Nel racconto della Trasfigurazione Gesù prende con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e sale sul monte a pregare; mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto e la sua veste diventa candida e sfolgorante. Il Tabor è la meta della Quaresima: non una fuga dalla realtà, ma il luogo in cui imparare a guardarla dal punto di vista di Dio.
La Trasfigurazione rivela che Gesù è più del rabbino, del Maestro e del profeta: nei suoi tratti umanissimi i discepoli riconoscono lo splendore del Padre. La voce dalla nube conferma la sua identità: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Alla fine resta Gesù solo, con loro.
Il testo del Vangelo secondo Luca
Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
La meta della Quaresima è il Tabor
L’obiettivo della Quaresima non è quello di lucidare la nostra bella immagine spirituale, ma di salire sul Tabor. Siamo entrati nel deserto della Quaresima per arrivare fino a lì, su quella piccola collina di Galilea, arsa dal sole, disseminata di alberi frondosi e battuta dal vento del mare.
Tabor evoca il momento in cui Gesù, grande Rabbì, carismatico profeta, svela la sua vera identità, supera il limite e si dona alla vista sconcertata e stupita degli apostoli. Tabor dice l’assoluta diversità di Dio, la sua immensa gloria, la sua indescrivibile bellezza. Tabor è la meta della Quaresima.
E questo occorre dirlo e ridirlo a noi cattolici inclini all’autolesionismo, che associamo la fede al dolore, che raffiguriamo sempre Gesù come il crocifisso, scordandoci del Risorto, e che già pensiamo alla Quaresima come al tempo della rinuncia e non al tempo dell’opportunità e della conversione, del combattimento e della lotta interiore per vincere la gara.
Verrà il tempo del dolore, e su un altro monte, una piccola cava di pietra in disuso chiamata Golgota, vedremo l’appeso, volgeremo lo sguardo a colui che hanno trafitto. Ma prima, assolutamente, occorre ricordarci della bellezza di Dio, della sua inebriante presenza.
La liturgia, provocatoriamente, pone la Trasfigurazione all’inizio del cammino penitenziale, per indicarci il luogo da raggiungere. Se poniamo dei gesti di conversione e di solidarietà, di rinuncia e di digiuno, di preghiera e di essenzialità è solo per poter essere liberi e vedere la gloria del Maestro.
Uno sguardo nuovo sulla realtà
Se non possiamo cambiare la realtà, possiamo cambiare il nostro sguardo su di essa. Non come ripiego o illusione, non come fuga. Qui parliamo d’altro. Di guardare la realtà mettendoci dal punto di vista di Dio.
Dio ci ha insegnato a metterci dalla sua parte, ad alzare lo sguardo. Così anche una pandemia che ci ha e ci sta duramente provando può diventare opportunità, occasione di tornare all’essenziale.
È lo sguardo dei discepoli che vede Gesù in maniera nuova, luminosa. Come se, finalmente, si accorgessero della possente luce interiore che emerge dalla persona di Gesù. Oltre il rabbino, il Maestro, il profeta, per la prima volta vedono con uno sguardo nuovo il volto di Gesù.
Trasfigurato. Anche se, nell’originale, si parla di metamorfosi. Un cambiamento della condizione in cui si viene a trovare Gesù. Colmo di luce.
La metamorfosi dello sguardo
Possiamo essere cristiani da sempre, ed essere cresciuti a pane e Vangelo; possiamo frequentare la parrocchia e andare a Messa, finanche essere preti e suore e volere bene a Gesù, rispettarlo, amarlo, finanche. Ma quello che cerchiamo è uno sguardo diverso su di lui. Una metamorfosi.
Così come possiamo guardare a questo deserto in cui siamo immersi da tempo, deserto di affetti, di sogni, di certezze, di abbracci, per vederlo non come il luogo della prova, del vagare impaurito del popolo di Israele, liberato ma non ancora libero.
Ma come il luogo del fidanzamento in cui, come dice Osea, Dio conduce la sua amata. E sì, dobbiamo ammettere che questa lunga pandemia può diventare non solo il luogo della depressione, ma quello in cui, crollata ogni certezza, non vediamo più altro se non Gesù solo, con noi.
Urge una cambiamento. Di sguardo, di stile, di azioni. Di fede. Urge una metamorfosi.
La bellezza di Dio
Di quanta bellezza abbiamo bisogno per sopravvivere a questa fine di civiltà? Di quanta bellezza per lottare contro la tentazione della disperazione, della rassegnazione, al prevalere del timore? Di quanta bellezza per credere ancora che l’uomo sia il capolavoro immaginato da Dio?
Il nostro mondo ha bisogno urgente di bellezza: ne hanno bisogno le nostre grigie e anonime periferie. Ne ha bisogno la nostra anima, nutrita di bellezza.
Bellezza che non è una questione estetica ma di armonia assoluta: ciò che è sommamente bello è anche sommamente buono, vero e giusto. La verità del vangelo ci stupisce e ci affascina e ci spinge ad immaginare un mondo diverso, nuovo, dove Dio è l’orizzonte di riferimento.
È bellissimo, Dio. Il nostro cristianesimo, purtroppo, ha accantonato questa semplice verità, facendo prevalere altri aspetti nella nostra appannata predicazione. La Trasfigurazione rimette le cose in ordine: se crediamo nel Dio che Gesù è venuto a raccontare è perché abbiamo scoperto che non esiste nulla di più bello.
Più bello della più bella gioia che possiamo sperimentare, di un innamoramento, di una passione, di un’emozione, credere è il gesto più importante che possiamo fare.
Salire dalla pianura
Perché è il Tabor la meta del nostro cammino. Per sopportare e superare il Golgota abbiamo bisogno di impregnarci di luce, di fare memoria della gioia, di inebriarci di festa, di lasciarci abbracciare dall’infinita bellezza del Dio di Gesù.
Il dolore lo si può affrontare solo se le nostre sporte di speranza sono colme. Ma c’è una condizione necessaria per contemplare la bellezza di Dio. Salire.
Dalla pianura Gesù prende con sé tre dei suoi discepoli per salire sul Tabor. Per vedere la bellezza di Dio dobbiamo osare ed abbandonare la pianura della quotidianità della ripetitività, dell’assuefazione, della paura, dello scoraggiamento, del vittimismo.
Questo grande dono che è il tempo della Quaresima ci aiuta ad andare oltre, più in alto. Alzare lo sguardo magari prendendoci mezza giornata vera di pausa, di silenzio, di pace.
Le nostre anime languono se non abbiamo il coraggio di porre una diga ai pensieri, agli impegni, all’angoscia. Su quella piccola collina - chiamarlo un alto monte è più un riferimento al Sinai che una precisazione topografica - i tre discepoli vedono Gesù in una maniera nuova, diversa.
È sempre lui ma non è lui. Lo sguardo delle altezze ha loro affinato l’anima. Vedono tutta la luce che emana dalla persona del Maestro.

Gesù, Mosè ed Elia
Gesù parla con Mosè ed Elia. La Legge e i Profeti. Per la comunità che legge il vangelo di Marco è un’evidente conferma dell’identità nascosta del Nazareno.
Per noi, oggi, è un invito a metterci sulla strada della liberazione come il popolo di Israele e ad accogliere ed ascoltare le tante profezie che ancora ci giungono.
Sono passati otto giorni dall’annuncio che Gesù ha fatto ai suoi discepoli riguardo alla brutta piega che stanno prendendo gli eventi e di una sua possibile morte all’orizzonte. Oggi veniamo a sapere da Luca che proprio qui, nella gloria, Gesù riceve conferma di ciò e una chiave di lettura del dolore che sta per affrontare.
Luca, tenero, ci aggiorna sull’argomento del colloquio: parlano con Gesù della sua dipartita, della sua Passione. Come ad incoraggiarlo.
Gesù parla con Elia e Mosè, i profeti e la Legge, per dare pienezza alla sua rivelazione. Ma solo Luca ci dice che parla del suo esodo, della sua dipartita.
Quando siamo sul Tabor capiamo che la vita reale è fatta anche di croci e di sconfitte, di dolore e di delusioni. Solo nella bellezza possiamo affrontare il dolore.
«È bello per noi stare qui»
È Pietro a parlare, ora. A dire il vero non sa nemmeno cosa dire, balbetta, farfuglia. È bello per noi stare qui.
Ci sono momenti, nella preghiera, nella meditazione, durante una passeggiata in mezzo alla natura, in cui abbiamo la percezione profonda e precisa della bellezza di Dio.
Essere invasi, abitati dalla sua immensa luce, avere la netta percezione di altro da noi stessi, di Qualcuno che ci sfiora, è un dono delicato dello Spirito. È un momento indescrivibile e che, pure, chi ha vissuto riconosce.
Quanto è bello vedere la bellezza di Dio! Quanto, riconoscere, nell’umanissimo volto del Signore Gesù, la trasparenza sorridente del volto del Padre!
Si vede, se abbiamo incontrato la bellezza di Dio, non abbiamo bisogno di parlarne troppo a lungo.
Non fermarsi sulla cima del monte
Ma guai a farne la stabile dimora. Guai a cedere al sentimentalismo, alla gioia per la gioia.
Se Dio ci concedere attimi di gioia intensa e inattesa, di percezione della bellezza, è per suscitare i noi il desiderio del cammino. Che prosegue se abbiamo la costanza di ascoltare il Figlio amato.
Evitiamo di costruire delle tende per “bloccare” il Signore nel momento della gloria. Se abbiamo la gioia di vedere la bellezza di Dio è per portarla con noi nella città.
Non si può dimorare sempre sulla cima del monte. Bisogna scendere. Perché Gesù, ora, scende in mezzo alla folla amata. Il Tabor si può prescrivere solo a piccole dosi.
Scendono, ora, i discepoli. Felici e storditi. Colmi di un gravido e complice silenzio.
La nube e la voce del Padre
Parola che emerge dalla nube che richiama la teofania di Dio sul monte nel deserto. Non possediamo la Parola, la accogliamo, la riceviamo come un dono prezioso da scrutare. E che ci nutre di bellezza.
La nostra non è la fede delle visioni, ma dell’ascolto. E questa pagina lo conferma. Se la preghiera ci conduce nel luogo interiore dove si trova lo sguardo di Dio sul mondo, l’ascolto della Parola è l’invito che il Padre rivolge a tutti noi.
Ascolto che richiede attenzione. Ascolto che richiede silenzio. Ascolto che richiede desiderio. Come quando raccogliamo le parole preziose di una persona che amiamo.
Sia, questa salita al Tabor, l’occasione per ascoltare meglio. Il nostro io profondo, anzitutto, senza vivere in superficie.
Chi ci sta attorno, per migliorare la qualità delle nostre conversazioni, pesando e pensando le parole da pronunciare. Riprendendo il mano, quotidianamente, il Vangelo che ci aiuta a rileggere la vita.
«Ascoltatelo!»
Dalla nube esce una voce che indica Gesù come il Figlio amato, l’eletto, e ordina di ascoltarlo. La luce del Tabor non sostituisce l’ascolto, ma conduce all’ascolto.
Allora il nostro sguardo vedrà la metamorfosi, la trasfigurazione, che avviene attorno e dentro di noi quando prendiamo sul serio Dio.
La nostra vita di fede è faticosa e claudicante finché non sale sul Tabor. Nella preghiera Luca scrive che Gesù è salito sul Tabor per pregare e che è in preghiera, mentre si trasfigura, come ad indicare che solo in un profondo cammino di interiorità possiamo scoprire la bellezza di appartenere a Dio.
Perciò è urgente riscoprire nella nostra fede l’aspetto della preghiera come incontro intimo e fecondo con la Parola di Dio, per farne una lettura orante, prolungata e feconda.
La discesa verso il Golgota
Gesù e i discepoli devono scendere dal monte. La gloria contemplata sul Tabor non elimina la Passione, ma offre la luce necessaria per attraversarla.
Per sopportare e superare il Golgota abbiamo bisogno di impregnarci di luce, di fare memoria della gioia, di inebriarci di festa, di lasciarci abbracciare dall’infinita bellezza del Dio di Gesù.
Il dolore lo si può affrontare solo se le nostre sporte di speranza sono colme. Quando siamo sul Tabor capiamo che la vita reale è fatta anche di croci e di sconfitte, di dolore e di delusioni.
E chiede di non raccontare nulla fino alla sua resurrezione. Annuiscono, i discepoli. Ma, annota Marco, non sanno cosa significhi risorgere dai morti.
La trasfigurazione come cammino di risurrezione
Risorgere significa trasfigurarsi, una vera metamorfosi del corpo e dell’anima. A noi, in questa Quaresima, è chiesto di cambiare, di fare metamorfosi del nostro modo di vedere le cose e gli altri.
Allora il nostro sguardo vedrà la metamorfosi, la trasfigurazione, che avviene attorno e dentro di noi quando prendiamo sul serio Dio. E voglio iniziare da me: sapendomi amato, voglio costruire un metro quadrato di pace assoluta intorno a me.
La bellezza e la gioia ci attendono, lì vogliamo andare, lì vogliamo orientare la nostra vita. Non per fuggire la realtà ingombrante, ma per trasfigurarla.
Se non possiamo cambiare la realtà, possiamo cambiare il nostro sguardo su di essa. Affinare questo sguardo ci permette di vedere che Cristo, l’unico, rimane con noi qualunque cosa accada.
Ora, annota Marco/Pietro, i discepoli non vedono più nessuno, se non Gesù, solo, con loro.
Don Fabio Rosini - Trasfigurazione - 1 Introduzione
Il silenzio dei discepoli
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Il silenzio dei discepoli non è vuoto né indifferenza. È il silenzio di chi ha ricevuto una rivelazione troppo grande per essere trasformata subito in parole.
La Parola non si possiede, si accoglie. La luce del Tabor deve diventare ascolto, discernimento e cammino.
Gesù solo, con loro: questa è la certezza che rimane quando le visioni cessano, quando la nube si dissolve e quando la strada torna a scendere verso la vita quotidiana.