno è anche maggiore proprio perché tutto quello che stiamo facendo lo stiamo facendo senza aspettarci nulla in cambio.
Anche per questo in occasione della Quaresima è meglio concentrarsi su un fioretto alla nostra portata, qualcosa che rappresenti per noi una rinuncia autentica, un sacrificio reale, ma anche qualcosa che sappiamo di poter portare avanti.
Il fioretto non è un baratto con Dio
Per comprendere il senso di un fioretto di quaresima basta analizzare per un istante il suo stesso nome. Fioretto deriva da fiore, ed è proprio con la stessa leggerezza con cui si dona un fiore che dovremmo affrontare questo sacrificio. Traendo la forza dal profondo di noi stessi, accogliendo con coraggio e spontaneità l’impegno che abbiamo deciso di intraprendere.
Soprattutto, il fioretto non è una forma di baratto con Dio o la Madonna: nessuna richiesta, nessuna pretesa, nessun doppio fine.
Come la preghiera, anche se può prevedere una richiesta, è prima di tutto una conversazione con Dio, così il fioretto non è una formula magica, né un sacrificio compiuto per ottenere un tornaconto di qualche tipo.
Dunque, per pronunciare i nostri fioretti per la quaresima, dobbiamo sempre ricordarci di associare una buona azione, una piccola rinuncia a una preghiera, per far sì che essi possano arrivare più facilmente a Gesù.
Quattro forme di penitenza quaresimale
Per aiutare questo discernimento, Padre Matheus Aquino, dell'Arcidiocesi di Rio de Janeiro, ha recentemente pubblicato sui suoi social un video semplice ed esplicativo in cui offre 4 consigli pratici per vivere intensamente la Quaresima.
1. Penitenza corporale
Consiste nella scelta di una pratica che si sperimenta direttamente nel corpo. Padre Matheus ha spiegato: "È qualcosa che può implicare un sacrificio corporeo".
- fare esercizio ogni giorno o alcuni giorni della settimana;
- preferire le scale invece dell'ascensore;
- invece dell'auto usare la bicicletta o camminare (se possibile ovviamente).
2. Penitenza spirituale
Si tratta di aggiungere una pratica di pietà al proprio piano di vita. Ovvero "impegnarsi a seguire un itinerario spirituale durante questi quaranta giorni", ha sottolineato il Sacerdote.
- pregare il Rosario all'alba;
- leggere il Vangelo del giorno;
- meditare la Via Crucis.
3. Digiuno
È forse una delle pratiche più conosciute in Quaresima, consiste nell'astinenza da qualche cibo che piace molto. Come ha specificato Padre Matheus, si tratta di scegliere "qualcosa per mortificare il palato e combattere il peccato di gola".
- astenersi dal caffè (o dallo zucchero);
- astenersi dal pane;
- rinunciare a qualche alimento che si consuma frequentemente o "senza il quale non si può vivere. ".
4. Lettura delle Scritture
Infine, il sacerdote ha consigliato di leggere un libro della Bibbia "che possa aiutare ad approfondire l'incontro con Dio".
- leggere il libro di Osea;
- leggere il libro di Giobbe;
- leggere l'Esodo;
- leggere i racconti della Passione nei quattro Vangeli.
Per Padre Matheus integrare questi quattro suggerimenti nella vita quotidiana ci permetterebbe di vivere in modo pieno e fruttuoso questo tempo liturgico.

Idee per piccoli fioretti quaresimali
Rinunciare a un alimento gradito
Per qualcuno può rappresentare un sacrificio rinunciare a un cibo particolarmente gradito, come i dolci, o la carne, o il vino. Non si tratta di un vero digiuno, solo di rinunciare per qualche tempo a ciò che soddisfa di più il nostro palato.
Limitare televisione e videogiochi
Oppure possiamo fare a meno di guardare a un programma televisivo che ci entusiasma particolarmente, o giocare a un videogioco avvincente.
Usare i social network con maggiore libertà
Vista la preponderanza dei social network nella nostra quotidianità, evitare di controllarli in modo compulsivo nell’arco della giornata potrebbe essere un sacrificio apparentemente da poco, ma in realtà non così facile da sostenere.
Coltivare pazienza e gentilezza
Un impegno apprezzabile potrebbe essere quello di moderare il nostro brutto carattere, essere più pazienti, tolleranti, verso i nostri cari, i colleghi di lavoro, o chiunque ci troviamo ad incontrare.
Coltivare la gentilezza e la cortesia dovrebbe essere qualcosa di naturale e costante, ma di questi tempi richiede uno sforzo di volontà in più.
Aiutare il prossimo
Ancora, possiamo decidere di sacrificare un po’ del nostro tempo e della nostra energia per aiutare il prossimo. Maggior impegno in famiglia e in casa, qualche aiuto in più ai genitori e alle persone anziane, magari anche ai vicini di casa non autosufficienti, piccole forme di volontariato.
Anche questo genere di impegni dovrebbe essere una componente sempre presente nella vita di un buon cristiano, ma magari cominciare a esercitarli come fioretto quaresimale potrebbe fornirci un’ispirazione per il futuro.
Il rapporto tra digiuno, preghiera ed elemosina
Parlando della dimensione penitenziale dei giorni feriali, ci soffermiamo anzitutto sul significato del digiuno alimentare che, tradizionalmente, consisteva in un solo pasto giornaliero consumato a sera, con astensione dalle carni e dal vino.
Sull’esempio di Gesù, di Mosè e di Elia, anche il cristiano è chiamato a fare esperienza della volontaria privazione del cibo per dare spazio al nutrimento spirituale della Parola di Dio e del Pane di vita.
Così concepito, il digiuno rafforza la preghiera, predispone a ricevere lo Spirito Santo, è un’arma contro gli spiriti cattivi, attiva e agevola la prontezza nel soccorrere i poveri.
Si realizza cioè quella circolarità virtuosa tra digiuno, preghiera ed elemosina, spesso sottolineata dai Padri della Chiesa sulla scorta di Matteo 6,1-18.
Prendendo spunto dalla volontaria sobrietà alimentare, la pratica penitenziale del digiuno si può opportunamente estendere ad altre forme di rinuncia volontaria (all’acquisto e al consumo di beni superflui, all’uso invasivo della televisione o di internet, alla chiacchiera telefonica…) che intercettano da vicino gli odierni stili di vita.
Trovano così nuova applicazione le parole rivolte a Dio nel prefazio del Giovedì della I settimana di Quaresima: «Le nostre rinunce, trasformate in sostegno dei poveri, ci consentono di imitare la tua provvidenza».
Il digiuno non è dunque fine a se stesso, ma è una condizione necessaria per aprirsi ad altro, per fare spazio, come avvenne per Gesù, a “un altro cibo”.
Lo dice bene il prefazio del Martedì della I settimana di Quaresima: «Così (Gesù) ci ha insegnato a preferire agli alimenti terreni il sostentamento che viene dalle divine Scritture».
La sobrietà come liberazione dagli eccessi
La Quaresima è proposta come tempo di penitenza, di digiuno e soprattutto di carità. L’invito è di essere più sobri nei consumi; vivere anche l’esperienza del digiuno come libertà dai propri istinti; avvertire che abbiamo la responsabilità di aiutare chi è nel bisogno.
È solo da ricordare il particolare significato dei venerdì di quaresima: sono giorni di “magro”, di penitenza, di silenzio e di preghiera. Giorni che ci stimolano ad alzare lo sguardo sulla realtà e vedere l’altro nel bisogno.
Non possiamo restare indifferenti. La carità è ciò che misura il nostro vivere intensamente la Quaresima.
La Parola di Dio nel cammino quaresimale
Si comprende allora la cura del Lezionario ambrosiano di fornire un abbondante nutrimento biblico per tutta la Quaresima, prevedendo anche per i giorni feriali la proclamazione di tre letture secondo lo schema: Lettura, Lettura, Vangelo.
Nello scritto Sui Misteri, sant’Ambrogio ricorda che coloro che avevano ricevuto il Battesimo nella Veglia pasquale si erano preparati per tutta la Quaresima ascoltando quotidianamente gli esempi morali dei Patriarchi (Genesi) e la sapienza dei Proverbi.
| Settimana | Percorso biblico nella Genesi |
|---|---|
| I settimana | il ciclo della creazione e della caduta |
| II e III settimana | il ciclo di Abramo |
| IV settimana | il ciclo di Giacobbe |
| V settimana | il ciclo di Giuseppe |
Il Lezionario ambrosiano ripropone l’ascolto del libro della Genesi su due anni e lo organizza per cicli settimanali: il ciclo della creazione e della caduta (I settimana); il ciclo di Abramo (II e III settimana); il ciclo di Giacobbe (IV settimana); il ciclo di Giuseppe (V settimana).
Quest’ultimo, nella sua vicenda di innocente perseguitato e poi riabilitato, diviene una chiara prefigurazione di Gesù, nel Mistero della sua Pasqua.
Sempre su due anni il Lezionario ambrosiano ripropone l’ascolto del libro dei Proverbi che, in parte, fa da complemento a Genesi e, in parte, predispone all’ascolto del Vangelo, nel quale ogni anno risuona in lettura continua il Discorso della montagna (Matteo 5-7), vera summa della vita morale e spirituale dei discepoli di Gesù.
Come avvenne per Mosè, che per assaporare la soavità della Legge di Dio si astenne dal cibo, così avvenga anche a noi di saper digiunare senza tristezza per gustare la Parola di Dio e la luce dello Spirito che da essa si irradia (cfr. prefazio della Domenica all’inizio di Quaresima).
Consigliamo in particolare la lettura del Vangelo di Luca. È il Vangelo della misericordia che ci educa allo sguardo e ci fa camminare con Gesù accanto.
La Parola di Dio delle messe feriali è di singolare intensità, soprattutto il Vangelo. Leggeremo infatti il Discorso della montagna di Matteo (Matteo 5 - 7).

Preghiera e liturgia
Forse vale la pena di verificare come usiamo il tempo nelle nostre giornate. Possiamo immaginare di concederci meno alla televisione e di riservare qualche momento al silenzio, alla preghiera e alla lettura del Vangelo?
Le domeniche di Quaresima offrono nell’Eucaristia pagine di Vangelo ricchissime e bellissime.
Incorporare una pratica spirituale nel proprio piano di vita significa "impegnarsi a seguire un itinerario spirituale durante questi quaranta giorni".
- pregare il Rosario all'alba;
- leggere il Vangelo del giorno;
- meditare la Via Crucis;
- riservare qualche momento al silenzio;
- vivere intensamente la liturgia.
La confessione e il sacramento della Penitenza
Riscoprire la grazia del Sacramento della Penitenza (Confessione). Incontrare la misericordia di Dio e ritornare a sentire che il Signore continua a fidarsi di noi è una gioia per il nostro cuore.
Sentiremo di essere liberi nell’animo e di essere stimolati a indirizzare i nostri passi sulla strada del bene. La grazia di questo Sacramento è energia che ci fa consapevoli di essere capaci di compiere il bene e che il bene compiuto è come un seme che fruttifica con abbondanza.
Si propone di utilizzare il Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale poiché “manifesta più chiaramente la natura ecclesiale della penitenza.
I fedeli, infatti, ascoltano tutti insieme la parola di Dio, che proclama la sua misericordia e li invita alla conversione, confrontano la loro vita con la parola stessa, e si aiutano a vicenda con la preghiera.
Dopo che ognuno ha confessato i suoi peccati e ha ricevuto l’assoluzione, tutti insieme lodano Dio per le meraviglie da lui compiute a favore del popolo, che egli si è acquistato con il sangue del Figlio suo” (Premesse al Rito della Penitenza, n. 22).
“I pastori, nel tempo di Quaresima, siano più disponibili per il ministero della riconciliazione e, ampliando gli orari per la confessione individuale, facilitino l’accesso a questo sacramento” (Paschalis sollemnitatis, n. 15).
La celebrazione penitenziale
Le celebrazioni penitenziali sono riunioni del popolo di Dio, allo scopo di ascoltare la proclamazione della parola di Dio, che invita alla conversione e al rinnovamento della vita, e annunzia la nostra liberazione dal peccato, per mezzo della morte e risurrezione di Cristo.
La loro struttura è quella abitualmente in uso nelle celebrazioni della parola di Dio, come viene proposta nel Rito per la riconciliazione di più penitenti.
Il Rito della penitenza offre, inoltre, due schemi di celebrazione penitenziale per la Quaresima (Rito della penitenza, pag. 118-125).
Esame di coscienza e ascolto della Parola
Dopo l’omelia, si fa l’esame di coscienza. Anche se l’esame viene guidato con opportuni richiami e suggerimenti, vi s’inserisca sempre una pausa di silenzio, perché ognuno possa esaminarsi in modo più personale.
Non si dimentichi di fare un esame particolarmente accurato sulle promesse battesimali, che verranno rinnovate nella veglia pasquale.
È opportuno utilizzare le letture della Messe proposte per le Domeniche di Quaresima anno B.
Confessione, assoluzione e ringraziamento
La preparazione alle confessioni individuali può essere favorita dalla proclamazione di brani biblici alternati con la preghiera dei salmi o con canti adatti.
Terminate le confessioni dei singoli penitenti, il sacerdote che presiede la celebrazione, attorniato dagli altri sacerdoti, invita i presenti al rendimento di grazie e li esorta a compiere opere buone, che siano segno e manifestazione della grazia della penitenza nella vita dei singoli e di tutta la comunità.
È bene quindi che tutti cantino un salmo o un inno, o recitino una preghiera litanica a lode della potenza e della misericordia di Dio.
La penitenza e la croce quotidiana
«Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato» e nel Vangelo di san Luca troviamo scritto: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».
Ambedue questi testi mostrano come Gesù comprese tanto l’Incarnazione quanto lo svolgimento della Sua missione su questa Terra come la docile ricezione d’un invito alla spoliazione di sé che veniva direttamente dal Padre.
Lo colse benissimo san Paolo che, nella Lettera ai Filippesi, scrisse: «[…] egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini».
Ecco che quindi proprio come per Gesù la croce, culmine dell’Incarnazione e premessa alla Risurrezione, è parte integrante di quella rinuncia a se stesso cui il Padre l’ha chiamato per amore, così anche per noi vivere nella carità le nostre croci quotidiane è il mezzo attraverso il quale ci spogliamo di noi stessi e ci facciamo rivestire da Cristo.
Accogliere le difficoltà senza cercarle
La prima e forse primaria forma di penitenza sta proprio nell’acquisire, attraverso la Grazia di Dio, la capacità non di subire o sopportare le difficoltà, ma di abbracciarle.
Noi che siamo chiamati ad imitare Cristo in ogni aspetto che sia a portata della nostra umanità non possiamo ignorare il fatto che Lui, Vero Dio quanto il Padre, non ne accolse la Volontà per passività o impotenza, ma l’abbracciò fino all’ultimo.
Emblematico in tal senso è un versetto del Vangelo di san Matteo: «O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?»
Queste parole di Gesù ci permettono d’intuire come l’accettazione sia stata un libero atto della Sua Volontà tanto che, ad un semplice cenno, il Padre sarebbe stato pronto a muovere l’intero cosmo per salvarlo.
Si tratta cioè di decidere sotto che luce vogliamo vedere il mondo, quale colore vogliamo riconoscere nel tempo che qui ci viene concesso.
La sfida che Gesù ci lancia è quella di tenere gli occhi aperti alla realtà, anche quando la luce ci abbaglia e preferiremmo delle opache tonalità di grigio.
Ecco che quindi la prima e fondamentale forma di penitenza, quella che più ci avvicina alla perfetta imitazione di Cristo, consiste nel saper considerare le nostre sofferenze come parte di una Provvidenza che ci abbraccia e ci supera; ciò consente all’uomo di accoglierle liberamente, senza cercarle e senza respingerle, guardandole per quello che sono, ossia un tratto, per quanto piccolo, del cammino che orienta ogni cosa a Dio.
La penitenza come libertà interiore
Questa altissima libertà, che ci consente di vedere il male del mondo per ciò che è, ossia l’occasione che Dio coglie e permette per trarre un bene maggiore, diviene applicabile solo in comunione con il Signore.
Senza di Lui, non saremo mai in grado di spogliarci davvero di noi stessi, poiché quella nudità non sarebbe occasione di sperimentare il Suo calore, bensì solo di gustare il gelo della morte.
Ora, questa unione con Dio, quest’intima vicinanza che ci consente di sentire il tepore del suo abbraccio non appena il dolore ci chiama a rinunziare a noi stessi, è possibile solo se siamo liberi da ogni catena.
Non a caso Gesù, di fronte al manifesto desiderio di seguirlo da vicino, dice: «[…] va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!»
La condizione per camminare in comunione con il Signore che qui viene espressa non è la povertà in se stessa, altrimenti tutti i miserabili sarebbero santi, bensì la libertà dal vicolo che i beni materiali spesso costituiscono.
In altri termini, per volere ciò che Dio vuole fino al punto d’amare la sofferenza che la sua Volontà comporta, è necessario essere certi di non amare altro più di Lui.
La penitenza «[…] lungi dal deprimere la nostra personalità, la esalta a tal punto che ci rende indipendenti dal mondo, dalle sue massime, dalle sue teorie, dalle sue mode, dalla sua fatuità e da tutti i suoi lacci.
Essa innalza la nostra anima al di sopra di tutto il creato, ci permette di non dipendere che da noi stessi e da Dio, e, nella misura in cui rende più stretta la nostra dipendenza da Dio, sviluppa la nostra personalità, rendendola più simile alla personalità divina di Cristo».
Quando il fioretto non viene mantenuto
Beninteso, se non si mantiene un fioretto non accade nulla. Nessuno ci punisce, nessuno ci sgrida.
Ma a livello personale dovremo consideralo una grande sconfitta, perché se non siamo in grado di portare avanti un sacrificio tutto sommato accettabile, nel suo impegno, che genere di esseri umani e di cristiani potremo essere in circostanze più gravose e impegnative?
Come ha osservato Papa Francesco, se Gesù è rimasto per quaranta giorni nel deserto a lottare contro le tentazioni del Diavolo, noi possiamo sforzarci per sopportare con cuore leggero una piccola rinuncia.
La costanza non consiste nel compiere un gesto straordinario una sola volta, ma nel rinnovare con pazienza una scelta semplice all’interno della vita quotidiana.
Un percorso concreto per i quaranta giorni
La Quaresima chiede a noi credenti due cose: da un lato di scrutare con attenzione ed onestà il nostro cuore, per scoprire quali beni ci appesantiscono nel lungo esodo che compiamo verso la Terra Promessa; dall’altro di immergerci nel deserto, un luogo non di morte ma di sincerità e d’essenzialità, così da scoprire cosa davvero ci serve e cosa invece possiamo lasciare nella sabbia.
Il mio invito, un grido imbarazzato che rivolgo prima di tutto alla pinguedine del mio cuore, è di accostarci alle pratiche penitenziali non focalizzandoci sui beni minuti cui rinunziamo, ma sullo sguardo sul mondo cui danno accesso.
Una volta che saremo liberi infatti, la Luce del Signore potrà illuminare i nostri occhi, mostrandoci la floridezza di colori che anche lo squallido legno della croce cela in sé.
A quel punto, scaldati dalla vita di Cristo, potremo anche noi dire che abbiamo avuto «[…] cento volte tanto e […] in eredità la vita eterna».